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LETTERATURA: Attesa

11 Febbraio 2008

racconto di Giovanni Agnoloni 

[Tra le sue opere: “Letteratura del fantastico – I giardini di Lorien”, lungo saggio sull’opera di Tolkien, ed. Spazio Tre, 2004; sempre su Tolkien: “La fantasia tolkieniana e i paesaggi d’Irlanda”, in “Minas Tirith” n° 14, 2005]

L’uomo se ne stava seduto nell’ombra. Aveva aspettato molto, e ancora non riusciva a prendere una decisione.

La luce entrava di sghembo nella stanza. Un pezzo di serranda era sollevato, e lasciava passare aria e sentore di mezzogiorno. Suo figlio era partito da tre giorni, ma ancora non aveva mandato notizie. Ormai la sua vita ruotava attorno a quel telefono. Aveva persino smesso di andare al circolo, dove gli amici lo aspettavano per la rituale partita a carte. Non ne aveva voglia. Di tanto in tanto andava in cucina a versarsi un bicchier d’acqua o a mangiare qualcosa. Alla sua età non aveva molta forza, e non poteva permettersi di stare in tensione tutto il tempo. Ma certo è che non si sentiva bene.

Il viaggio sarebbe dovuto durare non più di quindici ore, e poi Andrea avrebbe chiamato. Non gli aveva lasciato un recapito, perché non era possibile. Al campo non c’erano apparecchi disponibili, e per telefonare sarebbe dovuto andare al villaggio più vicino. Andrea era un amante dell’avventura, una di quelle persone che non si fermano davanti a niente, pur di continuare a scoprire cose nuove. Aveva scelto gli studi archeologici proprio per questo, e il padre aveva iniziato a temere già allora quello che poi sarebbe successo. Un campo in mezzo al deserto: che follia… Aveva provato a contattare l’università, ma non erano stati in grado di dargli informazioni. Andrea era partito da solo, per raggiungere il resto della squadra, e all’ufficio responsabile della spedizione non risultavano problemi di alcun tipo. Ma poteva esserne veramente sicuro?

L’orologio ticchettava al muro. Negli ultimi tempi quel rumore era diventato la sua unica compagnia. Da quando era rimasto solo, il figlio lo aveva aiutato a sopportare la malinconia, ma adesso non c’era neanche lui. Non si sentiva in grado di tenersi a galla. Percepiva il proprio corpo come qualcosa di fragile, quasi un origami mal fatto, e aveva paura di ritrovarsi per terra mentre camminava per strada. Forse la partenza di Andrea e la preoccupazione per la mancata telefonata erano solo un pretesto per starsene al sicuro tra le pareti domestiche. Ma così era troppo. Perché non telefonava?

L’uomo si alzò, andò alla finestra e tirò su il rotolante. C’era il sole, e la strada riluceva dei colori della primavera. Avesse avuto trent’anni di meno, pensò, non avrebbe perso l’occasione per fare un bel giro in bicicletta, come tanto gli piaceva. Ma ora non sarebbe stato capace neanche di salirci. È brutto come a volte uno si senta impotente, rifletté. Ma i suoi pensieri a chi servivano? Forse ai suoi amici del circolo? Al figlio, perso chissà dove in mezzo al deserto? A se stesso, per tirarsi su?

Comunque non aveva niente di meglio da fare, così continuò a guardare, mentre l’orologio ticchettava senza tregua. In fondo alla strada avanzava pian piano una madre con un passeggino. Gli alberi oscillavano pigramente. L’uomo si chiese come si facesse a portar fuori un neonato con quel caldo. “La gente cambia,” pensò. “Più passano gli anni, meno cose capisco.”

Una macchina sfrecciò pericolosamente. A parte quella donna, non c’era nessuno in giro. Forse era l’ora di decidersi a uscire di casa. Dopo tutto, un po’ di sole non avrebbe potuto fargli male. Andò in salotto a prendere la giacchetta leggera e passò vicino alla foto di Andrea. La guardò pensieroso per un attimo, ma poi decise di proseguire. Aprì la porta della villetta familiare. Ogni volta che ci pensava, quell’aggettivo gli sembrava buffo e crudele, visto che adesso era l’unico abitante. Fece pochi cauti passi sul vialetto d’ingresso, fino a raggiungere la strada. Esitò lì mezzo minuto, osservando la signora col passeggino che camminava sul marciapiede di fronte. Sperava ancora di sentire il telefono squillare. Poi finalmente si mosse per attraversare. La donna si girò distrattamente, per vedere chi fosse.
In fondo alla strada iniziò il solito rombo di prima. “Quel cretino…” pensò il vecchio. Ormai era a metà della carreggiata, e sentiva tutto il peso del calore su di sé. Il rumore cresceva, mentre lui aveva quasi raggiunto l’altro lato. La donna si voltò di nuovo, stavolta preoccupata.

L’uomo era praticamente arrivato al marciapiede, quando sentì uno squillo. Da principio non capì, ma poi si rese conto che veniva da casa sua. Si girò di scatto, con dei riflessi che non sospettava neanche di avere. Non pensò, non ricordò dove si trovasse, non fece più caso all’auto in transito, ormai troppo vicina.

Cominciò a riattraversare, e la donna gridò.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart