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LEGGENDE: Montuolo e il Tiranno di Castel Passerino

24 Aprile 2014

di Bartolomeo Di Monaco
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Alla locanda de “Il galletto d’oro”, che un tempo si trovava appena fuori del paese di Montuolo (ma oggi nessuno sa più indicarne il punto), un giorno di tanti anni fa giunse un giovane di nome Francesco.

Era molto stanco e neanche lui sapeva come fosse capitato lì. Ricordava che qualcuno gli aveva gridato di salire a cavallo e fuggire, fuggire.
E lui aveva obbedito. Gli era stata condotta la bestia, v’era salito sopra e via, veloce come il vento.
Giunto davanti alla locanda, aveva legato fuori il cavallo ed era entrato.
Alcuni uomini stavano mangiando, radunati attorno ad una lunga tavola, seduti sopra vecchie panche.
Francesco si avvicinò.
«È una grande sciagura» dicevano. «Non possiamo andare avanti in questo modo.»
E apprese così che quel luogo era dominato da un tiranno, che dimorava a Castel Passerino, un maniero sulla collina, vigilato giorno e notte da soldati.
Egli spadroneggiava e decideva della vita e della morte dei paesani.
Compiva le azioni più malvagie, derubava i contadini, violentava le loro donne; e se qualcuno osava ribellarsi, dopo qualche tempo era trovato sgozzato in un campo.
Il paese a poco a poco si era intristito, nessuno aveva voglia di divertirsi; i pochi che uscivano di casa si rintanavano all’osteria e al massimo mugugnavano tra loro a bassa voce.
Si raccontava perfino che quel tiranno fosse in combutta con il diavolo e avesse al suo servizio un gigantesco drago, pronto a gettare fiamme su chiunque tentasse di violare il castello.
E per sovrappiù, di tanto in tanto scoppiava una misteriosa pestilenza che seminava morti dappertutto.
I vecchi si confidarono con Francesco e gli raccontarono tutto ciò che sapevano sul tiranno e tutti i particolari più strani delle cose che accadevano da anni.
«Povero paese!» riuscì solo a dire.
Quella notte non se la sentì di rimettersi in viaggio e decise di sostare alla locanda.
Coricatosi, non riuscì però a dormire. Il suo pensiero riandava ai racconti uditi e allo sgomento che aveva letto negli occhi di quella gente.
Tutto gli sembrava inverosimile.
Del drago poi! Com’era possibile che qualcuno credesse alla sua esistenza?
Ma delle pestilenze e delle violenze che s’abbattevano sul paese non poteva dubitare.
Una strana curiosità cominciò a prenderlo a poco a poco; si domandava come fosse fatto un uomo simile, davvero senza cuore!
Così si convinse che non era capitato per caso in quel paese e che forse qualcosa poteva fare per aiutarlo.
«Non vada, giovanotto. Non vada per carità» gli raccomandò tutto terrorizzato l’oste, quando al mattino lo vide determinato a salire al castello.
La strada che vi conduceva era un angusto ed irto sentiero di collina; ai lati vi crescevano rovi e acacie, e la vegetazione era così fitta che lì intorno non batteva quasi mai il sole.
Francesco vi s’inoltrò di buon mattino, conducendo il suo cavallo per mano.
Più saliva verso la cima però, più l’aria, invece che farsi luminosa, sembrava oscurarsi, incupirsi l’ambiente, e il cammino diventare più faticoso.
I rovi e le acacie, più robusti e invadenti, parevano minacciarlo, assumere sembianze umane di una qualche terribile mostruosità.
Fu ad una svolta che all’improvviso tutto si schiarì e scomparve la terribile vegetazione; davanti, precedute da un verdissimo prato, si alzavano le mura di Castel Passerino.
Con meraviglia, non scorse alcun soldato sul piazzale. Bussò e attese, e dopo pochi istanti il portone si aprì, ma nessuno era comparso a spingere i battenti e a dargli il benvenuto!
Si trovò in un ampio salone, tappezzato alle pareti di alabarde, spade e antichi arazzi.
«Sei qui per uccidermi, non è vero?» si sentì domandare.
Francesco si voltò verso il punto da dove proveniva la voce, ma non vide nessuno. Ebbe paura; tornò sui suoi passi per fuggire, ma subito il portone si richiuse e una fragorosa risata echeggiò nella stanza.
«Sei qui per uccidermi, non è vero?» ripeté la voce.
In quel preciso istante dalla parete di fondo sbucò la testa di un drago.
Era proprio il drago di cui aveva sentito parlare alla locanda! Soffiava rosse fiamme dalle narici, che lo lambirono.
Cercò una via di scampo: ma dove? come?
Il drago intanto si era mostrato in tutta la sua orribile dimensione; schiacciato sul pavimento, teneva alti il collo e la testa, come per affermare la sua supremazia.
Francesco staccò dalla parete un’alabarda per tentare una difesa impossibile.
Di nuovo riecheggiò la voce di prima. Rideva, lo scherniva, e davvero Francesco era minuto e mingherlino a paragone del mostro.
Provò a nascondersi dietro un tendaggio, ma con la zampa il drago lo costrinse ad uscire, e gli strappò di mano l’alabarda. Quindi chinò la testa su di lui, quasi a compatirlo.
Francesco fuggì verso il portone sbarrato; tentò in ogni modo di forzarlo; ma la bestia fu di nuovo vicina.
Sembrava giocare con lui, assaporare la sua paura: si allungò sul pavimento, si rotolò sulla schiena, tese le zampe in aria; vomitò fiamme sul soffitto, mentre l’invisibile tiranno rideva, rideva, al colmo del piacere.
Ancora il drago gli fu sopra con la grossa testa; con la lingua gli lambì il viso, lo sospinse alla parete; aveva gli occhi rossi come il fuoco che usciva dalla bocca!
Fu quando il suo padrone gli ordinò di uccidere e il drago si voltò verso il punto da cui era venuta la voce, per dare cenno di ubbidienza, che Francesco lesto lesto afferrò una spada e la conficcò nella gola del mostro.
Si lamentò con grida terribili, si dimenò, vacillò senza più orientamento; scagliava fuoco dappertutto; con le zampe cercava la vittima.
Francesco era ormai all’altro capo della stanza, guardava il mostro morire, straripare di violenza, con la spada che gli trapassava la gola.
«Maledetto!» imprecò la voce.
«Dove sei?» gridò Francesco. «Fatti vedere!» e corse a prendere un’altra spada per difendersi.
Quel tiranno comparve, finalmente, e gli si parò davanti. Era piccolo, rotondo, senza gambe né braccia, ed aveva la testa informe, tenebrosa. Riprese a ridere.
«Colpiscimi, stupido ragazzo.»
Con la spada in pugno, Francesco gli mosse incontro. Non sapeva da dove gli venisse tutto quel coraggio, sentiva che poteva farcela, che poteva dare finalmente un po’ di pace a quel paese, ma quando gli fu vicino – cosa davvero incredibile – in quel volto mostruoso gli sembrò di scorgere sembianze e segni straordinari, tali che tutta la realtà parve imprigionata lì dentro, e che si scagliasse contro di lui.
Com’era possibile?
Indugiò per un attimo.
«Colpiscimi!» lo incitava l’altro.

Il tiranno mutava continuamente sembianza, ma sempre a Francesco pareva di scorgervi il volto predatore di quella realtà che forse lo stava annientando.
«Colpiscimi, stupido ragazzo!»
Così Francesco, vinto l’attimo di smarrimento, cominciò a tirare colpi a destra e a manca con l’intento di uccidere e di liberarsi; e quando finalmente la spada colpì al cuore quel tiranno, questi – impossibile a credersi – restò vivo come prima, il colpo inoffensivo!
Subito lo ferì di nuovo mortalmente; e gli tagliò la testa, ma l’uomo restava vivo! e rideva ancora:
«Colpiscimi, stupido ragazzo!»
Francesco tirò colpi all’impazzata e non ci fu parte del corpo del tiranno che non venne colpita più volte.
«Maledetto!» gridava Francesco disperato.
«Colpiscimi ancora, stupido ragazzo.»
E Francesco colpiva colpiva, ma ormai sentiva che le forze gli venivano meno e che l’avversario lo avrebbe definitivamente vinto.
Che cosa sia accaduto di Francesco, nessuno seppe dire più niente. C’è chi racconta che ancora oggi il suo fantasma si aggiri intorno ai ruderi del castello e che qualche volta torni ad ingaggiare una lotta furiosa contro il tiranno. Una strana profezia vuole che quando finalmente vincerà, se mai vincerà, una luce accecante si innalzerà dalla collina e illuminerà a giorno non solo Montuolo ma l’intera città di Lucca.
Un’altra leggenda lascia credere che ai piedi dei ruderi del castello si trovi nascosto in qualche punto segreto un favoloso tesoro costituito da una chioccia coi suoi dodici pulcini, tutti in oro massiccio. Sembra che nel tempo andato qualcuno straordinariamente ricco e munifico abbia sepolto in qualche luogo d’Italia, se non addirittura del mondo, questo eccezionale tesoro. Da qui la diffusione della leggenda in tutta la Lucchesia e in molte parti d’Italia. Ciascuno si augura, infatti, che quel tesoro sia proprio lì, nel suo paese, a portata di mano, e che magari capiti a lui di trovarlo!


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart