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LEGGENDE: Il paese di Ponteccio e la storia di Angelica

1 Maggio 2014

di Bartolomeo Di Monaco
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Sono stato sempre affascinato dalle piccole comunità di paese, soprattutto da quelle sperdute in cima ai monti, dove la mia mente immagina che un’esistenza serena, primordiale vi dimori, fatta di solidarietà tra la gente, di amicizia, di aperte confidenze, di tranquilla allegria.
Dentro quelle calde visioni, la mia anima ritrova la quiete, il ristoro, il coraggio nei momenti in cui appare difficile vivere in questa nostra società violenta.
Qualche volta che, non lontano dalla mia bella città di Lucca, mi sono spinto con l’auto fin sotto uno di questi paesini, eppoi, continuando a piedi, ho salito la montagna e ho fatto il giro delle strette viuzze, visitato i graziosi cortili affacciati sulla vallata, ammirato i vasi di fiori che sempre adornano i delicati terrazzini delle case, ho avuto conferma di quelle mie soavi sensazioni e sempre sono ritornato a casa colmo di piacere, di fiducia, di speranza.
Ancora oggi, durante gli inverni, e particolarmente nelle rigide giornate di neve, chiuso nel mio studio, col pensiero non sto a casa mia, ma spesse volte mi ritrovo lassù, e vedo il montanaro che cammina nella stretta via imbiancata del suo paese, odo il chiacchiericcio delle donne ferme davanti all’unica bottega, con gli scalini ancora spolverati di neve, sento il rintocco delle campane provenire dall’antico campanile, e, giunta la sera, scorgo le piccole luci accese nei cortili, le strade bianche, su cui riverbera la luce giallastra dei pochi lampioni. Poi, sul tardi, qualcuno, solitario, che fa ritorno a casa.
Fu proprio in uno di questi deliziosi paesini di montagna, e precisamente a Ponteccio , una frazione del comune di Giuncugnano, oggi ridotto a poco più di cinquanta abitanti, che accadde molti anni fa la storia che voglio raccontare.
Le donne di questi paesi, di solito hanno indole semplice, sono modeste, umili, il più delle volte occupate a pensare alle cose della casa; rari e segreti i momenti della vanità.
Questa lodevole virtù si può dire che si sia conservata pressoché intatta ancora oggi, ma certamente era diffusa ai primi del Novecento, e piuttosto regola comune nei secoli precedenti.
La mattina di domenica, alla Messa, si poteva contemplare tutta la bellezza di questa luminosa semplicità.
Le ragazze, al pari delle donne più anziane, stavano in atteggiamento di preghiera durante il rito, e al momento dell’Omelia, le loro bocche parevano sospirare alle ispirate parole del celebrante, che era felice di averle davanti a sé attente, immobili, partecipi.
I canti sacri, non c’era parrocchiano che non li conoscesse a memoria e non facesse udire la sua bella voce nei momenti richiesti dalla liturgia.
Ma erano le voci delle ragazze che risaltavano festose tra tutte. Il sacerdote ne gioiva nel mentre elevava la sua preghiera a Dio.
Si distingueva tra loro una giovane di nome Angelica. Abitava proprio a due passi dalla chiesa ed era la più bella di tutte; alta, i capelli lunghi e neri, si era subito distinta dalle compagne sin dai primissimi anni dell’infanzia, quando i maschietti già le ronzavano intorno, o si appostavano lungo quelle stradette in salita, dove lei di solito passava al ritorno dalla scuola o dalla bottega.
La guardavano con stupore, incantati dalla sua grazia singolare.
Quando rientrava a casa, Angelica sentiva ancora addosso gli sguardi di quei ragazzi e ne percepiva il calore su tutto il corpo. Correva in camera sua, e si precipitava a rimirarsi davanti allo specchio e non resisteva al desiderio di starsene lì tutta nuda. Lasciava cadere le vesti, e il suo corpo si rifletteva delicato, mandava bagliori di sensualità.
Stava per molti minuti in silenzio ad ammirarlo, e l’occhio frugava dappertutto, e Angelica si compiaceva nel constatare che nessun difetto minacciava la sua tenera bellezza.
Passarono alcuni anni.
Angelica manteneva le sue promesse. Ancora i giovanotti le correvano dietro quando la vedevano passare, ed ora, anzi, qualcuno, che da ragazzino era stato più ardito, aveva qualche impaccio di fronte a lei. Angelica se ne accorgeva e provava una sensazione eccitante, che la esaltava.
Era sicura di piacere agli uomini.

Quando si ritirava in camera sua, si chiudeva a chiave. La mamma pensava a qualche timidezza della sua bambina e lasciava fare, ma Angelica invece con smania, con furia, con frenesia, una volta girata la chiave, si precipitava allo specchio e, dando sfogo alla sua anima, lasciava piano piano cadere le vesti, e contemplava con voluttà quel corpo adolescente; poi si voltava, osservava i capelli discendere sul dorso, li vedeva scivolare sui fianchi; li accarezzava e li sentiva complici del suo divenire donna.
Un giorno, ancora una volta davanti allo specchio, il suo corpo parve scatenarsi. Vide davanti a sé, all’improvviso, la donna che aveva sognato di diventare. Non più crisalide ma splendida farfalla, sapeva finalmente chi era.
Restò chiusa in camera sua per molte ore quel giorno, nuda davanti allo specchio.
Avvertiva di non essere mai stata così contenta, così fiera di sé, così desiderosa della vita.
Nei giorni seguenti, camminando per strada, sentì gli sguardi dei giovani sopra di sé, frugarla con più ardore; perfino nelle parti più segrete della sua femminilità sentì penetrare quegli occhi. Scoprì così che, in qualche modo che ancora non capiva, ella vi corrispondeva con tutta la forza della sua giovinezza.
Che piacere provava! Come avvertiva traboccante la sua giovane età!
Le altre donne intuirono presto quel cambiamento. Non solo le compagne percepirono la differenza tra quella bellezza prorompente e la loro, che non aveva splendore, ma soprattutto le spose furono presto gelose di lei.
Il parroco fu messo in allarme.
«Prima o poi, quella lì farà succedere qualcosa in paese» si lamentavano le più invidiose.
Col passare del tempo, intanto, per una qualche malìa, s’accresceva sempre di più il fascino di Angelica. E lei ringraziava Dio di averla fatta così, e di aver posato con generosità gli occhi sulla sua persona.
In un tardo pomeriggio di pioggia, l’aria brumosa, pesante, il vecchio parroco ecco che la manda a chiamare.
Corre da lui tutta contenta.
Il parroco la squadra da cima a fondo, prima di aprire bocca.
«Dio ti ha fatto bella. Tu ne approfitti un po’ troppo, però, della tua bellezza» principia a dire.
«Mi piace che la gente mi guardi» risponde Angelica con candore.
«Ma ti guardano anche gli uomini, ed alcuni di loro sono già sposati!»
«Ditemi voi come posso fare.»
«Puoi nasconderla, renderla più umile la tua bellezza.»
«Non lo farò mai.»
«Che ne sarà della tua vita, se sei piena di vanità?»
«La mia bellezza viene da Dio.»
«La gente ha paura di te. Non ti vuole più.»
«È il mio paese, dove sono nata» balbetta Angelica. «Non faccio del male a nessuno» ripete più volte piangendo.
Nei giorni seguenti, Angelica restò chiusa in casa. I genitori sapevano della cattiveria della gente, intuivano che la loro figliola era stata colpita.
«L’invidia della gente passerà» le dicevano per farle coraggio.
Ma Angelica non si dava pace, non riusciva a capire come quella sua bellezza, che aveva tante volte domandato a Dio, potesse generarle tutto quel dolore.
Così un giorno, lassù in cielo, qualcuno si mosse per lei.
«Che ne facciamo di questa poveretta?» domandò Dio ancora una volta all’arcangelo Michele, chiamandolo vicino a sé.
«Voi avete combinato il pasticcio e sta a voi trovare il rimedio.»
«È sempre la stessa musica. Con la scusa che ho creato tutto io, voi angeli ve ne lavate le mani e i piedi. E specialmente tu, che sei un gran furbacchione.»
«Anche se volessimo fare qualcosa, voi lo sapete che è tutto inutile, poiché è difficile accontentarvi.»
«Che faresti dunque a quella donna?»
«Certo che la bellezza che le avete donato mi pare un po’ esagerata per quella gente semplice.»
«Le mie creature mi piacciono così come l’ho fatte!» brontolò Dio, dando all’angelo un’occhiata di rimprovero.
«Chi si contenta gode» rispose San Michele, che sapeva, però, di potersela permettere quella speciale confidenza con Dio. Quindi, quasi sottovoce, suggerì:
«Fatela diventare pelle e ossa, oppure toglietele qualche grammo di allegria, e anche un po’ di orgoglio non sarebbe male; o fatele spuntare qualche ruga sotto gli occhi o la cellulite nelle gambe. Oppure dei peli ispidi, neri, sul viso. O addirittura fatele cadere i capelli!»
«Invece non farò nulla di tutto questo,» lo interruppe risoluto Dio «ma renderò manifesta a tutti l’ipocrisia della gente. Perfino quel parroco dovrà chiedermi perdono della sua credulità.»
«Sarebbe stato davvero un peccato sciupare quella superba bellezza, mio Signore» commentò subito l’arcangelo Michele, tutto contento.
Detto questo, tacquero.

Si avvicinava intanto la Santa Pasqua e quel paesino di montagna era già riscaldato dal calore di quella festività primaverile, che allieta il cuore di tutti.
Qualche compagna era stata a trovare Angelica, che si era ripresa dalla sua tristezza e ora sprigionava di nuovo gioia, voglia di vivere, esuberanza. Portava indosso la sua beltà con tale distinzione che nessuno l’aveva mai vista così splendente come in quei giorni.
La primavera era nel suo pieno rigoglio. Quell’anno si era presentata puntuale all’appuntamento, e le case, i viottoli, i sentieri, le selve di castagni, tutto risplendeva di luce. Sui prati inneggiavano alla bella stagione mille varietà di fiori, tutti belli, tutti coi petali aperti, e quei colori gialli, violacei, lillà, bianchi, vermigli, trasmettevano gioia fin dentro l’anima.
Angelica ne fu contagiata, come del resto anche le altre sue compagne, e di primo mattino spesse volte lasciava volentieri il viottolo e andava nei campi, e lì si fermava a contemplare quello splendore di colori; si chinava sui fiori, ne toccava i petali vellutati, si avvicinava per odorarli.
Sì, la vita era proprio bella, anche se talvolta per vivere si doveva penare!
Giunse il giorno di Pasqua, e anche Angelica andò alla Messa domenicale.
La chiesa, colma di gente, risplendeva di luci.
Venne il momento dell’Omelia. Il sacerdote cominciò a parlare. Spiegava che la resurrezione di Cristo riguarda tutti gli uomini; lo diceva con parole calde, tenere, ed era contento quando il suo occhio, posandosi sui fedeli, li trovava attenti, compunti, conquistati dalla sua voce.
Provava gioia a pronunciare quelle parole che sapeva discendere amorose, consolatrici, nel cuore dei suoi parrocchiani.
Ma ecco che ad un tratto che cosa mai vede quel povero predicatore?
Sopra la testa di una donna compare all’improvviso una scena sorprendente, tutta racchiusa dentro una nuvoletta, tale e quale a una di quelle che si vedono disegnate nei fumetti. E quella scena si muove come fosse vera, e mostra nientemeno ciò che la donna sta pensando mentre quel prete parla!
Si vedeva, infatti, la donna seduta a casa sua davanti alla tavola imbandita, con attorno i familiari. Il marito se ne stava sbracato e gustava il piatto speciale che lei aveva cucinato. Nemmeno guardava la sposa, tanto era preso dalla sua voracità! I bambini facevano chiasso intorno alla tavola.
Vedono la scena anche gli altri fedeli, e tutti restano sbigottiti. Per chissà quale malia, la donna non s’accorge di nulla, non vede coloro che le bisbigliano attorno, che cercano di richiamarla alla devozione.
Il sacerdote si è fermato. Con il silenzio mostra intera la sua collera.
Ma che cosa succede ancora?
Dall’altare il parroco vede spuntare sulla testa di molti altri fedeli quelle nuvolette davvero sorprendenti. Da lassù, la chiesa pare costellata di piccoli palcoscenici! E lui vede che un vecchio seduto in prima fila, col viso levato al Crocifisso, apparentemente immerso nella preghiera, nella nuvoletta che gli sta sopra il capo si sta invece tracannando una bella mezzetta di vino rosso, qualche goccia perfino gli cade sulla barba! D’un fiato se la scola, e subito ne riempie un’altra, tutto contento.
«Ma che fate, Gosto?» gli grida il prete, adirato. Ma il vecchietto sta lì, non sente. Sopra la sua testa, ecco che ancora tracanna quel vino.
Ma il prete scorge presto ben altro, e lo vedono bene tutti i fedeli!
Ci sono delle donne che non riescono a tenere a freno la fantasia, e proprio durante l’Omelia si lasciano andare!
Dispetti, maldicenze, teneri idilli, adulteri, bugie, imbrogli d’ogni specie compaiono sopra le loro teste. Il sacerdote non ci vuole credere. Si stropiccia gli occhi, si porta le mani al viso, non vuole rassegnarsi; agita le braccia, cerca di scacciare le immagini. Ma proprio sul capo perfino della sua perpetua sta una di quelle scene!
Certi mariti corrono a nascondersi quando spunta la nuvoletta sul capo della propria moglie. Temono di guardare!

Invece nulla, proprio nulla, è comparso né compare sulla testa della bella Angelica.
«Non vi sembra di castigarli un po’ troppo?» dice l’arcangelo Michele, quando s’accorge che Dio s’è lasciato prendere la mano.
«Lo vedi anche tu, caro Michele, che sarebbe tempo di fare un bel repulisti sulla Terra! Perfino in chiesa non hanno rispetto per me!»
Alla fine della Messa, tutta quella gente, ancora stordita ed esaltata da quegli eventi straordinari, si radunò sul sagrato della chiesa.
A qualcuno scappò detto che una Messa così ci sarebbe voluta almeno una volta al giorno.
«Allora sì che si andrebbe tutti in chiesa, e non servirebbe nemmeno l’avviso delle campane!»
«Che cosa avete combinato, mio Signore?» si lamentò San Michele, al quale quei frizzi irriguardosi facevano l’effetto di tanti colpi di pugnale.
Ma Dio gli fece intendere che tutto ciò avrebbe portato un gran bene a quella comunità.
Infatti, non passò molto tempo che la bella Angelica s’innamorò d’un giovane del luogo, lo sposò, e tutto il paese partecipò contento alle sue nozze; ebbe dei figli, e fu quel sacerdote stesso a battezzarli, il quale per tutta la vita non dimenticò mai quella Pasqua straordinaria. La rammentò spesso nelle sue preghiere, e ogni volta che lo faceva, domandava a Dio se nel frattempo la sua gente fosse mutata.
Durante le sue splendide Omelie, quanto avrebbe pagato per saperlo!


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart