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LETTERATURA: Attese

2 Febbraio 2008

di Fabio Fracas

Un viaggio si compone di momenti.

Davanti a me ci sono due sedie di design, verde acido, intenso e innaturale; più che sedie sono potroncine comode, composte da una struttura metallica, presumo, interamente rivestita di tessuto.

Le gambe e la seduta sono una cosa sola: una specie di grossa U, rovesciata e schiacciata al centro come da un grande peso. Lo schienale, della stessa larghezza della seduta, è rivestito dello stesso appariscente materiale e si alza rispetto al piano di circa trenta centimetri. Fra le due sedie, un basso tavolino nero in formica e metallo, interamente ricoperto da alcune pile ordinate di inutili riviste. Sulle copertine sgargianti, patinate e autocelebranti, i titoli riecheggiano i nomi degli uffici e degli enti che le hanno pubblicate. Sui lati esterni delle poltroncine, praticamente attaccate, ci sono due porte di legno dipinto, ancora un verde ma spento e smorzato da un tono di giallo o marrone. Sopra le poltroncine, alla sinistra delle porte, ad altezza occhi, due targhe nere con caratteri bianchi indicano i nomi dei responsabili dei due uffici. O meglio: del responsabile e della sua segretaria.

Il momento che precede il viaggio è carico di tensioni, paure, gioie, incertezze, euforie e piccole depressioni. Non sai cosa accadrà, come andrà a finire: se ne sarai soddisfatto e se ne sarà valsa la pena; o se, invece, tornerai indietro deluso come già è successo altre volte. Ci speri, che tutto funzioni, ma dentro hai paura che qualcosa non vada e attendi impaziente che almeno cominci.

Il pavimento è vecchio: un mosaico irregolare di pezzi di marmo multicolore e screziati, immersi in un’amalgama nera e uniforme. Non è lucido, forse non lo è mai stato ma è bello e si intona all’esterno dell’edificio. Non alle sedie, non alle porte o al tavolino e neanche ai battiscopa di legno, di finto ciliegio. Quelli si intonano alla mia scarpa destra, l’unica che riesco a vedere, marrone chiaro, mentre con la gamba accavallata sorreggo il taccuino sul quale sto scrivendo. Anche la scarpa ha un tacco di legno al quale è agganciata la suola di gomma.

Il momento del viaggio può durare in eterno. Non c’è un limite da rispettare, ne un orario al quale attenersi. Purtroppo. Puoi tenerti negli occhi ogni singolo istante e dilatarlo, espanderlo, al di fuori del tempo. Goderne il piacere o subirne anche l’ansia nell’attesa che qualcosa si sblocchi, se lo stai aspettando, o che nulla si muova, se così preferisci. Ma è solo un momento di tanti, poi lo sguardo riprende estasiato o sgomento a sondare quel piccolo mondo che ti ruota attorno.

L’interruttore della luce: tre pulsanti neri incorniciati da un rettangolo dello stesso colore, più opaco. È sopra la poltroncina di sinistra, circa venticinque centimetri più alto della parte superiore dello schienale. È l’unico elemento asimmetrico di un quadro altrimenti perfetto. Ma non stona. Sul soffitto, una controparete composta di pannelli di polistirolo nasconde una fitta trama di cavi e di tubi che servono anche al condizionamento. Dietro la porta di sinistra si sentono delle voci: probabilmente quello prima di me ha concluso il suo appuntamento.
Attese di un viaggio che sta terminando per lasciare che un altro abbia inizio. Momenti nervosi e veloci nei quali ripassi quello che devi dire, le tue idee, le tue ansie che speri che l’altro non noti.

Poi si apre la porta e ne esce un uomo distinto: ha la giacca, io no, la cravatta, anche io, uno sguardo perplesso un po’ come il mio che sorrido a quell’uomo mentre la voce della segretaria mi dice: la prego, è l’ora del suo appuntamento, e mi fa cenno di entrare.

Mi alzo, cammino e, con calma, comincio il mio prossimo viaggio.


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2 Comments

  1. Commento by Giovanni — 5 Febbraio 2008 @ 20:38

    Particolarissimo pezzo. Ho appena visto il tuo collegamento dal sito MacAdam e sono venuto subito a leggerlo. Complimenti: a me piace molto!

  2. Commento by fanciullino — 6 Febbraio 2008 @ 12:07

    Già lessi questo pezzo in “lunghi viaggi in brevi spazi”, e come mi lasciò con lo sguardo perso nel vuoto quella volta, ora mi lascia con una sorriso.
    Un bellissimo pezzo che rileggo volentieri per la sua capacità di trasportarti in altri luoghi senza il bisogno materiale (narrativo) di farlo.

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