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LEGGENDE: Il diavolo e la città di Lucca

17 Settembre 2009

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

Che il diavolo continui a spadroneggiare nel mondo è verità che non occorre dimostrare. Sta sotto gli occhi di tutti. Ingiustizie, povertà, malattie, guerre lo infestano perfino negli angoli più sperduti, seminando sofferenze e tribolazioni.
Si pensava che al termine della Seconda guerra mondiale il diavolo potesse sentirsi soddisfatto e lasciarci in pace; invece la sua insaziabile avidità ha tratto proprio da quella terribile guerra nuova forza e nuovi perversi desideri.
Sicché sarà difficile liberarsene.
Lucca, però, unica forse tra le città del mondo, c’è riuscita.
Possibile? Sì, è cosa provata. Come c’è riuscita? Grazie ad un sant’uomo di cui è rimasto solo il nome, Demetrio, vissuto nel secolo scorso.
E che cosa fece mai Demetrio?
Viveva in una modesta casupola all’interno della città, nei pressi della Cattedrale. Ogni mattina, prima di recarsi al lavoro (era un artigiano idraulico), vi si recava ad ascoltare la Santa Messa, poi si fermava davanti alla cappellina ottagonale di Matteo Civitali e supplicava il Volto Santo che facesse diventare tutti gli uomini più buoni. Era convinto che se essi avessero ascoltato il loro cuore, ciò sarebbe stato possibile. Un po’ d’amore tra gli uomini sarebbe bastato a riscaldare il mondo.
Persone come Demetrio erano sparse un po’ dappertutto, sia in Italia che nel resto del pianeta; tuttavia l’amore stentava ad imporsi sull’avidità, sull’egoismo, sulla prepotenza e sulla superbia degli uomini, al punto che Demetrio cominciò a disperare di riuscire.
– Possibile, Dio, che hai fatto gli uomini in questo modo? Possibile che il peccato originale li abbia resi così cattivi?
Erano gli anni subito dopo la guerra. Le macerie prodotte dai bombardamenti erano ancora ammassate nelle città; la ricostruzione era appena cominciata, ed erano proprio quelli i tempi in cui il diavolo percorreva le strade del mondo per alitarvi tutti i vizi possibili, di modo che l’odio e la cattiveria crescessero insieme alle nuove case e alle nuove mura.
Demetrio si avvedeva di tutto ciò. Camminando per le strade della città, scopriva che l’egoismo degli uomini si era fatto più grande. Ciascuno pensava a sé, a ricostruirsi una fortuna che la guerra aveva dispersa. Erano i tempi in cui arraffare a danno del prossimo era facile. I più scaltri sapevano che l’occasione non doveva andare perduta. Il diavolo soffiava sul fuoco, si vedeva.
Così Demetrio prese la sua decisione. Visto che nulla poteva fare per salvare il mondo, si sarebbe adoperato per salvare almeno la sua città. I Lucchesi già pativano senza battere ciglio la nomea di parsimoniosi e tirchi, ancor più dei Genovesi, ma che finissero schiavi del demonio, a Demetrio questo non andava giù. Voleva bene alla sua città, dove era nato e dove erano nati i suoi genitori, i suoi nonni e così tutti gli altri suoi antenati, dai quali aveva ereditato il mestiere e la stima dei concittadini.
Così una notte si mise di posta in città, in attesa che passasse il diavolo, che in quei giorni aveva il suo bel da fare.
Aspetta una notte, aspetta un’altra notte, aspetta una settimana, e a Demetrio venne il dubbio che il diavolo avesse scoperto o saputo della sua intenzione di incontrarlo e, temendolo in qualche modo, se ne tenesse alla larga.
Allora non si mise più in vista, a testa alta per una sfida con lui, ma si nascose nei portoni intorno a Canto d’Arco, perfino in quello della casa natale del novelliere Giovanni Sercambi, lì vicino.
Si trovava proprio nascosto in quell’antico ed elegante androne, quando vide passare con la coda ritta e il busto inclinato in avanti, gli occhi strabuzzati e vogliosi, il diavolo.
D’un salto fu fuori dal nascondiglio.
– Fermati, Belzebù, gli disse.
– Che vuoi, Demetrio. Era irritato, si vedeva.
– Conosci il mio nome?
– Dimentichi chi sono.
– Non lo dimentico, sei il diavolo, l’essere più spregevole dell’universo.
– Bada come parli.
– Non ho paura di te.
Il diavolo si lasciò sfuggire una risata, che trasformò presto in un ghigno beffardo.
– Potrei fare di te un mucchietto di cenere.
– Tu non puoi farmi un bel niente. E mostrò la croce che portava al collo, vedendo la quale il diavolo fece qualche passo indietro, coprendosi gli occhi.
– Tu sia maledetto, Demetrio.
– Ora verrai con me. Sapeva, Demetrio, che, grazie a quella croce, lo teneva in pugno, ammansito come un agnellino.
– Dove vuoi portarmi?
– Lo vedrai. Seguimi e non fiatare finché non te lo dirò io.
Dovete sapere, a questo punto, che a Lucca c’è una chiesa speciale, la chiesa di Sant’Agostino (sec. XIV), dove si conservano le spoglie della Beata Elena Guerra. Ma non è di lei che vogliamo parlare, bensì d’un’altra specialità che si conserva in questa chiesa: la voragine dell’inferno.
Si racconta, infatti, che secoli prima, un soldataccio, perdendo ai dadi, lanciò una bestemmia e un sasso contro l’immagine della Madonna, la quale fece in tempo a passare dal braccio destro a quello sinistro il Bambino Gesù, salvandolo dal sasso, che  invece colpì la sua spalla, facendola sanguinare. Immediatamente ai piedi del soldato si aprì una voragine, sopra la quale rimase sospeso per qualche istante, in attesa che si pentisse; poi, non avendolo fatto, precipitò nel buio più assoluto, lasciando dietro di sé la scia di un urlo terrificante. Seguì un lungo silenzio. Gli altri soldati si affacciarono sull’orlo della voragine, ma non riuscivano a scorgere niente. Così decisero di calarvi una fune che quando fu di nuovo tirata su aveva la cima tutta bruciacchiata e puzzolente. Si dice che vi calassero poi anche un cagnolino, per udirne i guaiti, e anche quello tornò su tutto bruciacchiato. Così capirono che quella voragine conduceva dritto dritto all’inferno. Pieni di spavento, pensarono bene di chiuderla, affinché nessuno vi cadesse più, ed ancora oggi la si può vedere a sinistra, sul pavimento della cappellina detta della Madonna del Sasso, dove si conserva la sacra immagine oggetto dell’atto sacrilego. Per chi entra in chiesa, la cappellina si trova sulla propria destra.
Demetrio aveva in mente di condurre il diavolo proprio lì. Si ricordava di aver letto qualcosa circa l’uso che si poteva fare, per ammansire il Serchio, di quella voragine, che collegava direttamente i Lucchesi all’inferno[1]. E così aveva pensato di usare questa antica idea come minaccia.
Giunsero alla chiesa. Il diavolo non voleva entrare, ovviamente. Si ritraeva con forza ogni volta che Demetrio lo prendeva per un braccio.
– O vieni dentro, o con questa croce ti farò pentire di avermi incontrato.
Il diavolo sapeva bene che un uomo adirato avrebbe potuto fargli molto male con il segno di Cristo, e perciò si piegò alla decisa e ostinata volontà di Demetrio. Entrò, seguendo a fatica e indispettito quello che ormai era diventato il suo padrone.
– Eccoci qua;  disse  Demetrio quando si trovò sopra la botola.
– Sai che cosa c’è qui sotto? domandò.
Il diavolo con tutti i guai che aveva combinato nel mondo, figuratevi se ricordava la botola del soldato. L’episodio era accaduto qualche secolo prima, come poteva rammentare?
Ci pensò Demetrio.
– Questa è la botola che collega la città di Lucca alla tua puzzolente casa. Sai che ho intenzione di fare?
Il diavolo già lo immaginava ma volle sentirselo dire.
– Porterò il fiume Serchio qua dentro. Non è lontano. Come fece san Frediano, anch’io ne devierò il corso, ma questa volta non per allontanarlo dalle mura della città, bensì per condurvelo dentro. E proprio qui. Una lunga tubazione lo incanalerà e lo farà riversare, attraverso la voragine, fino a casa tua. Sai che cosa significa?
Anche questo il diavolo sapeva, ma stette ad ascoltare Demetrio.
– Significa che il tuo regno, dove sei così felicemente occupato a martoriare gli uomini peccatori, con tutta l’acqua del Serchio che vi cadrà, entro qualche anno ti lascerà in mezzo alla strada. Tutte le tue fiamme saranno spente, tutti i peccatori non soffriranno più le cosiddette pene dell’inferno, e si rivolteranno contro di te, facendoti schiavo e facendo schiavi i tuoi compagni, così che fino alla fine del mondo ti leverai la voglia di faticare e di ubbidire ai mortali.
Il Serchio, bada, non è fiume che si lasci intimorire. Ci fu un tempo che i Lucchesi lo temevano perché spadroneggiava sulle campagne riducendo in miseria la gente, allagando case, terre e averi. La sua acqua scorre abbondante da che esiste il mondo. Pensa quanta ne riverserà nel tuo regno arroventato dalle fiamme. Tu senza fiamme, lo sai bene, che non vali un soldo bucato. Da Principe diventerai schiavo, da superbo camminerai con la coda tra le gambe. È questo che vuoi?
Il diavolo non rispose, giacché la risposta era implicita, scontata.
Demetrio continuò.
– Allora, se non vuoi tutto questo, lascia in pace la mia città. Non varcare mai più le sue Mura. Guai a te, se lo farai un’altra volta, poiché i Lucchesi non ti offriranno un’altra occasione, e sarà la tua fine per sempre.
Fu così che il diavolo si ritirò mogio mogio e in tutta fretta dalla città. Varcò le sue Mura, una volta fuori si girò a guardare per l’ultima volta le sue torri, i suoi campanili, pensò alle terribili e quiete parole di Demetrio e si convinse che i Lucchesi non ci avrebbero pensato su due volte a mettere in pratica quanto Demetrio aveva minacciato di fare.
Da quel giorno, il diavolo non è più venuto in città, e si dice che Lucca, grazie a Demetrio, sia forse l’unica città del mondo preservata dalle insidie del demonio.

1 Si veda: Rodolfo Del Beccaro: “Lucca, leggende e storie”, Editrice Titania, 1994, pag. 10.


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4 Comments

  1. Comment di Carlo Capone — 17 Settembre 2009 @ 10:34

    Deliziosa leggenda, Bart. Forse inorridirai, ma il diavolo che si ritrova la casa allagata e se ne va (scornato?) con la coda tra le gambe è un personaggio disgraziato e umoristico che può apparire anche simpatico, tanti sono i guai che passa. Somiglia a Geppo, quel goffo diavolaccio dei fumetti di una volta. Il nostro poi è quantomeno incauto: ma che fai,idiota, ti inimichi un idraulico? col rischio di ritrovarti in ammollo?

  2. Comment di Bartolomeo Di Monaco — 17 Settembre 2009 @ 16:30

    Vanno coccolati, gli idraulici, Carlo.
    Grazie dell’attenzione.

  3. Comment di Gian Gabriele Benedetti — 17 Settembre 2009 @ 21:02

    Un diavolo scornato ed un lucchese deciso e astuto, in una lotta tra bene e male. Una lotta tra chi vuole liberare almeno la sua città dal dominio del maligno ed il maligno stesso che pare sentirsi padrone assoluto anche “dentro le mura”. Ne emerge l’umanità dell’autore, che proietta la sua anima buona e generosa all’ottenimento di quello scopo nobile ed a contrastare egoismi, violenze, aridità… Ma soprattutto ritorna evidente l’amore che l’autore stesso riversa nei confronti della “sua” città, su cui vorrebbe creare una “campana pneumatica” di valori e di sostanza, a proteggere, anche e non solo, la incomparabile bellezza dei suoi angoli e delle sue storie.
    Leggenda originale e suggestiva, il cui sviluppo e lo stesso esito risultano gradevoli, in un piacevole disegno espressivo, che, se non erro, ricorda il “procedere” narrativo di diversi novellieri toscani
    Gian Gabriele

  4. Comment di Bartolomeo Di Monaco — 17 Settembre 2009 @ 21:30

    Sì Gabriele, per la città di Lucca ho un grande amore, come tu lo hai per la tua bella Garfagnana. Ne hai lasciato memoria nel tuo libro di racconti “Paese”.

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