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LEGGENDE: La miracolosa Fontana di Pelleria

13 Aprile 2009

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

Via Pelleria è una delle strade più antiche di Lucca; deve il suo nome, forse, alla lavorazione di pelli che lì vi si praticava; accanto, un po’ storta, c’è Via delle Conce. Fu sempre abitata da modesti lavoratori, spesso increduli e indifferenti alle storie di ricchezze e di privilegi che animavano la città, che fu Stato libero e indipendente nel corso di molti secoli, fino quasi alla metà dell’Ottocento.
Si veniva da ogni parte d’Europa a visitare Lucca, attratti da una sua bellezza originale che le derivava non solo dalle sue Mura, ma anche dalla raffinatezza dei suoi costumi. Delle donne si raccontava che erano tra le più belle al mondo e si conosceva la leggenda di Lavinia [1] che da Apollo e da Venere era stata designata la donna più bella del mondo e destinata per una notte a giacere con Giove. Ma Lavinia voleva bene al suo Tiberio e così Giove restò con le pive nel sacco.
Ma si deve tornare al nostro rione, per dire che un tempo nella piazzetta dove hanno sempre schiamazzato i ragazzi, fino a qualche anno fa c’era una fontana non molto bella, ed oggi nemmeno quella c’è più. Pare che una specie di sortilegio vi impedisca che una fontana, che sia dissimile da quella originale di cui racconteremo la storia, possa resisterci a lungo. Prima o poi va in rovina o si essicca, non toccata da nessuno. Come ciò avvenga è un mistero che ha fatto rompere il capo a più di un ingegnere e si dice che ancora non sia nato l’uomo che riuscirà a mettervi una fontana che faccia chioccolare la sua bell’acqua e richiamare a sé le donne del luogo ad attingervi e a civettare come un tempo.
Si deve infatti sapere che prima dell’ultima brutta fontana, la piazzetta di Pelleria era guarnita di una delle fontane più belle della città, fatta di ghisa e ornata di fregi che non ce n’era eguali al mondo. Nessuno poteva spiegarsi come un rione così povero e disadorno, privo di ogni attrattiva e forse anche di ogni ambizione, avesse potuto ricevere un dono così grande. Sulle prime, non mancarono tentativi di privare il rione di quella bellezza invidiata da tanti signori che abitavano nei bei palazzi della città, i quali, pur pagandoli profumatamente, non riuscivano ad ottenere dai loro artisti fontane altrettanto belle come quella di Pelleria. Qualche tentativo di venirsela a prendere di nascosto e in piena notte non mancò nel corso degli anni, ma la fortuna volle che sempre qualcuno degli abitanti se ne accorgesse a tempo. Allora bastava un grido dalla strada, o dalla finestra se si era in casa, e subito gli uomini soprattutto scendevano a difendere il loro tesoro. Scendeva anche qualche donna a difenderlo, giacché si era diffusa la fama che l’acqua di quella fonte fosse particolare e di origine misteriosa, tale che procurava la bellezza alle donne che non la possedevano e la manteneva a quelle già fortunate. Per beneficiare di questo prodigio si doveva essere nati, però, nel rione; inutile pertanto, com’era accaduto, di venirsene da fuori in pellegrinaggio, oppure cercare di accaparrarsi una casupola striminzita per venirci ad abitare, sperando, col trascorrere degli anni, di essere scambiato per uno o una che nel rione vi fosse nato. Se gli uomini si potevano sbagliare non si sbagliava la fontana. Non c’erano trucchi, i più sottili e raffinati, che la potessero ingannare.
Così si vedeva una ragazza di Pelleria nata bruttina, che a forza di bere quell’acqua, cresceva illeggiadrendosi e attirando poi a sé un esercito di ragazzini, e quelle già belle per nascita, conservare intatta la bellezza nel corso degli anni. Quando s’incontrava una vecchia di Pelleria, non la si poteva mai dire brutta e nella pelle e negli occhi, nel sorriso, si scorgeva la luminosa bellezza di un tempo.
Capite dunque perché quella fontana facesse scandalo presso i ricchi, che non riuscivano a comprendere come il Padreterno avesse preferito compiere quell’allettante miracolo a beneficio di un rione composto da gente che era già tanto se andava a Messa per Pasqua e per Natale, mentre per il resto dell’anno passava la maggior parte del tempo a bestemmiare e a ubriacarsi. Loro invece, i ricchi, non facevano altro che offrire elemosine alla Chiesa e render visita un giorno sì e un giorno no al venerabile arcivescovo, e mai a mani vuote. Non si contava il numero delle Messe che facevano dire per le anime dei loro defunti. Insomma, il Padreterno ce l’aveva gli occhi, sì o no, per accorgersi di ciò che accadeva nella città di Lucca o era distratto altrove, o addirittura faceva finta di niente?
La questione non solo arrivò fino alle Autorità civili, ma anche alle orecchie dell’arcivescovo che, nel timore di perdere le attenzioni di tutti quei signori, si prodigò presso il parroco di Pelleria affinché convincesse quella gente a cedere la portentosa fontana alla Chiesa, che l’avrebbe messa a disposizione di tutti e, s’intende, solo a fin di bene.
Ma gli abitanti del rione si guardarono bene dal lasciarsi convincere. Poteva anche cantargliela in gloria, la Messa, quel loro parroco, ma quella supplica del vescovo la Chiesa se la doveva scordare. La fontana apparteneva a Pelleria e lì sarebbe restata per sempre.
– La darete alla Chiesa o nessun altro avrà questa fontana! – dissero anche gli Anziani, che compresero che se c’era una sola probabilità di togliere quella fontana alla gente di Pelleria, questa se la poteva giocare solo la Chiesa, che ancora godeva presso il popolo di un rispetto generale che la politica aveva in parte perduto.
– Non volete capire – rispondevano a tono quelli di Pelleria – che se la fontana esce dal rione, essa perde il suo prodigio e diventa una fontana come le altre.
– Non è vero – sosteneva il parroco. – È una fontana speciale destinata a fare del bene a tutti, non solo a voi del rione.
– Non ci convincerete mai – rispondevano. – Sapete anche voi che questa è la fontana di Guendalina. È Guendalina che ce l’ha mandata.
– Ancora credete a questa leggenda, miei poveri citrulli. Guendalina era una ragazza come molte di voi. Come poteva darvi una fontana come questa? Suvvia, vedete di far contento il nostro arcivescovo, e saranno le sue benedizioni a preservarvi dai malanni del tempo e dal peccato, giacché essere così ostinatamente legati alla bellezza è un peccato assai grave di fronte a Dio, e nessuno di voi, se continuerete ad essere pagani e non cristiani, entrerà in paradiso.
Ma una donna, una sera, alla fine del vespro, gli disse in faccia, senza mezze parole, che preferiva restare bella per tutta la vita piuttosto che andare brutta e storpia in paradiso e che se il parroco non credeva alla storia di Guendalina e della sua fontana che dava la salute e la bellezza a quelli del rione, i suoi abitanti eccome se ci credevano. I bambini, appena avevano lasciato di bere il latte al seno materno, non li vedeva, lui, che era alla fontana che correvano a dissetarsi? Le bambine addirittura, ogni volta che ci passavano vicino, non mancavano mai, raccomandate dalle madri, di bere una sorsata di quell’acqua portentosa.
Guendalina era vissuta tanti anni prima. Tutti sapevano la sua storia. Era talmente bella e felice che la paragonavano alla Lavinia della leggenda.
– Noi abbiamo avuto le due donne più belle del mondo, – dicevano quelli di Pelleria – Lavinia, che appartiene a tutta la città e Guendalina, che è soltanto nostra. Guai a chi ci tocca Guendalina e la sua fontana.
E alzavano i pugni per farsi intendere.
Dalle altre parti della città, molti venivano per vedere lei. Cercavano di nascondere la loro intenzione, ma tutti ormai sapevano che quando c’era un viso sconosciuto che girava per le vie del rione, quello era venuto per ammirare la bellezza di Guendalina.
La giovane forse non se ne rendeva nemmeno conto, poiché certe volte, mentre scherzava coi compagni, non si voltava neppure a guardare l’intruso, il quale spiava cercando di non essere visto, ma era talmente maldestro che in realtà faceva ridere un po’ tutti. Guendalina invece non rideva e, dopo aver osservato anche lei lo sconosciuto, come se niente la riguardasse, tornava a conversare con gli amici. Semplice nei modi e umile nelle parole sembrava una bellezza scesa dal cielo. Della sua mitezza, del suo splendore raro godeva tutto il rione e forse l’intera città.
C’era più d’uno che sosteneva che taluni di coloro che s’erano visti in giro per il rione, intimiditi e goffi, venivano addirittura da altre città, dove la fama di Guendalina si era andata diffondendo.
Qualche mercante riferiva di averla sentita nominare in molte città sia del Nord che del Sud, e quando apprendevano che egli proveniva da Lucca, gli si facevano intorno per sapere ogni cosa di lei.
– Sposerà un principe – ormai si diceva nel rione.
– Oppure un riccone della città.
– Un principe. O un re addirittura.
– È sempre una ragazzina. Non è ancora tempo per lei di sposarsi.
– Bella come Guendalina non ce n’è al mondo. Qualcuno non perderà tempo, vedrai, e la chiederà in sposa.
Pareva che tutte queste chiacchiere non giungessero mai alle orecchie di Guendalina, che restava quella di sempre, contenta di trovarsi tra i suoi compagni di Pelleria. Che la guardassero qualche volta con occhi di innamorati, taluni ragazzi, chissà se se ne accorgeva. Lei era cresciuta così, sempre guardata da tutti, e forse non aveva imparato a distinguere sguardo da sguardo. Quello che era certo è che Guendalina voleva bene a tutti e, così sembrava, nella stessa misura, non distinguendo tra ragazza e ragazza e nemmeno tra ragazzo e ragazzo. Forse era un dono anche questo della sua speciale bellezza.
Passò qualche anno, Guendalina cresceva sempre più bella e tutti si aspettavano di vedere un giorno arrivare nel rione un principe o un re per chiederla in sposa. L’avrebbero perduta per sempre. Sapevano che prima o poi ciò sarebbe accaduto.
E invece un giorno Guendalina si ammalò. Era diventata talmente bella da non potersi nemmeno più descrivere la sua bellezza né con parole, né con immagini di pittori, né con la musica. Ma ecco, dunque, che, al suo culmine, si ammalò; e fu talmente rapida la malattia che nel giro di poche ore morì.
Lo sgomento, la tristezza, la rabbia, si diffusero per tutto il rione, e presto dilagarono nella città e ovunque il nome di Guendalina era arrivato, sospintovi dalla fama della sua bellezza.
E nella morte, come poterono osservare migliaia di persone, era rimasta bella come se la stessa morte, nell’accoglierla, si fosse inginocchiata davanti a lei.
– La morte l’ha voluta così com’era da viva per condurla altrove – disse qualcuno.
– Dio la farà angelo da adornare il Paradiso – disse un altro.
– La malattia ha lasciato intatta la sua bellezza. Segno che era davvero speciale.
Fu un anno dopo la sua morte che degli incaricati – dissero così, ma nessuno si curò di sapere per bene le cose – vennero e scaricarono nella piazzetta la bella fontana che ora non c’è più. Si misero al lavoro e in quattro e quattro otto essa fece scorrere il suo bel filo d’acqua limpida e fresca.
Appena gli operai se ne furono andati, in poco tempo tutti furono in strada ad ammirarla. Era davvero bella, e si vide subito che uguale non se n’era ancora mai vista nella città. Aveva fregi così delicati e perfetti che chinarsi a bere dava gioia e felicità. L’acqua poi era così fresca e limpida che dopo che si era bevuto ci si sentiva diversi, pieni di una insolita vitalità.
Non passò molto tempo che si scoprì che questo prodigio che prendeva il corpo e l’anima di ciascuno del rione che bevesse alla fontana, era un prodigio generato proprio dalla fontana.
Possibile?
Quando ci si accorse poi della bellezza che diffondeva su tutti e che anche i brutti diventavano belli a poco a poco, si gridò al miracolo.
Ci fu uno che bisbigliò un giorno:
– È la fontana di Guendalina. Questa fontana ce l’ha regalata Guendalina. È il suo dono per tutti noi. Guendalina non ci ha dimenticato.
– Sì, Guendalina è senz’altro in paradiso, dove la chiamò Dio per farne un angelo. È lei che ha supplicato Dio di darci questa fontana.
Qualcuno ricordò allora che nei primi tempi nessuno dei governanti era riuscito a spiegarsi come fosse arrivata lì una fontana che nessuno in Pelleria aveva richiesto e nessuno aveva mandato. Infatti, non si trovò la pratica relativa, ma si lasciò perdere, visto che una fontana, anche se venuta chissà da dove, e mandata chissà da chi, non la si nega a nessuno.
Ma ora era tutto chiaro. La fontana era stata mandata da Lassù, da Guendalina, e forse quegli operai erano angeli come lei, i suoi nuovi amici che avevano voluto accontentarla. Per non parlare poi del Padreterno che, dopo che aveva scelto proprio Guendalina per farne un angelo, figuriamoci se non desiderava di mantenerla contenta e felice accanto a sé.
Così, dunque, per molti anni la fontana ha fatto felici gli abitanti di Pelleria, poi il rione si è andato spopolando, poiché tanti sono partiti per trovare lavoro altrove, in luoghi lontani, perfino ai confini del mondo, e così è potuto accadere che qualcuno, di nascosto e di notte, sia venuto a portarsela via. Ci è riuscito questa volta, a differenza che in quei lontani anni, quando il rione era all’erta e guai se taluno ci provava. Ora, ahimè, era stato possibile. Chissà dove si trovava la fontana. A Lucca, nascosta in qualche bel palazzo? In Italia? A Roma, nella bella capitale? All’estero?
Però, chi l’aveva presa era senz’altro rimasto deluso, giacché fuori del rione, la fontana non era più la stessa. Restava, è vero, la bellezza dei suoi preziosi disegni, degli intarsi che dovevano essere stati eseguiti dagli angeli, ma l’acqua che ne sgorgava non era più la stessa. Era acqua come quella delle altre fontane della città.
E anche quando qualcuno cercò di metterci una nuova fontana nel rione, non certo bella come quella di prima, anzi bruttina assai, e infatti durò molto poco, si scoprì subito che l’acqua che ne usciva non era miracolosa come l’altra. Senza la bella fontana l’incanto, dunque, era andato perduto.
Ancora oggi qualcuno spera che chi la possiede da qualche parte voglia alla fine restituirla al luogo per il quale fu creata, giacché solo in questo modo si può ripristinare l’antico privilegio. E chissà che Guendalina da lassù, ascoltata come dev’essere dal Padreterno, non estenderebbe le virtù di quell’acqua miracolosa a tutti coloro che se ne abbeverano, anche a quelli, cioè, che non son nati in Pelleria, ma vi capiterebbero a rinverdire una storia che pare leggenda, ma che accadde realmente, tanti anni fa.

Nota. Una nuova fontana fu inaugurata, insieme con la lapide che ricorda don Silvio Giurlani, il 5 settembre 2009.

[1] Nel racconto: “Le mura di Lucca”


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4 Comments

  1. Comment di Gian Gabriele Benedetti — 13 Aprile 2009 @ 23:45

    Una storia che pare leggenda, una leggenda che pare storia. E quasi non sai dove finisca l’una e cominci l’altra. Questa è la grande abilità di Bartolomeo. Egli è in grado di coinvolgerci, ammaliarci e di stimolare la nostra immaginazione, come a condurci per mano nel suo mondo reale e non, sempre e comunque di fascino. Il respiro del racconto, la ricca gamma di situazioni e personaggi, il grande legame della gente per il proprio “posto” (traduzione dell’attaccamento dell’autore stesso), l’inventiva immancabilmente pronta ed originale, lo sviluppo coinvolgente dei vari momenti, il quasi “religioso” delineamento della bellissima figura femminile e la favola-verità della fontana, ambita e contesa, denotano la grande fecondità dell’autore e la suggestione, l’attrattiva, il richiamo, che un luogo caro, in lui, fortemente e nostalgicamente suscita.
    E non si può che ammirare tale indiscussa, forte sensibilità e questa continua brillante creatività di un “inesauribile” (fortunatamente) Bartolomeo
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Comment di Bartolomeo Di Monaco — 13 Aprile 2009 @ 23:59

    Il rione di Pelleria, dove sono cresciuto, è uno dei pochi, se non l’unico all’interno delle Mura di Lucca, che ha mantenuto le caratteristiche popolari del passato. Ancora sono rimasti intatti i fondaci che un tempo vedevano al lavoro gli artigiani e in particolare i lavoranti delle pelli.

    Una bella fontana esisteva davvero negli anni della mia giovinezza. Ora è restato un triste basamento vuoto. La storia-leggenda, come scrivi tu, l’ho scritta per sollecitare l’Amministrazione comunale a ricollocare la fontana e sanare una ferita all’immagine antica e popolare del rione. Devo dirti che il Comune si è già attivato. Ci sono delle difficoltà (anche di carattere economico), ma non dispero nel risultato.

    L’8 aprile la Giunta comunale ha soddisfatto un’altra mia richiesta: di intitolare la piazzetta del rione che si trova di fianco alla chiesa di san Tommaso in Pelleria a colui che ne fu parroco per molti anni e si distinse come cappellano militare e partigiano durante l’ultima guerra, don Silvio Giurlani. Sto aspettando che mi comunichino la data in cui avverrà la cerimonia dell’intitolazione.
    La notizia l’ho data sul sito di Pelleria, che gestisco, come gestisco quello del mio paese di Montuolo. Si trova qui:

    http://www.pelleria.it/online/?p=517#more-517

    Grazie, Gian Gabriele.

  3. Comment di Gian Gabriele Benedetti — 14 Aprile 2009 @ 00:10

    Sei "formidabile", Bartolomeo! Questo tuo impegno affettivo e sociale è encomiabile. Spero che il Comune abbia il buonsenso di esaudire al più presto le tue sacrosante richieste, dettate dall’amore per questo rione della tua fanciullezza e (credo) della tua giovinezza, e per la sua gente
    Gian Gabriele

  4. Comment di Bartolomeo Di Monaco — 14 Aprile 2009 @ 08:55

    Nella Home, tra i link trovi scritti in maiuscolo (i soli scritti in maiuscolo) i nomi di tre luoghi (i luoghi dell’anima) a me cari:

    SAN PRISCO, il paese dove sono nato nel 1942 e dove ho vissuto i primi 40 giorni della mia vita, a cui ho dedicato Omaggio a San Prisco:
    https://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=1195

    PELLERIA, il rione popolare in cui sono vissuto fino al 1970, al quale ho dedicato il racconto Via Pelleria:
    https://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=1398

    MONTUOLO, dove vivo dal 1970, a cui ho dedicato alcuni miei romanzi: “Mattia e Eleonora”, “Cencio Ognissanti e la rivoluzione impossibile”; “Le tre sorelle”; “L’usuraio”; “Celeste”.

    Un po’ quello che hai fatto tu, Gian Gabriele, con i tuoi stupendi racconti raccolti nel libro “Paese”, che spero continuerai a inviarmi (il primo pubblicato, mi pare, è Il barrocciaio) per farli conoscere anche ai nostri lettori.

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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart