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LETTERATURA: Carlo Sgorlon, un narratore che ci manca

20 Dicembre 2019

di Bartolomeo Di Monaco

Mia relazione al Convegno su Carlo Sgorlon tenuto presso l’Università di Udine il 20 dicembre 2019

Introduzione

Permettetemi di dedicare questo scritto a Edda Agarinis Sgorlon, che fu moglie affettuosa e devota di Carlo Sgorlon, al quale fece anche da consigliera, segretaria e dattilografa. A lei sono debitore di molti consigli che mi aiutarono nella compilazione del libro “Omaggio a Carlo Sgorlon. I romanzi”, uscito per le edizioni Marcovalerio di Torino nel 2015.

Si dice che il romanzo di Herman Melville, “Moby Dick”, abbia il miglior incipit che mai sia stato scritto: “Chiamatemi Ismaele”. È asciutto ed evocativo, oltre che suggestivo. Fa pensare a qualcosa di arcano che ci sarà svelato. Ma io gli preferisco l’incipit di uno dei capolavori di Thomas Hardy, “Il sindaco di Casterbridge”, un po’ più lungo e descrittivo, ma che apre la fantasia a paesaggi, colori e presentimenti che si allargano e prendono posto di prepotenza nell’anima del lettore. Ma l’incipit che metto in cima a tutti in un’ipotetica graduatoria è quello che si trova in un altro capolavoro della letteratura, “Il trono di legno” che Carlo Sgorlon pubblicò nel 1973: “Da ragazzo vissi sempre con la testa piena di vento.” È un ritratto magico e universale allo stesso tempo, poiché esalta la gioventù tout court, ed è anche la rappresentazione più completa dell’autore, che ebbe nella fantasia e nella magheria gli stimolatori più efficaci della sua scrittura: “La fantasia invece mi portava continuamente lontano, alla ricerca di luoghi, cose, persone e immagini che rispondessero alle grandiose seti e fami che provavo.” (“Regina di Saba”, del 1975).

I personaggi di Sgorlon sono evocatori di miti e miti essi stessi; non vivono soltanto nel presente, e nemmeno si può dire che aggiungano semplicemente il passato al presente come tante reincarnazioni, ma si portano dietro sempre, come un seducente alone, la delicata e complessa tessitura di una realtà indicibile e inconoscibile, senza tempo, fatta di echi, sussurri, voci, istinti, visioni, emozioni, preveggenze, e di quant’altro di arcano ancora avvolge l’universo. Sgorlon ci mette a disposizione un prodigioso ordito che trasforma ciò che non si vede e non si conosce in un’emozione panica e trascendente a un tempo, che non riuscirà a saziarci mai, nonostante la sua abbondanza, come non ci saziano mai l’infinito e il mistero; e in ciò si annida un’attrazione fatale, magica, in grado di sedurci, di smarrirci, di dilatarci in una trasfigurazione che ci assorbe nello stesso ordito e ci consuma lentamente.

Sgorlon è nato scrittore, e sente il vigore del dono e l’impegno a donare. Troviamo in “Marco d’Europa” (uscito nel 1993 e poi nel 2003 per Mondadori con il nuovo titolo “Il taumaturgo e l’imperatore”): “Io ero molto perplesso (…) Però un narratore è anche un artigiano, un professionista, e deve saper raccontare qualunque storia, anche quella di un santo. In certo modo mi sentii sfidato, e così decisi di accettare.”. Ne “La penna d’oro”, del 2008, troviamo: ““Ora che le anomalie della mia salute stanno diventando sempre più numerose e accentuate, raccontare storie mi aiuta ad accettare la mia condizione esistenziale, tanto più che la narrativa, modellata all’etica, rappresenta anche un modo di giovare al prossimo.”. Ecco il suo donare. E subito dopo: “ho scritto altri libri, perché inventare storie mi aiutava a vivere. Non so quale sarà il loro destino, perché sto percorrendo l’ultimo tratto del mio Viale del tramonto, e probabilmente non potrò occuparmi di loro.”.

Ne “Il regno dell’uomo”, del 1994, abbiamo la conferma di ciò che si sospetta sempre di ogni autore, e, cioè, che egli sia in qualche modo presente in tutti i suoi protagonisti e anche in taluni personaggi minori: essi non sono che lo stesso Sgorlon, a riprova di un insegnamento complessivo che ha inteso lasciare alla nostra generazione (soprattutto a riguardo della modernità sconsiderata e avventurosa). Sgorlon scrive per affascinare e per insegnare. La sua vocazione di artista non si è mai trasformata in egoismo, ma è rimasta sempre un dono per i suoi lettori.

Non ho mai esitato a collocare Sgorlon tra i più grandi narratori della letteratura italiana degli ultimi due secoli, ed è il solo tra i contemporanei che mi sento di unire alla catena che incastona tra i suoi gioielli i bei nomi di Manzoni, Verga, Bacchelli. Oso dire che Sgorlon ha perfino qualcosa in più: l’assoluta freschezza e attrazione della sua scrittura. Si avverte che è sorgiva, limpida, apportatrice di piacere e di doni.

Il convegno che oggi è a lui dedicato è un tributo doveroso, e come estimatore di questo autore friulano, non posso che compiacermene. Egli si è spesso lamentato di come i suoi conterranei lo hanno trattato. Scrive ne “La penna d’oro”, del 2008, l’anno prima della sua morte: “Ho dedicato gran parte della narrativa al Friuli, però questa dedizione non è stata ricambiata in forme piene e convinte.”. E subito dopo: “Nel mondo intellettuale friulano, poi, si è formato intorno a me una specie di cordone sanitario, come fossi portatore di qualche morbo sconosciuto.”.

Perché è successo questo? In vita ha avuto dei nemici? Sì, è lui stesso a dichiararlo ne “La penna d’oro”: “Mi sono stati attribuiti più di quaranta premi nazionali, ma alcuni non li ho mai visti. Le giurie me li avevano assegnati, ma poi sono svaniti per l’intervento di qualche Assessore alla cultura progressista, contrario al fatto che venisse premiato un ‘conservatore’. Più volte ottenni la maggioranza dei voti, ma poi i progressisti riuscirono a ribaltare le situazioni, rifacendo le votazioni. Su ciò ho avuto scarse informazioni da componenti delle giurie, miei estimatori.”; “Sono uno scrittore molto amato da coloro che condividono la mia poetica, e ignorato o addirittura irriso da chi ha un’ideologia diversa.”.

Sappiamo che Pasolini stroncò uno dei suoi libri migliori, “Il trono di legno”, che traccia invece un vero e proprio percorso di conoscenza che trova ben pochi altri esempi di questa levatura, andando ad illuminare intuizioni e circostanze che si trovano non solo nella realtà visibile, ma in quella che si nasconde dietro un velo soprannaturale posto tanto al suo confine quanto in ciò che si muove e agisce dentro di noi. Il suo protagonista Giuliano è l’uomo nella sua interezza, come raramente troviamo descritto nella letteratura. Ci troviamo di fronte, ossia, ad un narratore che non si limita a raccontare, per la qual cosa forse nemmeno si sarebbe messo a scrivere, ma che cerca le risposte fondamentali non solo riguardo all’uomo ma soprattutto riguardo all’esistenza universale. Ne “Il velo di Maya”, del 2006, fondamentale nella produzione di Sgorlon, c’è tutto per identificare le principali manifestazioni dell’energia universale, tra cui l’eros e la musica, le quali sono in grado di trasformare il nulla che si trova al di là del velo di Maya nel ciclo esistenziale, possibile soltanto con il trasferimento di questo nulla, o anche di questo essere o non essere, di questa “parte notturna del mondo”, al di qua del suddetto velo. Ancora: “il velo di Maya non era quello dell’inganno, che serviva a mascherare l’infinito labirinto e l’infinito miraggio del mondo, ma un dono degli dèi, per renderci più accettabile l’esistenza.”.

Narratore ricco di immaginazione e di spiritualità, avvertiva però il dovere che un artista assume con la storia che racconta. Non mancò mai per ogni suo scritto di farlo precedere da una accurata preparazione storica e culturale, affinché la suggestione che ne derivasse fosse la più estesa e la più profonda possibili.

Non solo, perciò, allorquando tratta di fatti realmente accaduti, ma anche ogni volta che tratteggia razze, costumi e paesaggi. I suoi movimenti, siano essi fantastici che spirituali, hanno una base sempre ancorata alla realtà.

Lo si è definito un conservatore, e invece non lo è. Il suo, al contrario, è un continuo tentativo di ripristinare ogni volta le forze originarie, vergini e fertili, che diedero vita all’esistenza universale, essendo le sole che possono consentire una sana evoluzione dell’uomo e della società. In ciò fu critico severo e indefettibile. Egli si rivela sempre di più l’autore che volle collegare passato e presente sulle linee immarcescibili della purezza e della intangibilità.

Ovunque l’uomo ha contaminato la natura, Sgorlon scava, taglia e ripulisce per tornare alle origini. Un cantore, quindi, di ciò che ha costituito la sostanza e l’amalgama della vita. Scrive ne “La tribù”, del 1990: “Vecchi artigiani morivano e nessuno li rimpiazzava, le loro botteghe restavano chiuse e i loro arnesi pian piano arrugginivano negli scaffali e nei cassetti.
I giovani non ne continuavano il mestiere, avevano altre idee e se ne andavano a cercar lavoro nelle fabbriche e nelle città. La gente mutava anche da noi, e i tempi andavano depositando su di essa qualcosa di simile ad una crosta di calcare, che ne induriva le superfici e i comportamenti, e li riportava indietro nei secoli, a qualcosa d’irsuto e di selvatico: un po’ come i boschi che stavano a ridosso dei paesi, non sfoltiti o tagliati da nessuno, e sembravano sempre più avvicinarsi alle case e intricarsi d’arbusti e di rovi selvatici.”.

 

I confini con un altro mondo

 

Uno strumento fondamentale di conoscenza è per Sgorlon la memoria. Essa è il prezioso scrigno che l’uomo sotterra in qualche luogo di cui più non ricorda, così che ogni collegamento con il passato rischia una irrecuperabile interruzione. Se non si ricorda il passato, il futuro si muove impregnato di uno smarrimento ed anche di una follia i cui riflessi agiscono direttamente sull’uomo, menomandone la storia.

Per questo, quando si avvia a scrivere, fa in modo di avere già pronti tutti i riferimenti utili alla sua narrazione. Sa che il viaggio che ogni volta intraprende non ha percorsi circoscritti, ci si può sperdere, oppure si possono aprire spazi nuovi, inattesi e sconosciuti, al limite della percezione e invisibili.

Letti attentamente, tutti i libri di Sgorlon tengono conto dell’imprevisto, ed anzi ci fanno assegnamento. Sono opportunità che, se percepite e decifrate, divengono fondamentali per la conoscenza e per la memoria le quali, arricchendosi, consentono di proseguire il percorso della vita, impedendone le incrostature e le marcescenze.

Sgorlon ha una speciale vocazione per una tale indagine ed una così importante scoperta. Ce lo dice, sempre nel libro “La penna d’oro”, il quale può considerarsi ormai la sua unica e autentica biografia letteraria, e anche, soprattutto, il suo testamento d’artista: “Per interminabili pomeriggi estivi vivevo nel grembo della natura, come una lepre o uno scoiattolo, con la sensazione che lì, nella campagna, non v’erano minacce di alcun genere per me, ma al contrario un quid che mi proteggeva, come un guscio o un bozzolo. Sia la campagna che le credenze contadine mi appartenevano profondamente, facevano tutt’uno con me.”. Ne “La notte del ragno”, del 1970, troviamo: “alle mie spalle e a quelle di Roswitha sta l’immenso gatto del tempo, che ha le zampe sulla terra e le orecchie nel cielo.”.

La sua è una condizione privilegiata, nativa, che lo amalgama alla complessa realtà, facendo di sé medesimo terra e aria, colore e profumo. Giuliano (che assomiglia tanto a Sgorlon) dice ne “Il trono di legno”: “ricavavo la medesima convinzione; che la realtà, le cose più vere del mondo erano al di là del sipario, e non di qua, vicino a me.”. Solo essendo dentro la natura, e natura noi stessi, possiamo percepire ciò che sta e si muove ai suoi confini. Nello stesso romanzo, gran testimone della sensibilità raffinata dell’autore, ne troviamo descritte le complessità e le problematiche: “Mi pareva di vivere circondato da tante cose che non si lasciavano raggiungere, che si spostavano sempre più in là. Oppure che, raggiunte, si rivelavano inconsistenti.”; “venivano spinte dalla mia parte, in un tutto continuo, ingrandivano davanti ai miei occhi, fino a giungere a portata di mano. Ma in quel punto io ero sempre distratto o assonnato, per cui passavano alle mie spalle troppo presto, senza che fossi riuscito a sentirne il reale spessore.”; “Noi non eravamo che musiche effimere contenute da un disco, da uno spartito che può essere suonato infinite volte, mentre ritenevamo di essere lo spartito medesimo, e che i suoi fogli venissero stracciati con la nostra morte, in maniera che le note non venissero più ripetute. Le cose si ripetevano, ritornavano uguali, si ripercuotevano come echi, somigliando tutte quante a una accaduta in principio del tempo.”. Leggiamo ne “La malga di Sîr”: “Sembrava, a guardar bene, che ogni gesto compiuto da Urbano, significativo o modesto che fosse, rispondesse a un disegno segreto, che apparteneva a lui, ma anche al congegno smisurato del mondo.”.

Sgorlon ha, tuttavia, la chiave per andare oltre la realtà e avviare un percorso insolito e avvincente di conoscenza. Ce lo rivela nel romanzo “Regina di Saba”: la realtà apre “una porta magica”, al di là della quale si schiudono “luoghi privilegiati dove le barriere si dileguavano, dove si aprivano balconi che mostravano all’improvviso quello che doveva essere il mondo più vero.”. E anche: “Avevo l’impressione che la realtà delle cose non fosse in rapporto al loro succedere, al loro allinearsi nelle quinte del mondo, alla loro consistenza spaziale e temporale, ma con qualcosa d’altro, di più intimo ed essenziale, posto all’interno di esse.”. E anche: “Pareva spesso in ascolto di voci che non si udivano o in contemplazione di scene che non si vedevano, come se la realtà che si guarda e si tocca non fosse che una parte del mondo, forse la più banale, e al di là ci fossero mille altre cose, che sfuggivano ai più, come se oltre le apparenze ci fossero significati che certe volte si potevano cogliere, solo che si facesse attenzione.” Ne “L’uomo di Praga”, del 2003, scrive: “Una parete di carta divide l’essere dal non essere, la pace dalla guerra, la vita dalla morte. Bastava un fatto più lieve dell’ala di una mosca per modificare la sorte di chiunque..

Scopriamo, così, che vi è un delicato ordine nell’universo grazie al quale è possibile, se ne abbiamo le qualità, che tutta la potenza e il mistero che lo avvolgono, ad un certo punto convergano su di noi e ci trasformino, pur così minuti ed insignificanti, in piccoli dèi.

Tale possibilità, che il lettore avverte in modo pregnante, racchiude un così fascinoso e magico sentimento da farci smarrire e naufragare. Vi si coglie la stessa sensazione che Leopardi ha voluto trasmetterci con il suo “Infinito”. Pensate a questa frase, che si legge ne “Il processo di Tolosa”, del 1998: “il suo cammino terreno era cominciato forse molto prima di venire al mondo.”.

 

Leggende, miti, magherie, superstizioni e prodigi

 

Fine uditore delle atmosfere universali, Sgorlon ne capta la fascinazione e la malia con le quali alimenta la sua natura di cantore sensitivo, vocato alle esplorazioni di un mondo misterioso ed impalpabile, i cui confini sono indefinibili e incogniti. Le sue captazioni sono i suoi punti di appoggio, e ne determinano i gradi di avanzamento e di conquista. Ne “L’ultima Valle”, del 1987, ci troviamo nel bosco di Brandis, alimentato da un torrente “che aveva una sua selvaggia bellezza. Correva verso la valle del Prasio con una foga irresistibile, saltando tra i massi, scavandoli e modellandoli col suo impeto scrosciante. Sull’orlo delle pozze azzurrine, quando pioveva e nello stesso tempo c’era il sole, si fermavano le streghe a pettinarsi. Ma le acque erano soprattutto il regno delle agàne. Nel laghetto di Brandis si vedevano i loro capelli di colore verdescuro come gli abeti. Mollemente agitati dalle acque lungo le rive. Esse uscivano dalle grotte e gli anfratti delle rocce, nelle notti di luna, vestite di bianco. Ballavano, ridevano, scherzavano come bambine, e poi si mettevano a lavare e a risciacquare grandi lenzuoli, che facevano asciugare sulle pietre.”.

Leggende, magherie, superstizioni, folklore, usanze, razze fanno parte della ispirazione artistica di Sgorlon; ne è compenetrato. Aprono in lui squarci di infinito.

Ne “La foresta di Lorena” del 1990, ci troviamo in un villaggio dove i bambini nascono con il gozzo e nonostante tanti studi ancora non se ne è compresa la ragione. Si dubita dell’acqua. Più tardi accadranno altre disgrazie: “ci fu la nascita di un bambino con le ossa del piede sovrapposte e deformi.”. Ne “La foiba grande”, del 1992, scrive: “Ferocie di epoche defunte, conosciute a malapena, rimaste a creare frange di terrore nelle pieghe scure della mente, erano riemerse in modi impetuosi e imprevedibili.”.

C’è nell’universo una forza misteriosa e potente e Sgorlon, impossibilitato a identificarla, cerca di svelarne la costante e oscura presenza: “Tutte queste regole e leggi dell’universo si fondevano nel grande codice dell’essere, infinitamente complesso, di fronte al quale l’insieme delle leggi umane impallidivano e diventavano sillabari per bambini.”.

Sgorlon si conferma narratore dedito e predisposto in particolare alla conoscenza del mistero; non solo vi si avvicina, restandone ammaliato, ma si prefigge di penetrarlo in cerca della sua anima. Niente è morto e neutrale o indifferente nell’universo.  Il contatto, il colloquio e la conoscenza sono sempre possibili. Ne “Il guaritore”, del 1993, si parla dei re maghi: essi “avevano dato vita a un mito indistruttibile. Ciò che metteva radici nell’animo popolare, anche se apparteneva a una favola, aveva una vita più vera di chi aveva avuto un posto nel tempo e nello spazio.”. Ne “Il costruttore”, del 1995, la vedova Tarsilla “una donna non più tanto giovane, sensitiva e ricca di sensualità“, mortole Nane, il marito, non si rifiuta di darsi agli uomini e li riceve con la massima discrezione per non dare scandalo, poiché convinta che sia il marito a volerlo: “Egli perciò non poteva più far l’amore con lei, che stava sulla sponda opposta del mondo, se non attraverso persone vive, che venivano in casa sua, come se fosse Nane a mandarle.”. Ne “La tredicesima notte”, del 2001, in un luogo di fantasia, Monterosso, un piccolo paese di montagna, “con le case dipinte di rosa, di viola e di verde”, avvengono delle morti strane tra gli abitanti: “A volte si abbattevano al suolo improvvisamente, come cicute tagliate dalla falce, e portandosi le mani al petto in modi affannosi e rantolanti.”. Non si tratta di un’epidemia: “Quei dolori improvvisi che trafiggevano il petto richiamarono per somiglianza gli spilloni che nelle fatture si infilano dentro le figure di cera, per invocare la morte di una persona detestata.”.

Come si vede, dalle sue pagine emana un’aria sottile come un refolo di vento che ricolma di suggestioni, di incantesimi, di malie le sue opere. Un autore impegnato a trasformare in un vetro trasparente la intricata e complessa realtà, e a mettere a nudo ciò che da sempre sta dietro al recinto delle cose che ci circondano. Uno straordinario scrittore contemporaneo, uno dei pochi capaci di non farci rimpiangere i grandi romanzi del passato.

Ne “L’uomo di Praga” un destino mutevole e imperscrutabile regge la vita di ogni uomo, allo stesso identico modo in cui regge la terra, la quale altro non è che “una sorta di navicella di salvataggio, una zattera, la cui orbita attorno al sole e il cui spostamento verso la costellazione d’Ercole non era che un perenne, infinito naufragio dentro il mare del tempo e dello spazio.”.

Ne “La penna d’oro”, abbiamo la definizione di mito: “Il mito è una favola di significato universale, che racconta verità inconsumabili, non legate alle sue contingenze. I miti raccontano personaggi mai esistiti, ma che paiono più resistenti e più veri di quelli reali.”. E poco dopo: “Tornare veramente a una concezione prescientifica, pregalileiana del mondo è impossibile; ma è concesso recuperarlo, sentirlo, tenerne conto, rimetterlo nei percorsi vitali del nostro pensiero.”.  Ancora ne “Il guaritore” troviamo: Raul “sostenne che il mito, l’epica, il racconto favoloso e leggendario, erano le uniche forme di conoscenza della realtà che l’uomo possedeva. Non esisteva e non era possibile una forma di cognizione oggettiva del mondo. La pura oggettività coincideva col nulla.”.

 

Il nomadismo e il mondo irregolare

 

Viaggiatore egli stesso, soprattutto con la fantasia, aveva una particolare venerazione per il mondo zingaresco, al quale dedica addirittura un romanzo, “Il Caldèras”, del 1988: vi si legge: “rom e sindhi appartengono da sempre alla mia esperienza ed al mio interesse, in forme che non escludono una patina di mistero e di magia, così come appartengono alla mia terra, dove hanno cominciato ad integrarsi e a farsi stanziali.”. Ne “La tribù”: “Foràns sorgeva in una zona quasi selvatica, dove il bosco a volte diradava per lasciar spazio alla rovina di un torrione, diventato nido di rovi, ortiche e cornacchie. I boschi erano trafficati da cinghiali e contrabbandieri.”. Ne “Il processo di Tolosa”, così viene descritta Irene, una cavallerizza del Circo: “Dal colorito piuttosto scuro della pelle la si sarebbe detta una spagnola o una zingara. Aveva una cicatrice sullo zigomo destro, una chiostra di denti bianchissimi e gli occhi tagliati lievemente alla orientale.”. Anataj, ne “La conchiglia di Anataj”, del 1983, forse il romanzo più suggestivo di Sgorlon, vecchio e dalla figura ancora maestosa, che era stato un famoso brigante e aveva scontato una pena ai lavori forzati, gode di rispetto per la suggestione che emana dalla sua forte personalità: “In lui si erano concentrate tutte le persone della tribù distrutta.”. Sgorlon dà sempre spessore ad un vecchio che ha profonde radici nella storia dei luoghi. Come Pietro ne “Il trono di legno”, Isaia, “il patriarca della valle”, il vecchio dall’età indefinibile, ne “L’ultima valle”, ma ne troveremo anche di meno vecchi, come Simone ne “Gli dèi torneranno”, ed altri ancora. Nella famiglia di Sgorlon c’era il nonno Pietro (lo stesso nome che troviamo ne “Il trono di legno”) che era un raccontatore come loro, e quasi sicuramente è proprio il nonno che gli ha inculcato quel piacere scoperto e contagioso del narrare.

Essi sono portatori della memoria e del mistero, sono manifestazioni di una umanità antica e prediletta.

Sgorlon li penetra, non se ne allontana mai, neppure quando non sono in scena. Pur assenti in altri suoi romanzi, ne avvertiamo sempre la presenza, poiché interni alla sua anima e alla sua scrittura.

 

L’eros e le donne

 

Scrive ne “La penna d’oro”: “L’eros è dunque tra le cose più sacre, perché è uno dei luoghi in cui lo sterminato enigma del vivere chiarisce un poco se stesso. Così mentre oggi, solitamente, l’eros, sia nell’arte come nella vita, è allontanato dai suoi fini, spesso deformato e pervertito, da me viene, al contrario, sacralizzato, sentito come nelle civiltà arcaiche, e rappresentato con un massimo di discrezione, di prudenza e di misura.”; e ne “Il velo di Maya”: “Ciò che contava era che Desirée e lui erano entrati nello schema dell’eros, nel piano misterioso della natura, che secondo molti nessuno aveva disegnato, ma esisteva..

Le donne sono suscitatrice dell’eros, tutte alte e incantatrici, ne fanno uno strumento di maturazione e di conoscenza, per se stesse e per gli uomini. Ne “Le sorelle boreali”, del 2004, esse così sono descritte: “In casa Strigov v’era un’atmosfera speciale. Ogni uomo che vi entrasse, per una ragione o per l’altra, se ne accorgeva immediatamente. Notava subito la bellezza eccezionale di Natascia, ma anche l’attrazione arcana delle altre, tutte biondissime e con le trecce lunghe. Erano ancora giovani, e tuttavia mostravano meno anni di quelli che avevano. Il loro incarnato pareva di seta rosata, perché il sole oltre il circolo polare non riesce a indorare nemmeno la pelle di un bambino.”. Isabella, un personaggio di “Regina di Saba”, suscita nel protagonista Silvano non solo attrazione fisica, passione o amore, ma soprattutto conoscenza, disvelamento, proiezione smisurata verso l’ignoto e l’infinito: “Certe volte il suo potere mi suscitava un senso di sgomento, come non fosse collegato soltanto a fatti accertabili e naturali, ma a qualcosa di inconoscibile.”. E ancora: “Isabella era la sovrapposizione di infinite cose, e io mi calavo in lei come fosse un sistema di grotte scavate nella roccia, che non si finiva mai di esplorare, pieno di echi, di ombre e di luci, di fiumi e di laghi sotterranei.”. Isabella “Pareva spesso in ascolto di voci che non si udivano o in contemplazione di scene che non si vedevano, come se la realtà che si guarda e si tocca non fosse che una parte del mondo, forse la più banale, e al di là ci fossero mille altre cose, che sfuggivano ai più, come se oltre le apparenze ci fossero significati che certe volte si potevano cogliere, solo che si facesse attenzione.”; “entrava nella vita altrui come una ventata d’aria fresca”. Ne “Gli dèi torneranno”, del 1977, la contessa Margherita de Crignis, giunta nubile ai quarant’anni, pervasa da un’inquietudine che le proviene dal passato, “proprio in lei, si assommavano le esistenze che nel loro passaggio sulla terra erano vissute a Cleulis”. Emilio, ne “La carrozza di rame”, del 1979, quando è vicino a Ines “Aveva la sensazione, vicino a lei, di sprofondare nel tempo, di precipitare all’indietro nei secoli, in un mondo di cose lontane.”. E anche: “a Emilio parve che avesse addosso qualcosa delle foreste e dei fiumi africani.”. Paola Serini ne “La contrada”, del 1981, si donava a Matteo con gioia: “soprattutto la ringiovanivano le risate e gli scintillii negli occhi. Il suo riso era simile a una cascata di sassolini o di perle sulle piastrelle del pavimento, e i suoi scrosci parevano rimbalzare addosso alle cose e alle persone.”. La Veronica de “La tredicesima notte”, quindicenne, dunque ancora bambina, “Se ne stava sulle terrazze, con le braccia aperte e i capelli al vento, e rideva a ogni tuono e a ogni fulmine, come avesse con queste cose una lunga familiarità e un’oscura parentela, che veniva dalla radice stessa del suo essere, e forse anche da più lontano, molto prima che lei nascesse.”; “Veronica si rese conto che esisteva il dolore di uomini e animali, e su di esso, per la prima volta, concentrava tutta la sua attenzione. Era il dolore del mondo, sospeso nascosto e segreto…”, e “In montagna l’istinto di Veronica era quello di parlare sottovoce alle rocce e ai ghiaioni, come parlava agli animali, e soprattutto a Wolf, che la seguiva e capiva ogni suo gesto.”.

Le donne sono parte importante del mistero. La loro essenza appare più compenetrata nei nascondimenti dell’universo, quale energia moltiplicatrice e vivificatrice. Nell’uomo ritratto da Sgorlon, anche quando esprime un alone di mistero, mai si perviene ad una irradiazione potente, perfino creatrice, che distingue le donne di questo autore. Troviamo ne “Il guaritore” il ritratto di un’altra donna definita l’etèra, la cortigiana, molto pericolosa: “Quando arrivava lei, per le mogli cominciava l’epoca del pianto e della sconfitta, perché l’etèra conosceva modi insinuanti di seduzione e possedeva lusinghe irresistibili per gli uomini.”. La figura di Marta è così esaltata ne “L’armata dei fiumi perduti”, del 1985: “Il Friuli con i suoi fiumi e le sue verdi montagne, la gente e le sue donne, così simili in qualche modo alle ragazze e alle bábuške cosacche, si riassumevano e si concentravano in Marta e nei suoi richiami potenti.”. Eva, la protagonista de “La fontana di Lorena”, “si sentiva sempre e soltanto un tramite della vita, una sorta di ponte, uno strumento in cui la creatività immensa dell’essere si rivelava come desiderio di forme e di colore. Un arcano senza fine.”. Ancora Eva: “era una donna alta, ben modellata, con una faccia un po’ tonda e una capigliatura abbondante e compatta, di color castano, ma aveva una guardatura un po’ strabica, e a volte era attraversata da strane intuizioni, come vedesse nel cuore delle cose.”. Astrid è sua sorella: “Quando Astrid parlava era quasi sempre per dire cose strane.”.

Ne “I sette veli”, del 1986, anche Mafalda, la prostituta che al solo vederla risveglia in Fausto, che ora ha quasi dodici anni, la sensualità, “Era una donna alta, con la carnagione scura e i capelli neri e lunghi, abbandonati con disordine sulle spalle.”. È vedova, sui trent’anni, ed “era una donna bella, forse più bella di Jole”. La sua casa è frequentata dai soldati della caserma di Rains, il paese dove fu bruciata, secoli prima, la strega Elisa: “Il mio orizzonte si allargava, e io passavo in zone sempre più ampie e più mature dell’esistenza.”.

Difficile trovare in un altro narratore una così ampia costellazione di donne, le quali rifulgono nei romanzi come stelle che illuminano e incantano.

 

La paura, la guerra, la fede e Dio

 

Stupore, gioia e paura camminano sempre insieme. Da una parte sta la paura e dall’altra la gioia. Al centro lo stupore, a forma di uno snodo che consente ogni direzione, a seconda del soggetto. Se uno è debole, stimola la paura; la occhieggia e le dice di farsi avanti. Se invece il soggetto è forte, si volta verso la gioia e le fa l’occhiolino. Succede anche nei romanzi di Sgorlon. Ma in questo caso ci interessa la paura, poiché questo grande autore ci fa camminare spesso su sentieri sconosciuti e, anche se non ce lo dice, ci invita a stare sempre sul chi va là. I suoi personaggi, infatti, non sempre hanno coraggio a sufficienza e si abbandonano spesso ai morsi della paura.

Che cosa fa paura a taluni personaggi di Sgorlon? Non qualcosa di fisico e materiale, bensì le impalpabili atmosfere che li circondano. Non genera paura la guerra, ma disappunto, rabbia, ribellione. Vediamo. Ne “La foiba grande”: “gli istriani non erano slavi, o italiani, o tedeschi, ma slavi, italiani e tedeschi insieme, eppure un po’ romeni, dalmati, morlacchi, ed altro ancora. La guerra aveva appunto questo di nefando, che faceva sparire gli istriani, per svegliare in loro sopiti nazionalismi.”. Ne “La malga di Sîr”, del 1997: “La gente criticava anche i partigiani rossi, soprattutto perché non se ne stavano su per le montagne e osavano sfidare gli invasori con troppa disinvoltura, provocando reazioni contro la popolazione civile.”. Il riferimento è alle rappresaglie nazifasciste. Ne “L’armata dei fiumi perduti”, Sgorlon traccia con nettezza il confine tra l’essenza dell’uomo e le sue azioni che si sono andate accumulando nel tempo, tali da condurre a divisioni, assurdità e nefandezze inconcepibili, tra le quali primeggia il demone della guerra (“gli uomini avevano la guerra nel ventre, come una malattia endemica”), i cui disastri “ritornavano eternamente, sotto climi diversi e in tutti i luoghi della terra.”, e quando Marta apprende dell’esistenza dei campi di sterminio dentro i quali finiscono ebrei, zingari, partigiani fatti prigionieri, e dove è finita la sua padrona Esther, si rassoda nella “decisione di sopravvivere a ogni costo e di tener duro fino in fondo.”. La “corrente della vita” riprende a scorrere in lei come risposta alla morte e alla guerra, allo stesso modo che nel popolo cosacco si riversa il desiderio, attraverso il canto e il ballo, di non voler morire e di possedere “ancora un futuro, dei villaggi da abitare, un fiume nel quale nuotare o pescare le trote.”, e che “mai nella storia si era verificato che un popolo fosse stato eliminato per intiero.”. Alla guerra si oppone la speranza, seppur lieve, ma caparbia, voluta, disperata, nella lotta imperitura della vita contro la morte.

Ne “L’uomo di Praga” leggiamo: “La guerra e la miseria erano grandi amiche e alleate tra loro. Dov’era la guerra, la miseria subito accorreva stridendo e agitando i suoi stracci.”.

Ne “Il guaritore” troviamo, invece: “sulla terra v’era come un perenne black-out, e uomini e donne avevano una sotterranea paura della vita e del cosmo sterminato che li circondava.”.

Sono i fantasmi che generano la paura più penetrante e pervicace, quella che si insinua nella mente e ne corrode a poco a poco, in silenzio e con malignità, il vigore. Quando si parla di paura nei romanzi di Sgorlon, ci si deve riferire a questo significato.

E Dio? E la fede? Si affacciano anch’essi, a dimostrare la complessità dell’esistenza indagata da Sgorlon. Ne “L’ultima valle”, Rita ha perduto la fede: “Disse che sentiva pietà per se stessa, non tanto per la sua malattia, ma per tutte le preghiere recitate invano, da quando era nata. Mi parlò dell’immenso coro delle preghiere che erano state pronunciate da quando l’uomo esisteva, e si era immaginato un dio che stava ad ascoltarle. Tutte insieme formavano uno sconfinato vento di voci, un ronzio sterminato che passava lasciando un’eco dietro di sé, una favola grandiosa che l’uomo si era inventato per riuscire a sopportare la sua solitudine su un piccolo pianeta, in un angolo di una delle infinite galassie. Uno spreco enorme di speranze vanificate.”. Un brano degno di rammentarci Dostoevskij e “I fratelli Karamazov”. Ne “La tribù”: “Il Padreterno, immensamente lontano, non manifestava in alcun modo la sua collera, non protestava, non brontolava nei temporali né lanciava i suoi fulmini, perché era invecchiato sopra il suo seggiolone di montagne e di nuvole. Era sempre assonnato e distratto, e da gran tempo aveva smesso di occuparsi di cose terrene.”. Come vedete, anche nelle raffigurazioni di Dio è presente quell’alone di magheria che caratterizza il tipo di vicinanza che l’autore ha con il mondo che oltrepassa i confini della realtà. Ciò che è invisibile, impalpabile e sconosciuto è portatore di magia e di mistero. Crea vibrazioni dentro l’uomo talmente speciali che non trovano l’equivalente nella natura. Una delle lezioni che possiamo ricavare dai tanti e poderosi romanzi di Sgorlon è che egli non si sottrae a nessun argomento, affrontandolo a viso aperto, prevalendo in lui il desiderio dell’avventura e della conoscenza.

Ne “Il patriarca della luna”, del 1991, si legge: “L’intelletto di Ermanno si perdeva in questo mare e cadeva a fondo come un sasso. V’era un solo modo di uscirne, ossia pensare che tutto ciò che vi era prima di noi, e la stessa materia, che non era caos ma sostanza vivente e organizzata, fosse Dio. Tutto era Dio. Noi stessi non potevamo essere che particelle infinitesime dell’universo, che contenevano un riflesso di Dio.”. Ne “Il guaritore”: “Senza Dio come potevano gli uomini governare una babilonia complessa e smisurata come il mondo? Se ci avessero pensato veramente, solo per un momento, la loro mente sarebbe stata invasa dalla vertigine del caos, e si sarebbero persi in un labirinto senza uscite.”. E ancora, molto più avanti: “Dio non poteva eliminare il male del mondo, perché l’essere era la sintesi di tutti gli opposti. Ma poteva viverlo, soffrirlo per capire la terribile condizione umana. E così aveva fatto. L’assurdo del male e della sofferenza aveva acquistato un senso.”.

Non è facile sbrogliare e recepire nella logica umana il Dio di Sgorlon. Egli è tutto e unisce in sé nello stesso tempo una perfezione che travalica i limiti della ragione e allo stesso tempo include ogni contraddizione possibile, con la quale ci mette alla prova. Ne “Il guaritore Anna: “Pensò che Cristo, che aveva assunto tutti i peccati del mondo sopra di sé, anche se non fosse stato crocifisso dai romani sarebbe stato schiacciato e ucciso da quel peso non una volta ma mille.”.

Ne “Il processo di Tolosa” si torna a parlare di Dio: “Alexis era turbato soltanto dall’ipotesi che il cosmo potesse reggersi senza Dio, eppure gli scienziati moderni non facevano che ripeterlo da due secoli. Gli sembrava di colpo che all’universo venisse a mancare la sostanza interna, la misteriosa ossatura che lo reggeva, come lo scheletro sostiene il corpo dell’uomo.”.

 

La morte

 

Dopo la paura, che può devastare la mente, il passo che segue è la morte. Anch’essa è presente in Sgorlon. Ne descrive alcuni sintomi ne “La conchiglia di Anataj”: “I bambini cominciarono a scheletrirsi, a gonfiare i piccoli ventri, a cadere in lunghi sonni e sbalordimenti, che erano sempre il preludio della morte per inedia. Anche gli animali e gli uomini adulti cominciavano a perdere i denti e i capelli e a smarrire ogni forza per reagire, parlare, fare qualcosa. Sulla tribù discese anche la coltre strana e impressionante del silenzio.”.

La morte (la chiamerà anche “comare nera e tabaccona”), appare come una dea magica, fatale, che prima di lasciarci nel buio della notte eterna, ci spalanca la porta a pensieri ed immagini luminose e intense, che non percepivamo. La delicata sensibilità di Sgorlon riesce a fasciare di poesia, sia pure malinconica, perfino il pensiero della morte. Bisogna arrivare ad una certa età per comprendere appieno il significato profondo di una frase apparentemente semplice e ovvia come questa, presente ne “Gli dèi torneranno”: “Simone aveva imparato che coloro i quali ci precedono di una generazione se ne vanno uno alla volta, silenziosamente, lasciandoci soli, e facendoci capire che dopo toccherà a noi.”. E anche: “Aveva bisogno di abitare sempre nella stessa casa, nello stesso posto, circondato dal medesimo paesaggio e dalle stesse montagne.”. Il ritorno, dunque, come agnizione, come momento terminale della vita, come preparazione alla morte, come ultima occasione di raccoglimento e di consapevolezza. Come vocazione.

Ne “I sette veli” Sgorlon ci dà l’immagine di due donne che interpretano, dinanzi ad un ragazzo, in modo diverso la morte. Emma la considera una presenza, sebbene nelle forme incorporee dei morti; Jole la teme poiché non intravvede per i morti alcuna forma di ritorno e perché si aspetta ancora molto dalla vita: pareva che “fosse in attesa che qualche evento inaspettato si verificasse dentro le nostre mura.”. Non si può evitare la morte. Ne “Il guaritore” leggiamo: “la morte appartiene al progetto della natura. Sarebbe terribile se fossimo condannati a vivere in eterno.”. Più avanti leggeremo: “la vita non era che un eterno ritorno alla terra, finché questo non diventava definitivo.”.

Ne “Il filo di seta”, la terribile fine del padre risveglia in Odorico l’interesse per la morte: “Era nascosta in tutte le cose e in tutte le persone, nel tempo che passava, nelle meridiane delle case, nelle clessidre, nelle campane di tutti i villaggi, che suonavano in modo particolare per annunciarla. V’era come un velo nero diffuso nell’aria, che tutto avvolgeva. Era il velo della morte, che su ogni persona aveva posto un marchio invisibile per esprimere che tutti le appartenevano.”.

 

La natura

 

Come in Thomas Hardy, anche in Sgorlon la natura è coessenziale: “Si sentiva calato dentro il ciclo delle stagioni, che per tanti anni non era esistito per lui, e gli pareva che il ritmo di esse regolasse anche la sua esistenza, come tra lui e la natura ci fosse una misteriosa simpatia…” (“Il vento nel vigneto”, del 1973).

La natura è la prima compagna di viaggio, che non lo perde mai di vista. È la natura che stimola in lui visioni, percezioni, magie, miti. È strumento di conoscenza e allo stesso tempo espressione di una unità universale che si trova coagulata in ogni sua particella. Lo sguardo sulla natura è sempre anche lo sguardo sull’infinito e sul mistero. L’eco di questa universalità è ben espressa in questa meravigliosa descrizione, contenuta ne “La contrada”: È inverno, fuori tutto è gelato, fa un freddo cane, ma gli amici non hanno alcun indugio: bisogna prendere il carro e correre a prelevare un amico alla stazione. È un viaggio tra il freddo e il ghiaccio, immerso in una scenografia siberiana, che mozza il fiato. “Lazzaro sentiva nell’aria l’odore della neve e ne era tutto eccitato. Correva nella bora come un lupo nella steppa, dentro alla notte che stava cadendo rapidamente. Incitava i cavalli per le strade deserte, e i cerchioni di ferro risuonavano sul selciato come un rombo di terremoto.”. Pagine scritte così se ne trovano poche. Sono frasi fissate come il gelo sui vetri delle finestre, negli anfratti dei roggi, nei paioli dove l’acqua si è rappresa, sconfitta dall’inverno.

La comunione dell’uomo con la natura, alla quale, dunque, egli appartiene in forza di una specie di panteismo che arriva fino a Dio, è esplicitata ne “Il patriarcato della luna”: “Morvàn non guardava alla materia, e all’Essere in generale, con spirito di polemica e di ribellione, perché lui stesso aveva la medesima natura. Ognuno degli elementi era dentro di lui, nel suo corpo e nel suo sangue.”. Ritroveremo il concetto ne “Il velo di Maya”: “La natura o il Padreterno, o quello che si voleva, lo avevano fabbricato per stupire la gente e farle pensare che la mente umana, e anzi la realtà tutta, nel suo complesso, era molto più complicata di quello che la gente solitamente pensava.”. Ma anche, ne “Lo stambecco bianco”, del 2006: “gli uomini erano diventati troppo numerosi, invadenti, sovvertitori degli equilibri biologici, e che la natura stava per eliminarli dalla vita come aveva fatto con tante altre specie.”. Apparteniamo alla natura e al cosmo, ma ciò non ci rende compiutamente liberi, e possiamo esserne anche estromessi per nostra colpa.

Il cammino di Sgorlon non è semplice. Il suo percorso è colmo di snodi e complicanze, alcune delle quali si deve dare per scontato che non si potranno dirimere. Si procede allora in avanti, ma lasciandoci indietro quell’incompiutezza che ci rende forse i più deboli dell’universo.

 

L’arte

 

Sgorlon, nel definirla e misurarla, non ha incertezze. Il modernismo e lo sperimentalismo non gli sono congeniali. Sono corruttivi. Ne “Il regno dell’uomo”, del 1994, l’attacco alla modernità include anche l’arte. Lo fa con virulenza. Il protagonista Basilio, al contrario di Patrizia che esalta la modernità fino ad arrivare a corrompere la sua stessa esistenza, la contrappone a quella armonica del passato e sceglie quest’ultima senza esitazione: “Distrutto l’archetipo dell’armonia, ogni strada diventava percorribile.”. E poco prima troviamo: l’artista moderno “A questo fine inventava un timbro subito riconoscibile, i buchi, i tagli, le forchette, le zigrinature, le ondulazioni, o qualcosa di analogo, perché ciò che contava era essere ben separati dagli altri, e dalla natura stessa.”.

Arte è espressione della realtà. Non può essere trasformata come se ci si dovesse trovare di fronte ad un gioco. È una parte sacra dell’universo e modificarla ed interpretarla con canoni irriverenti e trasfigurativi, significa auspicarne la disintegrazione, e avviare se stessi verso l’abisso e la fine.

 

Il progresso

 

Come è stato fatto per la modernità e lo sperimentalismo, la stessa nefasta corrosività è assegnata al progresso. Sgorlon è diffidente di tutto ciò che non si lega al naturale sviluppo dell’universo, il quale, pur nelle sue ombre di mistero, segue un suo millenario corso, continuando ad offrire incanto e meraviglia, stupore. Ciò che l’uomo vuole sviluppare in modo diverso, se non contrario, è visto come un atto di sfida peccaminoso e inappropriato, destinato a deflagrare. Ne “La fontana di Lorena” l’autore friulano ha l’opportunità di criticare l’uomo e le sue manie di grandezza, il suo ottundimento, la sua confusione e non risparmia parole durissime contro le forme deviate del progresso: “Era lo sviluppo che avanzava, ma ormai non in modi sani e allegri, bensì tortuosi e sovvertiti.”. Ne “L’uomo di Praga” il progresso avanza a passi giganteschi e se rappresenta “un traguardo della scienza e della tecnica”, esso è anche “una sfida e una violazione delle leggi naturali.”. Il punto di vista di Sgorlon è chiaro e netto, non si può andare contro la natura, non la si può violare e violentare. Arriva a considerare la modernità come una diavoleria contro la natura, in grado di mettere zizzania tra gli uomini, riducendone la capacità di comprendere la reale portata delle loro azioni: “Una delle caratteristiche del diavolo è quella di non avere volto, né indirizzo. O di averne troppi e troppo mutevoli.”.

Dunque, Sgorlon non è sempre contrario al progresso, ma ciò che è disposto ad accettare “È il progresso che si può ottenere per l’uomo senza guastare la natura.” (“Il costruttore”).

 

Miracoli di una scrittura

 

Chi nasce narratore, come è accaduto a Sgorlon, nasce già con una sua scrittura, che si porta dietro per sempre, affinandola, ma mai negandola. Scrittura come sorgente limpida che sgorga dai precordi e non può, per questo, essere inquinata. La mente l’accoglie a braccia aperte e con essa decide di percorrere la lunga strada della vita. Quando si realizza tale connubio, quando la mente non si affanna a contrastare e a respingere, a trasformare, a sperimentare come se ci si trovasse nell’officina di un alchimista, il talento naturale si trasforma spesso, anche se non sempre, in arte, e talvolta in grande arte, come è successo a Sgorlon per certe sue opere, e non sono poche. Basti citare “La conchiglia di Anataj”, “Il trono di legno”, “La carrozza di rame”, “Gli dèi torneranno”, “L’armata dei fiumi perduti”, “Il filo di seta”; “Il vento nel vigneto”, ma anche, non valorizzati abbastanza, “La conchiglia color ametista” e “La contrada” (nella quale è contenuta quella bella descrizione riportata più sopra che riguarda Lazzaro che corre “nella bora come un lupo nella steppa“).

Ne “La penna d’oro”, l’autore dichiara: “Io sono un autore che ha bisogno di ampi spazi narrativi, perciò la mia dimensione naturale è il romanzo, concepito come unitaria sinfonia, come uno sviluppo narrativo dotato di un suo arco parabolico ben dotato.”. E subito dopo: “Io sono innanzi tutto un narratore di storie che ha plasmato la propria figura sopra un modello, quello dello sciamano dotato di fantasia e della magia del racconto, che aveva un ruolo definito nelle società primordiali.”. Riguardo alla fantasia che sempre lo accompagna scrive: “ritengo che mancare di fantasia per uno scrittore sia un difetto, come l’incapacità di volare in certi uccelli appesantiti dall’evoluzione.”.

Nel parlare de “L’ultima valle”, rivela un’altra delle caratteristiche della sua scrittura: “Concepii di scrivere un romanzo ‘apologo’, collocando al centro di esso un fatto realmente avvenuto, ma modificandolo a mio talento, perché non ho mai voluto essere un autore di libri-verità, e tantomeno di inchieste e denunce.”.  

Ne “L’armata dei fiumi perduti” abbiamo un’altra descrizione di esemplare semplicità, eppure da mozzafiato: Alda è una ragazza friulana di rara bellezza. Il giovane Ghirei, “che era molto bello”, ne è invaghito e cerca in tutti i modi di attirare la sua attenzione: “Talvolta quando la strada era deserta e sgombra di neve, spuntava in fondo alla borgata col cavallo lanciato in corsa. Com’era vicino alla sua finestra, smontava dall’animale, lo seguiva per pochi passi, tenendosi afferrato alla criniera, e risaliva in groppa con la destrezza dell’acrobata.”.

Chi ama il cinema, non può negare che, di fronte alla scrittura di Sgorlon, si prova la stessa pervasiva emozione che ci percuote quando vediamo le opere di Ingmar Bergman (“Il settimo sigillo”; “La fontana della vergine”, “Il posto delle fragole”, “Fanny & Alessander”) e quelle di Serghej Ejsenstejn (“Ivan il terribile”, “La congiura dei Boiardi”, “Aleksandr Nevskij”) per la lucidità e nettezza delle inquadrature. Ma va detto qualcosa di più. Vi è sempre un filo che collega tra loro i grandi artisti e le loro opere. Anche se non si sono letti, anche se non si sono conosciuti, c’è un legame che li tiene uniti pur se vissuti lontano l’uno dall’altro e in epoche diverse; li associa una specie di comune denominatore che imprime loro come un expertise, un bollino di garanzia, una conferma di universalità. Chi ha letto, come me, tutti i romanzi di Sgorlon (senza che qui ne fornisca gli esempi, che si possono trovare nel mio libro surricordato “Omaggio a Carlo Sgorlon. I romanzi”) non può che concordare che vi si trovano in movimento – tra le righe, le parole e le pagine, quasi in gioiosa compagnia – autori come Kafka, Tolstoj, Dostoevskij, Swift, Lawrence, Hardy, Zola, Manzoni, Pratolini, Moravia, Pomilio, Fenoglio, e anche il regista Fellini.

Un esempio su Swift ci viene da “La notte del ragno mannaro”, del 1970: “Ho capito a cosa mirano, l’ho capito fin dalla prima piuma infilata nei capelli. L’idea dev’essergli venuta leggendo i fumetti, o è rinverdita improvvisamente nel loro sangue di piccoli selvaggi. Vogliono trasformarmi in un totem, e infatti alcuni si genuflettono, bruciano tabacco o altre porcherie in barattoli, o salmodiano con urla da cavernicoli.”.

Sgorlon non ha fretta, è un raccontatore alla maniera antica, scaltro, abile nell’intreccio, come lo era nella realtà suo nonno, dal quale ha imparato l’arte. Ne “Il vento nel vigneto” si legge: “riusciva a trovare in ciò una gioia elementare, connessa con la sensazione stessa di esistere, che veniva prima di tutte le ragioni che uno può avere per essere triste e felice.”.

Vedete come, dentro una scrittura semplice, quasi elementare, da raccontatore antico, Sgorlon riesca ad inserire considerazioni sensibili e profonde.

Questa appartiene a “Il trono di legno”: “Tutto mi pareva fluttuante e nuvoloso, quasi che la realtà fosse qualcosa di vago e di soggettivo, e soprattutto come potessero esservi vari livelli di consistenza, tra i limiti estremi del fantastico e del reale.”.

La magia del raccontare, che Sgorlon ha trasferito nella scrittura, è la stessa che assegna al vecchio che vive ritirato a Cretis, Pietro, sempre ne “Il trono di legno”. In quel paese, così piccolo e sperduto sui monti, nascosto dalla neve, in quella casa, attraverso la figura di questo vecchio senza età, si trasferiscono tutte le emozioni che sono sparse nel mondo, e Giuliano, il protagonista, subisce un momento di arresto nella sua corsa verso l’ignoto. È abbagliato da una conoscenza vastissima, densa, ricca, che sta racchiusa dentro una singola persona, e da essa s’irradia per penetrare in noi, e si moltiplica in noi. “Il mio unico rapporto con le terre polari si sarebbe limitato ai racconti di Pietro.”.

È un segno, questo, della magia, della seduzione della parola, e si avverte che è un grande omaggio che ad essa ha voluto tributare Sgorlon. Questo omaggio si fa evidente più avanti: “Le esperienze di Pietro per me non esistevano se lui non le traduceva in parole. Quando lo faceva, era come se esse diventassero mie, vivessero anche in me, cessando di essere soltanto sue.”.

Si arriva a concentrare tutta la potenza e la suggestione presenti nel mondo nel miracolo della parola. Mai omaggio è stato reso con tale grandezza, al punto che Giuliano pensa: “Scorsi perfino la possibilità di rinunziare a cercare altrove le avventure sognate per contentarmi di ascoltare quelle che Pietro mi raccontava, poiché anche sentirle narrare era un modo di viverle.”. È uno straordinario romanzo, questo di Sgorlon, in cui le singolari atmosfere sono rese con una delicatezza ineguagliabile, e che celebra la sua stessa natura: la parola e la sua magia. Ci crederete? È un romanzo così ricco di percezioni, di sensibilità, di limpidezza della scrittura, che scoraggia molti di noi a ripercorrere, così inadeguati dopo di lui, i sentieri magici della parola.

Ma andiamo avanti. Per dire che non si sbaglia mai con Sgorlon. Avete in mente “Campo di grano con volo di corvidi Van Gogh? È possibile rendere quelle sensazioni magiche con la parola? Leggete qui: “I corvi attraversavano la valle agitando le ali come fossero neri stracci per la polvere. Già i primi si stavano posando sulle rocce grigie che emergevano dai rossi vinati del bosco, al di là del paese, si ricomponevano nella loro tozza figura, rimpicciolivano, rientravano in se stessi, mentre gli altri ancora in volo continuavano a lanciare i loro gridi, come rauchi segnali.” (“Regina di Saba”). Sono, questi, lampi, rapide illuminazioni, che Sgorlon accende per i suoi lettori, come a dire che ci condurrà per mano attraverso il bosco intricato e fascinoso della sua scrittura e ogni tanto vedremo brillare qua e là, al nostro fianco o davanti ai nostri occhi, il luccichio di rare gemme, di pietre preziose riemerse, di tesori nascosti e finalmente ritrovati, che stanno rinchiusi dentro l’animo di ciascuno di noi. Sgorlon inietta in ogni sua storia, da più direzioni, il fascino della parola, che ha sempre dentro di sé, nel momento che è evocata, non importa da chi, il portento di una magia e di una rivelazione.

Desidero terminare con le prodigiose parole di questo autore che meriterebbe di sedersi al trono dorato della letteratura universale per quelle malie e sensibilità che sono raramente riscontrabili in altri artisti nostrani e stranieri. Queste appartengono a “La conchiglia di Anataj”: “Per le strade correvano rade slitte silenziose. Solo il campanellino d’ottone del cavallo ne segnava il passaggio con un suono sottile, che creava in me improvvise lietezze. Perché? Non c’era perché. Mi piaceva udire dei suoni, quali che fossero, come li sentissi per la prima volta. Un sole pallido, appena sorto, illuminava le cupole delle chiese e dei campanili. Giovani donne col berretto di volpe e la pelliccia di martora o di zibellino posavano sulla neve dei marciapiedi i loro stivaletti felpati. Le vecchie, con pesanti fazzoletti neri sul capo, entravano o uscivano dalle chiese.”.

E queste altre a “I sette veli”: il vento “inventava fischi e stridi modulati. Lo sentivo ululare, soffiare, adirarsi, cambiare continuamente la propria voce. Di giorno si poteva anche dimenticarsi di esso, ma di notte diventava il vero signore della valle. Strappava via dai camini il fumo appena uscito e lo disperdeva con violenza, faceva sbandare in volo le cornacchie come fossero foglie secche. Incurvava gli alberi come fossero schiavi sottomessi, e gettava il suo mantello svolazzante sopra case e boschi, per tutta l’ampiezza della valle, dal Clap Grant a Corvaro. Faceva oscillare gli scuri come avessero chissà quale febbre, o il ballo di san Vito.”.


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Bart