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LEGGENDE: Le azalee di Borgo a Mozzano

15 Ottobre 2019

di Bartolomeo Di Monaco

La pianta di azalea è simile ad un cielo stellato in miniatura, tanto sono numerosi i suoi fiori, che possono avere più coloriture. Sono conosciuti soprattutto quelli rossi, quelli bianchi e quelli rosa. Chi possiede una pianta di azalee e ha saputo governarla come merita, ne ha ricevuto in cambio gratitudine e bellezza, una bellezza doviziosa, esuberante. Dà l’idea di un trionfo, di un dominio, di una forza che appartengono alla natura pura.

Ed è proprio la purezza, o meglio la purezza dell’amore, il simbolo principale dell’azalea. Per questo, in occasione della Festa della mamma la tradizione vuole che ad essa sia regalata una pianta di azalea. Non c’è amore più puro di quello di una mamma, infatti.

In Europa comparve, proveniente dall’Asia e dal Nord America, nel XVII secolo e in Italia nel XIX, e, data la sua bellezza, si diffuse rapidamente. Si racconta che fosse conosciuta anche dall’autore latino Plinio il vecchio, vissuto nel I secolo d. c., in quanto ne registrò gli effetti tossici sui soldati dell’esercito romano, durante la campagna asiatica, provocati dal miele di alcune specie velenose.

Nella Lucchesia, vi è un luogo dove questa pianta ha trovato il suo humus naturale, e vi fiorisce con facilità e magnificenza: Borgo a Mozzano, un grosso paese situato a poco più di 20 km dal capoluogo. In primavera, quando la pianta fiorisce, si tiene ogni anno una Fiera opulenta, dove il visitatore può levarsi la voglia di conoscere ed ammirare ogni specie ed ogni colore. Ne rimane ammaliato e stordito.

Ma come mai l’azalea cresce così fiorente e bella nel territorio della Media Valle e in particolare in quello di Borgo a Mozzano?

C’è una leggenda che ce lo spiega.

Arrivando da Lucca, Borgo a Mozzano si allunga a sinistra ai piedi di una piccola collina. Davanti scorre il Serchio e vi si trova il celebre Ponte del Diavolo, voluto dalla contessa Matilde di Canossa, anch’esso oggetto di una leggenda che troverete in questo libro.

Ai primi del 1800, a metà di questa collina c’era una casa abitata da una famiglia di pastori. Era composta da tre persone: i due genitori e una figlia. Il destino aveva voluto che in quella misera casa nascesse una bambina bellissima, che si confermò tale nel trascorrere degli anni. Tutti i giovanotti avrebbero voluto fidanzarsi con lei. Tra questi, naturalmente, i giovani signori del luogo, i più ricchi, che avrebbero potuto garantirle una vita agiata. “Se mi sposi, non avrai pensieri. Ti darò tutto ciò che vuoi. Sarai una signora e avrai tanta servitù.”, gli dicevano quelli più innamorati, i quali cercavano di non lasciarsela sfuggire e l’avvicinavano ogni giorno con le offerte più audaci. “Farò costruire un castello tutto per noi due”, qualcuno prometteva con voce sicura.

Ma la ragazza si era invaghita di un giovane pastore come lei, bello pure lui e di forme robuste e armoniose. Si diceva che la sua forza fosse pari a quella di un nuovo Sansone. Infatti, quando si seppe di questa scelta, i corteggiatori cominciarono a diradarsi, convinti che, se avessero troppo insistito, il fortunato prescelto gliene avrebbe fatte passare di cotte e di crude. Però non tutti desistettero. Pure a Borgo a Mozzano ci furono dei don Rodrigo di manzoniana memoria. Uno in particolare si era incaponito di farla diventare sua moglie. Si sapeva in giro che non intendeva arrendersi. Girava in paese su di una carrozza trainata da due cavalli bianchi, di pelo lucido e di zampe snelle, la quale faceva stridere le ruote sul vecchio selciato, dimodoché tutti si voltavano ad ammirarla e a  guardare lui, che se ne stava affacciato al finestrino, sperando di incontrare la sua innamorata. Ma questa, quando scendeva in paese, appena sentiva il rumore della carrozza, subito correva a nascondersi da qualche parte, quasi sempre presso un’amica.

Successe però che una sera non tornò a casa e i genitori stettero in apprensione. Andarono in paese a chiedere notizie, ma nessuno seppe dire niente. Non l’avevano vista in giro, come invece accadeva di solito. I genitori tornarono a casa mezzo morti, e restarono ad attendere il calare della notte, poi aspettarono l’alba. Inutilmente. Giunto il mattino, decisero di far visita al fidanzato e di dare anche a lui la cattiva notizia. Lo trovarono al pascolo, intento a sorvegliare il suo gregge; aveva vicino a sé il cane, di pelo nero, accucciato, con la lingua fuori e il muso rivolto al gregge, attento che nessuna pecora si allontanasse.

Il giovane stentò a credere a quanto gli veniva raccontato, ma quando vide quei poveretti piangere a dirotto, si convinse che era tutto vero e che qualcosa di grave doveva essere accaduto alla ragazza. Ricoverato il gregge, disse che sarebbe andato subito a cercarla e non sarebbe tornato senza di lei.

Girò in lungo e in largo, interrogò amici e sconosciuti, cercò di interpretare parole e sguardi. Di carpire qualche segreto. Ma non era facile. Forse era caduta in qualche dirupo. Si fece aiutare e ispezionarono ogni fossa, ogni precipizio, tutti i boschi intorno. Niente. Finché qualcuno captò una voce, un bisbiglio e glielo riferì. La ragazza era stata rapita e si trovava nascosta in un luogo abbastanza lontano. Ma chi l’aveva rapita? Quel giovane signore del paese che la corteggiava in carrozza? Forse, ma non si era sicuri. Il giovane, tuttavia, non era stato più visto. Si disse che era andato all’estero per affari. Ci fu la conferma della sua famiglia. A poco a poco furono presi in esame altri sospettati, ma non si riuscì a cavare un ragno dal buco. Niente di niente. Si doveva rinunciare? La giovane era morta, affogata magari nel vicino Serchio? Col tempo il cadavere sarebbe emerso da qualche parte e il giallo sarebbe stato risolto. Così la pensarono tutti. I genitori cominciarono a rassegnarsi e a convincersi che ormai non avrebbero più rivisto la loro figlia. Sarebbero morti con quel dolore nel petto. Ma il giovane fidanzato no, non volle arrendersi. Lasciò che il suo anziano padre accudisse al gregge, si caricò sulle spalle una bisaccia contenente cibo, acqua e qualche arma di scavo e di difesa e una mattina all’alba partì. Aveva deciso di perlustrare ogni palmo di quel territorio, ogni casolare abbandonato: ce n’erano alcuni che nemmeno si sapeva che esistessero. Li avrebbe scovati e visitati centimetro per centimetro. Fu così che dopo una settimana trovò la giovane, rinchiusa all’interno di un rudere che era servito, e forse serviva ancora, per il malaffare. La intravide quando si affacciò all’ingresso; entrò allora piano piano cercando di non fare rumore e capitò davanti ad un uomo che gli voltava le spalle intento a mangiare formaggio e pane, che tagliava con un coltello. Di fronte a lui stava la ragazza che aveva le mani e i piedi legati e un bavaglio sulla bocca. Le fece cenno di non muoversi e di non guardarlo. Poi, svelto e deciso, balzò sull’uomo e lo stordì. Slegò la ragazza e con le stesse funi e lo stesso bavaglio imprigionò il brigante. Infine fuggirono.

Giunsero in paese, informarono la gente di ciò che era accaduto, e immediatamente una squadra di uomini armati partì alla volta del rifugio. Li presero tutti. Si trattava di una banda che intendeva vendere la giovane ad un trafficante che faceva incetta di belle ragazze per poi venderle a sua volta al mercato delle schiave, dove sarebbero state acquistate da qualche sultano o maragià.

Tutto, dunque, andò a buon fine, e il paese ne fu contento. Le rispettive famiglie decisero di affrettare il matrimonio dei due giovani e si fissò il giorno delle nozze. Fu proprio quando la coppia entrò in chiesa e fece i primi passi verso l’altare che un altro giovane si avvicinò e porse alla sposa un piccolo vaso di azalee rosse, simbolo dell’amore puro ma anche della fortuna e della gioia. Quando la sposa alzò il capo per ringraziarlo rimase sbigottita e si commosse: il donatore non era altri che quel ricco pretendente che la corteggiava in carrozza. Aveva finito per inchinarsi di fronte all’amore dei due sposi. Si era arreso, e aveva riconosciuto la perseveranza e la forza dell’amore vero, a cui ora, con quella pianta, rendeva omaggio.

Fu da quei lontani giorni che a Borgo a Mozzano si cominciò a coltivare l’azalea, e ne nacquero così tante e così fiorenti e belle che presto il territorio divenne celebre per questa sorprendente e ricca fioritura.

Si racconta che in nessun altro posto crescano azalee magnifiche quanto quelle di questo antico paese.


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