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LEGGENDE: Castelnuovo di Garfagnana e il segreto di Delmo e di Filma

26 Maggio 2014

di Bartolomeo Di Monaco
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La Garfagnana ha una sua bellezza selvaggia che incanta il visitatore. Un tempo era corsa in lungo e in largo dai briganti, che trovavano nei villaggi sperduti e nei boschi un sicuro rifugio. Uomini e lupi convivevano alla pari e lottavano per la sopravvivenza, spesso combattendosi l’uno contro l’altro. Scrive Vincenzo Pardini, narratore nativo di questi luoghi, nel suo bel libro intitolato: Tra uomini e lupi, a proposito del suo cane Lotar, un magnifico esemplare di Rottweiler, dopo che ha ucciso con un possente morso un tasso: “Momenti in cui stentavo a sentirlo il mio cane e che mi riportavano a quella che doveva essere stata la vita degli uomini insieme ai molossi: un susseguirsi di lotte per sopravvivere.”  E ancora: “Mi s’erano risvegliate le memorie dei miei antenati che, coi lupi, avevano convissuto e lottato durante i gelidi inverni, quando la neve assediava i villaggi e i loro branchi scendevano fino alle case.”

Qui, a contatto con la natura ancora incontaminata e primordiale, venne a vivere dal 1522 al 1525 nientemeno che Ludovico Ariosto, l’autore di quel capolavoro letterario che è l’Orlando Furioso. Lo inviava il duca di Ferrara Alfonso I d’Este come governatore; e poiché Ludovico era in quegli anni a corto di denaro, accettò, seppure a malincuore. Nominato ufficialmente commissario il 7 febbraio 1522, partì di lì a qualche giorno, il mattino del 12, per arrivare a Castelnuovo il 20 dello stesso mese. Scriverà da quel luogo più di 200 lettere, oggi raccolte nel volume: Ludovico Ariosto “Lettere dalla Garfagnana”, a cura di Gianni Scalia, pubblicato dall’editore Cappelli nel 1977, nelle quali leggiamo dei suoi sforzi per esercitare al meglio un incarico verso il quale non si sentiva portato. Avrà a che fare con disordini amministrativi, contrasti politici, trabocchetti ecclesiastici, liti confinarie e con la criminalità di ogni specie, finché non chiederà di essere esonerato dall’incarico. Una delle controversie più difficili che si trovò ad affrontare fu quella tra gli abitanti di Vagli di Sopra, che erano sotto la sua giurisdizione, e gli abitanti della Cappella di Seravezza, nel territorio di Pietrasanta. Questi ultimi avevano rubato agli altri vari capi di bestiame e non volevano restituirli, protetti com’erano da un capitano violento e guerrafondaio, di nome Rucellai, commissario della fiorentina Pietrasanta. Il quale invita l’Ariosto a fare un sopralluogo per accertarsi della verità, ma con l’intento di attirarlo in un agguato. Infatti, come scrive Scalia, il Rucellai si era portato con sé “duecento ‘persone armate’ e ‘cento scoppitieri’”. Ma la fortuna fu, quella volta, dalla parte dell’Ariosto che, salvato da un temporale straordinario, il più violento che si fosse visto in quegli ultimi dieci anni, non fu in grado di raggiungere il luogo fissato per l’appuntamento. Si sa che la controversia non finì lì, e si trascinò per anni.  Ma non fu la sola. Nel 1523, “durante un’assenza momentanea del commissario, quelli di Ponteccio e del Castagneto, scesi a Camporgiano, mettono in fuga i balestrieri: i sudditi stanno a guardare. Il commissario, precipitatosi a Castelnuovo, senza ordini precisi, deve arrangiarsi.”

Ha una assidua corrispondenza con gli Anziani di Lucca, “sia per difendere i ‘suoi’ sudditi nelle controversie con la giustizia lucchese, sia per concludere accordi stabili”, e coi quali alla fine firma alcuni trattati per una “azione solidale contro il brigantaggio.” Lo stesso farà con la Repubblica fiorentina, ma con esiti nulli. Infatti, “i peggiori criminali continuano a trovare ricetto nelle vicarie di Barga e di Fivizzano.”

Al tempo dell’Ariosto, la Garfagnana era “divisa in quattro vicarie, Castelnuovo, Camporgiano, Trassilico, Terre Nuove, e in ottantré paesi riottosi (ciascuno alzava le corna o ‘resisteva arrogantemente’)”.

Dunque, è in questo scenario di quasi cinque secoli fa che si colloca la storia di Delmo e di Filma, che appresi tempo addietro e alla quale è legato un segreto che oggi posso svelare, dopo averlo conservato gelosamente per molti anni.

Delmo e sua moglie Filma vivevano in una casa piccola come una noce, appena fuori dell’abitato di Castelnuovo, posta, insieme con poche altre, in cima ad un sentiero così stretto e infido che era molto faticoso raggiungere la loro dimora. Erano nati e cresciuti in quel villaggio e, una volta sposati, erano andati ad abitare la casetta che era stata dei genitori di Delmo, morti anni prima.

Voi sapete senz’altro, giacché lo avrete sentito raccontare chissà quante volte, che tra marito e moglie le cose non sempre filano lisce. Vivere insieme molti anni significa trovarsi ad affrontare tutti gli umori che bollono dentro di noi, che qualche volta escono iracondi e colpiscono a destra e a manca senza rispetto per nessuno. Ci vuole molta pazienza e soprattutto molta bontà d’animo per sopportare. E la nostra giovane coppia non faceva eccezione. Filma era, tra i due, la più irrequieta, la più dispettosa e irascibile. Lei sapeva fare di tutto e Delmo, ovviamente, non sapeva fare niente. Lei non sbagliava mai e Delmo, ovviamente, sbagliava sempre. Quando succedono queste cose, il modo migliore di comportarsi è di lasciar correre. Basterebbe fermarsi appena un attimo a riflettere e il momento dell’ira o del rimprovero subito passa, e così si risparmierebbe al compagno una specie di umiliazione, che si subisce sempre quando si è rimproverati. Delmo, poi, era una pasta d’uomo. Gli si poteva dire di tutto e lui non scrollava nemmeno le spalle. Lasciava dire e pareva pentirsi perfino di essere nato. In quel villaggio vivevano una decina di famiglie in tutto: contadini che al mattino presto se ne andavano nei campi e nei boschi a lavorare. Qualche marmocchio, due o tre, si sentiva ruzzolare nella strada inseguito dalle grida di qualche vecchio o vecchia a cui era stato affidato. C’era anche una chiesetta piccola piccola, con poche panche accostate alle pareti. Veniva un prete da Castelnuovo a celebrare la Messa la domenica mattina, quando tutti vi si recavano vestiti a festa. Delmo e Filma erano stati marmocchi anche loro in quel paese e avevano ruzzolato nelle strade, divertendosi un mondo. Poi si erano innamorati, erano stati nei campi di sera a scambiarsi i primi baci, e infine si erano sposati. La gente diceva che Filma era stata fortunata a sposare uno come Delmo, perché buoni come lui non ce n’erano. Si conosceva il carattere di Filma e perciò si diceva che tra i due chi ci avesse rimesso era proprio lui, che aveva il cuore d’oro. E infatti, era sempre Filma che brontolava e tutti potevano sentirla sin dalle prime luci del mattino, e quando ad una certa ora si recava al campo a dare una mano allo sposo e gli portava il desinare, mai una volta che ci andasse cantando. Aveva sempre il mugugno nella gola e qualcuno che la incontrava prevedeva già che cosa avrebbe dovuto sopportare il povero Delmo. Il quale però era tanto furbo quanto buono, e mentre faceva entrare i rimproveri da un orecchio e uscire dall’altro, trovava sempre il modo di mettere la vanga in mano alla sposa e di farsi aiutare. E c’erano dei giorni che Filma lavorava più di Delmo, e quando ritornava a casa aggiungeva al lavoro dei campi quello che le richiedeva la cura della sua cara bicocca, mentre Delmo si stravaccava sulla sedia, davanti alla vecchia tavola e, poggiati i gomiti e aperte le mani, vi faceva posare il viso e si perdeva nei pensieri. Ne faceva di sogni, mentre Filma sfaccendava per la casa! Erano i momenti, quelli, in cui lei pensava fosse giusto lasciarlo riposare, ché tanto s’era consumato anche per lei nei campi, e, perciò, pensava, era molto meglio non infastidirlo coi suoi lamenti.

E Delmo, eccome se ne approfittava! Fantasticava. Pensava ai tempi in cui il suo villaggio non esisteva nemmeno, e il bosco occupava tutta la collina, e non c’erano i campi, e soltanto gli animali erano i padroni di quella natura selvaggia. Doveva essere molto bello, quando lì non c’era l’uomo. Immaginava il silenzio che vi aveva dominato, rotto solo dalle voci della natura, sempre armoniose, e così differenti dalla voce della sua Filma.

Un giorno di quelli gli apparve un angelo. Lui sulle prime non ci credette. Era tale e quale l’angelo che si vedeva in chiesa accanto all’immagine della Madonna, con una veste lunga e bianca e due ali enormi, anch’esse candide come la veste.

Siccome l’angelo non parlava, ma era rimasto lì a guardarlo, lui non sapeva se fosse uno scherzo della sua mente o realtà.

– Vedi niente, Filma? – aveva tentato di dire alla sposa.

– Che cosa dovrei vedere. Che? sei ubriaco?

Infatti a Delmo piaceva accompagnare quei momenti del suo riposo col vino, che beveva però a piccoli sorsi e non si poteva dire che si ubriacasse, anzi ubriaco non era mai stato, al contrario di qualcun altro del villaggio, che aveva picchiato perfino la moglie.

– Niente – disse subito, e si stropicciò gli occhi per vedere meglio. L’angelo era ancora lì e non parlava, ma ora gli sorrideva.

– Si vede che ha intenzione di prendermi in giro – pensò.

Allungò la mano per toccarlo, ma niente: non afferrava che l’aria, e ripeté più di una volta quel gesto, facendo attenzione che la moglie non se n’accorgesse. Figuratevi che cosa avrebbe pensato e quante gliene avrebbe dette! Ma quando Filma uscì fuori per andare nell’orto, Delmo si fece coraggio e svelto svelto mugugnò:

– Sei un angelo vero? – e si sentì rispondere di sì.

– Che sei venuto a fare?

– A metterti alla prova.

– Alla prova di che? – disse incredulo e spaventato.

РDio ha disposto per te giorni di grande sofferenza e di dolore, perch̩ sei un uomo buono.

РE se sono un uomo buono, perch̩ mi castiga?

– Non sarà un castigo, ma una prova del suo amore per gli uomini.

– Non ci capisco niente. Spiegati meglio.

– Dio vuol sapere se l’uomo che ha creato e che sembra così crudele, colmo di ogni vizio, sia davvero un essere cattivo. Se così sarà, Egli è pronto a distruggerlo, allo stesso modo che lo ha creato, perché saperlo cattivo, superbo, iracondo, invidioso, avaro, pretenzioso e così via lo rattrista. Egli non fa che volgere ogni giorno il suo pensiero agli uomini, ed è tanto grande la sua pena che spesso si duole di averli generati. È arrivato perfino a pensare di aver compiuto un qualche sbaglio nel crearli, e sai bene che un errore non può essere commesso da Dio. Egli è arrivato al punto, perciò, di dover prendere al più presto una decisione.

– E sceglie me per una prova così difficile?

– Ritiene che tu sia l’uomo giusto.

– E per quale motivo?

– Ha visto come sai sopportare tua moglie.

– Ah! – fece lui, spalancando tutta la bocca e si accorse che l’angelo sorrideva.

– Se accetterai, ci sarà una ricompensa per te.

– Quale?

– Sarai tu a sceglierla.

– Potrò chiedere qualunque cosa?

– Qualunque cosa – disse l’Angelo.

– Sarà una prova dura?

– Sì, ma Dio conta su di te per ritrovare la sua pace, ed è sicuro che ce la farai. Per questo ha mandato me.

РE Dio ̬ riuscito a trovare me, che vivo in questo villaggio sperduto tra i monti?

РNon lo deludere, poich̩ Dio ha esaminato il cuore di tutti gli uomini ed ha scelto il tuo.

– Il mio? – fece lui guardandosi il petto.

– Il tuo – disse l’angelo, che aggiunse:

– Non dovrai mai dire niente a tua moglie del nostro patto. Accetti, dunque?

– Ma davvero potrò chiedere qualunque cosa?

– Qualunque cosa – ripeté l’angelo.

– Puoi dirmi in che cosa consiste questa prova?

– No. Dovrai accettarla senza conoscere ciò che potrà succederti. Purtroppo per te, questa è una condizione irrinunciabile. Accetti?

– Sì – disse Delmo.

– Tornerò quando sarà il momento di consegnarti il tuo premio – disse. E subito scomparve, proprio nel momento in cui sull’uscio compariva Filma, che aveva tra le mani un cavolo e tre o quattro pomodori che aveva colti nell’orto.

– Stasera ti faccio la zuppa – gli disse.

Da quel giorno molti ne passarono senza che accadesse nulla, poi ad un tratto, col trascorrere degli anni, Filma cambiò, divenne malvagia, e arrivò ad alzare le mani su Delmo. La gente lo sapeva e compativa quel disgraziato.

– È un uomo senza spina dorsale – dicevano. E Delmo sopportava, senza ricordarsi che quelle potevano essere le conseguenze del patto che aveva fatto con l’angelo: sopportava, infatti, giacché era buono. Eppure sarebbe bastato che reagisse con uno schiaffo per mettere a tacere quella scorbutica, tanta era la forza racchiusa in quel fisico ancora vigoroso. Ma Delmo era fatto così e Dio non lo aveva scelto a caso. Volevano dei figli e non ne vennero. Si parlò di lui come di un uomo sterile, e col tempo qualcuno rideva sotto i baffi quando passava per la strada del villaggio e andava in chiesa a braccetto della moglie. E Filma ebbe anche un amante. Lo scoprì un giorno che era rientrato a casa prima del tempo. Era uno che veniva da fuori, dal piano. E tanto fece e brigò, Filma, che sembrava avesse ragione lei.

– Voglio un figlio – si mise a gridare – e tu non sai darmelo. Me lo dovrà dare qualcun altro, allora.

Ma i figli non vennero, nonostante Filma li cercasse presso altri uomini. Poi si ammalò, la colpì un ictus cerebrale, che dapprima la costrinse a camminare con un bastone. Lei non si diede per vinta, accrebbe la sua malvagità, nonostante la malattia, e continuò a brontolare, e con quel bastone ogni tanto lo colpiva quando sulle spalle, quando sulla testa, quando sulle gambe, e Delmo continuava a non reagire e a volerle bene. Poi la malattia progredì e Filma non fu più capace di muoversi. Allora sì che alzava la voce e pretendeva di esser servita! E Delmo la sollevava dal letto, la puliva, la lavava, la metteva sulla carrozzella, cucinava e la imboccava. Prima dava da mangiare a lei, e soltanto dopo si metteva a tavola. Lei pretendeva di stare accanto a lui seduta sulla carrozzella, lo spiava mentre deglutiva, sembrava gelosa della sua salute, e non faceva che tormentarlo. Ma Delmo continuava a volerle bene, mai una volta che alzasse la mano su di lei, o la sgridasse. Non ricordava nemmeno più il patto con l’angelo. Amava così tanto la sua sposa, che vederla così ridotta gli procurava una grande tristezza. Certe volte piangeva, col viso nascosto tra le mani.

Ma quando Filma morì, l’Angelo fu puntuale all’appuntamento promesso in quei lontani anni, e di ritorno dal funerale, Delmo se lo trovò proprio davanti alla tavola di cucina, come quella prima volta.

– Esprimi il tuo desiderio – gli disse.

– E la prova? – domandò lui.

– Dio è rimasto contento di te – disse l’angelo.

– Ma che cosa ho mai fatto?

– Hai dato a Dio la dimostrazione che non sbagliò quando creò l’uomo, e non potrai mai immaginare la gioia che Gli hai procurata.

– Non ho fatto niente, io… – balbettò.

– Hai fatto tanto, invece, ed ora Dio mi manda ad esaudire il tuo desiderio.

E Delmo pensò a Filma, alla sofferenza e alla tristezza patite dalla sua sposa, e ricordò i giorni in cui erano stati felici. E così disse all’angelo che avrebbe voluto che, subito dopo la morte, alla sua Filma fosse concesso, prima di raggiungere l’aldilà, di rivivere i giorni più belli della sua vita.

– Sarà fatto – disse l’angelo, contento di poter esaudire una richiesta tanto generosa – Alla tua Filma, da questo istante verrà concesso, per la durata di sette giorni, di rivivere i momenti della sua vita che lei sceglierà. Ciò però non accadrà su questa Terra e tu non la potrai rivedere. E, tuo malgrado, di ciò che avrà scelto e rivissuto, non ne saprai mai niente.

– Ti ringrazio e ringrazio Dio per questa gioia che mi dà – disse Delmo.

– E sarà per merito tuo che da oggi lo stesso dono sarà concesso a tutti gli esseri umani che moriranno.

– Anche a me?

– Certo – disse l’angelo sorridendo.

Voi non ci crederete, ma Delmo non stette più nei suoi panni al pensiero che dopo la sua morte, per una intera settimana, sarebbe stato di nuovo con la sua Filma. L’angelo lesse nella sua anima, sorrise e se ne andò via contento.

Dunque, da oggi anche voi sapete che dopo la morte Dio ha concesso agli esseri umani, sin da quei lontani tempi,  un breve periodo di sette giorni in cui essi potranno ritornare a vivere i momenti della loro vita che sceglieranno. È molto, sapete, è tanto! Quante volte si è sentito dire: potessi tornare indietro nel tempo, potessi rivivere quei tali giorni. Quando udivo queste parole, tacevo, vincolato dal segreto, ma nel mio cuore esultavo dalla gioia, pensando che c’è stato su questa Terra un uomo tanto buono e generoso da meritare da parte di Dio un tale dono anche per noi.

Per quanto mi riguarda, e lo auguro tanto anche a voi, mi avvierò docilmente verso la morte, che non mi fa più paura.


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Bart