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La casa delle meraviglie: La sedia e la scrivania di Abelardo

24 Febbraio 2014

di Bartolomeo Di Monaco
(Qui più informazioni sul libro)

Pietrino, le sue meraviglie non poteva che rivelarmele un poco alla volta nel corso delle mie visite che in quel particolare e fascinoso periodo divennero, come ognuno può immaginare, frequenti. Non solo ero curioso io di andare a conoscere le novità delle sue rivelazioni, ma ancora più di me era curiosa mia moglie Raffaella, portandovi in sovrappiù quella dose speciale che appartiene unicamente alle donne (inutile andarla a cercare al mercato) e che qualche volta fa bene, ma il più delle volte fa male alla serenità della vita quotidiana.

Avvenne perciò che un giorno mi trovai da Pietrino e questa volta, dopo i soliti sornioni convenevoli, mi condusse in una stanza dove, per la verità, non vidi niente di straordinario: un tappeto, una sedia ed una scrivania. Della sedia Pietrino mi racconta: “La sedia l’abbiamo trovata in una fresca sera d’estate mentre rientravo a piedi, reduce da una cena con degli amici; alla luce dei lampioni era piuttosto brutta e malridotta, con la paglia di Vienna sfondata. Mossi a compassione l’abbiamo raccolta e portata nel laboratorio. Il giorno dopo si è rivelata, pur mal ridotta, una superba sedia di nobili origini, è una “Thonnet” originale; la sua data di costruzione si colloca verso la fine del 1800.”

Fin qui nulla di nuovo. Si trattava di un’altra opera buona compiuta grazie alla passione e all’amore di Pietrino per gli oggetti dimenticati e abbandonati. Ricordandomi delle meraviglie godute con lo sgabello di Mozart, subito mi ci sono seduto, ma niente.

“Che ha di particolare questa sedia?”, gli ho allora domandato.

Lui, sornione sornione, sembrava attorcigliarsi i baffi come il Gatto e la Volpe di Collodi.

“Aspetta e vedrai. Credi forse che i mobili abbandonati non abbiano cuore e non sentano, come invece accade a noi umani, l’impulso della gratitudine?”.

“Le hai dato un nome, immagino”.

“Certo. L’ho chiamata la sedia di Abelardo”.

“Ma Abelardo come faceva a possedere una sedia come questa se è vissuto nel XII secolo? Capisci la contraddizione? È vissuto quasi sette secoli prima!”.

“È proprio in questo che risiedono i miracoli dell’amore, caro il mio Bartolomeo, e che tu non puoi comprendere né riconoscere visto che di restauri non sai proprio niente e non potrai dunque mai apprezzare l’emozione che si prova a riportare in vita un oggetto dimenticato se non addirittura distrutto dagli uomini. Esso, nel mostrarti la sua gratitudine supera di un balzo i secoli (che cosa saranno mai i secoli in confronto all’eternità) e ti fa vivere sensazioni e gioie che nemmeno potevi immaginare. E la vedi questa scrivania? Questa non l’ho proprio né trovata né ristrutturata; è stata sempre così, ma il miracolo dell’amore che si è compiuto è stato quello che essa è divenuta tutt’una con la sedia che ho chiamato la sedia di Abelardo, come pure ho voluto chiamare la umile scrivania che è sempre stata in questa casa la scrivania di Abelardo. Mi sono detto, infatti: Abelardo avrà pure dovuto scrivere appoggiando i suoi fogli su di una scrivania. Perciò è come se l’avessi regalata ad entrambi, ad Abelardo e alla sedia, permettendo così a quest’ultima, una volta terminato il restauro, di ritrovare la sua antica libertà e di tornare indietro nel tempo, ai tempi di Abelardo, e farmi così rivivere il suo grande amore con la bella Eloisa”.

“Lo sai che fu un amore triste?”.

“Certo che lo so! Mi credi così ignorante? Anch’io, pur con le mani grosse come quelle di Polifemo, sono in grado di distinguere Ulisse dal signor Nessuno!”.

“A questo punto dimmi solo se devo fare qualcosa”.

”Tutto a suo tempo”, mi rispose, facendoci tornare tutti in salotto e invitandoci a sorseggiare il tè, che era già pronto da un pezzo.

Ne approfitto per ricordare al lettore che in questo caso siamo in presenza di due personaggi celeberrimi, due religiosi vissuti così tanti anni fa che ci si meraviglia come possano ancora oggi essere ricordati. Due sono i principali motivi della loro immortalità: 1 – la loro erudizione che per quel tempo era stupefacente; 2 – il loro grande amore, resistito pur in mezzo a restrizioni e sofferenze.

Eloisa era nata in Francia nel 1099, e già di lei, sin dai primissimi studi, se ne cantavano la bellezza e le qualità di erudizione.

Si legge (potete cercare in internet che ormai è la biblioteca universale alla portata di tutti: una grande rivoluzione moderna):

“Adolescente, viene affidata al fratello di sua madre, il canonico Fulberto. Studia nel convento di Argenteuil  con  esiti  straordinari.  Attende  con eccezionale impegno alle arti liberali (dalla grammatica alla retorica, fino alla geometria e all’astronomia), padroneggia il latino, il greco e l’ebraico. Pietrino il Venerabile, il celebre Abate di Cluny, la più grande e importante abbazia d’Europa, scrive di lei che, studentessa, era “celebre per erudizione“.

Pietro Abelardo che era pure lui francese, nato nel 1079, quindi un po’ più grande di Eloisa, era conosciuto come uno dei maggiori pensatori del suo tempo, e come succede quando si è pure degli innovatori, doveva sopportare l’invidia e le ire dei suoi contemporanei.
I due s’incontrarono nel 1117 (c’è chi sostiene nel 1116) e subito nacque tra di loro una rara affinità culturale che si trasformò in amore (si dice che ebbero anche un figlio, Astrolabio, e che, in seguito a ciò, si sposarono). Il loro amore fu ostacolato in ogni modo, soprattutto dallo zio Fulberto, tutore della ragazza, ma era possibile sconfiggere un amore così grande? Esso era forte più dell’acciaio ed è rimasto ancora oggi quale fulgido esempio nella storia dei grandi amori contrastati, sofferti, ma di grande forza e dedizione, come, ad esempio, quello altrettanto celebre di Paolo e Francesca, ricordato da Dante, oppure   di   Giulietta   e   Romeo,   ricordato   da Shakespeare, o anche quello tra Ginevra e Lancillotto o tra Tristano e Isotta presenti nei racconti di vari scrittori.
La bella tomba in cui Eloisa e Abelardo sono sepolti, e dunque uniti per sempre, si trova nel grande cimitero parigino di Père-Lachaise.

Intanto, tra un pettegolezzo mondano e l’altro, abbiamo finito di sorbire il tè e Pietrino ci invita ad avvicinarci alla sedia e alla scrivania di Abelardo. Lo facciamo e, come per lo sgabello di Mozart, mi invita ad accomodarmici. L’avessi mai fatto! D’un tratto        mi           appare,     proprio come        quelle       che comparivano  a  Dante  Alighieri  nel  suo  viaggio d’oltretomba, l’ombra di Abelardo china su di un foglio poggiato      sulla  scrivania.           Sta   scrivendo all’amata ed io posso leggere, come tutti gli altri che stiamo assistendo alla scena, le parole che via via si stanno formando. Sono proprio tra le ultime parole che le scrisse, così piene di carità cristiana. Scrive nella lettera, e a conclusione, Abelardo: “Addio  nel  Signore,  o  ancella  del  Signore,  un tempo a me cara nel mondo e ora carissima in Cristo: mia sposa, allora, secondo la carne, ed ora sorella secondo lo spirito e compagna nella professione della vita religiosa”.

Dimmi, lettore, se hai mai potuto leggere parole più belle, che abbiano trasformato l’amore, per sempre e per tutti noi, in un virgulto così alto e fiorito, il quale trasporti i suoi fiori e i suoi frutti dalla terra su su fino al cielo.

Eloisa invece non si siede mai a scrivere le sue lettere, sta in piedi, davanti allo scrittoio e ammira il suo Abelardo mentre gliele scrive. Le conosce tutte a menadito e sin dalle prime righe sa di quale lettera si tratti, se vi voglia parlare solo di amore o anche di scienza e di teologia, ed è sempre pronta ad accoglierle, come faceva in vita, e a rispondergli.

L’inizio preferito delle sue risposte è sempre stato questo, e non l’ha mai confessato a nessuno:

“Al suo signore e padre, allo sposo e fratello; la sua ancella e figlia, la sua sposa e sorella: ad Abelardo Eloisa”.

E la frase più bella che gli confessa in una delle sue lettere?

“Tutti si precipitavano a vederti quando apparivi in pubblico e le donne ti seguivano con gli occhi voltando indietro il capo quando ti incrociavano per la via […] Quale regina, quale donna potente non invidiava le mie gioie e il mio letto? Avevi due cose in particolare che ti rendevano subito caro: la grazia della tua poesia e il fascino delle tue canzoni, talenti davvero rari per un filosofo quale tu eri […] Eri giovane, bello, intelligente”.

Quando mi alzai dalla sedia ed abbandonai la scrivania, tutto scomparve. Era stata tanto mai bella la visione che ci ritrovammo tutti a piangere, anche il burbero Pietrino.


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