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LEGGENDE: L’angelo dei bambini non nati

7 Marzo 2008

di Bartolomeo Di Monaco

[Per le sue letture scorrere qui. Il suo blog qui. Qui tutte le informazioni sui suoi libri]

Sulla vecchia via Pisana s’incontrano uno dopo l’altro, venendo da Lucca, quattro paesi antichissimi. Il primo è Sant’Angelo in Campo, che si estende sulla destra della strada, avendo dall’altra parte le ultime propaggini di San Donato, il cui grosso agglomerato si trova più a sud; sul lato nord che conduce alla via Sarzanese, Sant’Angelo in Campo confina con Nave, il cui nome ricorda che anticamente lì un barcone era ancorato per far attraversare il fiume Serchio ai Lucchesi che volevano raggiungere Nozzano, Farneta – dove ancora oggi si erge l’antica Certosa – San Macario, fino ad arrivare sulle rive del mare di Viareggio.
Sant’Angelo in Campo, scrive Guglielmo Lera nel suo “Lucca città da scoprire” (Maria Pacini Fazzi editore, 1975), “venne completamente distrutto dai Fiorentini nel 1336.” Ricostruito, ha assunto “l’aspetto attuale ai primi dell’Ottocento.
Di Fagnano (anticamente anche Faugnano e Fagniano), che viene subito dopo, sempre il Lera scrive che “il primo documento riferito a Fagnano è dell’874.” Il suo nome deriva da “fundus favonianus”, ossia, precisa il Lera, “proprietà terriera di una famiglia Favonia”.
Qui, il 13 maggio di ogni anno viene celebrata la festa della “Madonna del pan del lupo“, legata ad un miracolo avvenuto in località “Gatti”, dove, all’esterno di una casa, è visibile un affresco quattrocentesco, più volte restaurato, che ricorda l’episodio. Si tratta di questo. Una bambina si trovò davanti a un lupo, all’improvviso (ce n’erano in quei tempi, ancora ricchi di selve e di boschi). Il lupo digrignava i denti e minacciava di saltarle addosso. La bambina, spaventata, non sapeva che fare, nemmeno riusciva a chiamare aiuto. Se ne avvide per fortuna la madre, che accorse e strinse a sé la figlia, nel tentativo di proteggerla. Il lupo, dal manto nero e dagli occhi di fuoco, aveva aggricciato il muso e sollevato il pelo, pronto a fare della bambina e della madre un solo boccone. Fu a questo punto che apparve la Madonna, avvolta da una nube celeste. Suggerì alla madre di gettare nelle fauci del lupo del pane che aveva con sé. La donna ubbidì e lanciò alla bestia affamata una delle pagnotte contenute nella cesta che aveva deposto a terra nel momento che era accorsa in aiuto della figlia. Così il lupo vi si avventò, sfamandosi. Sazio e dimentico delle donne, si allontanò, e la leggenda vuole che non sia più comparso in quei luoghi.
Gino Modena, che fu parroco a Fagnano fino al 1955 e morì ancora giovane all’età di 49 anni, in un suo lavoro recentemente stampato da Maria Pacini Fazzi: “Storia di Fagnano”, 2006, ci racconta che il paese subì nei secoli una lunga serie di “fiumare”, ossia inondazioni da parte dell’Ozzeri (“Ozzori”), vecchio ramo del Serchio. Una delle prime rinvenute nei registri della parrocchia è quella annotata da Prete Giov. Domenico Stagi, “Rettore di Fagnano, nella seconda metà del ‘600″. Egli scrive: “A di 5 Novembre 1641: venne una fiumara et durò due giornate sane a piovere et avanti che calasse coprì quasi tutto il piano et io prete Domenico Stagi Rettore di Fagnano ho fatta la detta scritta acciò che chi verrà possi credere che qui si puote andare a pescare senza rete.”
Anche la famosa peste del 1631 non risparmiò il paese. Riferisce don Gino Modena: “Dai calcoli che ho potuto fare mi risulta che oltre cento persone perirono di tale morbo, dal 24 maggio 1631 a tutto il 1632.” La prima persona morta di peste fu Maria di Matteo Gatti, che in un primo tempo “fu interrata in un campo in luogo ditto all’aia.” ma, a seguito della protesta dei paesani venne riesumata e sepolta all’interno del cimitero in un apposito spazio (“a tal effetto benedetto”) destinato ai morti di peste.
Naturalmente, la peste del 1631 fu tragica per tutta la città di Lucca; nessuno ne fu immune, e anche nei paesi lungo la via Pisana vecchia ci furono lutti che colpirono praticamente ogni famiglia.
Di Montuolo, che viene subito dopo Fagnano, ed è il mio paese, parlai a lungo nel racconto: “Montuolo e la storia di Ulderico e Laurina”. Fu sede importante di pievania e punto di riferimento per le comunità locali. Attestata la sua esistenza sin dall’VIII secolo con il nome di Flexo, da essa dipendevano tanto Sant’Angelo in Campo che Fagnano, oltre ad altri, come Vicopelago, Gattaiola, Pozzuolo, Meati (prima sotto il piviere di Massa Pisana), Nave, e Cerasomma: quest’ultimo è il paese che fa da confine tra Lucca e Pisa. Di questa sua particolarità Cerasomma fece molte volte le spese nel corso delle numerose guerre di confine tra Lucchesi e Pisani. Scrive il Lera, nel libro già ricordato, che qui avvenne la vittoria dei Lucchesi sui Pisani l’11 marzo 1223, ma anche che qui furono subite “le devastazioni e i saccheggi operati dai Pisani nel 1263 dopo il loro inutile tentativo di prendere Nozzano, e nel 1394 con l’appoggio della compagnia di ventura dei condottieri Broilo e Brancolino.” Nel paese, fino al 1847, aveva sede un’importante dogana. I ruderi di Castel Passerino, di Rupecava, della Cella del prete Rustico (“da cui probabilmente derivò il nomignolo di Cella somma, alterato in Cerasomma”, scrive il Repetti nel suo “Dizionario Storico”), e la Polla del Bongi sovrastano il paese, nella cui piccola chiesa fino a non molti anni fa ogni Natale veniva allestito un originale presepio, sempre ispirato a temi differenti di anno in anno.
Si racconta che subito dopo la guerra in questa zona ricompresa tra i paesi sopra indicati più di una persona che si trovava a camminare di notte incontrasse un bambino, il quale si avvicinava come per parlare, o chiedere soccorso, e d’un tratto spariva senza dire una sola parola. Il suo sguardo era però molto triste. Andava incontro al passante col capo chino, e solo quando gli era giunto di fronte, lo fissava con grandi occhi che emanavano una strana luce. Tutti coloro che l’avevano incontrato erano concordi nel sostenere che un senso di paura e di colpa li attanagliava allorché il bambino alzava gli occhi su di loro.
«Eppure non abbiamo fatto niente.» dicevano.
«Chi potrà mai essere questo bambino che ci appare di notte?»
«Nessuno sa chi sia. Nessuno hai mai visto di giorno un bambino che gli assomigli.»
«Che sia un fantasma.»
«O il linchetto! Che abbia in mente di farci uno scherzo, burlone com’è.»
«Ma questo bambino è triste, non può essere il linchetto.»
«Allora è uno strego!» gridò uno, tutto spaventato.
«Il suo sguardo non è cattivo, ma dolce e triste.»

Finì che una sera che un paesano bussò alla porta degli altri spaventato a morte perché non poteva più uscire senza trovarselo davanti, decisero di risolvere la faccenda una volta per tutte. Taluni si armarono perfino di forche e di bastoni. Uno si portò dietro, sulle spalle, addirittura un’accetta. La strada era buia, la guerra da poco finita aveva lasciato dappertutto i suoi segni di devastazione. Ad un tratto qualcuno indicò ai compagni un punto lontano.
«È laggiù. Ho visto muoversi qualcosa.»
A certuni tremarono le gambe, ma i più coraggiosi spronarono il gruppo, finché non videro venire loro incontro il bambino misterioso.
Anche questa volta non parlò, ma li fissò coi suoi grandi occhi luminosi.
«Dicci chi sei» disse risoluto quello che sembrava ormai il capo del gruppo.
Il bambino non rispose, ma questa volta, invece di sparire, si voltò di spalle, invitando con un gesto a seguirlo. Camminarono per un po’, fino a quando raggiunsero un cortile e il bambino si fermò davanti a un pozzo. Con un dito ne indicò l’apertura, così che gli uomini vi si affacciarono, ma non videro, data l’oscurità, niente. Il bambino tornò a indicare il pozzo e sparì, così come aveva fatto le altre volte.
«Che significa?» si domandarono.
«Torniamo domattina, di giorno, e guarderemo meglio.» suggerì un compagno, e così fecero.
Giunto il mattino, si ritrovarono e raggiunsero il pozzo. Avevano portato corde e attrezzi, se fosse stato necessario calarvisi dentro.
Affacciatisi videro il riflesso del cielo sull’acqua che giaceva sul fondo.
«Non vedo niente» disse il capo.
«Guarda meglio.»
«Quel bambino ha aspettato che andassimo in molti da lui per poter indicare a tutti quel pozzo. Qualcosa ci deve essere.»
«Ti dico che non c’è niente» disse un altro.
«Allora dobbiamo calarci dentro e cercare nell’acqua.»
«Cercare che cosa? Ma che dici, vaneggi?»
«Quel bambino ha atteso tutti noi per accompagnarci sin qui. Sono sicuro che voleva mostrarci qualcosa.»
«Quel bambino è un angelo!» esclamò uno, come se avesse finalmente capito. Gli altri lo guardarono stupiti, ma infine concordarono con lui.
«Non può essere che un angelo. Sì, hai ragione, voleva che fossimo tutti riuniti per svelarci qualcosa che non sappiamo.»
«Scendiamo nel pozzo e lo sapremo.» spronò un altro.
Questa volta non discussero più, legarono tre lunghe funi e le calarono; poi tre uomini si attaccarono ciascuno ad una fune e scesero con vanghe e attrezzi.
Giunti a pelo dell’acqua, continuarono a scendere. Il pozzo non era profondo e così lasciarono la fune e misero i piedi sul fondo. Cominciarono a cercare con gli arnesi che si erano portati, finché non comparve qualcosa di molliccio che si raccoglieva sulla pala e sugli altri arnesi. Ad ogni levata, gettavano il tutto dentro un grosso secchio che legavano ad una delle funi e facevano risalire in superficie, dove i compagni lo afferravano e ne versavano il contenuto dentro una botticella, poi calavano di nuovo il secchio, e così più volte finché i tre uomini non risalirono, ritenendo esaurito il loro lavoro.
«Di che si tratta?» domandarono appena furono giunti in superficie.
«Non riusciamo a capire.»
Guardarono meglio, ma inutilmente, finché decisero che erano stati bellamente presi in giro, e si erano calati nel pozzo per raccogliere nient’altro che fanghiglia.
«Ributtiamo tutto nel pozzo e torniamocene a casa.»
Così fecero.
Naturalmente quella spedizione era stata seguita con interesse dai paesani, e quando gli uomini tornarono a casa, furono assaliti da domande e curiosità soprattutto delle donne, che volevano ad ogni costo sapere.
«Quel bambino ci ha preso in giro. Nel pozzo non c’è che fanghiglia, melma. Abbiamo solo perso tempo.»
«Che ti dicevo?» disse qualche donna, tirando un sospiro di sollievo.
Ma dopo che furono passate alcune notti senza che il bambino apparisse più ai passanti, ecco che una sera due paesani tornarono a vederlo.
«Sono l’angelo dei bambini non nati» disse.
«Ci hai presi in giro. Tu sei il demonio» risposero.
«Sono l’angelo dei bambini non nati» ripeté, e sparì dalla loro vista.
Fu quando una donna, presa dal rimorso e in lacrime, si decise a parlare, che tutti seppero la verità, ossia che durante la guerra molte donne rimaste incinte in assenza dei loro mariti, prigionieri o al fronte, si erano liberate del nascituro abortendo e facendo gettare i feti in quel pozzo terribile. Quanti saranno stati i bambini non nati? Nessuno seppe mai dirlo, ma si racconta che l’angelo qualche volta ricompare ancora oggi, sempre di sera; non parla più e il suo sguardo è sempre triste, come in quei lontani giorni. A chi lo incontra, ogni volta lascia intendere che non abbandonerà quei bambini non nati e resterà con loro fino alla fine dei giorni.


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2 Comments

  1. Commento by Manu — 22 Luglio 2010 @ 01:01

    Ho le lacrime agli occhi..
    Allora caro angelo,proteggi anche il mio bambino.. anche se non è in quel pozzo.:cry:

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 22 Luglio 2010 @ 21:42

    Che sia così, Manu. Un abbraccio.

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