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LEGGENDE: L’arcangelo Michele, San Frediano e il fiume Serchio

10 Settembre 2019

di Bartolomeo Di Monaco

Anche sulla vicenda del fiume Serchio, il cui corso – così ci è stato tramandato – fu deviato da San Frediano, vescovo di Lucca nel VI secolo, c’è lo zampino dell’arcangelo Michele, la cui statua imponente, collocata sulla cima della chiesa che porta il suo nome, domina la città, vigilando su di essa come una sentinella.
Questa è la sua leggenda.

Da tanto tempo l’arcangelo Michele aveva messo il broncio con il Padreterno, che a tutto pensava fuorché a proteggere la città di Lucca dai capricci del suo fiume. Tutte le volte che l’arcangelo gliene parlava, Dio rispondeva: «Sono ben altre le cose che mi preoccupano. Tu, poi, non fai che pensare a Lucca, e di tutto il resto che capita nel mondo poco ti importa.»

Ma – insisti oggi e insisti domani -, il Padreterno, avendo un cuore anche lui, ecco che un giorno cede e, lisciandosi la barba bianca, gli dice: «E va bene. Vediamo di finirla con questo ritornello. Dimmi che vuoi e ti accontenterò.»

«Il Serchio…», cominciò a dire San Michele.
«Il Serchio che?», fece Dio.
«Il fiume…»
«Il fiume? Ce ne sono tanti sulla Terra. E che ha di speciale questo fiume? Non sarà mica un fiume che passa vicino a quella tua città… come si chiama?»
«Lucca. E il fiume passa proprio lì vicino.»
«Che ha di speciale questo fiume per meritare il tuo interessamento? Forse nel suo alveo si nasconde dell’oro? Forse una miniera di diamanti? E tu vuoi farlo sapere ai Lucchesi! È così?»
«Magari!», esclamò San Michele. Che continuò: «È un fiume che fa i capricci e non vuol stare al suo posto. Quando gli prende il ghiribizzo, si gonfia, mette paura, e poi, secondo in che gli dà, esce fuori dagli argini e imperversa nella campagna, devastando i raccolti, allagando le abitazioni, e mettendo in ginocchio i poveri Lucchesi, che ogni volta devono ricominciare tutto da capo, fino a che una nuova esondazione del fiume li riporta alla disperazione e alla miseria.»
«E tu che vorresti fare?»
«Un’idea ce l’avrei.»
«E dilla, prima che mi passi la voglia di starti a sentire. Tu sei il solo angelo, anzi ti ho fatto arcangelo, e forse ho esagerato un po’, che mi chiede sempre qualche favore. Gli altri invece sono contenti di come amministro il Creato e non mi chiedono mai niente. Quando mi incontrano: buongiorno e buonasera, ed è tutto. Mi fanno sentire giusto e onnipotente, e mi dànno tante soddisfazioni. Mentre tu, hai sempre da lagnarti di qualcosa.»
«Chiedo quest’ultima grazia e poi farò come gli altri angeli. Zitto e cheto. E anch’io: buongiorno e buonasera.»
«E dovrei crederti? Me l’hai promesso più di una volta. Ma ricominci sempre da capo.»

A questo punto, Dio emise uno sbuffo, si toccò la barba e intimò con tono imperioso: «Vedi di sbrigarti a parlare o taci per sempre!»

Naturalmente l’arcangelo Michele parlò, poiché, quando si trattava del bene di Lucca, non si faceva scrupoli e sapeva radunare tutto il suo coraggio e la sfacciataggine di cui era capace: strabuzzasse pure gli occhi il Padreterno, ma lui non ne aveva timore e andava fino in fondo e, proprio grazie a queste sue qualità, otteneva sempre ciò che voleva.

Si dava il caso che in quei tempi il Serchio si fosse incapricciato e un anno no e due sì, straripava e spargeva miseria e sofferenza a più non posso.

Molte famiglie, che a fatica avevano messo da parte un po’ di provviste per l’inverno, se l’erano viste rapinare dall’acqua, che le aveva trascinate via, sparse dappertutto, e distrutte. Un anno c’erano state perfino delle vittime; una di queste era una bambina. E fu proprio la morte di Annetta a convincere San Michele che ormai non c’era più tempo da perdere e bisognava armarsi di coraggio e affrontare il Padreterno. Andasse come andasse, lui doveva adoperarsi per il bene di Lucca, e se poi il Padreterno se la fosse presa a male e lo avesse anche brontolato, pazienza.

Così, si fece forza e disse al Signore: «C’è un religioso molto pio, che osservo da qualche anno e mi pare la persona giusta per ciò che voglio fare. Si chiama Frediano. Per la verità vive un po’ lontano da Lucca…»

«E dove?», domandò il Padreterno.
«In Irlanda…»
«In Irlanda?!Ma sei pazzo! Tu vorresti che quel povero disgraziato venisse da lassù a Lucca? Non hai proprio cuore.»
«Ma è lui, soltanto lui, l’uomo giusto. L’ho osservato e studiato da cima a fondo. È molto pio, il suo pensiero è sempre immerso nella preghiera e non si dimentica mai di noi. Inoltre, è intraprendente e ha una gran voglia di fare. Non gli manca l’intelligenza e, se ascolterà i miei consigli, in quattro e quattr’otto metteremo giudizio a quel fiume ribelle e senza cuore.»
«Fai tu», disse il Padreterno. «Ti do carta bianca. Però non venirmi a scocciare mai più. Questa è l’ultima grazia che ti concedo.»

San Michele disse di sì, per lasciarlo contento, e anche perché sapeva bene che Dio non avrebbe mai respinto, anche in futuro, una sua richiesta, tanto gli voleva bene. Dio sembrava burbero all’apparenza, con quella sua barba fluente, ma aveva il cuore tenero e quando diceva no, bastava insistere un po’ perché dicesse sì.

Il monaco Frediano se ne stava tranquillo in Irlanda, quando (e noi sappiamo perché) gli venne la  voglia di fare un pellegrinaggio a Roma.

Sulla via del ritorno, si ferma sui monti Pisani in eremitaggio, decidendo di restarsene lì a pregare e a fare del bene. Presto si sparge la voce che è un santo e i Lucchesi, che sono sempre svelti a fare il loro interesse, ecco che lo vogliono vescovo della loro città. Siamo intorno all’anno 560 o 566.
Resistere ai Lucchesi è praticamente impossibile, e così Frediano si trovò tolto dall’eremo e insediato nella bella città con la carica di vescovo.

L’arcangelo Michele seguiva gli avvenimenti minuto per minuto ed era contento, poiché ciò che accadeva era frutto della sua volontà.
Diventato vescovo, Frediano dette impulso alla vasta diocesi costruendo chiese e riordinando il territorio. Il lettore può trovare altre notizie di lui andando alla leggenda che si trova in questo libro intitolata: “La Pieve di Arliano e l’Agnello”.

Naturalmente, si rese conto assai presto delle bizzarrie del fiume. Gli sventurati che avevano visto devastate le proprie piantagioni e allagate le case bussavano alla sua porta per chiedere aiuto.
Durante la Santa Messa in Cattedrale, alle preghiere del vescovo si univano quelle dei molti fedeli, che vi prendevano parte confidando nella misericordia di Dio.
San Michele, intanto, sentiva che Frediano era ormai pronto a realizzare il suo disegno.

Siamo arrivati intorno all’anno 575: ancora una volta il Serchio ha seminato sofferenze e sciagure.
Ma ecco che l’arcangelo Michele prende la sua decisione: scende da lassù e entra in città. Dove va? Va a trovare il vescovo, proprio a casa sua, ossia nella chiesa che allora aveva il nome dei santi Vincenzo, Stefano e Lorenzo, e che poi, abbellita e ingrandita, diverrà la Basilica di San Frediano, in suo onore.

Non si fa vedere, è invisibile, come sono di solito gli angeli, a meno che non vogliano mostrarsi agli uomini. Si mette al suo fianco e gli fa venire in mente il Serchio e i disastri che sta facendo, ed è così bravo ad insinuargli i propri pensieri che una mattina il vescovo esce dal suo palazzo e si dirige alla volta del fiume. Ha in mano un rastrello e gli è balenata l’idea che con quello possa fare qualcosa di portentoso. Il lettore sa bene chi gli ha messo in testa l’idea e in mano il rastrello; e infatti, San Michele continua a stargli a fianco, invisibile. Di fronte a loro è il fiume; è gonfio e si intuisce che prima o poi tracimerà, tornando a fare gravi danni ai poveri Lucchesi.

Il vescovo sta lì, con il rastrello in mano, e infine, come spinto da un impulso misterioso, si mette a tracciare un solco sulla riva del fiume. Disegna un percorso. Ha raffigurato anche la città, e ha provveduto a mettere una nuova e più sicura distanza tra essa e il fiume. Lui non sa, ovviamente, che il rastrello è mosso dalla mano dell’arcangelo Michele, che l’ha posata su quella del vescovo e la guida.

Di lì a poco il fiume, con uno spettacolare balzo, esce dal suo alveo e entra in quello disegnato da San Michele attraverso la mano del vescovo.
Fu in questo modo straordinario che il fiume prese finalmente il nuovo percorso.

Grazie a ciò, Lucca fu risparmiata nei successivi secoli dalle gravi sciagure che l’avevano tanto a lungo perseguitata, anche perché i Lucchesi non risparmiarono forze e denaro per tenere sotto controllo il fiume. Di denaro ne spesero così tanto che fu coniata un’espressione che si diffuse anche fuori del loro territorio e che si usa ancora oggi, ogni volta che si è spesa una cifra enorme e sproporzionata: “Costò quanto il Serchio ai Lucchesi”.

Lucca ricorda la deviazione del fiume come il miracolo di San Frediano. Noi però sappiamo, a questo punto, che se il Serchio non è più terribile e capriccioso come un tempo, lo si deve al protettore della città, l’arcangelo Michele. Fu lui che disegnò il nuovo percorso, servendosi di un uomo pio, intraprendente e generoso, venuto da tanto lontano.


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Bart