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LETTERATURA: Casanova e Cagliostro visti da Luigi Barzini jr

4 Febbraio 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Sono due personaggi italiani conosciuti in tutto il mondo e la cui fama perdura inalterata.
Nel suo libro “Gli italiani. Virtù e vizi di un popolo”, così ce li descrive Luigi Barzini jr.

“Non v’è dubbio che Giacomo Casanova ebbe tutti i numeri per percorrere una carriera di avventuriero e truffatore internazionale paragonabile a quelle dei migliori esempi stranieri, ma anche nel suo caso si può dimostrare che a impedirgli di raggiungere il successo ultimo furono, strano a dirsi, le sue più tipiche caratteristiche italiane. Era alto, bello, con la fronte spaziosa e il naso aquilino, con l’aspetto di un gentiluomo e un’aria autorevole. Dava prova di possedere un vigore e una salute instancabili. Era inoltre intelligente, scriveva bene e con scorrevolezza, suonava numerosi strumenti musicali, parlava e scriveva parecchie lingue con disinvoltura, l’italiano e il francese con eleganza. Aveva letto molto e con facilità citava classici latini e greci e autori contemporanei; era in grado di conversare da pari a pari con filosofi, poeti e romanzieri. Si recò a far visita a Voltaire per discutere con lui taluni punti di importanza secondaria. Piaceva alle donne di ogni condizione sociale a prima vista, e riusciva a paralizzarne ogni volontà di difesa. La sua capacità fisica di soddisfare l’amante più esigente rinnovandole i propri omaggi un numero praticamente illimitato di volte durante la notte e il giorno successivo, con brevi entr’actes tra uno sforzo e l’altro, non è tanto sorprendente quanto il primato della sua resistenza psicologica: non si seccava mai, non rimaneva mai amareggiato da quelle esperienze, ammirava sinceramente una donna dopo l’altra, e si infilava a letto lì per lì con la grassa, la magra, la giovane, la vecchia, la sudicia, la soignée, la dama, la cameriera, la sgualdrina, la monaca, sempre mirabilmente animato, fino a un’assai tarda età, dalla stessa foga d’adolescente.
Si esprimeva in modo assai persuasivo e spesso impersonava qualsiasi personaggio volesse. Era figlio di attori ed aveva tentato il teatro senza successo. «Il mio segreto è semplice: dico sempre la verità, e la gente, logicamente, mi crede», mentì nelle sue memorie. Le verità di lui erano, a dir poco, improbabili, e, talora, palesemente assurde, eppure quasi tutte le persone che incontrava si fidavano di lui per qualche tempo. Non era ostacolato da scrupoli di alcun genere, in alcun campo. Mori squattrinato, solo, lontano dal suo paese. Fu salvato dalla miseria da un amico caritatevole, Graf Waldstein, che gli diede un noioso impiego come bibliotecario nel suo castello a Dux, in Boemia. Gli ultimi anni del grande avventuriero furono amareggiati da alterchi umilianti con i servi del conte, i quali giocavano tiri e burle al vecchio indifeso.

L’altro famigerato avventuriero italiano, il cui nome viene di solito accomunato a quello di Casanova, si chiamava Giuseppe Balsamo, ma si fece chiamare conte Alessandro di Cagliostro (Cagliostro era il cognome di una zia sposata che gli aveva fatto da madrina). Il successo di lui è quasi inesplicabile. Viene descritto basso di statura, grasso, brutto, scuro di pelle, sporco, con un’espressione imbronciata e sospettosa sulla faccia volgare. Era arrogante, villano, vanaglorioso e portato a sfoghi di rabbia frenetica. Non ebbe, che si sappia, alcuna amante. Fu marito fedele. Praticamente analfabeta, parlava realmente bene ima sola lingua, il dialetto siciliano, e in tutte le altre si esprimeva con lo spiccato accento della sua isola. «Non v’è», scrisse Lavater al giovane Goethe, «nulla di seducente in lui.» Goethe si interessò tanto al ciarlatano famoso che, quando fu a Palermo, fece l’impossibile per di-mostrare a se stesso al di là d’ogni dubbio che il conte di Cagliostro e Giuseppe Balsamo erano la stessa persona. (Cagliostro lo aveva negato e lo avrebbe negato fino all’ultimo.) Il poeta cercò la famiglia e la trovò, gente povera, onesta, timorosa di Dio, in una cucina immacolata. La madre di Cagliostro pregò rattristata il giovane poeta tedesco, se per caso avesse incontrato suo figlio nel Nord, di ricordargli che le doveva ancora una somma di denaro dall’ultima volta ch’era stato a casa, anni prima, quando ella aveva dovuto impegnare per lui alcuni gioielli, senza più riuscire a riscattarli. «Abbiamo saputo», dissero i parenti a Goethe, «che Giuseppe ha accumulato un patrimonio ed ora vive come un uomo ricchissimo. Quale fortuna sarebbe mai la nostra se tornasse qui e provvedesse a noi!» Era la candida manifestazione di un’aspirazione tuttora universale in Sicilia.
Giuseppe Balsamo nacque a Palermo nel 1743. Entrò in un convento ove i buoni frati, che dedicavano le loro esistenze a curare i malati, gli insegnarono i rudimenti delle arti mediche, rudimenti che dovevano essergli utili in seguito nella vita. Fuggi dopo qualche tempo e crebbe nelle strade di Palermo, come Federico II di Hohenstaufen, riuscendo a sbarcare il lunario mediante piccoli commerci illegali. Trasse profitto dalle pratiche magiche primitive del popolo che oscuramente conservava ancora tradizioni e credenze pre-cristiane e musulmane. Vendeva pozioni, faceva incantesimi, evocava demòni, preparava amuleti, prediceva l’avvenire, guariva malati, e tentava di sopprimere da lontano, dietro un modesto compenso, i nemici dei suoi clienti. Soprattutto praticava un’arte nella quale era particolarmente versato e che continuò a perfezionare per tutta la vita: imitava qualsiasi firma con una perfezione tale da ingannare a volte lo stesso firmatario, e riusciva a falsificare ogni genere di documenti difficili a riprodursi. Nel 1768 decise che Palermo non aveva più nulla da insegnargli e se ne andò per fare fortuna.
Emigrò a Roma, ove conobbe e sposò Lorenza Feliciani, figlia di un modesto artigiano. Lorenza era così bella da essere praticamente irresistibile. Ancora vent’anni dopo fu definita «seducente» da testimoni seri e degni di fede. Quello che il suo aspetto ripugnante e repellente aveva impedito a Cagliostro di osare, egli poteva ora tentarlo con l’aiuto della moglie. La sorridente Lorenza attraeva e tranquillizzava uomini facoltosi. Alcuni andavano a letto con lei e la pagavano bene, altri si limitavano a crogiolarsi nel calore della sua bellezza. Il marito li sfruttava tutti. Fingeva a volte attacchi terribili di gelosia e ricattava alcuni clienti (a Londra ricattò senza alcuna difficoltà un quacchero ammogliato), ma il più delle volte si limitava a contare il denaro che entrava spontaneamente in casa. (Non si trattava di una pratica molto inconsueta a quei tempi. Il marito di una nota ballerina del secolo diciottesimo soleva dire: «Les cornes sont comme les dents. Ça fait mal quand ça pousse et puis l’on mange avec».) Nello stesso tempo continuava a esercitare le sue vecchie arti.
La giovane coppia viaggiò per l’Europa. Ovunque vivevano nel lusso ed erano appoggiati e aiutati dai ricchi e importanti amici che Lorenza attirava subito intorno a sé; a Pietroburgo fu lo stesso Potemkin a proteggerli. Ovunque si fermasse, Cagliostro organizzava la loggia di un rito massonico di sua invenzione, l’«Ordine egiziano», che possedeva segreti magici dei quali nessun altro ordine aveva mai sentito parlare. Tutti gli amici della moglie venivano di solito iniziati, con elaborate cerimonie. Tra i tanti vantaggi dell’ordine, v’era la possibilità di acquistare dal Grande Copht, il capo stesso, uno dei suoi due famosi elisir. Il primo, la pozione meno costosa, si limitava a fermare l’età di un uomo al momento in cui beveva il primo sorso; il secondo riusciva a invertire la marcia del tempo e ringiovaniva il cliente di dieci, venti o trent’anni, a seconda della dose. Il successo delle due pozioni fu immenso. Cagliostro riempi l’Europa dei suoi flaconi. Egli stesso, come gli piaceva far rilevare, costituiva la prova vivente del successo di quelle formule segrete. Aveva migliaia di anni. Ricordava tutto quel che aveva veduto nella sua esistenza protrattasi per secoli. Rievocava la costruzione delle piramidi, gli imperatori romani che aveva conosciuto, e ciò che gli aveva detto Gesù Cristo. Nessun grande personaggio del passato si era sottratto alla sua amicizia.

La preparazione degli elisir, tuttavia, costituiva una delle sue attività minori. Celebrava riti magici, eseguiva esperimenti d’ogni genere, tramutava il piombo in oro di fronte a pubblici scettici, comunicava con spiriti eletti, guariva i malati e prediceva il futuro. Una parte di tali attività era pura ciarlataneria. Ma un’altra parte è inspiegabile e dimostra che egli realmente possedeva facoltà metapsichiche. Guari effettivamente molti suoi clienti infermi, e alcune delle sue profezie si avverarono. Fuggendo dalla Francia, nel 1785, per esempio, predisse la rivoluzione, la distruzione della Bastiglia e l’avvento di «un grande principe» che avrebbe «riformato la religione». Così il cardinale de Rohan era convinto di averlo veduto effettivamente produrre oro nel suo palazzo di Strasburgo e ricavare da pietre minuscole un enorme diamante del valore di 25.000 livres. «Farà di me», proclamò il prelato, «l’uomo più ricco d’Europa», e pose un busto marmoreo del mago, con l’iscrizione «Il divino Cagliostro» sullo scalone della sua dimora di campagna a Saverne. A Parigi, una città che è notoriamente ospitale per i mistificatori, lui e la moglie ebbero un memorabile successo. Lorenza adottò il nome di Serafina e finse di essere uno spirito senza età venuto da un altro mondo. Cagliostro curò ricchi protettori, e turbe di poveri che lo aspettavano ogni mattina al cancello di casa sua. Purtroppo, l’amicizia con il credulo cardinale lo coinvolse nel famoso affare della collana della regina. Per conseguenza, marito e moglie vennero imprigionati nella Bastiglia. Essendo egli innocente di quella particolare colpa, poté rapidamente dimostrarlo; i Cagliostro furono liberati, ma costretti dalla polizia a lasciare immediatamente Parigi. Questo infortunio fu il principio della fine. La coppia vagabondò di nuovo per l’Europa, ma senza successo. L’antico fascino era svanito; egli aveva ormai suscitato troppi sospetti. Troppe persone lo ritenevano un impostore. I Cagliostro finirono a Roma, quasi vent’anni dopo aver lasciato la città. Questo fu l’errore definitivo dell’imbroglione. Fallì come guaritore: i romani non erano né malati né creduloni come i parigini. Fallì come Grande Copht, quando tentò, come ultima risorsa, di creare una loggia romana del suo famoso «Ordine egiziano». Giocando la sua carta disperata, invitò i personaggi più altolocati, compresi molti alti prelati, ad una riunione preparatoria a Villa Malta.
Uno scettico testimone, l’abate Lucantonio Benedetti, ci ha lasciato una descrizione minuziosa del tentativo dell’imbroglione di evitare la rovina. Il conte, basso di statura, tarchiato, bruno di pelle, apparve seduto su un tripode fumante, come la Sibilla, e pronunciò quello ch’era probabilmente il discorso preparato per simili occasioni. «È opportuno ch’io riveli chi sono, che alzi il velo sul mio passato… Vedo il deserto sconfinato, le palme gigantesche proiettare la loro ombra sulla sabbia, il Nilo scorrere silenzioso, le Sfingi, gli obelischi, le colonne che si levano maestose. Ecco le mura mirabili, i templi che sorgono in gran numero… È la città sacra, Menfi… Il re vittorioso sta passando per le porte della città, Thotmes III il Glorioso, dopo avere sconfitto i siriani e i cananei… Io vedo… Ma ora mi trovo in un’altra città, ecco il sacro tempio in cui era adorato Jahvé… Il nuovo Dio ha sconfitto il dio antico… Chi è? È il Cristo. Ah, lo vedo, al banchetto nuziale di Cana, che trasforma l’acqua in vino…»
L’abate continua: «A questo punto lanciò un gran grido e balzò dal tripode. Urlò: “Non fu lui il solo a compiere questo miracolo. Ve lo dimostrerò. Vi rivelerò i misteri, nulla mi è ignoto, so tutto, sono immortale, antidiluviano… Ego sum qui sum”». Dopodiché lasciò cadere alcune gocce di liquido magico in una caraffa d’acqua e tramutò l’acqua in vino, dichiarando che si trattava del famoso Falerno degli antichi romani. «Alcuni dei presenti lo assaggiarono e lo giudicarono eccellente», scrisse l’abate, che non lo toccò. Il conte parlò poi di altri poteri segreti ch’egli possedeva e dei suoi elisir magici. Distribuì assaggi del numero uno ad alcuni anziani gentiluomini che si trovavano tra il pubblico e i cui occhi immediatamente splendettero mentre le loro gote divenivano rosee. (L’abate notò nel diario: «L’elisir ebbe press’a poco gli stessi effetti visibili di un buon bicchiere di Montefìascone».)

Infine, diede una dimostrazione del proprio potere di trasformare piccoli diamanti in pietre più grandi. Si fece prestare un anello dall’ambasciatore francese, quello stesso cardinale de Bernis ch’era stato l’amico di Casanova a Venezia e a Parigi, lo mise in un crogiuolo nel quale versò diversi liquidi e polveri, pronunciò parole che disse essere egiziane ed ebraiche, e finalmente porse al cardinale il suo anello con una pietra grande più del doppio di quella di prima. «Il cardinale esclamò ch’era stato compiuto un miracolo», scrisse l’abate Benedetti, «ma io credo che il secondo anello non avesse nulla a che vedere con il primo e che la seconda pietra fosse soltanto un pezzo di cristallo di rocca.»
La riunione fu un clamoroso fiasco. Cagliostro venne arrestato e imprigionato a Castel Sant’Angelo, per ordine del Sant’Uffizio, non perché fosse un truffatore, ma per eresie e pratiche offensive per la Chiesa e la religione. Sua moglie, per salvarsi la pelle, depose contro di lui. Fu processato e condannato a morte. La sentenza venne in seguito commutata nel carcere a vita. Fu rinchiuso in una piccola cella dell’inespugnabile castello di San Leo, vicino a Rimini. Mori poco tempo prima che gli eserciti rivoluzionari francesi, i quali avevano invaso gli Stati pontifici e stavano liberando, man mano, tutti i prigionieri della tirannia papale, riuscissero a raggiungerlo.
Un’illustre signora inglese che trascorse a Roma quasi tutta la vita, soleva agitare un dito e dire: «C’è un po’ di Cagliostro e un po’ di Casanova in ogni italiano, anche nei più insospettabili». La cosa, che, naturalmente, non le dispiaceva, non è del tutto esatta. Casanova e Cagliostro, questo è vero, non sarebbero potuti essere nati altrove. Le loro vite avventurose furono, in un certo senso, una rappresaglia «all’italiana» contro un mondo che li aveva fatti poveri, senza difesa, disprezzati e figli di una nazione la quale offriva loro, a quel tempo, soltanto un’esistenza di miseria, di buffonerie e di sordide umiliazioni. Ebbero inoltre il difetto comune a molti italiani, non seppero sfruttare le loro particolari capacità per costruire qualcosa di solido, per trasformare la loro vita in modo sicuro, per conquistare onori duraturi, ricchezza, prestigio e potere, come avrebbero fatto avventurieri d’altri paesi.
Qualcosa, sempre, li fermò. Esercitarono in realtà la loro arte per amore dell’arte. Distribuirono tesori con la stessa disinvoltura con la quale li accumularono. Si accontentarono della sola apparenza del successo. Le loro carriere, tuttavia, appartengono all’Europa e non all’Italia. Dovettero recarsi all’estero per trovare clienti in numero sufficiente. I loro trionfi dipesero in parte dall’assenza di altri italiani nell’ambiente che li circondava. In ultimo, la credulità di un pubblico eccessivamente semplice e ingenuo li viziò e li rese troppo fiduciosi. Il virtuosismo li portò fuori strada, esagerarono, raccontando cose sempre più audacemente incredibili. Ecco perché, ogni volta che tornarono sul suolo italiano, si cacciarono nei guai; a Venezia, Casanova venne una volta imprigionato e due volte costretto a fuggire, Cagliostro subì a Roma la sconfitta definitiva.”.


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Bart