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LETTERATURA: Bartolomeo Di Monaco e Raffaella Puccetti: “Una vita insieme”

1 Luglio 2019

di Stefano Di Monaco
(Raff ed io, Bart, abbiamo ricevuto questo bel regalo da nostro figlio Stefano, che ringraziamo)

Si potrebbe pensare che non ci sia niente di più facile che scrivere un commento su un libro di poesie scritto dai propri genitori. Ma non è così. Come i nostri genitori non ci conoscono né ci conosceranno mai completamente, perché ogni uomo è mistero a sé stesso, così nemmeno noi figli conosciamo né conosceremo mai completamente i nostri genitori.

Ma c’è una signora vestita di bianco, pura, vergine, che li conosce bene. È la verità cristallina che traspare dalle loro poesie.
Sarebbe da parte mia troppo banale, troppo pretestuoso, analizzare ogni poesia di questo libro come se potessi svelarne ogni segreto, o addirittura svelare ogni segreto dell’anima dei miei genitori.
Oh, no, non sarò io a farlo! Sarà quella bianca signora a farlo, sarà la poesia stessa quando la leggerete. Solo essa vi svelerà chi sono i miei genitori.
Perché la poesia è il puro distillato dei sentimenti. La poesia è come un raggio di luce, che attraversa l’animo del poeta, lo filtra, e come per le pellicole analogiche dei film nei cinema, proietta sul telo bianco le immagini delle impronte che la vita ha lasciato nel cuore del poeta. Solo quelle immagini, solo quel distillato, sono puri e veri. Non spetta a me, dunque, proiettarlo su quel telo; spetta alla luce della poesia. Io posso solo cercare di darvi un’idea breve e fuggitiva di quello che a me è sembrato di vedere scorrere su quel telo.

Anzitutto si sente, leggendo il libro, il profumo della natura. Le sue luci, i suoi animali, le sue foreste, i suoni, i fiumi, i fiori; tutto questo si sposa e si fonde con l’animo umano, per costituire un tutt’uno. Natura portatrice di luci o di ombre, di chiarezza o di mistero, di gioia o di malinconia. Si fonde tutta con l’uomo, e si rende portatrice, a volte, delle risposte alle domande fondamentali dell’esistenza, altre volte è colei che della vita rappresenta o porta con sé gli enigmi. L’usignolo che canta, figura presente nelle poesie di entrambi i poeti, parla al cuore dell’uomo, e suscita le domande più profonde.
I boschi, i fiumi, il cielo, la terra, la propria città, diventano il rifugio dei propri ricordi, i luoghi dove si nascondono le gemme più belle del passato, che può essere sempre attinto per ristorare la sete della ricerca del senso della vita. A volte però la bellezza dei ricordi trascende e supera quella della natura stessa, come nella poesia di Bartolomeo “DOVE NASCONDI, STEFANO”: “Ora so/ che nessuna meraviglia/ dell’universo,/ nessuna nuova stella,/ nessuna galassia/ lontana e magnifica/ potrà darmi/ la calda emozione/ di quel ricordo/ qui sulla terra”.

Il legame con le proprie origini e con i propri genitori che ci hanno dato la vita, che ci hanno reso l’infanzia più felice e più facile si rende anch’esso evidente in tutto il libro. E questo amore, assieme alla speranza, viene proiettato sui figli e sui nipoti, sempre presenti e gioiosi ad allietare la vita, a ritirare fuori la giovinezza latente.

A volte irrompe la forza dei sogni e delle fantasie della giovinezza, altre volte un senso di malinconia crepuscolare, a ricordarci che tutto passa o è passato. Altre volte ancora, la speranza che una nuova vita irromperà in noi, e che arriverà la risposta alle domande più profonde. Cerchiamo affannosamente le risposte, cerchiamo di afferrarle come due rapaci “... che sbattono le/ ali contro/ infuocati/ grattacieli di cristallo,/ rostri e artigli/ il vetro/ graffiano/ ostinati,/ nel vano/ disperato tentativo/ di trovare/ un appoggio;” (Raffaella, ARSURA).

Ma nel libro è anche immortalata la ricerca dei propri sogni e delle proprie aspirazioni, il senso di gioia o di insoddisfazione per una realizzazione a volte incompiuta di noi stessi. Ma ancora una volta la natura consola: “E se la mia anima/ domanda il rendiconto/ di ciò che avrei voluto essere/ e non sono diventato,/ il tepore del sole/ e la dolcezza di quelle colline/ placano il mio tormento” (Bartolomeo, TALVOLTA).

Se mi chiedeste in quale stile scrivano i due poeti, vi direi che non saprei dare una risposta sola.
In queste poesie è l’anima che si alza libera in alto, e gioca con le correnti d’aria del cielo. Come libera rondine a primavera, volteggia in vario modo: dall’alto del cielo si tuffa improvvisamente giù verso la terra; cambia all’improvviso direzione come per scansare un ostacolo, poi ritorna su in alto, come se le mancasse all’improvviso l’ossigeno lucente del sole. A volte si ferma nel proprio nido. Si chiede che senso abbia il suo volo; poi guarda i suoi piccoli, ed ecco allora che sì, capisce che ha un senso tornare a giocare nel volo.

Si tratta in alcuni casi di brevi filmati di sentimenti ripresi a scorrere nel proprio intimo; altre volte di singoli fotogrammi che immortalano un sentimento nell’attimo di fuggire; altre volte sono come quelle pitture o sculture di stile contemporaneo, dipinte o scolpite in un concentrato, breve, prezioso tempo di ispirazione.
E le immagini, tratte quando dalla natura, quando dai propri ricordi, quando dai propri sogni o dalle proprie fantasie, tutte parlano; parlano dei due poeti al lettore, ma parlano anche tra di loro, in una ricca collana intrecciata con le perle delle emozioni più diverse. Perle di varia forma, dimensione ed origine, ma tutte preziose come quella, vera, che evoca il ricordo dell’isola di Wight (Bartolomeo, DOVE NASCONDI, STEFANO).

Ma un’ultima cosa lasciatemela dire, come figlio. Questo libro di poesie mi ha evocato un’immagine. L’immagine tratta da un filmato a colori, muto, girato probabilmente nella primavera 1971, nella campagna di Montuolo, in quei prati adiacenti alla strada prima della salita di Cocombola. Doveva essere alcuni mesi dopo il matrimonio dei miei genitori, che fu il 5 Settembre 1970. In questo filmato si vedono il mio papà e la mia mamma, questa probabilmente in attesa della prima loro figlia, mia sorella Elena. La mia mamma felice, con i sogni negli occhi, che sorride con la potenza della giovinezza. Poi la mia mamma prende la telecamera e inquadra mio padre. Lui corre felice sulla strada, poi entra nel prato e coglie un fiore, lo mostra sorridente alla mamma che lo riprende.

Quel film è muto, ma le immagini sorridenti parlano. Quelle immagini dicono tutto di loro; ma questa raccolta di poesie, non c’è dubbio, a quella vecchia pellicola ridona oggi la perduta, preziosa, ritrovata voce.

Con Affetto Stefano al suo papà e alla sua mamma.

28 Giugno 2019.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart