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LETTERATURA: CINEMA: James Dean. E se…

24 Settembre 2009

di Marco Vignolo Gargini

   Più di cinquant’anni fa sulla statale 466 per Salinas, California, s’interrompeva la vita di James Byron Dean. Era il 30 settembre 1955. Il giovane attore nato l’8 febbraio 1931 a Marion, nell’Indiana, terminava la corsa a bordo della sua nuova Porche 550 schiantandosi contro un albero, dopo aver realizzato tre film che l’avrebbero reso immediatamente famoso. La valle dell’Eden, Gioventù bruciata e Il Gigante (East of Eden, Rebel Without A Cause, Giant) sono i titoli delle pellicole girate in questa brevissima permanenza a Hollywood, tra il 1954 e il 1955. Fin qui la cronaca. A volere ricorrere ai cosiddetti “condizionali controfattuali”, sviluppati dal filosofo statunitense David Lewis (1941-2001), verrebbe da chiedersi: “Se James Dean non fosse morto nell’incidente, avremmo avuto ugualmente il mito del giovane inquieto, ribelle, con la giacca di pelle e lo sguardo trasognato?”. Mito? Quale mito? Ah, forse ci si riferisce al fatto che per diventare una leggenda bisogna saper uscire di scena al momento opportuno, magari senza rughe, con l’immagine di sé a proiettare un’eterna giovinezza. Pensiamo a Marylin Monroe. Greta Garbo ha preferito vivere, o gli è riuscito, non importa, però senza mostrare la decadenza del suo volto agli occhi degli spettatori. In definitiva, per questo nostro evemerismo corrente, una mediocre imitazione dell’antico e originale, è sufficiente sparire sottraendo all’immaginario collettivo il ben noto riflesso allo specchio della morte al lavoro.
   Allora, se togliamo l’incidente, cosa resta di James Dean? Un attore d’indubbio talento e i suoi tre film.
   Se non ci fosse stato lo schianto fatale, probabilmente adesso ci saremmo trovati davanti allo schermo ad osservare un anziano che interpreta uno di quei ruoli fastidiosissimi di vecchio americano WASP, condito con battute da “saggio” alla Polonio (fu Amleto stesso ad uccidere Polonio e a definirlo “intruding fool”, stupido invadente). Che le ultime scene di Giant, in cui Dean appare invecchiato di parecchi lustri, siano un’anticipazione di ciò che avremmo potuto vedere?
   Leggo quanto scrisse François Truffaut: “Dean va contro cinquant’anni di cinema. Lui recita qualcos’altro da quello che pronuncia, il suo sguardo non segue la conversazione, provoca una sfasatura tra l’espressione e la cosa espressa. Ogni suo gesto è imprevedibile. Dean può, parlando, girare la schiena alla cinepresa e terminare in questo modo la scena, può spingere bruscamente la testa all’indietro o buttarsi in avanti, può ridere là dove un altro attore piangerebbe e viceversa, perché ha ucciso la recitazione psicologica il giorno stesso in cui è apparso sulla scena”.
   Mi spiace per Truffaut, ma forse, e senza il forse, la recitazione psicologica è stata uccisa per sempre il giorno in cui è apparso-scomparso sulla scena Buster Keaton, l’evento iconografico che ha insegnato una volta per tutte, come giustamente sottolineava Carmelo Bene, che ci si può anche accorgere di non essere mai nati. Da questo punto di vista c’è un abisso tra Keaton e le scimmie di Charlie Chaplin, che ancora oggi confondono l’espressione del viso o il significante della parola con il significato. Dean da questo punto di vista sarebbe allora un allievo di Keaton, tesi che finora non si è mai sentita azzardare. E lo credo. Generalmente s’insiste nel considerare Keaton come un vecchio comico del cinema muto, liquidando il non-esserci dell’attore originario del Kansas con vocaboli tipo “deadpan expression” o “straniamento”. Un’altra cosa: lo sguardo che provoca una sfasatura tra l’espressione e la cosa espressa avrebbe al riguardo una eventuale risoluzione nella miopia di Dean. Qui un oftalmologo potrebbe essere più esauriente.
   John Lennon dichiarò che senza James Dean non sarebbero mai esistiti i Beatles… e sulla copertina del suo disco “Rock’n’Roll” si fece ritrarre “alla James Dean”. Anche qui, ho poca fede nelle parole di Lennon. Se James Dean fu l’autore del celebre detto “live fast, die young”, non si capisce perché per essere in linea con tale “proclama” il musicista di Imagine abbia dovuto attendere quarant’anni per morire, accidentalmente, ucciso da un folle e beatlemane passeggiatore del Central Park a New York. Stesso discorso vale per la pinguedine dell’ultimo Elvis Presley, morto a 42 anni, antico fan della “gioventù bruciata”.
A guardare attentamente i tre fatidici film, sempre secondo i “condizionali controfattuali”, torna la domanda: senza la morte prematura dell’attore, sarebbero bastati da soli a creare questo “mito”? Di figure come quella di Cal Trank in East of Eden o Jim Stark in Rebel Without A Cause ne abbiamo avute e ne avremo a sazietà, sempre a ricordarci il tema edipico, definitivamente sloggiato da Deleuze e Guattari[1]; Jett Rink, il bracciante di Giant, che diventa ricco e vuole sovrastare il vecchio “datore di lavoro” Jordan Benedict, fa parte della imperitura farandola dei servi che desiderano prendere il posto del padrone, magari superando il padrone persino nei lati negativi, quali il risentimento tipico di chi ha dovuto “farsi da solo”.
   Insomma, l’epoca in cui i film sono stati girati, la relativa novità del loro tema, la recitazione stanislavskijana in linea con i canoni dell’Actor’s Studio, fanno di queste tre prove d’attore una testimonianza interessante, alquanto datata. Oggi, indipendentemente dalla presenza del “mito” Dean, non reggono più. L’insofferenza, l’inquietudine, la volontà di riscatto manifestate in quelle pellicole dovrebbero essere riviste e adattate per aderire ai nostri canoni contemporanei. Per carità, resistono nella nostra attualità le gare automobilistiche clandestine (Rebel Without A Cause), l’odio per l’autorità costituita (in tutti i film di Dean) e, purtroppo, resiste anche la doppia vita di un big del cinema americano che non può e non deve rivelare al pubblico i propri intimi sentimenti. Pare che oggi certi attori di Hollywood nascondano la propria omosessualità facendosi proteggere da sette quali Scientology…
   Di James Dean non abbiamo gli sviluppi della sua carriera, della sua vita: lui è in ciò che gli manca, e in questo non differisce dai comuni mortali.
   Di James Dean possediamo rare immagini delle sue interpretazioni teatrali a Broadway, e sulla tavole del palcoscenico, a quanto sembra, l’attore offrì le sue prove migliori.
   Di James Dean abbiamo l’industria che si è creata intorno alla sua figura, i doppi, i tripli, i quadrupli composti in serie da Andy Warhol e i suoi epigoni, i poster, eccetera.
   C’è il sospetto che James Dean sia migliore di quello che, suo malgrado, è diventato, ma non lo sapremo mai.
 

[1] Gilles Deleuze et Félix Guattari, L’Anti-Œdipe, 1972, Les Editions de Minuit, Paris.


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