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LETTERATURA: “Acque basse” di Angelo Cannavacciuolo (2005)

27 Maggio 2008

di Francesco Improta

Il terzo romanzo di Angelo Cannavacciuolo “Acque Basse”, edito da Fazi, sembra fatto apposta per smentire uno dei più ostinati luoghi comuni della critica letteraria che, cioè, uno scrittore, ossessionato dalle idee o dai fantasmi che lo abitano, scriva sempre lo stesso romanzo. Nulla di più falso, almeno nel caso di Angelo, che in queste sue prime prove narrative ha battuto sentieri completamente diversi, ha abbracciato le problematiche più disparate e rivisitato generi letterari differenti. Dopo aver, infatti, tributato un commosso omaggio alle sue origini e alla sua famiglia nello stile del più sacro umanesimo atavistico, mi riferisco a “I guardiani delle nuvole”, saga familiare, epica ed intimistica al contempo, dopo aver risposto agli imperativi di una coscienza risentita e offesa dalle atrocità di una guerra disumana e violenta con “Il soffio delle fate”, am­bientato al tempo della guerra serbo-bosniaca, Angelo è approdato a un’o­perazione di grande fascino intellettuale, dove il cuore e la coscienza ce­dono il passo ad un raffinato “cerebralismo”, a divagazioni logico-raziona­listiche, che attingono a un substrato di buone frequentazioni letterarie e cinematografiche.
Cerchiamo di riassumerne la trama: A Napoli e più precisamente a Bacoli, nei Campi Flegrei, vive Gerry… È un uomo in fuga, che vive in esilio, un esilio visto non come distanza ma come condizione dell’anima. Gerry è un uomo deluso e ferito, un ex cronista di nera che ha deciso di fuggire, di nascondersi dopo che il suo amico e collega è stato ritrovato con il capo riverso sul volante della sua auto, colpito a morte dai killer della camorra e dopo alcune difficoltà dovute alla sua passione per il gioco e per una donna bellissima di nome Rebecca. Ora Gerry vive in una baracca di la­miera, nella baia di Bacoli, dedicandosi alla manutenzione e alla ripa­razione di barche da pesca e da diporto e alla lettura serale del Don Chisciotte di Cervantes, che non a caso occupa un posto fisso vicino al letto. Sembra dimenticato da tutti e… forse dimentico di se stesso. Finché un giorno, su insistenza anche violenta di un ricco avvocato, accetta d’indagare sull’omicidio di un transessuale e di aggirarsi di nuovo tra le strade di una Napoli disfatta dal caldo, dal vizio e dal malaffare. Un viaggio che diventa sempre più una discesa agli inferi, nei luoghi più oscuri di Napoli e della propria anima, e le cose si complicano ulteriormente allorché ritrova la donna che ha amato quando lui, divorato dal demone del gioco, per tutti era Jackpot, e lei un’ambiziosa e spregiudicata croupier… Mi fermo qui per non rovinarvi il piacere dell’indagine e della scoperta…
“Acque basse”, infatti, si ricollega a un genere di grande successo l’hard-boiled rivisitato da un sottile umorismo e da una graffiante ironia ed im­preziosito da molteplici citazioni e reminiscenze letterarie e cinemato­grafiche; sembra quasi una sfida lanciata al lettore non tanto perché sciolga l’enigma e individui l’assassino quanto perché si sforzi di riconoscere tutti i debiti ed i continui rimandi; il che conferma e ribadisce l’assunto originario del libro e, a mio avviso, il suo maggiore merito: il piacere di raccontare senza altro scopo apparente che suscitare nel lettore il piacere di leggere. Del genere sono rispettati i codici, le location e le tecniche: dagli ambienti (camere d’albergo, bar e night-club, immersi nel fumo e nel buio, intrisi di sensualità e di pericolo) alla voce fuori campo che snocciola la propria angoscia con freddo e amaro stupore, al tempo, infine, che rifugge dalla linearità per prediligere flash-back, dissolvenze e un andamento circolare. E’ un gioco che non si esaurisce in se stesso ma si legittima e si concreta in uno stile decisamente originale, incisivo ed icastico. L’ ambientazione è di sicuro impatto visivo ed emozionale, lontano da ogni oleografia o pati­natura cromatica; la scelta dei Campi Flegreí, della Conca di Agnano e del litorale di Bagnoli esulano dalle abituali location e ci catapultano in un ambiente degradato che si sgretola sotto il peso di un’insostenibile calura; il titolo stesso prelude ad acque ed atmosfere stagnanti, a dark lady, fa­sciate in abiti vaporosi che il caldo torrido appiccica addosso come una seconda pelle, penso a Madeleine Stowe in “Revenge”, a Kim Basinger in “Nessuna pietà” (film orribile, ma lei era, a dir poco, superba) e so­prattutto a Kathleen Turner in “Brivido caldo”, a muscoli intorpiditi dall’afa e dalle “canne”, a energie dissipate, a letti intrisi di sudori e di umori. Tutti di qualità i richiami da Tarantino a Leone, Vidor, Siodmack, Rosi fino ai grandissimi Visconti e Wilder… io nella scena in cui Jackpot si risveglia intontito con il ronzio delle pale del ventilatore nelle orecchie ho “rivisto” l’incipit bellissimo di Apocalypse Now di Coppola così come la scena in cui pesca con nonchalance, filosofeggiando, mi ha ri­chiamato alla mente “Tu mio” di Erri De Luca. Interessante il confronto continuo con il Don Chisciotte, che detta le giuste scansioni al racconto e serve a ridisegnare meglio i personaggi e il contesto in cui si svolge la vicenda. Nel Don Chisciotte di Cervantes si identificano in parte il pro­tagonista e totalmente Giancarlo Siani, che sembra un corpo estraneo alla narrazione ma la cui fine, violenta e prematura, evidenzia la bancarotta degli ideali e la crisi dei valori di una società impantanata nelle sue stesse miserie materiali e morali (ritorna il motivo delle “acque basse”); del resto è anche la morte di Giancarlo, insieme alla delusione amorosa per Rebecca (il nome è un evidente omaggio a Hitchcock) a spingere il protagonista verso l’isolamento, in una baracca fatiscente, su un pontile marcio, lambito da un mare putrido e maleodorante. Bellissimo il sogno che rimanda a Vigo (“L ‘Atalante”) e alla Bigelow (“Il mistero dell’acqua”) e di sicura efficacia risulta la struttura circolare, come nel precedente romanzo con la differenza, però, che in questo caso si tratta di un unico, lunghissimo “flashback”; anche il dubbio che il racconto sia tutto o in parte frutto d’invenzione, nonché l’intenzione/promessa, in conclusione, di rac­contare di nuovo, quasi a sottolineare, alla maniera di Benjamin, la riproducibilità dell’opera d’arte, fanno parte di quella dimensione ludica che caratterizza il romanzo.
Abbiamo detto, all’inizio di questa disamina che Acque basse ha poco a che vedere con i romanzi precedenti di Angelo e credo che nessuno possa smentirci; ciò non toglie, però, che vi siano alcuni motivi e alcuni stilemi comuni a tutta la sua narrativa. Penso innanzitutto alla famiglia, presente, con i suoi pregi e i suoi difetti, in tutti e tre i romanzi e alla musica, che da nostalgia affidata alle atmosfere struggenti e passionali evocate dai ban­doneon e dalle fisarmoniche nei Guardiani delle nuvole, diventa fede, scelta di vita o quanto meno possibilità di sopravvivenza in “Il soffio delle fate” per trasformarsi in quest’ultima opera in silenzio, la musica, cioè, per antonomasia, stando ai poeti romantici. Penso a Keats il quale disse testualmente: “Dolci le melodie che si sono ascoltate, ma quelle non ascoltate sono ancora più dolci” e a Maeterlink con la sua teoria del silenzio che sarebbe più musicale di ogni suono; un silenzio, nel caso di Angelo Cannavacciuolo, intriso di luce, quasi a voler rovesciare la sinestesia dantesca “là dove il sol tace“. Tra gli stilemi, invece, vale la pena ricordare il sogno, che ricorre frequen­temente nella sua narrativa, confermando la natura profondamente romantica di Angelo, e la struttura circolare presente in tutti e tre i romanzi. Prima di concludere vorrei citare l’esergo, di straordinaria bellezza, che recita testualmente così: “Perché quelli che si salveranno sono i giocatori e i poeti, quelli con gli occhi senza inganno e senza speranza.” in queste parole é nascosto il senso più profondo del romanzo e, forse, il segreto stesso della vita.

[a settembre uscirà il nuovo romanzo di Cannavacciuolo: “Le cose accadono”]

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1 commento

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