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La Selva, Dino

6 Gennaio 2001

Mosaico di Paese

Mosaico di paese

Anche la memoria è una forma d’arte, soprattutto quando la si conserva e la si accarezza con amore.È ciò che fa Dino La Selva, che nella vita ha esercitato la professione di medico, con questo suo romanzo di ricordi. Già nel 1974 l’autore aveva scrit­to Fiabe di Capitanata e nel 2003 Racconti minimi di San Marco in Lamis e dintorni, entrambi dedicati al suo paese natale. Questo romanzo ne è la prosecuzione più autorevole e completa. San Marco in Lamis è un grosso borgo sul Gargano che nel cuore di La Selva ha assunto il simbolo di un mito in cui regnava, e forse regna ancora, pur nell’asprezza della vita quotidiana, la felicità.
I ricordi coinvolgono anche il padre Giovanni, che fu Prefetto di Lucca, amante delle lettere e traduttore di Charles Baudelaire. Vi appare come un uomo semplice, soggetto a inquietudini, rab­bie e malumori come tutti noi.
Piccolo di statura, il suo carattere forte lo portava a scontrarsi con chi non la pensava come lui.
Nell’introduzione La Selva scrive: «I paesi grandi e piccoli del­l’antico Regno di Napoli hanno un fondo culturale comune. Si somigliano un po’ tutti, e forse tutti gli uomini del Sud ricono­sceranno un po’ di se stessi e del loro paese natio nei personaggi e nelle vicende che sto per rievocare». È ciò che è accaduto a me, che da ragazzo, al tempo delle vacanze, i miei genitori condu­cevano, insieme con i miei due fratelli, in treno a San Prisco, il paese vicino a Caserta dove erano nati e dove anch’io sono nato. Le calde atmosfere che l’autore rievoca in questo romanzo, io le ho respirate tutte sia allora, sia oggi leggendo questi ricordi.
Essi confermano un Sud omogeneo, vivo, ricco di sentimenti, e avvolto come per magia da un tempo antico che resiste e non lo abbandona. Le civiltà che hanno costruito la nostra Italia so­pravvivono nel Sud; quale luogo privilegiato ed eletto vi tengono impresso il loro marchio suadente, che rende quegli uomini e quei personaggi espressioni di un eterno resosi visibile, concreto, mo­nito anche a quella degenerazione e disumanizzazione in atto che rischia di travolgere e far scomparire il senso della nostra vita.
Per mostrare tutto ciò l’autore ci racconta gli anni della sua adolescenza trascorsi a San Marco, prima di emigrare al Nord subito dopo la Seconda Guerra Mondiale. La cronaca è presa a pretesto per allargare lo sguardo, attento ad ogni particolare, ai costumi, alle feste, alle tradizioni della sua gente, e renderli a noi secondo la voce del sentimento che li ha impressi e conservati integri nella memoria: «Questi ricordi mi vengono alla memoria adesso. A distanza di tanti anni. Allora, tutto impegnato a vivere, scivolavano su di me come su una lastra di vetro. O forse così mi pareva».
L’autore si avvale di una scrittura limpida, lineare, con la qua­le, grazie al proprio gusto e al proprio piacere del raccontare – in cui spesso fa capolino un’accurata preparazione umanistica -, riesce a trasferire in noi la suggestione e perfino quel sentimento nascosto nei suoi ricordi che altro non è che l’amore nostalgico per una vita che, così com’era, non ritornerà più.
Figure e scene come quelle dello zio Nicola, dello zio Augu­sto, del vecchio giocatore di dama, del cugino Elio e la sua banda di monelli, del norcino Pasquale Scarpina e l’uccisione del maia­le, dei riti suggestivi della Settimana Santa, delle feste e delle fiere paesane, del Natale, la veglia del morto, del carbonaio arricchito Pietro Bonfitto, della energica bisnonna donna Barbara La Selva, della nonna raccontatrice di fiabe, del nonno Antonio, medi­co pure lui, l’avvocaticchio, il farmacista don Matteo Trotta, il donchisciottesco don Fabio, e così via, costruiscono sulle pagine proprio come un prezioso mosaico (da ciò il titolo), un’epoca che fu sanguigna, superba e intensamente amata: «È un mondo aspro, duro, di sentimenti spesso violenti ma sinceri».
Scrive ancora l’autore: «Il paese aveva la sua voce, una voce ora più fioca e sommessa, ora più acuta e potente ma continua, incessante, durante tutte le 24 ore del giorno e della notte, per tutti i giorni del mese e per tutti i mesi dell’anno. Era come il respiro del paese».
Da sottolineare il bel capitolo intitolato La politica in cui è disegnato il quadro delle lotte sociali, soprattutto del dopoguerra, che si estesero rapidamente dappertutto e particolarmente nel Me­ridione, con la rivendicazione delle terre da parte dei contadini.
Il Sud dunque esce da questi ricordi minutamente osservato e amato. L’autore aveva 12-13 anni quando viveva questa esal­tante esperienza, ed ora che ne scrive ne sono passati moltissimi, eppure la memoria non ha dimenticato niente di quei lontani giorni: «La mattina presto a Sammarco passava la lattaia con il suo branchetto di capre, bussava alla porta dei clienti e mungeva loro il latte lì sulla soglia di casa». Chi ama il Sud, o chi lo ha conosciuto quando ancora le sue usanze erano incontaminate, trova in questo libro tutto il fascino e la suggestione che il grande amore per la propria terra riesce a conservare e a trasferire intatto su di noi. È forse per questo motivo che, nel corso della lettura, mi è spesso salito alla mente il capolavoro di Salvatore Satta: “Il giorno del giudizio”.


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Bart