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LEGGENDE: Il miracolo di San Paolino

17 Settembre 2019

di Bartolomeo Di Monaco

Quando ci troviamo di fronte alla Porta di San Donato, quella che si apre ad occidente, una delle tre più antiche (se ne parla in questo libro nella leggenda intitolata “Le mura di Lucca”), non possiamo fare a meno di notare, lassù in alto, due grandi statue, ormai consumate dal tempo: sono quelle di San Donato (a sinistra di chi guardi da fuori le Mura) e di San Paolino (a destra: riconoscibile poiché ha vicino un bambino che gli porge una miniatura della città). Furono scolpite da Giovanni Lazzoni, nato a Carrara nel 1618 e morto intorno al 1690, e lì collocate nel 1667, ossia tre anni dopo il miracolo di cui parleremo, avvenuto nel 1664. Esse, dunque, sono lì a proteggere e a vigilare quella Porta. Si dice che se qualcuno vi capiti innanzi, e la oltrepassi con cattive intenzioni, una volta tornato a casa, vedrà prima o poi mutata in peggio la sua vita.

San Paolino, che visse nel I secolo e fu inviato a Lucca da San Pietro, è il patrono della città e fu anche il suo primo vescovo. Ogni 12 luglio, da secoli, lo si festeggia con solenni celebrazioni e si sparano anche colpi di cannone a sua maggior gloria.

Il 12 luglio 1664, nel corso di dette celebrazioni, accadde però un fatto straordinario. Uno dei cannoni disposti nella piazza del vicino baluardo di San Donato, anziché sparare a salve in direzione della Porta, scaricò “una raffica di mitraglia” sui fedeli che la stavano valicando. Ci furono alcuni feriti, secondo quanto riferisce lo storico contemporaneo Francesco Bendinelli nei suoi “Abbozzi”, ma per fortuna nessuno grave.

Nonostante le indagini approfondite che furono fatte, alla domanda del perché ciò fosse potuto accadere, nessuno seppe dare una risposta convincente e definitiva.

Roberta Martinelli ha dedicato un libro a questo episodio, intitolato “12 Luglio 1664. Il miracolo di San Paolino”, edito da Maria Pacini Fazzi nel 1988.

Il libro riporta il bel dipinto del lucchese Girolamo Scaglia (1620 – 1686), che si può ammirare all’interno della Basilica di San Paolino, nel transetto a destra, sopra il confessionale, in cui si vede, in piedi su di una nuvola, circondato da angeli e cherubini, il vescovo che leva la mano a proteggere i cittadini che stanno entrando attraverso la Porta San Donato. Sempre nella stessa Basilica, a destra dell’Altare Maggiore, si può vedere, altresì, un altro dipinto di grandi proporzioni che riporta, esso pure, il miracolo, opera di Filippo Gherardi (1643 – 1704).

Ci tramanda il ricordo del miracolo anche la bella epigrafe posta sulla facciata della chiesa, sopra il portone d’ingresso. Riportiamo dell’epigrafe, tradotta, nel libro della Martinelli, dal latino in italiano, questa parte descrittiva che riguarda “l’improvvida scarica esplosa dall’armamento delle mura”: “Questa percosse i passanti, stracciò le vesti/ avrebbe potuto spogliarli della vita/ se il Santissimo Pastore/ fatti cadere in terra i frammenti dei proiettili/ non avesse impedito ogni possibilità di ferirli”.

Per il grave incidente, furono accusati di negligenza Filippo Stiavacci, in quell’anno aiutante del capitano dei bombardieri e il bombardiere Agostino Regoli. Ma chi pagò per davvero con l’espulsione dal corpo furono i bombardieri Michele Chifenti, il quale “ne fece sparare uno, che era caricato a palle di moschetto.” e Matteo Bartoli “che, dopo aver tolto la polvere da uno dei cannoni, si era allontanato senza ragionevole motivo.”.

Si arrivò a stabilire che, come ancora scrive la Martinelli: “L’incidente non era dunque il frutto del caso, ma appariva come il risultato inevitabile di una conduzione improntata da superficialità ed irresponsabilità che si inseriva in una situazione di cronica incuria.”.

Ma si deve credere che sia andata proprio così?

Una leggenda che pochi conoscono metterebbe le cose in maniera un po’ più convincente. Vediamo come.

In quegli anni, il diavolo bazzicava spesso la città di Lucca. Aveva in forte antipatia il fatto che vi fossero state erette così tante chiese. Non ne bastava una, o anche due, o anche tre? No: i Lucchesi ad ogni angolo, ad ogni piazzetta ne avevano voluto costruire una più bella dell’altra. Sicché il diavolo s’era messo in testa di fare, a quei cittadini baciapile, dispetti e ogni altra sorta di irriverenze che turbassero loro il sonno, cercando di introdurre in città qualche furbacchione al suo servizio. Il diavolo, infatti, non rinunciava mai ad indurre qualcuno in tentazione per tirarlo dalla sua parte. Era accaduto con la bella Lucida Mansi (1606 – 1649), vissuta proprio pochi anni prima del miracolo di cui trattiamo, e quel successo l’aveva non solo inorgoglito ma reso ancora più sfrontato e superbo.

Il diavolo sapeva bene, però, che l’impresa era assai difficile, poiché sulla Porta San Donato c’erano due santi a vigilarne l’ingresso, San Donato e San Paolino, che nessun altro, all’infuori di lui, poteva vedere (ecco perché tre anni dopo, nel 1667, furono collocate le due statue a ricordo del servizio da essi reso alla città), e la cosa lo indispettiva. Più di una volta aveva cercato di distogliere la loro attenzione per lasciar passare qualche suo astuto malandrino, ma inutilmente. Chi passava da lì – il diavolo lo aveva potuto constatare con i propri occhi – doveva avere l’anima candida come la neve, a tal punto che quel candore gli offuscava la vista: insomma, non ne poteva proprio più, e quando alzava lo sguardo ai due santi non sopportava che ridessero di lui. San Paolino, poi, sembrava il più contento, essendo il patrono della città.

Non si rassegnava, tuttavia; e non c’era giorno che non scegliesse qualche Lucchese di suo gradimento e lo spedisse alla Porta e si mettese ad osservare la riuscita dell’impresa. Ma – quando ad opera di San Donato quando di San Paolino -, appena il prescelto stava per valicare la Porta, ecco che gli capitava un qualche turbamento e, insicuro e inquieto, si risolveva a fare ritorno a casa.

Il diavolo si convinse, alla fine, che quella non poteva essere la strada giusta, e che da quella Porta non sarebbe mai potuto passare un suo peccatore. Doveva, dunque, dichiararsi sconfitto? Non fosse mai! Così, decise di prendersi la sua vendetta. E quale modo migliore poteva esserci se non quello di scegliere, per metterla a segno, il giorno in cui la città festeggiava proprio San Paolino, il suo patrono, ossia il 12 luglio?
Correva l’anno 1664.

Vi domanderete, a questo punto, che cosa avesse in mente il diavolo: ed ecco il suo piano.

Intanto, sapeva che dalle cannoniere del vicino baluardo San Donato si sparavano colpi di cannone a salve per onorare il patrono della città. Inoltre, sapeva che in occasione della festa affluivano attraverso la Porta, e in numero assai maggiore che negli altri giorni, molti abitanti del contado e anche vari forestieri; e, ancora, sapeva che quelle erano anime buone, devote in tutto e per tutto a Dio, il suo acerrimo nemico: e sul fatto che fossero anime buone non c’era davvero da dubitare, giacché San Paolino non avrebbe mai permesso il passaggio di un peccatore proprio in quel sacro giorno a lui dedicato, e avrebbe raddoppiato la guardia, insieme con San Donato. Dunque, erano tutte vittime, quelle, con le carte in regola per rendere trionfale la sua vendetta.

Infine: il piano doveva essere di una semplicità estrema, per sorprendere meglio i due scrupolosi vigilanti.
Semplice?! Ma come?

Il diavolo non esitò un solo istante: sarebbe bastato manipolare uno di quei cannoni, e caricarlo non a salve bensì con palle vere, e queste, cadute sulla folla candida e credulona, avrebbero fatto una strage. Non poteva esserci vendetta migliore.

Arrivò il giorno, e il diavolo si mise all’opera tutto smanioso e felice. Si avvicinò ad uno dei cannoni e lo caricò a palle di moschetto come aveva stabilito. Poi aspettò, digrignando i denti e sfregandosi le mani.

Fu così che quando il bombardiere Michele Chifenti fece partire il colpo in direzione della Porta, il poveretto si rese subito conto del guaio che stava per succedere e, cioè, che non aveva sparato a salve, ma una cannonata vera. Si coprì la faccia con le mani per la disperazione: con tutta quella folla, sarebbe stata una tragedia. Ormai era troppo tardi – pensò – e ci sarebbe voluto un miracolo. E il miracolo venne. Ad opera di San Paolino che, accortosi di ciò che stava per accadere, alzò una mano e parò il colpo, prima che si abbattesse sulla folla. Le palle di moschetto si frantumarono e finirono in mille pezzi, alcuni dei quali caddero tuttavia sui passanti, ferendoli, ma non gravemente. La tragedia era stata evitata. San Paolino se ne compiacque. Non altrettanto il diavolo, che se ne andò stizzito con la coda tra le gambe.

Michele Chimenti, e anche gli altri bombardieri incriminati, a partire dal vecchio aiutante Filippo Stiavacci, avevano fatto, dunque, il proprio dovere e non meritavano i rimproveri e le punizioni loro inflitte.

Ma chi poteva sapere che era stato il diavolo a metterci lo zampino?


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Bart