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Napolitano: «Finite le larghe intese per Letta ci sarà passaggio parlamentare»

29 Novembre 2013

di Redazione
(dal “Corriere della Sera”, 28 novembre 2013)

Nell’incontro di oggi con la delegazione parlamentare di Forza Italia, il Presidente della Repubblica ha chiarito che ci sarà senza dubbio un passaggio parlamentare che segni la discontinuità politica tra il governo delle larghe intese e il governo che ha ricevuto la fiducia sulla legge di Stabilità. È quanto si apprende dall’Ufficio stampa del Quirinale. Le forme e i tempi di tale passaggio, si apprende ancora, saranno oggetto di una consultazione del Presidente della Repubblica con il Presidente del Consiglio.

APERTURA CRISI – Durante l’incontro al Quirinale, durato un’ora e mezza, la delegazione azzurra ha trattato «in modo approfondito il tema dell’uscita di Forza Italia dalla maggioranza che aveva portato alla nascita del governo Letta. «La delegazione – si legge in una nota del partito – ha manifestato al presidente della Repubblica la necessità di un’apertura formale della crisi di governo, con le dimissioni del presidente del Consiglio, Enrico Letta, nelle mani del Capo dello Stato, per affrontare in Parlamento la nuova situazione che scaturisce dalla fine del governo delle larghe intese».

DISCONTINUITA’ – «La piattaforma politico programmatica che era alla base della costituzione del governo di larghe intese – viene sottolineato nel documento- aveva la stessa maggioranza con cui si era avviato in Parlamento il percorso delle riforme istituzionali. Un processo di discontinuità che coinvolge l’esistenza del governo non può non avere lo stesso tipo di influenza per quanto riguarda l’iter delle riforme». Per gli esponenti di Forza Italia «il contesto che si è realizzato non può essere archiviato con la fiducia ottenuta al Senato dal governo sulla legge di stabilità. Un voto su un singolo provvedimento, seppur importante, non può bastare a decretare la fine di una grande coalizione e la nascita di qualcosa che con quel progetto politico non ha nulla a che vedere».

I SOTTOSEGRETARI – Resta ancora aperto invece il dilemma dei sottosegretari vicini a Forza Italia: dove andranno? Per ora sembrano restare al loro posto. Sono sei i berlusconiani doc con incarichi di governo: si tratta del viceministro agli Esteri Bruno Archi; i sottosegretari al Lavoro, Jole Santelli, e alle Infrastrutture Rocco Girlanda; alla Pubblica amministrazione, Gianfranco Miccichè (eletto con Grande Sud, rimasto con Berlusconi); agli Affari regionali, Walter Ferrazza (aderente al Mir, anch’esso vicino al Cavaliere). Oltre a Cosimo Ferri, il tecnico di area centrodestra, Cosimo Ferri, sottosegretario alla Giustizia.

FORMIGONI: «POLTRONISTI» – Se Santelli e Micciché hanno annunciato di aver consegnato la lettera di dimissioni al partito e di aspettare che sia il Cavaliere a decidere il momento del loro abbandono, dagli altri silenzio. Come conferma Angelino Alfano: «Ho avuto una riunione a palazzo Chigi e nessuno dei sottosegretari di Forza Italia si è dimesso, nè tanto meno i presidenti di commissione di Camera e Senato di Forza Italia». Mentre l’ex Formigoni attacca: «Ecco chi sono i veri poltronisti», Romani, capogruppo di Fi al Senato, annuncia : «Penso si dimetteranno in serata». Il caso è aperto.


Fare finta di nulla per non fare nulla
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 29 novembre 2013)

La linea del “fare finta di nulla” suggerita da Giorgio Napolitano ad Enrico Letta rischia di trasformarsi nella linea del “non fare nulla”. Il Presidente della Repubblica non vuole una crisi di governo che porterebbe fatalmente alle elezioni anticipate. E pensa che l’unico modo per esorcizzare il pericolo sia di non riconoscere la metamorfosi politica subìta dalla coalizione governativa con il passaggio dalle larghe intese alle piccole intese.

Da parte sua, il Presidente del Consiglio è ben felice di seguire l’indicazione del Capo dello Stato che lo mette al riparo da una possibile caduta. E cerca di rinforzare la forzata indifferenza per l’uscita dalla maggioranza della parte più cospicua del centrodestra, aggiungendo alla linea del “fare finta di nulla” la linea del “meno siamo, meglio stiamo”. Nel tentativo di convincere gli italiani che un governo sorretto da una maggioranza provvista di soli sei voti di vantaggio sull’opposizione (oltre, naturalmente, le ruote di scorta dei senatori a vita) è infinitamente più solida ora che non c’è più Brunetta ad incalzare quotidianamente sui conti pubblici il povero Saccomanni. Ma questo gigantesco castello di carte costruito da Napolitano e Letta per ovviare alle scontate conseguenze della scelta del Partito Democratico di ghigliottinare politicamente l’odiato nemico Silvio Berlusconi rischia di crollare miseramente.

Perché si può anche fare finta di nulla e non riconoscere che l’uscita di Forza Italia dalla maggioranza ha provocato la fine dell’esperimento consociativo e la nascita di un governo a trazione Pd. Ma la finzione potrà durare solo fino a quando non si dovrà necessariamente prendere atto che il governo che fa finta di nulla è drammaticamente destinato a non poter fare proprio nulla. È decisamente ridicolo sentire chi sostiene che il governo, finalmente libero dalla zavorra berlusconiana, potrà adesso correre speditamente lungo il percorso delle riforme. Non solo quelle che possono essere realizzate da maggioranze semplici ma anche quelle, come le costituzionali, che richiedono maggioranze molto più ampie.

In realtà non ci vuole una grande conoscenza del passato per sapere che un governo retto da un margine di sei voti non ha alcuna possibilità di operare, ma deve solo sperare di tirare a campare evitando accuratamente qualsiasi atto potenzialmente in grado di compromettere il proprio equilibrio precario. Può al massimo dedicarsi al gioco delle tre carte, come ha fatto sulla legge di stabilità, facendo scomparire una tassa da una parte per farla ricomparire sotto una diversa etichetta da un’altra. Ma non può mettere mano a nulla di diverso e di più incisivo se non vuole che la difficile sopravvivenza si trasformi di colpo in coma irreversibile. Preoccupa, allora, sentire Angelino Alfano che intima ad Enrico Letta di mettere la riforma della giustizia in posizione prioritaria nell’agenda di governo.

Al massimo questa maggioranza può impegnarsi a salvare se stessa salvando la Cancellieri (e con il concorso di Forza Italia)! Cosi come preoccupa ascoltare Quagliariello che preannuncia la riforma elettorale e le riforme istituzionali sapendo perfettamente che neppure se durasse per tutta l’attuale legislatura (e anche quella oltre) questa maggioranza sarebbe in grado di riuscire nell’impossibile impresa. La ragione di tanta preoccupazione è presto spiegata. La linea del fare finta di nulla si è già tradotta nella linea del fare nulla. Tranne tante chiacchiere vuote in attesa che il Pd di Renzi dia il colpo di grazia al niente!


Urss, Kissinger, massoneria. Ecco i misteri di Napolitano
di Paolo Bracalini
(da “il Giornale”, 29 novembre 2013)

«Il presidente Napolitano è stato sempre garante dei poteri forti a livello nazionale e degli equilibri internazionali sull’asse inclinato dal peso degli Stati Uniti» scrivono i giornalisti di inchiesta Ferruccio Pinotti (del Corriere della Sera) e Stefano Santachiara (Il Fatto) in I panni sporchi della sinistra (ed. Chiarelettere). Il primo ritratto, di 60 pagine, è dedicato proprio al presidente della Repubblica («I segreti di Napolitano»), «l’ex ministro degli esteri del Pci» come lo definì Bettino Craxi interrogato dal pm Di Pietro nel processo Enimont. I rapporti con Mosca, quelli controversi con Berlusconi (il mensile della corrente migliorista del Pci, Il Moderno, finanziato da Fininvest, ma anche dai costruttori Ligresti e Gavio), e le relazioni oltreoceano, con Washington. Una storia complessa, dalla diffidenza iniziale del Dipartimento di Stato Usa e dell’intelligence americana («nel 1975 a Napolitano gli fu negato il visto, come avveniva per tutti i dirigenti comunisti»), alle aperture dell’ambasciata Usa a Roma, al «misterioso viaggio» di Napolitano negli Stati uniti nel ’78, nei giorni del sequestro Moro, l’altro viaggio insieme a Occhetto nel 1989, fino «all’incontro festoso, molti anni dopo, nel 2001, a Cernobbio, con Henry Kissinger, ex braccio destro di Nixon, che lo saluta calorosamente: “My favourite communist”, il mio comunista preferito. Ma Napolitano lo corregge ridendo: “Il mio ex comunista preferito!”».

Il credito di Napolitano presso il mondo anglosassone si dipana nel libro-inchiesta anche su un fronte diverso, che Pinotti segue da anni, la massoneria, e che si intreccia con la storia più recente, in particolare con le dimissioni forzate di Berlusconi nel 2011, a colpi di spread e pressioni delle diplomazie internazionali. Su questo terreno gli autori fanno parlare diverse fonti, tra cui una, di cui non rivela il nome ma l’identikit: «Avvocato di altissimo livello, cassazionista, consulente delle più alte cariche istituzionali, massone con solidissimi agganci internazionali in Israele e negli Stati Uniti, figlio di un dirigente del Pci, massone, e lui stesso molto vicino al Pd». Il quale racconta: «Già il padre di Giorgio Napolitano è stato un importante massone, una delle figure più in vista della massoneria partenopea» (proprio nei giorni successivi all’uscita del libro sarebbe spuntata, dagli archivi di un’associazione massonica di primo piano, la tessera numerata del padre di Napolitano, ndr). Tutta la storia familiare di Napolitano è riconducibile all’esperienza massonica partenopea, che ha radici antiche e si inquadra nell’alveo di quella francese…». Avvocato liberale, poeta e saggista, Giovanni Napolitano avrebbe trasmesso al figlio Giorgio (legatissimo al padre) non solo l’amore per i codici «ma anche quello per la “fratellanza”» si legge. E poi: «Per quanto riguarda l’attuale presidente, negli ambienti massonici si sussurra da tempo di simpatie della massoneria internazionale nei confronti dell’unico dirigente comunista che a metà anni Settanta, all’epoca della Guerra fredda, sia stato invitato negli Stati Uniti a tenere un ciclo di lectures presso prestigiosi atenei. Napolitano sarebbe stato iniziato, in tempi lontani, direttamente alla «fratellanza» anglosassone (inglese o statunitense)». Da lì il passo ad accreditare la tesi, molto battuta in ambienti complottisti, di un assist guidato a Mario Monti, è breve, e viene illustrata da un’altra fonte, l’ex Gran maestro Giuliano Di Bernardo («criteri massonici nella scelta di Mario Monti») e da uno 007 italiano. L’asse di Berlusconi con Putin – specie sul dossier energia – poco gradito in certi ambienti, entra in questo quadro (fantapolitica?). Con un giallo finale nelle pagine del libro, raccontato dalla autorevole fonte (senza nome): Putin avrebbe dato a Berlusconi delle carte su Napolitano. Se queste carte esistono, riguardano più i rapporti americani di Napolitano che quelli con i russi». Materiale per una avvicente spy story su Berlusconi, Napolitano, Monti, Putin, la Cia, il Bilderberg…


Le elezioni del febbraio scorso sono nelle mani della Suprema Corte
di Renato Brunetta
(da “Il Foglio “, 29 novembre 2013)

Il prossimo 3 dicembre, com’è arcinoto, è fissata l’udienza della Corte costituzionale per valutare la legittimità costituzionale della legge elettorale delle Camere, sollevata con ordinanza 12060/13 dalla I sezione civile della Corte di Cassazione. Insomma: la Consulta si esprime sul cosiddetto “Porcellum”. Non è il caso di trattare la questione per slogan. La questione è seria.
Prima di entrare in quelle che orrendamente si chiamano tecnicalità (di cui ha trattato di recente il costituzionalista Giovanni Guzzetta), mi permetto una premessa “pop”. Se la Consulta dovesse bocciare il “Porcellum” in riferimento alla mancanza della soglia minima per il premio di maggioranza, automaticamente deputati e senatori eletti grazie a un regalo incostituzionale, se non ancora convalidati dalle rispettive Camere, decadrebbero, e dovrebbero essere rimpiazzati da quanti sono stati incostituzionalmente esclusi. I calcoli consentono di ritenere – lasciando perdere il Senato che mi risulta aver già provveduto alla convalida dei suoi membri – che i deputati di sinistra “abusivi” sarebbero 148 (da 340 scivolerebbero a 192). Il centrodestra avrebbe in tutto solo due onorevoli in meno del centrosinistra, situandosi a 190 e guadagnandone dunque 66 rispetto agli attuali 124. Non è un discorso ipotetico del terzo tipo. Ha ragioni giuridicamente fondate. Come si vedrà.

I problemi relativi al giudizio della Consulta possono essere raggruppati in base alle quattro fasi in cui si articola il giudizio stesso: a) i presupposti di ammissibilità; b) il merito della questione; c) le possibili decisioni di accoglimento; d) gli effetti della pronuncia. La particolarità di questo giudizio sta nel fatto che esso proviene da un processo civile promosso con il dichiarato obiettivo di ottenere l’annullamento della legge da parte della Corte costituzionale mediante il promuovimento della questione di legittimità da parte del giudice civile. Si tratta dunque di una causa intentata espressamente con l’obiettivo di ottenere una dichiarazione di costituzionalità. Secondo la tradizionale giurisprudenza della Corte costituzionale questo genere di liti (lites fictae: in quanto il giudizio civile è solo un pretesto per attivare il giudizio costituzionale) non sarebbero ammissibili perché nel nostro ordinamento quello di costituzionalità è un giudizio di tipo incidentale e non un giudizio diretto. Si può arrivare alla Corte solo se il problema sorge nell’ambito di un processo che ha un altro oggetto. Non si può, come in Germania per esempio, rivolgersi direttamente alla Corte costituzionale per denunciare una violazione dei propri diritti fondamentali riconosciuti direttamente dalla Costituzione. Potrebbe apparire una questione formalistica, ma la giurisprudenza costituzionale ha vari precedenti in questo senso. E’ anche vero però che la Corte ha riconosciuto che questo criterio di inammissibilità non dovrebbe essere applicato troppo rigorosamente, soprattutto nel caso in cui ci si trovi in una di quelle “zone d’ombra” dell’ordinamento, nelle quali cioè è difficile che si verifichino i presupposti per impugnare una legge davanti alla Corte costituzionale (il caso della legge elettorale potrebbe essere uno di questi). La questione è pertanto aperta.

La questione di costituzionalità ha a oggetto due aspetti della legge elettorale. Il primo è quello del premio di maggioranza che presterebbe a esiti distorsivi sproporzionati e irragionevoli, in considerazione del fatto che non è stata identificata una soglia minima al raggiungimento della quale esso scatti. Il secondo profilo è quello delle liste bloccate, senza previsione della possibilità dell’elettore di esprimere una o più preferenze. I parametri costituzionali richiamati sono vari, i più rilevanti dei quali sono l’art. 3 (principio di eguaglianza) e l’art. 48 (voto personale, eguale, libero e segreto), nonché il principio democratico-rappresentativo.

Preliminarmente va ricordato che la contestazione della legge elettorale è stata già compiuta in sede europea presso la Corte europea dei diritti dell’uomo la quale si è pronunciata con decisione Saccomanno c. Italia del 13 marzo 2012. A Strasburgo è stato contestato che il Porcellum violerebbe l’art. 3 del Protocollo addizionale della Cedu che tutela il diritto dei cittadini a libere elezioni, “in condizioni tali da assicurare la libera espressione dell’opinione del popolo sulla scelta del corpo legislativo”. In particolare anche in sede europea si contestava alla nostra legge elettorale esattamente la proporzionalità, ragionevolezza e il rispetto della eguale libertà degli elettori. Ebbene, la Corte di Strasburgo ha ritenuto manifestamente infondati i motivi di ricorso. Quanto al premio di maggioranza essa è partita dal presupposto che “non bisogna perdere di vista che i sistemi elettorali cercano di rispondere a obiettivi a volte poco compatibili tra loro: da una parte riflettere in maniera approssimativamente fedele le opinioni del popolo, dall’altra canalizzare le correnti di pensiero per favorire la formazione di una volontà politica, di una coerenza e di una chiarezza sufficienti”. Con riferimento alla mancanza di una soglia minima per il premio di maggioranza, la Corte afferma che si tratta di una scelta rientrante nella discrezionalità dei legislatori nazionali, purché essa non sia arbitraria, non manchi di proporzionalità e rispetti la libera espressione dell’opinione del popolo. Dopo tale premessa la Corte ha concluso che “la disciplina dei premi di maggioranza fissata dalla legge italiana non possa essere riconosciuta contraria alle esigenze dell’articolo 3 del Protocollo n. 1, in quanto tale disposizione opera al fine di favorire le correnti di pensiero sufficientemente rappresentative e la costituzione di maggioranze sufficientemente stabili nelle assemblee. Di conseguenza (…) la Corte non rileva alcuna violazione della ‘libera espressione dell’opinione del popolo sulla scelta del corpo legislativo’”.

Sotto il profilo del rispetto del principio dell’eguaglianza del voto, la Corte europea esclude che la legittimità della natura distorsiva dei sistemi elettorali (sempre nei limiti della proporzionalità e non irragionevolezza delle soluzioni) possa inficiare il diritto soggettivo dell’elettore, atteso che “l’articolo 3 non implica che tutte le schede devono avere un peso uguale per quanto riguarda il risultato, né che tutti i candidati debbano avere uguali possibilità di vincere; è quindi evidente che nessun sistema può evitare il fenomeno dei “voti perduti”. Quanto alle liste bloccate, la Corte ha ugualmente rigettato il ricorso.

Una volta constatato che la Corte europea non considera né discriminatorio, né irragionevole, né sproporzionato il meccanismo del premio di maggioranza e che la scelta delle liste bloccate, quand’anche politicamente criticabile, non lede alcun parametro di democraticità, sarà interessante vedere come reagirà la nostra Corte costituzionale. Sembra infatti bislacco immaginare che quest’ultima applichi un criterio di ragionevolezza o di proporzionalità diverso da quello usato dalla Corte di Strasburgo.

Le possibili decisioni di accoglimento
Quand’anche decidesse di dichiarare l’incostituzionalità della legge elettorale la Corte costituzionale si troverebbe comunque di fronte a diverse possibili alternative. Limitandoci al premio di maggioranza, alternative sono ben cinque:
a) la prima potrebbe essere un annullamento puro e semplice della disciplina del premio, lasciando che ne residui un sistema elettorale di stampo puramente proporzionale, completamente diverso da quello voluto dal legislatore;
b) la seconda soluzione, viceversa, potrebbe consistere nell’annullamento dell’intera legge, assumendo che il premio costituisca elemento qualificante dell’intera disciplina, cosicché, a seguito della declaratoria d’incostituzionalità, si debba considerare compromesso l’intero equilibrio su cui era costruita la legge. La conseguenza sarebbe dunque la creazione di un vuoto normativo, con l’ulteriore problema di valutare o meno l’applicabilità a tale caso della giurisprudenza in materia di referendum sulle leggi costituzionalmente necessarie;
c) la terza soluzione potrebbe essere quella di assumere una sentenza declaratoria di illegittimità accertata, ma non dichiarata o di una declaratoria di illegittimità limitata al principio, ma priva di ricaduta operativa;
d) la quarta soluzione potrebbe essere quella per cui sia la Corte stessa a stabilire la soglia minima ragionevole a partire dalla quale far scattare il premio;
e) la quinta soluzione potrebbe essere di annullare l’intera legge elettorale, ma assumendo come conseguenza la reviviscenza del precedente, cioè “Mattarellum”.
Ognuna di queste soluzioni presenta problemi ed è difficile dire come la Corte si orienterebbe qualora volesse accogliere nel merito la questione.

Gli effetti della pronuncia
I possibili effetti della pronunzia dipendono ovviamente dal suo contenuto. E mentre è chiaro che l’inammissibilità o il rigetto nel merito, non determinano particolari conseguenze, numerosi problemi si pongono nel caso dell’accoglimento.
Gli effetti riguardano due aspetti:
1. L’impatto sulla legislatura in corso;
2. Il problema di una nuova legge elettorale.

Quanto all’impatto sulla legislatura in corso, non vi sono dubbi che vi sarebbero degli effetti giuridico-costituzionali. Va infatti considerato che le sentenze di annullamento della Corte costituzionale non valgono solo per il futuro, ma hanno effetto retroattivo, a meno che le situazioni del passato non siano ormai giuridicamente definite e concluse. A tal proposito è fondamentale rilevare che le elezioni del febbraio 2013, che hanno dato vita all’attuale Parlamento, non sono state ancora convalidate. Quindi non si può parlare di rapporti e procedimenti “chiusi”. Conseguentemente le giunte chiamate alla convalida delle elezioni non potranno non tenere conto della dichiarazione di incostituzionalità. E dunque:
a) nel caso in cui la Corte costituzionale proceda a un annullamento totale della legge (o anche alla reviviscenza della legge Mattarella) non si potrebbe convalidare nessuna elezione e l’esito sarebbe il necessario scioglimento nel giro di qualche settimana, magari con una legge elettorale tampone approvata con decreto-legge del tutto eccezionalmente e limitata a colmare i vizi di incostituzionalità del Porcellum;
b) nel caso di annullamento del solo premio di maggioranza bisognerebbe, invece, ricalcolare proporzionalmente i seggi e assegnarli ai partiti a cui sono stati sottratti per attribuirli alla coalizione che ha vinto il premio ormai illegittimo. La nuova ripartizione dei seggi produrrebbe evidentemente un terremoto nei rapporti di forza parlamentari;
c) nel caso in cui la Corte accertasse l’incostituzionalità, ma non la dichiarasse ovvero decidesse di circoscrivere gli effetti temporali della propria pronunzia alle prossime elezioni, salvando la legislatura attuale, non vi sarebbero effetti giuridici, ma è evidente che una tale soluzione (già molto impegnativa per la Corte) produrrebbe comunque una gravissima delegittimazione politica non solo del Parlamento nel suo complesso, ma anche dei rapporti numerici all’interno della maggioranza di governo e tra questa rispetto all’opposizione.

Quanto poi al problema della nuova legge elettorale, essa dovrebbe venire adottata dal Parlamento nella “nuova” composizione a seguito della ridefinizione dell’assegnazione dei seggi o dal governo con un decreto legge di emergenza limitato a tamponare la situazione in vista dell’elezione di un nuovo Parlamento legittimo cui spetterebbe di riesaminare la questione.


Alla Consulta un ricorso inammissibile
di Ugo De Siervo
(da “La Stampa”, 29 novembre 2013)

E’ noto che fra pochi giorni la Corte costituzionale dovrà affrontare il problema posto dal ricorso di una sezione della Corte di Cassazione, che dubita della legittimità costituzionale di alcune parti della vigente pessima legislazione elettorale: il premio di maggioranza riconosciuto a chi consegua la semplice maggioranza relativa dei voti a livello nazionale per la Camera ed in ciascuna Regione per il Senato, l’impossibilità di esprimere voti di preferenza all’interno dei candidati proposti dalle varie forze politiche.

Gli organi di informazione continuano in genere a sostenere che la Corte possa intervenire in materia, malgrado esista una sua costante giurisprudenza che esclude ricorsi del genere, in quanto non fondati sulla previa lesione di precise situazioni soggettive, e quindi ipotizzano che l’organo di giustizia costituzionale si predisponga a modificare più o meno in profondo la legislazione vigente. Si è così sostenuto che la Corte possa accogliere anche tutte le censure sollevate e perfino che possa eliminare tutta la legislazione del 2005, facendo rivivere il precedente sistema elettorale.

Si tratta però di opinioni sinceramente inaccettabili, a cominciare naturalmente dalla tesi più estrema, che ipotizzerebbe che la Corte costituzionale possa giudicare sull’intera legge del 2005: la Corte, invece, deve puntualmente rispondere ai dubbi sollevati dai giudici che ad essa si rivolgono, mentre non può – sulla base della legislazione che la disciplina – estendere il giudizio a disposizioni la cui legittimità costituzionale non sia stata formalmente posta in dubbio. E ciò al di là del fatto che la stessa Corte, appena l’anno scorso, ha escluso che una legge precedente che sia stata abrogata, possa essere fatta «rivivere» per la scomparsa della legge abrogatrice.

Anche la tesi che la Corte possa far venir meno i (pur assai discutibili) premi di maggioranza va incontro a obiezioni molto serie: anzitutto è evidentemente escluso che la Corte possa manipolare la legge fissando essa stessa le soglie minime (attualmente inesistenti) per il conferimento dei premi di maggioranza, dal momento che un’operazione del genere, altamente discrezionale, non può che spettare ad un organo legislativo. Ma anche la tesi che la Corte possa allora semplicemente far venir meno i premi di maggioranza equivale – come ben noto – a trasformare il vigente sistema elettorale di tipo maggioritario in un sistema proporzionale, realizzando quindi un vero e proprio radicale mutamento legislativo, che però non può che spettare ad organi rappresentativi (così come già evidenziato da non pochi significativi «fuochi di sbarramento» emersi nel dibattito politico).

Allora la tesi che le questioni sollevate dalla Cassazione siano inammissibili non è solo fondata sull’interpretazione costante della legge che disciplina la Corte, ma permette di rispettare una precisa logica istituzionale, che tende a limitare al minimo l’incidenza della Corte nella produzione di nuove legislazioni: se è superata l’antica tesi che la Corte possa essere solo un organo demolitore di norme (il «legislatore negativo»), però appare davvero impensabile una sentenza della Corte che addirittura produca un nuovo sistema elettorale.

Per quanto sia deplorevole il colpevole immobilismo del Parlamento in materia, la Corte in realtà non dispone della legittimazione a riscrivere i sistemi elettorali. E’ perciò auspicabile che la Corte non si faccia dominare dall’illusione della propria onnipotenza, una sua ricorrente e pericolosa tentazione.

In una democrazia costituzionale il ruolo di ciascun organo costituzionale (le Camere, il Governo, il Presidente della Repubblica, la Corte costituzionale, ecc.) viene definito dalle disposizioni che lo disciplinano, anche se certamente i diversi contesti entro cui essi operano influiscono non poco nello spingerli ad esercitare in modo più o meno incisivo i propri poteri. Ma tutto ciò solo in quello spazio di elasticità che è permesso dal sistema costituzionale, non certo oltre, dal momento che altrimenti viene meno la legittimazione di chi opera al di là dei propri limiti, con molteplici possibili conseguenze negative. Per questo si richiede a ciascuno di questi organi un effettivo autocontrollo nell’esercizio dei propri poteri, malgrado tutti gli stimoli, pur comprensibili, a cercare di supplire il colpevole immobilismo di altri poteri.
__________

(Mi domando se siano ammissibili interventi di questo tipo tesi a condizionare il giudizio della Corte costituzionale. Non sarebbe meglio intervenire e criticare successivamente alle sue deliberazioni, caro De Siervo? bdm)


1993/2013, i conti mancati con la storia
di Paolo Pillitteri
(da “L’Opinione”, 29 novembre 2013)

Secondo l’ottimo Gianni De Michelis, in una sua lucida intervista a “Il Mattino”, sia Craxi che Berlusconi hanno avuto un’analoga conclusione politica: il primo consegnato all’esilio, il secondo all’esilio in casa, o ai servizi sociali, entrambi segnati indelebilmente dall’uso politico della giustizia e dal cupio destruendi delle sinistre (e per Bettino, anche delle destre più la Lega). L’immagine del duplice allontanamento si combina, tuttavia, con alcune varianti.

Intanto, la fine tragica del leader socialista è stata anticipata dalle monetine all’Hotel Raphael, esattamente vent’anni fa, che hanno imposto la violenza della “piazza”, rossa e nera, ad un Parlamento paralizzato dal terrore giudiziario e, soprattutto, ad un Colle pavido che impose allo stesso Parlamento di spogliarsi dell’immunità parlamentare, vero fomite di ciò che è riaccaduto nel 2013, vent’anni dopo.

Il Colle di ieri era così diverso da quello di oggi e dal suo attuale inquilino? In Forza Italia, e non solo, prevale l’idea della somiglianza tant’è che Napolitano è stato gratificato di epiteti accusatori con assonanze rispetto a quelli antiscalfariani. E qualche commentatore ha osservato che il Presidente avrebbe ben potuto, dopo la sua benedizione/imposizione delle larghe intese, usare una decisiva moral suasion privata e pubblica indirizzata a placare gli odi anti-Cav, favorendo la linea morbida dell’approdo della questione della Legge “Severino” alla Suprema Corte, pensata anche da non pochi responsabili del Partito Democratico, da Violante a Boccia a Sposetti. Si evitava così il precipizio dell’aula senatoriale dove ha ben ragione un attento Bordin (sul Foglio) a rilevare “il guaio serio prodottovi dalla ratifica della liquidazione giudiziaria di Berlusconi”.

Se poi si ricorda che nel 1993 era presidente della Camera lo stesso inquilino del Quirinale di oggi e che, proprio lui, adesso, anzi da mesi, è nel mirino di certi magistrati palermitani, qualche analogia comportamentale, timorosa ed eccessivamente prudente, si potrebbe pur notare. Il fatto è che Napolitano è naturaliter prudente da sempre, da comunista, da post comunista e ora da Presidente della Repubblica guidato da convinti e convincenti principi liberali e costituzionali.

Non è possibile escludere che prima e dopo la sentenza della Cassazione abbia usato tutte le sue arti politico-diplomatiche per smussare, convincere, indirizzare, placare e orientare, pur sempre con la discrezione morbidamente sobria del suo stile, come uscito da una Magna Carta filtrata dai bizantinismi politichesi di un’Italia incorreggibile. E di una sinistra cresciuta nell’odio antiberlusconiano, che voleva indefettibilmente lo scalpo di un leader “perseguitato” giudiziariamente ma che ha segnato vent’anni. Esattamente come volle e ottenne quello di un Craxi criminalizzato oltre ogni dire ma che ha segnato più di un decennio di storia. Fra i due, dunque, altre somiglianze. Ma c’è un però. Berlusconi, a differenza di Craxi, non è rimasto solo, senza famiglia/partito.

Craxi, invece, era rimasto letteralmente privo di un partito imploso fra criminalizzazioni inaudite e divisioni interne devastanti, con tutti i media, compresi quelli del Cavaliere, scatenati contro. Si batté comunque come un leone – come pure il Cavaliere – persino dall’esilio via fax, ma qui fu lasciato morire anche da quel Colle e da quella sinistra che gli offrì, post mortem funerali di Stato, e che solo dopo dieci anni cominciò a riabilitarlo senza che peraltro lui ne avesse mai richiesto, fino in limine mortis.

Quella sinistra non ha mai voluto fare i conti col liberalsocialismo craxiano, finendo in un papocchio cattocomunista e auto-precludendosi l’accesso alla grande famiglia socialdemocratica, la stessa che oggi, ironia della sorte, si accinge alle “Larghe Intese made in Deutschland”, mentre da noi queste intese si restringono. Non aver fatto i conti con quelle vergognose monetine e col lascito politico di Craxi ha dischiuso un ventennio marcato indelebilmente da un Berlusconi frutto, ad un tempo, della devastazione giudiziaria inopinatamente produttrice, con l’appoggio della gauche giustizialista, di un esito imprevisto che ha riempito i vuoti dei partiti annichiliti. Riempiendo vent’anni di sé.

Si può dire, infine, che la decadenza, questa decadenza – che susciterà vittimismi e passioni e voglia di elezioni vendicatrici – chiude un ventennio? Si volterà pagina? No, almeno fino a quando questa sinistra, da Renzi in giù, non avrà fatto i conti con il berlusconismo; i conti veri, politici, che comportano severe autocritiche sui loro errori in questi vent’anni, compreso l’ultimo della decadenza. Non li fecero allora con Craxi. Temiamo che non li compiano oggi con l’odiato Caimano. E la pagina non si volterà.


Il tramonto delle larghe intese
di Claudio Tito per “la Repubblica”
(da “Dagospia”, 29 novembre 2013)

Le larghe intese, almeno per come le abbiamo conosciute in questi sette mesi, sono finite. L’incontro al Quirinale tra il capo dello Stato e la delegazione di Forza Italia ha sancito proprio questo passaggio. Non poteva essere sufficiente il voto di fiducia su un provvedimento – seppure fondamentale come la Legge di Stabilità – per ufficializzare un cambio di fase in questa legislatura.

Una svolta che muta in parte gli obiettivi del governo guidato da Enrico Letta, ma soprattutto disegna gli schieramenti politici in modo del tutto nuovo. Unendo e schiacciando nel campo dell’opposizione i due partiti che si sono distinti per il populismo e la demagogia: i berlusconiani e i grillini.

E’ evidente che con la decadenza di Silvio Berlusconi e l’addio dei forzisti alla maggioranza, si sta costituendo una base parlamentare a sostegno dell’esecutivo affatto diversa. Non si tratta solo di una mera questione numerica. E’ il profilo della coalizione a mutare volto. Napolitano nel colloquio con i rappresentanti del Cavaliere lo ha riconosciuto e ha voluto fare una concessione ai suoi interlocutori a decadenza ormai avvenuta.

E il voto che probabilmente ci sarà la prossima settimana alla Camera e al Senato rappresenterà il vero confine tra le larghe intese e la nuova alleanza. Una “fiducia politica” che permetterà di ridefinire i contorni della maggioranza. Un atto di cui ha bisogno anche Berlusconi che sta preparando una lunga campagna elettorale: al Cavaliere serve mettere in chiaro che lui non è più uno dei partner di governo.

Prepara insomma una battaglia fatta in primo luogo di attacchi alla politica economica dell’esecutivo. E del tentativo di cancellare gli alfaniani dall’immaginario collettivo degli elettori del centrodestra. In questi giorni lo ha già fatto e nei prossimi, in vista delle europee di maggio – il vero test per tutti i partiti -, dirà ancor di più agli italiani: chi vota Alfano, vota la sinistra.

E il Nuovo centrodestra, al contrario, sarà costretto sempre più a prendere le distanze dall’ex padre putativo, proprio per cristallizzare una differenza. Presentarsi agli italiani con il segno della diversità rispetto alla stagione berlusconiana e anche con il tratto del ricambio generazionale. Avendo nello stesso tempo l’obbligo di far pesare sul governo ogni scelta e di dimostrare che non è nato un Nuovo centrosinistra.

Ma la discontinuità cui ha fatto riferimento il presidente della Repubblica riguarda naturalmente anche il Pd. Non solo nasce una inedita maggioranza, ma questo avviene alla vigilia delle primarie che eleggeranno il nuovo segretario. Nella Prima Repubblica, una circostanza del genere, avrebbe portato come minimo ad un rimpasto. Avrebbe rafforzato la presenza renziana, ridefinito i ruoli dell’ex Scelta Civica ormai spaccata in due e forse avrebbe risolto il problema di un ministro indebolito come Annamaria Cancellieri.

Ma i tempi che Palazzo Chigi e il Quirinale stanno concordando per la “verifica parlamentare” sembrano dettati proprio per evitare passaggi traumatici. Chiedere e ottenere la fiducia prima delle primarie, significa escludere qualsiasi ritocco alla squadra lettiana e blindare il governo. Del resto il premier non intende modificare la struttura del suo esecutivo ad eccezione dei sottosegretari berlusconiani. E anche il futuro leader democratico non appare per ora intenzionato a creare le condizioni per arrivare ad una crisi in tempi brevi.

In passato i governi si sono presentati alle Camere per richiedere una nuova fiducia in caso di modifiche alla struttura della compagine o a causa di un voto parlamentare negativo. La soluzione adottata in questa occasione è l’ulteriore dimostrazione della straordinarietà della fase politica. E delle difficoltà che l’hanno caratterizzata.

Basti pensare che nel colloquio con la delegazione di Forza Italia, Napolitano non ha nascosto che gli ultimi tre mesi sono stati tra i «peggiori». E’ chiaro che dopo la condanna definitiva di Berlusconi nel processo Mediaset, l’impianto politico delle larghe intese è stato a dir poco scosso. E alcuni degli obiettivi alla base di quell’accordo ora rischiano di venir meno: a cominciare dalle riforme istituzionali.

Le “grandi riforme” quelle che dovrebbero portare l’Italia ad esempio verso un sistema monocamerale, si allontanano. Sia perché la maggioranza al Senato consente margini di manovra molto meno ampi, sia perché cambiare la Costituzione senza una parte consistente dell’opinione pubblica che fa riferimento a Fi e a M5S sarebbe difficilmente accettabile dal Quirinale.

Non a caso ieri Napolitano ha insistito sulla necessità di trovare un accordo su questo fronte. Ha spiegato di «comprendere le questioni umane» della scelta ma ha chiesto a Forza Italia di scindere l’addio al governo dalle possibili larghe intese per le riforme.

Sapendo però che tutto è diventato più complicato. E che l’unica speranza è forse quella di mettere mano solo alla legge elettorale. Sebbene, anche su quella, le distanze ormai si sono acuite. Sarà per questo che il capo dello Stato ieri pomeriggio ha congedato i suoi ospiti con una battuta che ha raggelato un po’ tutti: «Non vorrei chiedere a questo Parlamento un altro voto per eleggere un nuovo presidente della Repubblica».
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(Credo proprio che Napolitano debba uscire finalmente di scena. Del resto lo aveva promesso ove fossero fallite le larghe intese. Si rimangia la parola data? Non meraviglirebbe. bdm)


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart