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LEGGENDE: La Pieve San Paolo, Dante e il buccellato

19 Maggio 2014

di Bartolomeo Di Monaco
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Due erano gli amori letterari dello scrittore Mario Tobino: Machiavelli (gli dedicò un libriccino “Machiavelli a Lucca”, edito da Maria Pacini Fazzi nel 1983) e Dante Alighieri, al quale riservò un intero libro: “Biondo era e bello”, uscito per Mondadori nel 1974. Del Sommo Poeta Tobino scrive, allorché si presentò alla Corte di Cangrande della Scala, a Verona: “Dante arriva, tutti sono felici di conoscerlo; un uomo dallo sguardo ardente, che parla in eccezionale modo, di eccezionale bellezza. Nel palazzo in quei giorni si è attenti e fissi a lui.” Quando, nello stesso libro, accenna a Manfredi (1232 – 1266; lo sfortunato figlio naturale del grande Federico II di Svevia, che fu sconfitto e ucciso dai soldati di Carlo d’Angiò nella battaglia di Benevento), scrive che era biondo, come Dante da giovane: “i capelli biondi come da giovane Dante, quando giocava sulle rive dell’Arno.” Inoltre sappiamo, dai ritratti che si sono tramandati, che Dante aveva il naso aquilino. Si dice anche che nella nostra città frequentasse una certa nobildonna, Gentucca Morla, sposata con Buonaccorso Fondora, nominata da Bonagiunta Orbicciani da Lucca nel Purgatorio, XXIV 37-48, di cui forse si era innamorato, la quale abitava nei dintorni della porta medioevale dei SS. Gervasio e Protasio. Uno studioso, invece, reinterpretando le parole di Bonagiunta, sostiene che si tratta, al contrario, di una bambina, nata da una relazione extraconiugale di Dante. Scrive a questo proposito Cono A. Manieri in un saggio dal titolo “Gentucca… figlia spuria di Dante?”: “Che Gentucca possa essere una figlia spuria di Dante, molto probabilmente venuta al mondo verso la fine di maggio del 1290 e ritrovata per caso durante l’esilio (io penso al tempo tra il 1306 e il 1308, quando Dante sostò nella Lunigiana e nella Toscana Marittima, dunque indubbiamente anche a Lucca), appare suggerito dalle parole stesse di Buonagiunta,

femmina è nata, e non porta ancor benda,

dalle quali traspare una situazione senz’altro confacente a una bambina di non ancora dieci anni nell’aprile del 1300, età in cui le femmine toscane non venivano ancora accoppiate contrattualmente a un maschio, anche se si preferiva farlo al più presto, in genere a partire dall’età di dodici anni”.

Nel medesimo saggio, l’autore spiega anche le circostanze in cui il fatto accadde: “qualche mese dopo Campaldino venne condotta la Taglia contro Pisa, alla quale Dante partecipò di bel nuovo come ‘cavaliere feditore’: anche questa spedizione militare risultò vittoriosa, terminando con la conquista di molte terre del Pisano, tra cui il castello di Caprona.

Nell’estate del 1289, dunque, Dante ha avuto le migliori occasioni per commettere azioni lussuriose, e sicuramente quelle di cui egli mostra di pentirsi nel settimo Girone del Purgatorio. Anzi, confesso di credere che l’atto lussurioso da purgare sia stato uno solo e che esso sia avvenuto appunto durante la Taglia contro Pisa, nell’agosto del 1289. Questa Taglia, a cui parteciparono 2.000 fanti e 400 cavalieri guelfi di Firenze, era in verità costituita anzitutto da Lucchesi e capitaneggiata da Ugolino (Nino) Visconti, lo stesso personaggio che Dante Protagonista incontra con molta festa nella Valletta dei Principi. Ora una delle dimore preferite dal «giudice Nin gentil» era appunto Lucca, la città che Buonagiunta ricorda con tanta suggeritiva affezione parlando di Gentucca, in Pg. XIV”.

In una nota precisa: “La partecipazione di Dante alla Taglia contro Pisa, e sicuramente all’assedio del castello di Caprona, viene suggerita, o si dica attestata, dal poeta stesso, in Inferno XXI 94-6:

Così vid’io già temer li fanti,
ch’uscivan patteggiati di Caprona,
veggendo sé tra nemici cotanti.
”

In ogni caso, sia o non sia accettabile questa interpretazione, sicuramente Dante soggiornò a Lucca nel 1315, quando ancora non aveva terminato la terza cantica della sua “Commedia”, a cui il Boccaccio anteporrà l’aggettivo “Divina”: e infatti, con questo nuovo titolo l’opera attraverserà i secoli. Mancavano, dunque, allorché soggiornò a Lucca, sei anni al momento della sua morte, che avvenne a Ravenna, in seguito alle febbri malariche, il 13 settembre del 1321, il giorno in cui proprio a Lucca si tiene l’antica processione di Santa Croce o del Volto Santo. Una coincidenza davvero straordinaria. Dante era nato a Firenze nel 1265 (era ancora viva Santa Zita: 1218 – 1278), forse il 29 maggio, perciò morì all’età di 56 anni. Il suo corpo riposa a Ravenna nella chiesa di San Francesco, dove Guido Novello volle che fosse sepolto con tutti gli onori, lui cacciato dalla sua città di Firenze ed esule sin dal 1303.

Dante, tuttavia, nel corso della sua vita, deve essere stato a Lucca anche altre volte, se si tramanda una storia che lo vede legato al tipico e famoso dolce lucchese: il buccellato.

Infatti, si narra che egli, attraversando le paludi che ricoprivano il territorio lucchese per una larga estensione fino ad arrivare a Bientina ed oltre, un giorno che era affaticato e affamato (a quel tempo si camminava a piedi o a cavallo), domandò ad un passante dove potesse rifocillarsi. Si trovava vicino alla Pieve di San Paolo, la cui chiesa, antica oltre che bella, fu eretta nel XIII secolo. Ai tempi di Dante risale, infatti, il bellissimo campanile e la parte che vi sta immediatamente intorno. Il resto subì continui restauri e modifiche fino a tutto l’ ‘800. I tre archi che si levano e dominano la larga gradinata risalgono al XVIII secolo. A guardarla, la chiesa riesce a trasmetterci ancora oggi, intatta e incantatrice, la suggestione dei secoli passati.

A quel tempo, la zona abbondava di forni, i quali erano adibiti in prevalenza alla cottura del pane, ma vi si preparavano in sovrappiù dei dolci così saporiti e ben fatti che rendevano la Pieve famosa anche fuori dei suoi confini. Quel passante, che non aveva riconosciuto (e come poteva a quei tempi?) il grande Poeta, gli consigliò di visitare uno di quei panettieri e di chiedere un particolare dolce del quale non sarebbe rimasto deluso (l’amico Aurelio Coronese mi ha raccontato di aver letto da qualche parte che lo si chiamasse “quel pan bon che fanno a Lucca”). Oltre a rifocillarlo, quel pane specialissimo – che altro non era che quello che oggi chiamiamo il buccellato – gli avrebbe lasciato un gradito sapore in bocca e la voglia di tornare a gustarlo. Così avvenne, infatti, e si racconta che Dante più di una volta, relazionando sui suoi viaggi, abbia riferito che, sulla strada per Lucca, giunto alla Pieve San Paolo, si riforniva di quel pane e sedeva sui gradini della chiesa a gustarselo. Ci si domanda quanti di coloro che vedevano il forestiero sbocconcellare il buccellato seduto su quegli scalini – quasi come un povero pellegrino – riconoscessero in lui il Sommo Poeta. Forse, dati i tempi, nessuno.

Una leggenda vuole che ancora oggi Dante Alighieri torni certe sere sui gradini della chiesa e aspetti che qualcuno gli doni quel buccellato di cui in vita non riuscì più a fare a meno e, persino dopo morto, a dimenticare.


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Bart