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Lermontov, Mikail

21 Dicembre 2020

Il demone

Il demone

(Da: Sìlarus – Anno V – N. 24; Luglio-Agosto 1969)

L’interpretazione forse più precisa de “Il demone” è questa: quando l’animo (puro e innocente) è pronto ad accogliere l’amore, questo può sconvolgerlo, svilupparsi in insana passione.
Si possono dare altre interpretazioni, oltre quella della critica tradizionale, che vi scorge la lotta del demone per impossessarsi dell’eterno femminino, nascosto nel grembo di Dio.
A giustificare la mia, sta la stessa vicenda dei sentimenti – che si succedono però confusi e in qualche parte anche contraddittori -; tuttavia ho seguito l’opera negli sviluppi che mi sono parsi maggiori e in cui si facesse un qualche passo avanti nell’utilità della storia. Poiché Lermontov è chiaramente uno spirito romantico e la “forma formans”, appena abbozzata, prorompe in proiezioni frammentarie, preferisco seguire passo per passo il lavoro, e toccare i vari punti che ci interessano. Cercherò poi di fare una conclusione sufficientemente limpida.
Il demone sta sorvolando il mondo, dove ha seminato il male per secoli e il suo pensiero richiama alla memoria la gloria dei giorni migliori, quando era ancora un eccelso cherubino. Ė passato molto tempo ed ora non prova più. gioia nel fare il male perché nessuno gli oppone resistenza, e il male stesso gli è venuto a noia.
Scorge il Kazbék, la cima più alta del Caucaso, e la casa di Gudàl, la cui figlia Tamara sta per sposarsi (“Intagliati nella roccia dura/ presso la torre all’angolo i gradini/ portano al fiume e appena appena li tocca/ allor che avvolta in candido tessuto/ Tamara, figlia del signor canuto,/ scende agile all’Aràgva a empir la brocca”).
Si fa festa e si canta, anche Tamara partecipa e gli occhi le brillano sotto le gelose ciglia: “infin si piega giù fino ai ginocchi/ e col piedin dall’agile caviglia/ sovra il tappeto scivola e volteggia;/ sorride lieta d’infantil gaiezza”. Il demone la scorge: “un sol momento/ e in sé d’un inspiegabil turbamento/ egli sentì la punta” e ancora: “di nuovo dall’acuta/ sete d’amor, di bene e di bellezza/ fu ripreso”, e “incatenato/ da una forza invisibile un tormento/ nuovo conobbe”.
Ė il IX canto ed emergono già due significati: la vista di Tamara purifica il demone, tanto che desidera di nuovo il bene; il sentimento che avverte è nuovo, non già ab aetemo.
Lo sposo sta per arrivare, il demone lo tenta e lo fa uccidere dai predoni. Al villaggio arriverà cadavere, ancora eretto sul focoso destriero: “Conservano le tracce della dura/ lotta le rughe della fronte scura./ Inquina il sangue l’armi e il giubbetto;/ irrigidì in un fremito furioso/ nella fulva criniera il pugno stretto”.
L’amore del demone è perciò contraddittorio: da un lato gli fa desiderare il bene, e dall’altro acuisce in lui il carattere malvagio e subdolo.
E infatti sin d’ora s’appresta a insidiare Tamara, facendole avvertire la sua voce incantevole: “Non lacrimare/ non lacrimar, povera bimba, invano!…/ Egli è lontano; ignora e non apprezza il tuo tormento”.
Tamara è sconvolta da quella voce, e “un indicibil turbamento,/ a nulla eguale, le sconvolge il petto./ Ansia, timor, tristezza, rapimento,/ tutto è in lei come un solo sentimento;/ l’anima sua ha spezzato le catene;/ un fuoco le trascorre nelle vene”.
Anche per lei quella voce e quel turbamento sono nuovi; ciò fa supporre che Lermontov abbia voluto disegnare proprio lo sconvolgimento che l’amore (meglio la passione) può provocare in un’anima pura. Tale sconvolgimento s’impossessa anche del demone, il quale non gioca sulla debolezza di Tamara, bensì è conquistato dalla sua innocenza.
Rifugiatasi in convento “la nota voce spesso a sé d’accanto/ ella sente sonar tra le preghiere”. Già la passione la invade: “ma dell’idea peccaminosa ingombra/ l’anima di Tamara era alla pura/ estasi chiusa”; “vorrebbe ella pregar i Santi/ e prega lui nel cuor”; e ancora: “terrorizzata balza ella tremante/ e le spalle le ardono e il petto;/ e con le braccia aperte brancolante/ cerca risposta al suo desìo deliro/ e il bacio le si scioglie in un sospiro”.
Il demone ora sa che Tamara è pronta, “sotto le mura va soprappensiero;/ e senza vento trema al suo passaggio/ il fogliame nell’ombra”.
Quando entra nella cella “ad amare disposto”/ e “il cuore aperto al bene”, scorge vicino a lei l’angelo protettore, che vuole scacciarlo.
Ma “brilla il cuore suo di gelosia;/ ché nel suo cuor di nuovo e nel pensiero/ l’antico velenoso odio s’è acceso”.
Infatti risponde: “Sul cuor di lei pieno d’orgoglio il mio/ suggel, come tu vedi, ho alfine impresso./ Non è più sacro questo luogo adesso/ né a te né al Ciel. V’amo e comando io!”.
“Piegato da un divin compatimento,/ con gli occhi tristi l’angelo guardò/ la vittima e, prendendo il volo, lento/ nell’etere del cielo s’affondò”.
Questi tre canti, VII, VIII e IX, della seconda parte (in cui voglio sottolineare le due immagini bellissime del demone che si aggira sotto le mura del convento e il fogliame trema al suo passaggio; e dell’angelo che, guardata la vittima con occhi tristi, s’affonda nell’etere) danno modo di chiarire due punti: l’amore del demone è certamente una passione peccaminosa, perché il convento e il cielo ne sono sconvolti, e devono riconoscere la sua forza. L’angelo non rappresenta il bene, contrapposto al male, perché non fa resistenza all’imperativo del demone, ma è il simbolo dell’innocenza, della purezza che se ne va dal cuore in tumulto di Tamara.
Il X canto è il più sconvolgente, ricco di motivi spesso contraddittori, in cui mi pare che la tesi della passione che sconvolge non solo Tamara ma il demone stesso, sia da preferire a quella che tutto sia un gioco malvagio e crudele del demone.
Ė sincero con Tamara e le si rivela qual è: “sono il flagel d’ogni mio schiavo umano,/ di conoscenza e libertà sovrano,/ colui che il male impone alla natura,/ il nemico del cielo”.
“A te ho portato in umiltà la pura/ preghiera dell’amore, a te il tormento/ ch’io provo in terra per la prima volta,/ e le mie prime lacrime terrene”.
“T’amo!/ M’è bastato vederti e all’improvviso/ nel segreto del cuore ho disprezzato/ La mia immortalità, la mia potenza/ e l’incompiuta gioia ho invidiato/ della terrena effimera esistenza. ”
Le parole che seguono alla domanda di Tamara: “Dimmi perché m’ami”, hanno fatto identificare da più critici, la donna con l’eterno femminino.
Riporto le più significative: “T’amo d’una passione ultra- terrena,/ come a te non è dato, con la piena/ potenza, con il pieno inebriamento/ che viene da un pensiero o sogno eterno./Dal di che il mondo ebbe cominciamento/ La tua immagine in cuor mi fu impressa”.
E: “Sol tu nei dì beati, in paradiso/ mi mancavi”.
Queste due strofe sono in contraddizione se si sostiene che l’eterno femminino esiste ab aeterno in Dio e nelle sue creature (infatti se è in lui dal principio non poteva perciò mancargli).
Si deve invece interpretare più semplicemente che l’incontro con Tamara è predestinato allo stesso modo che, secondo il concetto cristiano, è predestinata in Dio la vita di ciascuno di noi; e già il demone avvertiva, durante la sua permanenza in cielo, la presenza d’un amore diverso da quello dei celesti. Questo tipo d’amore non è lo stesso che sazia Dio e gli altri purissimi spiriti (come è nel concetto dell’eterno femminino) e s’agita soltanto nella mente d’uno di essi: il demone.
La descrizione della sua solitudine ci dà di lui un’immagine desolata e allo stesso tempo possente: “Viver per sé, di sé annoiarsi e insieme/ di questa eterna lotta, senza speme/ né di trionfo mai né di concordia!/ provar per tutti ognor misericordia,/ e non desiderare nulla, sapere/ tutto e tutto sentir, tutto vedere e pur con l’implacabile pensiero/ odiare e disprezzare il mondo intero!…” “Che cosa è mai il racconto delle dure/ fatiche, e sofferenze e privazioni/ degli uomini, di tutte le future/ e già passate generazioni,/ in confronto e soltanto d’un minuto/ del mio tormento non riconosciuto?”
Tamara gli si abbandona: “io t’ascolto, non volendo,/ con segreta delizia, distruggendo/ la mia pace per sempre”.
E il demone: “Senza esitare/ in cambio a te darò in un istante/ l’eternità, ché nell’amore io sono,/ siccome nel rancor, grande e costante”.
Quando la bacia con le sue labbra brucianti, Tamara emette un tormentato lacerante grido: “In questo grido c’era tutto: ebbrezza/ d’amore e sofferenze, tra le rotte/ parole di preghiera volte a Dio, / un estremo rimprovero, l’addio/ dato alla vita e alla giovinezza”.
Consumato l’amore il demone scompare. La passione che lo ha sconvolto è estinta. Tamara è morta in quell’abbraccio demoniaco: “Ormai più nulla di Tamara in volto/ rivelava l’insana passione/ che l’aveva tratta a morte e la sua ebbrezza”. “Uno strano sorriso, balenato/ nell’ultimo minuto, era impietrato/ agli angoli contratti della bocca/ e un’esperienza amara e dolorosa/ ad occhi attenti avrebbe rivelato;/ c’era il disprezzo in quel sorriso altero/ di chi è già pronto alla sua dipartita,/ l’espressione d’un ultimo pensiero/, il muto addio alla terra”.
L’angelo che scende a difendere l’anima di Tamara è questa volta l’angelo battagliero del bene: “A crudel prezzo questa ha ormai espiate/ le sue esitanze e colpe, ma profondo/ era l’amor pel quale ella ha sofferto/ e s’è all’amore il paradiso aperto!”
Il demone è così sconfitto ancora una volta, e del suo amore non resta niente: “il demone sconfitto l’insensato/ suo sogno maledì. Rimasto solo/ col suo orgoglio altezzoso nel creato,/ senza speranza e amor riprese il volo”.
Cercherò ora di dare una conclusione sperabilmente chiara.
La protagonista intorno cui ruota tutta l’opera è Tamara, e più di lei, la sua purezza. Lermontov deve aver concepito la storia (la prima stesura infatti risale a quando aveva quindici anni) dopo l’incontro nel Caucaso con una donna rimasta sconosciuta. Scrive nei suoi ricordi: “Eravamo insieme con la nonna, zii e cugini in quantità. Venne una volta una signora con una figlioletta di nove anni. Io la vidi, non mi ricordo se fosse bella o brutta, ma la sua figura è ancora impressa nella mia mente, e allora mi piacque, né so il perché”.
Fu un’impressione violenta, che non si cancellò più.
Il suo particolare carattere, incline alle allucinazioni (un suo avo, Thomas Lermont, era stato iniziato alla magia dalle fate, e predisse la morte di Alfredo III re di Scozia) deve avergli suggerito l’idea di rappresentare lo scontro tra una passione violenta e irrefrenabile (la stessa che provò per la sconosciuta) e un’anima ancora innocente, già pronta ad accogliere l’amore. Lo ha attratto certamente lo stridore tra queste due estremità: devastatrice l’una, incerta e tremolante l’altra.
Il dramma si centra tutto nella figura di Tamara, ed è attraverso lei che si riflette e misura l’immensità dell’altro dramma: quello del demone, il quale soltanto, e non un essere mortale, poteva esprimere lo spazio senza limiti della passione. Lermontov ne fa un’entità tragica (maestosa è la sua eterna solitudine) in cui la purezza di Tamara si fa veicolo abbagliante di passione.

(Le poesie sono tradotte da Ettore Lo Gatto (“Il demone e il novizio”, collana la Meridiana, Sansoni, 1943)

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Mikail Jur’evič Lermontov nacque il 2 ottobre 1814. Perduta la madre da bambino, fu affidato alla nonna Jeilisaweta Alexejevna Orseniewa, che lo condusse a respirare aria buona nel Caucaso (soffriva di scrofola e cachessia), dove trascorse pressoché la sua breve vita. Nel 1827 apparvero i suoi primi versi.
Morì tra le sei e le sette del 15 giugno 1841 in un duello col compagno di reggimento Martynoff.
La sua famiglia, di origine scozzese, si era stabilita in Rus- sia nel 1600. Il suo avo Thomas Lermont, signore del castello di Erseldoune, era stato famoso nel XIII secolo, per le virtù magiche. Secondo la leggenda radunava la gente intorno ad un albero secolare e cantava le sue ballate o presagiva l’avvenire. Vicino a morire, seguì due cervi bianchi, accorsi per condurlo nel regno delle fate. Walter Scott lo glorificò nel poema “Thomas the Rhymer”.
Anche Mikail sognò di addormentarsi senza risveglio in un letargo beatifico, cullato dall’afflusso continuo di forze vitali, sotto una quercia favolosa, sempre ondeggiante e canora.
Scrisse composizioni serene, ispirandosi alle antiche leggende e alle vecchie “byline”, come (cito quelle che mi paiono le migliori) “Ninna-nanna Cosacco”, “La russalka, ninfa delle acque” (Pel fiume accarezzato dal chiaro plenilunio/ la russalka nuotava”); “Il sogno” (ardeva il mezzogiorno e nella valle/ del dagestàn giacevo con due palle/ nel pettoa” …” una soltanto torbida e piangente/ in disparte sedea, Dio sa in qual nero/ vaneggiar era fisso il suo pensiero…”); “La canna”; “Melodia russa”, e “Tamara”, una composizione che riecheggia “il Demone” (“in quell’alta e orribil torre/ la regina Tamara languiva,/ come un angelo bella e ridente,/ come un demone astuta e cattiva …”).


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