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LEGGENDE: L’acquedotto lucchese di Lorenzo Nottolini e la leggenda delle Parole d’Oro

2 Settembre 2019

di Bartolomeo Di Monaco

Si sa che l’architetto lucchese Lorenzo Nottolini con questo suo progetto intendeva realizzare un’opera che rappresentasse non solo l’ingegno umano ma anche la pura bellezza. Nel presentarlo alla duchessa Maria Luisa di Borbone si sentì impacciato e inquieto e in principio gli tremò perfino la voce. Temeva che il progetto non fosse accettato, al quale teneva molto. Aveva realizzato già tante opere, ma a questa ci teneva in modo speciale, perché l’avrebbe immersa nella natura e con essa doveva armonizzarsi. Una grande sfida. Poi il tremolio nella voce scomparve e le parole uscirono dalla sua bocca fluide e appassionate. La duchessa si convinse, così, che colui che le stava davanti non aveva pensato solo a fare un acquedotto utile alla città, ma una vera e propria opera d’arte destinata a rimanere nel tempo. E così è stato.

L’acquedotto del Nottolini, iniziato nel 1823 e terminato definitivamente solo nel 1851 (fra l’altro: anno della morte dell’architetto) a causa di numerose interruzioni, è rimasto pressoché integro, salvo il tratto abbattuto nell’epoca fascista, negli anni tra il 1928 ed il 1932 (un arco), e poi nel 1962 (5 archi, con un totale complessivo, dunque, di sei archi abbattuti) per consentire il passaggio della autostrada A11 tra i caselli di Lucca e Capannori.

Ancora oggi conserva intatti la sua magia e il suo fascino.

Lo si può visitare partendo dal tempietto che si trova nei pressi di San Concordio, di lato alla stazione ferroviaria. Il suo percorso è di km 3,2, la sua altezza di metri 12 e originariamente si distendeva su 460 pilastri e 459 archi in muratura con pietre e laterizi. Il colore dei suoi mattoni invecchiati dal tempo e la maestosità della costruzione danno al visitatore una sensazione di onnipotenza. Ci si sente come soggiogati da tanta bellezza e da tanta genialità.

Ad un certo punto del percorso s’incontra un ponticello su cui si trovano scritte queste parole in latino e a caratteri d’oro (in realtà il metallo è l’ottone, ma i contadini lo hanno trasformato in oro avvinti dal fascino dell’opera):

 “KAR.LVD.BORB.I.H.DVX.N.AVG.AQUIS.E.PLURIBUS FONTIUM ORIBUS.COLLIGENDIS.ET AD URBANOS PONTES LARGIUS PERDUCENDIS.MONUMENTO.AETERNO.PROVIDIT.DUCATUS.SUI.ANNO.VI

(Carlo Ludovico Borbone I, duce uomo nobilissimo e augusto, provvide, nell’anno VI del suo ducato a raccogliere le acque da molteplici sorgenti e a portarle più largamente verso gli acquedotti cittadini con movimento eterno.)

Così quel punto è conosciuto anche come il luogo delle Parole d’oro.
Ma pochi conoscono che ci sono anche altre parole d’oro, di efficacia ben diversa, le quali sono legate ad una leggenda.

Si dice che quando Nottolini visitò il luogo avendo in mente il suo progetto per dare a Lucca un’acqua migliore di quella di cui a quel tempo si serviva, di scarsa qualità e malsana, salisse in cima alla piccola collina ad esaminare le fonti che avrebbe dovuto incanalare. Il paesaggio era superlativo e lo incoraggiò nel suo proposito. Tornato nel suo studio, si mise alacremente al lavoro, ancora rapito dalla superba bellezza che aveva appena ammirato.

Ma altri si erano messi in movimento insieme a lui, non appena lo avevano visto camminare nei boschi ed osservare. Erano le ninfe che abitavano e ancora abitano quei luoghi. Capirono che quell’uomo che aveva poco più di quarant’anni intendeva realizzare un’opera non solo di grande utilità per una città antica che tanto amavano, ma anche di grande bellezza. Vi avrebbe impiegato tutto il suo ingegno e tutto il suo animo d’artista. Così decisero di compiere per lui un’azione straordinaria, che rappresentasse nel tempo la loro compartecipazione al capolavoro che stava per nascere.  Stabilirono di mescolarsi all’acqua che sarebbe stata incanalata, allo scopo di proteggerla e di garantirne la purezza nei secoli. Sarebbero però rimaste invisibili all’uomo.

Nessuno riesce a vederle, infatti, quando, una volta salito in cima alla collina, osservi le vasche dove scorre l’acqua limpida, incantato da quel lieve fruscio che dà musica al luogo e freschezza e quiete all’anima. I rivoli si muovono guizzanti, veloci, trasparenti, e sembra di assistere ad una danza lieve. Non si vorrebbe andarsene più.

L’acquedotto, al principio del suo scorrere, gode dunque di una protezione tutta speciale e amorosa. Lassù, nelle vasche raccoglitrici, in quei rivoli limpidi e canterini stanno nascoste e operanti le vigili ninfe acquaiole.
Le quali fanno anche di più.

Lo si è scoperto un giorno che uno sventurato al colmo dell’infelicità, una sera andò a nascondersi sotto una delle arcate. Pensava di togliersi la vita, avendone solo ricevuto delusioni e sofferenze. Stava per farlo quando nell’aria comparve una scritta di poche parole, a caratteri dorati, ondeggianti nell’aria. Vi si leggeva: “Non farlo. Ti aiuteremo noi.”. L’uomo si stropicciò gli occhi; non credeva a ciò che vedeva. Eppure non era ubriaco, e l’aria era tersa, pulita. Tornò a leggere. Stava scritto proprio così. Voleva toccarla, ma era troppo in alto. Cercò se vi fosse intorno qualcosa su cui salire per raggiungerla, anche solo con la punta delle dita. Voleva palparla, sentire di che cosa fosse fatta. Somigliava alla polvere dorata che cade dalle ali degli angeli quando volano sulla Terra. Ma tutto fu inutile. Fece ritorno a casa e quella sera si addormentò facilmente. All’indomani, quando si alzò, avvertì che qualche cosa era cambiata in lui. Non era triste, ma allegro; facendosi la barba fischiettava. I suoi occhi, visti allo specchio, brillavano ed erano sorridenti. Quasi quasi non si riconosceva più. Uscì in strada, e incontrando gli amici li salutava, dopo tanto tempo che aveva cercato di evitarli. Alla mensa dei poveri, dove andava ogni giorno, qualcuno gli sorrideva. Non era mai successo. Ciascuno, infatti, portava in silenzio la sua pena. Di lì a qualche giorno le cose cambiarono per davvero. Un signore lo vide per strada; fu colpito dal suo aspetto gioioso e lo fermò. Aveva bisogno di un lavoratore che lo aiutasse a sbrigare alcune incombenze, facesse un po’ da postino e da giardiniere nella sua grande villa. Non voleva gente musona, ma una persona che, quando tornava a casa, gli ispirasse serenità e gioia. Gli propose il lavoro e il nostro mendicante lo accettò. Cambiò così la sua vita e, nel mentre curava il giardino e aveva sottomano i bei fiori che vi crescevano, pensò a quelle parole scritte a caratteri d’oro. Sì, quella promessa era stata mantenuta. Non c’era alcun dubbio. Per il resto della sua vita avrebbe potuto contare su quella promessa. Ma da dove venivano quelle parole? Chi le aveva scritte?

Si ricordò delle ninfe acquaiole e allora comprese che quell’acquedotto tanto bello era stato benedetto dal destino poiché vi si poteva trovare, attraverso il loro aiuto, la risposta ai nostri bisogni, la risoluzione ai nostri problemi, per trasformare così la vita in una nuova e esaltante bellezza, la cui sorgente stava racchiusa in quella superba opera d’arte.

Si racconta che ancora oggi qualcuno, dopo aver invocato quelle ninfe acquaiole, ma con animo puro, abbia incontrato lungo il cammino una di quelle scritte benauguranti, che gli hanno, a poco a poco, cambiato in meglio la vita.


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Bart