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LETTERATURA: Alberto Marchi: “Arrigo Benedetti. L’ostinazione laica nell’esperienza giornalistica”.

6 Dicembre 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Qualche giorno fa ho ringraziato Carla Sodini per aver citato la mia lettura de “Il passo dei longobardi”, il capolavoro di Arrigo Benedetti, nel suo libro: “Amici per sempre. Mario Pannunzio e Arrigo Benedetti tra Lucca e Roma” uscito nel 2011 per conto dell’Accademia Lucchese di Scienze Lettere e Arti.
Nel 2010 era uscito per Prospettiva editrice, il libro di Albero Marchi su Benedetti in occasione del centenario della nascita, in cui lamentava la scarsa attenzione riservata alla ricorrenza dal mondo della cultura, a cui l’insigne lucchese ha dato molto.
Il libro è stato ristampato nel 2016 dalla meritoria casa editrice Tra le righe libri, diretta da Andrea Giannasi.
Anche Alberto Marchi vi cita a pag. 97, alla nota 61, la mia lettura de “Il passo dei longobardi” e, dunque, è con grande piacere che lo ringrazio, attestandogli di aver letto con avidità il suo lavoro, che costituisce, insieme con quello di Carla Sodini, un imprescindibile sodalizio a cui dovranno riferirsi coloro che vorranno dedicarsi allo studio del grande giornalista e scrittore lucchese.
Nella casermetta sopra Porta Santa Maria (conosciuta anche come Porta Giannotti) c’è una targa che lo ricorda. Benedetti morì a Roma nel 1976. Vi aveva sede allora negli anni Novanta l’Emeroteca e vi tenevo i primi incontri letterari con l’Associazione culturale “Cesare Viviani”, da me fondata insieme con altri appassionati di letteratura. Il sindaco di allora, Pietro Fazzi, non esitò a concedermene l’utilizzo e ancora oggi gliene sono riconoscente. Gli incontri, dopo così tanti anni, vi si tengono ancora, grazie all’impegno di coloro che si sono susseguiti alla presidenza e alla direzione dell’Associazione.
Arrigo Benedetti amò sempre Lucca, e non mancò di assicurare la sua presenza per lunghi periodi, non cessando mai di lavorare ai suoi giornali e ai suoi romanzi, che furono le sue passioni più importanti.
Amò anche il cinema, allo stesso modo dell’ “amico gemello” Mario Panunzio, lucchese pure lui, e chi vuol vederlo impegnato come attore, basta che guardi il film “Il caso Mattei” di Francesco Rosi, del 1972.
Di lui conservo i numeri de “Il Mondo” sotto la sua direzione, che seguì quella di Pannunzio, dopo la sua morte (1968).
Conservo anche “La fiera letteraria”, dei tempi in cui fu diretta dall’altro lucchese (d’adozione) Manlio Cancogni.
Il libro di Marchi, che si occupa esclusivamente del Benedetti giornalista, è sapientemente strutturato. Una parte è dedicata ai momenti in cui fondava e dirigeva giornali e riviste: Omnibus, Oggi, L’Europeo, L’Espresso (alcuni insieme a Pannunzio), e una parte è dedicata ai temi che gli stavano a cuore e che trattava anche attirandosi gli strali degli avversari.
A Benedetti non mancò mai il coraggio. Difese i suoi principi e, seppure amareggiato, non cedette mai al conformismo. Salvo che negli ultimi anni della sua vita, quando si avvicinò a “Paese sera”, egli si batté sempre, come Pannunzio, in difesa del pensiero liberale, e fu un tenace difensore della divisione tra Stato e Chiesa.


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