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LETTERATURA: “Lo spazio nero” di Fabio Fracas

6 Settembre 2009

[Fabio Fracas è autore, editor, giornalista e sceneggiatore. Oltre a racconti, libri e poesie scrive per il cinema, per il teatro, per i fumetti e su varie testate giornalistiche cartacee e Web. Suoi brani e suoi lavori sono stati rappresentati in vari festival e da diverse compagnie. Ha ricevuto una serie di riconoscimenti letterari e nel 2004, assieme alla poetessa Federica Castellini, ha fondato MacAdam – MacAdemia di Scritture e Letture.] 

Assordanti silenzi 

Lo spazio nero – III – 39 | Ossimoro. Il dizionario Garzanti, nella sua versione online, ne da la seguente definizione: “[…] figura logica che consiste nell’accostare, nella medesima espressione, parole di senso opposto”.

A ben guardare, però, dal punto di vista etimologico la parola ossimoro risulta composta dai due termini greci oxy/s e mo¯rós corrispondenti, rispettivamente, alle definizioni di “acuto” e “sciocco”. 

Sempre riprendendo il dizionario Garzanti, un ossimoro sarebbe ciò “[…] che è acuto sotto un’apparente stupidità”. 

E se fosse vero anche il contrario? 

Se, invece, un ossimoro fosse ciò che è sciocco travestito da un qualcos’altro di molto acuto? 

Solo illazioni non supportate dai fatti, naturalmente. Interessanti speculazioni, comunque. 

In questo ultimi giorni mi sono preso un po’ di riposo. Ho cercato – e l’ho dichiarato – un po’ di silenzio. 

Trovare il silenzio è difficile, sempre di più. Quindi, in buona sostanza, non so se sono riuscito a perseguire completamente il mio intento. Quello che so è che sono riuscito ad ascoltare meglio tutto ciò che mi circonda. Senza presunzione alcuna. 

Gli “assordanti silenzi” di cui molto spesso sento parlare e che vengono sbandierati dagli uni e dagli altri in relazione ai propri personali punti di vista sono solo ossimori. E dal mio punto di vista appartengono alla seconda – erronea – interpretazione etimologia che ho appena fornito. 

Il silenzio, quello vero, fa paura. 

E lo hanno capito in molti prima di me. Uno fra tutti, John Cage. Musicista e forse, filosofo che nel 1952 compose uno strano pezzo con un ancora più strano titolo: 4’ 33”. Il brano, la cui durata è esattamente quella indicata dai numeri, è corredato dall’indicazione “Per qualsiasi strumento”. 

Lo strumento, infatti, non c’entra. Non andrà suonato. E nel silenzio che proverrà dalla mancanza dell’esecuzione gli spettatori potranno ascoltare la musica della vita. Della loro stessa vita. 

Un atto estremo, ispirato dalle esperienze vissute all’interno di una delle prime camere anecoiche mai realizzate, ma soprattutto un colpo di genio. A mio modesto parere. 

Nella scrittura esiste qualche cosa di analogo. Viene indicato come “il terrore della pagina bianca”. 

Un foglio vuoto, non scritto – e quindi silenzioso – diventa il peggior nemico dell’autore che ha perso l’ispirazione. O che non riesce più a riprodurla. 

Eppure il foglio bianco non è altro che il mondo in quanto tale: un mutevole divenire di pensieri e di azioni. Un divenire che, paradossalmente, perde tutta la propria forza quando si concretizza in un’unica scrittura. In un unico segno. 

Se fossimo in grado di tracciare con un solo tratto infiniti percorsi letterari e se ciascuno di essi corrispondesse ad altrettanti significati, allora il foglio scritto risulterebbe vuoto. Così come l’insieme di tutti i colori non da il nero bensì il bianco. 

E nel silenzio, non assordante ma vuoto, potremmo – forse – ritrovare il senso di ciò che stiamo scrivendo.


Letto 2881 volte.


8 Comments

  1. Commento by Massimo — 6 Settembre 2009 @ 09:10

    Caro Fabio, concordo pienamente ma lo faccio in rispettoso silenzio. Noto che lo spazio nero continua a trattare temi non facili e che sento miei. Ti ringrazio. Massimo

  2. Pingback by Lo spazio nero : MacAdemia — 6 Settembre 2009 @ 09:21

    […] ricevute in questo post pubblicato nel mio piccolo blog di servizio. Il pezzo si intitola Assordanti silenzi ma l’ossimoro dal quale prende spunto non è quello immediatamente rionoscibile. Spero che […]

  3. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 6 Settembre 2009 @ 17:42

    Una pagina, dove, oltre alla notevole sostanza dei contenuti, emerge la sottile eleganza con cui l’autore sa porgere. Eleganza, formale e non solo, dunque, che sostiene tematiche che vanno dall’interessante etimologia di una parola (figura retorica), spesso usata anche inconsapevolmente nel linguaggio comune, alla espressione di un profondo sentire, capace di mettere a nudo l’animo nella ricerca di una spinta ascensionale. Spinta che può passare, avvalendosene, pure attraverso il silenzio. Silenzio che, tuttavia, come sottolineato, si presenta con due volti: quello negativo, di cui Pascal diceva: “Il silenzio è la grande persecuzione”, e quello più positivo, a volte indispensabile, per cui Alfred de Vigny scriveva: “Solo il silenzio è grande: tutto il resto è debolezza”.
    Complimenti a Fabio, che ringrazio per i suoi preziosi contributi!
    Gian Gabriele

  4. Commento by Fabio Fracas — 7 Settembre 2009 @ 15:57

    @Massimo: è un piacere ritrovarti da queste parti. Grazie per il tuo silenzio/non silenzio e un caro saluto,

    @Gian Gabriele: grazie a te per il continuo sprone che i tuoi preziosi commenti danno a me e al mio – umile e minimo – tentativo di approcciare i grandi temi della vita. Perché la letteratura, oltre che raccontare storie, permette di viverle assieme. Un caro saluto,

  5. Commento by Federica — 7 Settembre 2009 @ 16:30

    Il silenzio fa paura. Sono d’accordo. Ci facciamo bombardare da miriadi di notizie, annegare da miasmi di opioni di tutti su tutto, accumulando nozioni e informazioni che ci arrivano dall’esterno. Abbiamo quasi bisogno di questo caos, che ci riempia la testa. Forse perché se lasciati in silenzio siamo costretti a confrontarci con noi stessi, con i nostri pensieri e con le nostri opinioni. Per paura, usiamo la nostra testa per immagazzinare conoscenza in forma di nozioni anziché produrla in forma di pensieri autonomi.
    Non è pigrizia, a mio avviso. O meglio, può essere pigrizia, ma secondo me la paura ne è la radice profonda.
    Come per il foglio bianco. Ho paura a riempirlo con inchiostro perché forse, probabilmente, il prodotto della mia testa – lo scritto – non sarà buono.
    Per tornare a un altro argomento fortunato, nascondiamo con il rumore degli altri il nostro vuoto, più o meno spinto, più o meno cosciente.

    Allora, viva il silenzio!

    Federica

  6. Commento by luisa — 18 Settembre 2009 @ 11:43

    Caro..
    ho conosciuto attraverso la mia esperienza personale l’emozione del SILENZIO,mi trovavo vicino ad una fontanella di montagna,un tempo,abeveratoio per animali,lo è diventato anche per me quando accostai una bottiglia vuota per bere,visto che avevo sete e solo in quell’attimo mi accorsi di cosa fosse il silenzio.
    In quel posto,in quella stradina,l’unico rumore costante era l’acqua che scendeva e che io con un gesto di bisogno avevo fermato..ASSORDANTE.
    La PAURA del silenzio è cosa altra.

  7. Commento by Silvio — 23 Settembre 2009 @ 16:39

    Il silenzio assoluto l’ho provato in montagna… stavo leggendo in piena notte e ho sentito le orecchie assenti… come un’aria di ovatta che attutisce ogni suono… ho battuto la mano sul tavolo per essere sicuro di non essere sordo… poi sono ripiombato in questo silenzio irreale e me lo sono goduto.

    acuto e sciocco…
    credo che sia più calzante penetrante e banale…
    per le banalità non serve grande acume e grande capacità di speculazione, basta una osservazione, è alla portata di tutti…

    la contrapposizione della sensazione a prima vista con l’osservazione più profonda

    il piccolo grande uomo… ha la banalità della piccola statura dell’uomo e la profondità di osservare un grande essere umano…
    l’assordante silenzio… ha una banale assenza di suono contrapposta alla profondità dell’avvertire il fastidio dell’assenza stessa che ci da la sensazione di sordità…
    la banale assenza di pronunciazioni di chi ci rappresenta contrapposta alle rumorose manifestazioni di sdegno che questa assenza provoca

  8. Commento by Fabio Fracas — 27 Settembre 2009 @ 18:29

    @Federica, Luisa, Silvio. Ho visto solo ora i vostri commenti e ve ne ringrazio. Tramite voi, che avete avuto la pazienza di leggermi e il desiderio di esprimere i vostri pensieri, “Lo spazio nero” trova la forza di continuare a raccontare e a raccontarsi. Un caro saluto,

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