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LEGGENDE: Il fantasma del soldato

14 Marzo 2008

di Bartolomeo Di Monaco

[Per le sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

Chi non ha mai visitato il piccolo paese di Meati, ad ovest di Lucca, sulle colline che si levano tra Fagnano e Montuolo, sappia che si tratta di uno dei tanti gioielli che incastonano la città, come ad esempio, nelle vicinanze, il paesino di Gattaiola.
Meati nell’alto Medio Evo era “un centro fortificato di proprietà longobarda. Molto suggestivo il piazzale della chiesina romanica, addossata ad un campanile un tempo provvisto di arco centrale. “, scrive Guglielmo Lera nel suo libro “Lucca città da scoprire” (Maria Pacini Fazzi editore, 1975).
Salendo da Meati, si arriva, attraverso una stradina fiancheggiata da selve e boschi di pini, aceri, acacie ed arbusti di ogni specie, alla località detta delle “Tre fontane”, ora ridotte ad una sola, dalla quale sgorga l’acqua della famosa sorgente chiamata “Polla del Bongi”, dal nome di un’antica famiglia. Ogni giorno, quell’acqua viene prelevata da molti paesani, poiché leggerissima e dotata di molte proprietà salutifere. Poco prima, si scorgono sulla destra i ruderi di una chiesa, la “Cella di frate Rustico”,  abitata secoli fa da un eremita. La località e la Cella servirono da rifugio durante l’ultima guerra a molti sfollati, non solo di Lucca, ma provenienti da molte città vicine, in particolare da Livorno.
Ebbene, si narra che quello stretto sentiero che conduce dalla chiesa di Meati fino alla Cella di frate Rustico sia percorso, certe notti di tempesta, da un fantasma. Va su e giù, come se fosse assalito da una continua smania. Sparisce non appena ode il rumore di un’auto o i passi di un visitatore. Chi è riuscito a vederlo racconta che indossa sempre una divisa militare, lacerata e scolorita, e i calzoni sono tenuti su alla meglio da una corda che circonda la stretta vita dell’uomo. Non ha armi con sé, sebbene gli stivali usurati e sporchi ricordino un uomo in guerra.
Non ha cattive intenzioni, e non ha mai aggredito nessuno da che lo si è visto la prima volta. Incuriosita, la gente si è domandata per anni chi fosse, senza venirne a capo. Finché fu raccontata la storia che segue.
Si era al tempo in cui la guerra stava per finire, gli ultimi mesi del 1944. I tedeschi, ormai sfiduciati nella vittoria, la cui certezza li aveva accompagnati forti e baldanzosi per  tutta l’Europa, e resi spietati assassini, rastrellavano i boschi in cerca di partigiani e disertori. Li raccoglievano alla Pia Casa, a Lucca, ma anche in altri luoghi dove spesso immediatamente, o alcuni giorni dopo, venivano fucilati. Furono mesi terribili per la Lucchesia. Molti sbandati si erano rifugiati alla Cella, e da lì stavano all’erta, per prevenire la cattura e la morte.

Successe così che una sera che pioveva a dirotto, un soldato tedesco si trovasse a passare da quei luoghi, rimasto isolato dai compagni, i quali continuavano a rastrellare, scendendo la collina con i prigionieri tenuti a bada dalle loro armi micidiali.
Alcuni rifugiati lo scorsero e pensarono subito di tendergli un’imboscata per ucciderlo. Si nascosero dietro gli alberi, si assicurarono che gli altri soldati fossero lontani e, quando fu il momento, gli saltarono addosso e l’uccisero. Il soldato, si racconta, appena li vide, alzò le braccia in segno di resa. Era giovane e biondo, il suo viso era quello di un ragazzo. Gli occhi spaventati, cercò inutilmente di liberarsi dalla stretta degli assalitori, ma poi cadde, finito dai loro colpi.
Subito si pensò a nascondere il cadavere, onde evitare la rappresaglia, e si scavò una fossa sul fianco della collina, poco distante da dove si era consumato il delitto, vicino ad una vecchia casa.
Di quell’uccisione, si tenne il segreto; solo gli esecutori e pochissimi altri ne furono messi a conoscenza. Si lasciò che i giorni passassero, sempre nel timore di una rappresaglia, che non arrivò. I tedeschi avevano ben altro da fare in quei giorni; subivano continue batoste e ormai gli Alleati erano alle porte della città. Si sentivano i colpi dei loro cannoni, ai quali rispondeva sempre più debolmente l’artiglieria germanica.
Presto l’episodio fu dimenticato e nessuno ne parlò più, fin quando non apparve, quella prima sera di tempesta, il fantasma del soldato. Si credette ad una allucinazione, ma allorché il fatto si verificò nei confronti di altre persone e sempre nella stessa circostanza, di sera e con il temporale in atto, si pensò che quel tratto di strada fosse abitato da un fantasma. Solo quando fu svelato ciò che era accaduto in quell’autunno del 1944, si collegò il fantasma alla figura del giovane soldato tedesco. Si dice che ancora oggi, quando taluno, ma sempre più raramente, lo incontra, egli voglia tornare a casa e sia in attesa di qualcosa o di qualcuno che lo aiuti a realizzare il suo sogno.


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Bart