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LEGGENDE: L’olio di San Gennaro

23 Giugno 2014

di Bartolomeo Di Monaco
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Emanuele Repetti nel suo “Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana”, del 1839, ci ricorda che la famiglia Porcaresi ebbe numerosi possedimenti nella zona, e in particolare ad essa apparteneva il Castello di S. Gennaro che prendeva nome “dalla sottostante pieve, che domina una ridente contrada sparsa di ville, di palazzi di campagna e di casali”. Il castello “con quello suo vicino di Gragnano, entrambi dei sunnominati dinasti, furono disfatti dai Lucchesi nel 1209, allorché i Porcaresi vennero posti al bando dall’Imp. Ottone IV per aver ucciso Guido da Pruvano potestà di Lucca.”

Ma le disavventure del paese non finiscono qui. Ancora il Repetti scrive: “Nel 1300 era pievano di S. Gennaro un Guglielmo degli Antelminelli canonico di Lucca il quale con altri di sua famiglia, avendo prestato aiuto ai nemici della chiesa, fu dal pont. Bonifazio VIII con bolla del 15 settembre 1301 privato di tutte le prebende e dignità ecclesiastiche.”

Se il Castello fu distrutto, non altrettanto accadde alla bella pieve, anch’essa, come molte chiese della zona, di epoca romanica. Scrive Guglielmo Lera, in “Lucca da scoprire” (Maria Pacini Fazzi Editore, Lucca, 1975): “Tra queste conservano la primitiva struttura la pieve di S. Gennaro (di notevole bellezza i capitelli che all’interno sostengono le colonne, il pulpito firmato da un maestro Filippo, l’Angelo annunziante in terracotta lucida dipinta attribuito al Verrocchio, la Madonna del parto attribuita a Matteo Civitali).”

Visitai la Pieve tanti anni fa e ne confermo la bellezza e i preziosi tesori.

Appena si arriva al paese ci accoglie una strada dritta, in fondo alla quale, a destra, si erge l’antica chiesa. Sotto, si distendono i declivi ricchi di ulivi e la bella valle.

Salivo al paese ad acquistare l’olio presso un’amica di Lina, la donna che è stata per anni e fino alla morte come un membro della mia famiglia. Ha badato spesso ai miei figli. Lina conosceva Nella che, pur abitando a Lucca,  possedeva una casa e degli uliveti a San Gennaro, dove era nata.

Ricordo quei volti e quei giorni con tanta nostalgia, come ricordo il vecchio frantoio, situato all’interno di un cortile a metà della strada, sulla sinistra andando verso la chiesa, dove le olive della zona venivano lavorate per estrarne, frantumate dalla ruota, il prezioso ed ottimo olio, d’un colore paglierino tra i più belli.

Ne ho consumato molto, di quell’olio, e ci ho cresciuto i miei figli, venuti su belli e sani, forse grazie anche a quel raffinato condimento.

Oggi, non salgo piĂą lassĂą, se non con gli occhi della mia memoria.

Si dice che al colore di quell’olio sia legata una storia che si perde nella notte dei tempi, perché di quel colore speciale erano i capelli di una giovane contadina. La quale, in sovrappiù, era anche bella e ammirata. Un giorno, però, capitò al paese un forestiero, che la vide proprio nei giorni in cui le giovani del paese erano intente alla raccolta delle olive. La notò in mezzo alle altre per la particolare luce dei suoi capelli del colore dell’oro. C’erano altre ragazze bionde in paese, ma nessuna aveva i capelli di quel delicato colore, che sembrava assorbire in ogni momento, sia di giorno che di notte, la luce del sole. Si avvicinò a lei e quando ne contemplò il volto, se ne invaghì perdutamente. Non fu quella l’unica volta che si vide il forestiero in paese. Capitò sempre più spesso: si fermava davanti alla porta della ragazza e vi indugiava. Poi si allontanava e restava a passeggiare nei dintorni, in attesa di incontrarla. La ragazza, però, si era accorta di lui e delle sue attenzioni, e non ne voleva sapere. Era innamorata di un giovane del luogo e si erano promessi. Perciò cercò di evitarlo, ma una volta che il forestiero la costrinse a fermarsi e ad ascoltarla e lei, rossa in viso, cercò di fuggire, l’uomo le gridò che, volente o nolente, sarebbe diventata la sua sposa.

Non disse nulla all’innamorato, fino a che riuscì a fronteggiare il forestiero, ma un giorno questi la spaventò a tal punto che la sera stessa dovette confidargli le minacce a cui da tempo era sottoposta. D’accordo con i compagni, il fidanzato tese una trappola al forestiero il quale, nel seguire la giovane, s’inoltrò tra gli uliveti, dove era atteso e dove fu malmenato a dovere.
Si pensò che la lezione gli fosse bastata, perché non lo si vide più per molto tempo.

Ma un giorno, mentre i contadini andavano nei campi, sotto un olivo trovarono il corpo senza vita della giovane. Si pensò al forestiero e lo si cercò dappertutto per consegnarlo alla giustizia, ma invano. Di lui si erano perse le tracce. Passarono gli anni e di quell’uomo non si seppe più nulla.
Per tutto quel tempo si continuò a piangere la ragazza e a maledire il destino che era stato crudele con lei. Poi cominciò il lento oblio. Molti paesani, intanto, erano invecchiati e tra di essi pochi erano i superstiti che avevano conosciuto la giovane dai capelli color dell’oro e ne avevano ammirato la bellezza. Tra loro il frantoiano. E fu proprio il frantoiano che un giorno fu visto allontanarsi di corsa dalla macina e correre per il paese gridando al prodigio. Le sue urla richiamarono presso la sua bottega una gran folla, che poté constatare quanto l’uomo andava dicendo, ossia che dalle olive per la prima volta usciva un olio specialissimo, dal colore che ricordava quello dei capelli straordinari della giovane vissuta molti anni prima. Chi l’aveva conosciuta, confermò che era proprio quello il colore dei suoi capelli e l’olio non era altro che la ricompensa che il Signore elargiva per quella perdita sopportata con tanta rassegnazione. Non solo a San Gennaro, ma in tutti i paesi limitrofi si estese il prodigio, al punto che oggi più di un intenditore sostiene che quell’olio è tra i migliori del mondo.


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Bart