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LETTERATURA: Come ho immaginato Lucida Mansi

20 Dicembre 2020

Ritratto presunto di Lucida Mansi

di Bartolomeo Di Monaco

La Signora della leggenda

Era giunta la sera quasi all’improvviso e Mattia non aveva fatto in tutto quel tempo che pochi passi; ora se ne stava seduto in via Roma, sopra una panchina di palazzo Cenami; non si vedeva nessuno per strada, le luci erano fioche, rade.
Quand’ecco apparire, a pochi passi di distanza, proprio davanti a lui, senza che lì per lì se ne avvedesse, un’elegante signora dal passo lento ma distinto, la testa leggermente piegata, il collo avvolto da un delicato nastro di seta.
Gli sorrise: «Questa è la mia città!» sospirò, e fece cenno a Mattia di aiutarla a sedersi accanto a lui.
«Non vedi come tutto qui mi ricordi: le strade che mi hanno ammirata bella e superba, le luci, i palazzi. Come potrei andarmene, lasciarla sola la mia città?»
Doveva essere stata molto bella la donna, e molto amata; tutto lo diceva di quel corpo che sembrava alla fine aver vinto il tempo.
«Ogni notte vago per le strade della città e ne godo a rivedere gli angoli che mi conobbero piena di gioventù. Ritornano a volte le immagini dolci della mia vita.»
Quindi non parlò più, finché non fu Mattia a domandare chi fosse; non l’aveva mai notata per la città, che pure conosceva.
«Sei stato fortunato ad incontrarmi» disse. «Ti ho visto arrivare dal tuo paese ed affacciarti alle porte della città. Sapevo che, calando la sera, ti avrei ritrovato qui.»
«Siete restata per me?» domandò incerto, sorpreso.
La sconosciuta tornò a sorridere e, guardandolo, posò lievemente la mano sulla sua; e allora, a quel nuovo contatto, Mattia la vide illuminarsi, diventare bella, altera, come diceva di essere stata.
Sprofondarono i suoi sentimenti in quello sguardo tanto dolce e riconobbe la donna della leggenda, inghiottita dalla terra, non del demonio ma della sua città prigioniera, regina, custode.
Stava seduta accanto a lui come se fossero stati cancellati i secoli che li dividevano: neri i capelli, gli occhi grandi, smaniosi; il corpo stracolmo di giovinezza.
Lo condusse con sé per la città. Gli parlò dei segreti che conosceva, di ciò che lei sola riusciva a vedere nelle sue passeggiate notturne, degli angoli della città carichi di storia.
Via Fillungo si apriva davanti a loro, poco illuminata, stretta e dritta; i palazzi vicini, quasi congiunti i tetti. Appena si intravedeva il cielo stellato.
«Adorata mia città!» ripeteva, e la sua bocca si apriva a respirarne l’aria, si gonfiava il petto di piacere.
La donna si era fatta dolcissima.
Quanto e quale orgoglio provava Mattia a starle accanto, misurare la sua Lucca, percepirne i segreti attraverso quella donna! Era tale la tenerezza che ne sprigionava che anche Mattia si struggeva al pensiero che tutto quell’affetto, tutta quella bellezza sfuggissero all’attenzione degli uomini; che nessuno sapesse delle innumerevoli notti d’amore trascorse tra Lucida e la sua città.
Lo condusse infine davanti alla Cattedrale, al bel San Martino, duomo di squisita eleganza che affascina il cuore e la mente del visitatore.
Era notte; la piazza s’era fatta suggestiva, immersa nel silenzio, appena illuminata da rade luci.
La donna, dopo aver toccato quasi con voluttà le colonne scolpite della facciata, scivolò dentro la chiesa. Anche Mattia vi entrò, condotto per mano dalla donna.
Ma Lucida non si curava più di lui; andava da sola, ora; lo precedeva come per una visita intima nella quale nessun altro poteva aver parte. La veste morbida si apriva ai lenti movimenti, frusciava in mezzo al silenzio.
Certo, lì stavano altre anime della città, insieme con Lucida restate a vegliare per amore. Mattia lo percepiva dal sussulto che la sua anima provava a mano a mano che il silenzio della chiesa si faceva profondo, assoluto; la mente stava come al di fuori del suo corpo, tutto precipitato in una quiete che non aveva più difese, disponibile a farsi occupare da un alito, da un sospiro.
Lucida si era inginocchiata davanti al Volto Santo.
Il suo stato di abbandono era tale che Mattia la suppose in contatto direttamente con Dio, e provò allora amore per quella donna, che la leggenda dei lucchesi vuole unita al diavolo e che, al contrario, sta dalla parte di Dio.
Quando uscirono, le prime luci dell’alba già lambivano la piazza. Palazzo Micheletti mostrava al giorno il bel muro di glicini; Lucida vi passò sotto, mai più voltandosi.
Mattia la vide piano piano svanire e avvertì che il suo spirito si faceva grande.
Ogni azione del passato che aveva costruito, preso parte in qualche modo alla vita della città, la sentì di nuovo vivere nella sua anima. Sentì che li amava tutti quegli uomini, e quei fatti, piccoli e grandi, che avevano colmato di storia e di sentimenti la sua città che, pur bella, non avrebbe potuto sopravvivere senza il cuore dell’uomo.
Mai si sarebbe staccato da lei.
Non solo avrebbe voluto morire tra le sue braccia, cullato dagli alberi delle sue Mura, dalle torri, dalle piazze, dagli stretti vicoli; ma anche avrebbe voluto portarla con sé, la città, nella nuova esistenza abitare ancora nella sua Lucca, conversare e vivere coi suoi fantasmi.

 [1] Il prof. Romano Silva, in un articolo apparso su La Nazione dell’11 novembre 2008, avanza l’ipotesi che la leggenda abbia avuto origine in Germania.


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Bart