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LETTERATURA: Con la morte di Edmond, il 15 luglio 1896, si interrompe il Journal

26 Marzo 2020

di Bartolomeo Di Monaco

[Di tanto in tanto provo una certa stanchezza nel portare avanti questo diario; ma, nei giorni di debolezza, mi ripeto che devo continuare con l’energia di quelli che scrivono al polo o sotto i tropici, perché questa storia della vita del XIX secolo, così come io la scrivo, sarà davvero interessante per i posteri.]

Stasera dai Daudet viene per la prima volta Jules Renard, l’ironico creatore di ‘Poil de carotte’, un uomo che ha la forma della testa molto simile a quella di Rochefort, ma senza la sua arruffata selva di capelli e il suo ciuffo da clown, un uomo ancora giovane ma freddo, serio, flemmatico, senza tutte quelle stupidaggini che vanno sotto il nome di allegria giovanile.

Halperine-Kaminskij, il russo che ha tradotto nella nostra lingua i suoi compatrioti, ci dice che Dostojevskij era epilettico come Flaubert. E siccome gli parlo della venerazione religiosa che i russi hanno per i loro scrittori, ci racconta che ai funerali di Dostojevskij un mugik, colpito dalla grande affluenza e dalla compunzione di tutti, aveva chiesto: «Era un apostolo?»

Sully Prudhomme è a cena stasera da Daudet. La sua testa dove una ciocca grigia, simile all’ala ripiegata di un uccello, ricade sulla tempia, la sua testa è piegata in avanti con un atteggiamento da sordo o da uomo di chiesa; e quando parla, le sue mani si muovono sopra il piatto con i gesti di uno che sta dicendo il suo ‘benedicite’, mentre un occhio bluastro e pieno di benevolenza gira, accompagnato da un piccolo movimento di testa da tartaruga, a destra e a sinistra per sollecitare l’attenzione dei vicini.
La sua conversazione intelligente, sostanziale, colta, amante delle parole astratte, potrebbe essere definita una conversazione mistico-filosofica. Il poeta è chiacchierone, chiacchierone a tal punto che non ha smesso di parlare un secondo, dalla zuppa al dessert, con una vocina flautata che ha talvolta le note misteriosamente roche di una voce adolescente che sta per cambiare.
Alla fine ha parlato della telepatia, e si avvertiva in lui una lotta tra una predisposizione ad accettare simili fandonie miracolistiche e una certa paura del ridicolo, che prende gli adepti di questo soprannaturalismo.
In fondo un uomo di compagnia, dolce e untuoso, con una socievolezza quasi da prete.

Stasera, in un angolo del salotto, Stevens ha parlato delle spaventose quantità di birra e di alcool ingurgitate da Courbet, che consumava trenta boccali in una serata e allungava l’assenzio con il vino bianco, invece che con l’acqua.

E Decau ci riferisce la formula di Corot per dipingere dei capolavori a contatto con la natura:
«Sedersi al posto giusto» — secondo gli insegnamenti del suo maestro Bertin — «stabilire le linee fondamentali, cercare i propri valori, mettere sulla tela ciò che si ha qui e qui», e dicendo queste ultime parole si toccava prima la testa e poi il cuore.
Decau aggiunge: «Era un pittore del mattino e non del pomeriggio; non dipingeva mai nel pieno della luce e diceva: “Io non sono un colorista, ma un armonista!”»
«Pensate,» riprende Decau, «che Corot è restato fino a quarantacinque anni come un ragazzino in casa di suo padre che non credeva affatto al suo talento. Un giorno accadde che il padre di Corot, avendo avuto Français a cena, si dispose ad accompagnarlo, quando questi stava per andarsene, e fermò con un cenno il figlio che voleva seguirli. Quando furono in strada:” Français crede davvero che mio figlio abbia del talento?” “Come!” rispose Français, “ma è il mio professore!»

«Sono stato io,» dice (Alfred Stevens), «a portare Madame Bovary in casa Dumas. Il figlio ha detto: “È un libro spaventoso!” E il padre ha buttato il libro per terra dicendo: “Se questo è bello, tutto ciò che scriviamo dal 1830 in poi non ha alcun valore!»

Sul treno per Saint-Gratien, proprio quando i giornali annunziano un miglioramento delle condizioni di Maupassant, Yriarte mi mette a parte di una conversazione che ha avuto ultimamente con il dottor Bianche.
A quanto pare Maupassant passa tutta la giornata con dei personaggi immaginari, e soltanto con dei banchieri, degli agenti di cambio, degli affaristi. E improvvisamente lo si sente esclamare: «Tu allora te ne freghi di me? E i dodici milioni che dovevi portarmi oggi?»
Il dottor Bianche ha aggiunto: «Non mi riconosce più: mi chiama dottore, ma per lui sono un dottore qualsiasi, non il dottor Bianche!» E ha fatto un triste ritratto del suo volto dicendo che al momento attuale ha la fisionomia del vero pazzo, con lo sguardo torvo e la bocca senza energia.

È Hennique che parla di Maupassant e si diffonde sul sadismo di quest’uomo e sulla sua potenza di erezione. Infatti innestava a piacere e vinceva la scommessa che, dopo essere stato per qualche istante con il viso contro il muro, si sarebbe girato con la verga per aria.
Hennique ci racconta che un giorno lo scrittore russo Boborikine era venuto a cena con loro e Maupassant gli aveva detto: «Voglio scandalizzare questo moscovita.» Erano alle Folies-Bergères. Quando se ne andarono Maupassant riaccompagnò una donna e salì in casa di lei seguito da tutta la compagnia. Qui, davanti al russo in osservazione e che non credeva ai suoi occhi, Maupassant le fece sei servizi uno dopo l’altro e poi, per giunta, passò nella stanza accanto dove era sdraiata un’amica della padrona di casa e fece godere tre volte anche lei.

Stasera, a casa di Daudet, Bauer ci fa uno schizzo di Verlaine, di questo cinico che sbraita: «Io felice? Le donne che ho amato mi hanno tradito con degli uomini, e gli uomini che ho amato mi hanno tradito con delle donne!»

Al nome di Oscar Wilde, Henri de Régnier, che è mio ospite, si mette a sorridere. Interrogo il suo sorriso: «Ah! Lei non sa… D’altronde lui non lo nasconde. Sì, confessa la sua pederastia… È stato lui che un giorno ha detto: “Ho fatto tre matrimoni nella mia vita: uno con una donna e due con uomini!” Lei non sa che, dopo il successo del suo dramma a Londra, ha abbandonato sua moglie e i suoi tre figli e si è stabilito in un albergo dove vive in rapporti coniugali con un giovane lord inglese. Uno dei miei amici, che è stato a trovarlo, mi ha descritto la stanza dove c’è un solo letto con due guanciali e, proprio mentre era là, è arrivata piangendo la moglie che gli porta tutte le mattine la sua corrispondenza.»
E siccome io dico che in uno scrittore che ricorre tanto spesso ai plagi, la pederastia deve essere un’imitazione di Verlaine, Henri de Régnier mi dà ragione, dicendo che in effetti Wilde tesse continuamente le lodi di Verlaine.

Stasera, a casa di Daudet, abbiamo parlato della povera Madame Zola che porta in giro melanconicamente i due bambini che suo marito ha avuto con la donna di servizio.
A quanto pare, Madame Zola ebbe in un primo tempo una donna su cui il buon Émile cominciò a esercitare dei palpeggiamenti. Allora lei la licenziò, rimpiazzandola stupidamente con un’altra molto bella, che aveva tenuto presso di sé per qualche tempo, benché Madame Charpentier la accusasse di imprudenza: e sarebbe quest’ultima l’etera della seconda famiglia di Zola.
A questo proposito Daudet parla del raffreddamento di Céard nei confronti di Zola, per colpa di questa amante. Quando Zola si trovava a Médan e la sua amante era istallata nei dintorni, Céard recapitava le lettere alla bella, lettere in cui Zola, per un motivo o per l’altro, con la sua doppiezza italiana, sfotteva molto crudelmente il suo postino. Un giorno Madame Zola, irritata dal ruolo di Céard, lo derise per la sua confidenza nell’amico e gli raccontò le burle di cui era fatto oggetto nelle lettere che — non so come — le erano finite tra le mani.
Seguì una scenata tra i due che li rese quasi nemici. Una sera, a Médan, in seguito a una violenta lite tra marito e moglie, Madame Zola fece le sue valigie, preparandosi a lasciare immediatamente, e per sempre, Médan, mentre Zola, chiuso nella sua stanza, non faceva nulla per fermarla. Céard, che si trovava a Médan, pieno di una lodevole indignazione, uscì dalla sua diplomatica riservatezza e cominciò a trattare Zola da maiale, da sporcaccione, se lasciava andar via così sua moglie che aveva condiviso con lui la miseria e che ora, nella buona fortuna, metteva alla porta senza pietà.

Non ho più trasporto, né slancio per scrivere le note del mio Journal. Se devo scrivere un po’ a lungo, lavorare un po’ di stile, esito, vacillo e non ho più la certezza di riuscire.

Maledizione su questo Verlaine, su questo ubriacone, su questo pederasta, su questo assassino, su questo vigliacco assalito, di tanto in tanto, da paure dell’inferno così forti che se la fa nelle braghe, maledizione su questo grande pervertitore che, con il suo talento, ha fatto scuola tra i giovani letterati, di tutti i cattivi desideri, di tutti i gusti contro natura, di ogni disgusto e di ogni orrore.

Ci mettiamo a cena e una nuvola nera, che minaccia il temporale, spinge Madame Zola a riparlare dei terrori che il tuono mette addosso a suo marito, terrori infantili che un tempo la obbligavano a portarlo in cantina, tutto avvolto nelle sue coperte, mentre ora se ne sta chiuso nella sala da bigliardo di Médan mettendosi, nonostante le finestre sbarrate e le luci accese, un fazzoletto sugli occhi.

Paul Alexis, di ritorno da un viaggio nel sud della Francia, mi parla della visita che ha fatto a Madame de Maupassant, da cui ha ricavato la convinzione che Maupassant era figlio di Flaubert.
In una lunga conversazione — durata dall’una alle sei — Madame de Maupassant ha cercato prima di tutto, con una certa vivacità, di dimostrargli che Maupassant, fisicamente e moralmente, non aveva proprio nulla di suo padre… Poi, nel corso della conversazione, parlando della sepoltura di suo figlio, disse : «Avrei voluto poter andare a Parigi… Ma ho scritto in modo molto chiaro per evitare che il suo corpo fosse messo in una bara di piombo… Guy desiderava che, dopo morto, il suo corpo tornasse al Gran Tutto, alla madre Terra e una bara di piombo ritarda un simile ricongiungimento. Era tormentato da questo pensiero e quando, a Rouen, presiedette alla sepoltura del suo amato padre…» A questo punto Madame de Maupassant si è interrotta, ma per un attimo brevissimo, senza riuscire a correggersi: «Del povero Flaubert…» Più tardi, senza sospettare che stava portando delle prove a proprio carico, ritornò su quello che aveva detto all’inizio della conversazione: «No, la sua malattia non veniva da nessuno di noi… Suo padre è affetto da un reumatismo articolare… Io sono malata di cuore… Suo fratello, che secondo alcuni sarebbe morto pazzo, se ne andò perché aveva l’abitudine di sorvegliare le sue piantagioni con in testa dei berrettini troppo leggeri.» E Paul Alexis si chiedeva se non era presumibile, che da un epilettico potesse venire fuori un pazzo.

Arriva Sarah (Bernhardt) con un abito grigio perla, dalla linea cascante, senza vita, simile a una tunica e con le passamanerie dorate. Di gioielli non ha che un occhialetto con il manico tutto incrostato di diamanti. Sulla testa un velo di pizzo nero, che ha l’aria di una farfalla notturna, sotto cui si alza una capigliatura, simile a un roveto ardente, e brillano degli occhi con le pupille di un blu trasparente nella penombra delle ciglia nere.
Quando si siede a tavola si lamenta della sua piccolissima statura — e in effetti ha delle gambe di una lunghezza da donna del Rinascimento. E tutto il tempo se ne sta seduta di traverso, sulla punta della sedia, proprio come una bambina alla tavola dei grandi.
Sono seduto proprio di fianco a Sarah e in questa donna, che è prossima alla cinquantina, il colore del viso, che non ha nessun trucco, neppure un po’ di cipria, è il colore di una ragazza; roseo, assolutamente giovanile, sopra una pelle di una finezza, di una delicatezza, di una trasparenza singolare sulle tempie dove si intravede una trama di piccole vene azzurre. Bauer mi ha detto che questo colore è il risultato di una seconda giovinezza che le è tornata sul volto con l’età critica.
(…)
Questa donna ha senza dubbio un’istintiva cortesia, un desiderio di piacere non artefatto, ma naturale. Con me è stata affascinante e mi ha detto di essere molto lusingata, perché ho pensato a lei, testimoniandomi un vivo desiderio di recitare il mio lavoro. E ho ragione di credere che se non accetterà la parte, dipenderà unicamente da sua sorella che negli ultimi tempi Sarah ha dovuto far rinchiudere in manicomio.

Da Plon si diceva ultimamente che la bicicletta uccide il mercato librario: in primo luogo con il suo prezzo d’acquisto e poi perché questa equitazione porta via tanto tempo alle persone da non lasciare più un’ora per la lettura.

*Il sogno di Edmond de Goncourt (giovedì 3 giugno 1894)

Oggi nell’abbattimento fisico, derivante dalla mia crisi dell’altro ieri, e che mi ha spinto a buttarmi un po’ sul letto durante il giorno, sono stato assalito dal mio incubo eterno, ma con un’apparenza di realtà che potrei definire dolorosamente lancinante.
Mi trovo in una festa diurna, in una imprecisata città di provincia, una festa che si tiene in un grande edificio, molto simile al Casino di Vichy. Devo andarmene, perché, lasciando la città l’indomani, ho bisogno di preparare le valigie. La strada che conduce dal luogo della festa al mio albergo è molto dritta e corta e da quando sono in questa città l’ho fatta tutti i giorni; eppure esco da una porta sbagliata e mi perdo in una rete di stradine proprio quando la notte sta per cadere. Percorrendo strade, stradicciole interminabili con la sensazione che ogni passo mi allontani dalla meta, sono assalito improvvisamente dall’angoscia di avere dimenticato il nome del mio albergo senza riuscire a ritrovarlo, nonostante tutti i miei sforzi. Angoscia terribile che tuttavia dura solo un momento, grazie a una fortuna straordinaria: in questa periferia deserta e buia, passa un signore che riconosco come un mio vicino di tavola all’albergo e che, alla mia domanda, risponde: «Albergo del Conservatorio.» Ma subito si dilegua senza darmi alcuna indicazione per il ritorno. I miei occhi cercano delle carrozze e, quando finalmente ne vedo su una piazzetta, i cocchieri sono introvabili.
Mi decido a entrare in un caffè dove stanno spegnendo le lampade a gas e chiedo la strada per l’Albergo del Conservatorio. A sentir questo nome, tutti quelli del caffè e il padrone alzano la testa e mi guardano sorridendo beffardamente: questo sorriso mi fa capire che l’albergo gode di una cattiva reputazione, che è una specie di bordello e dietro di me si alza una voce che grida: «Oh! Questo signore che è sceso all’Albergo del Conservatorio… Non sa dunque che il direttore è stato fischiato al circo otto giorni fa.»
Allora chiedo che qualcuno voglia, dietro pagamento, riaccompagnarmi alla festa da cui sono uscito. Un gobbetto si mette a marciare davanti a me e la sua gobba si muove e si sposta da una spalla all’altra ad ognuno dei suoi passi. Alla fine eccomi tornato alla mia festa illuminata a giorno. Ma no, non sono più le persone del Casino che avevo visto durante la giornata, non è più la stessa gente. Ovunque facce ostili, occhi che mi guardano di traverso, bocche che sussurrano delle cattiverie. Oh! Ma ecco uno dei miei amici più intimi, che si trova qui per caso e a cui chiedo di riaccompagnarmi in albergo. Ed ecco che senza guardarmi, senza ascoltarmi, senza rispondermi, prende una donna per la vita e si mette a ballare un valzer mentre la sala si ingrandisce ad ogni suo giro e alla fine egli scompare nelle lontananze della sala che si è estesa a perdita d’occhio e dove tutti sono scomparsi dietro di lui e dove, nel vuoto spaventoso, le lampade si spengono l’una dopo l’altra. Mi sveglio in preda a un terrore indescrivibile.

Pensavo questa notte che uno dei motivi delle implacabili inimicizie letterarie, a cui vado incontro, è l’onestà della mia vita. Sì, è un fatto positivo: al giorno d’oggi si ha una predilezione per tutto ciò che è sporco. Quali sono infatti le tre divinità dei giovani? Baudelaire, Villiers de l’Isle-Adam, Verlaine: senza dubbio tre uomini di talento, ma un sadico, un alcolizzato, un assassino pederasta.

Si parla di Oscar Wilde, e Daudet dice cose molto interessanti, avendo ricevuto le confidenze di Sherard, che è andato a trovare Wilde a Londra e lo ha visto ogni giorno.
L’infelice, a quanto sembra, non riusciva a trovare un posto per dormire a Londra. Tornato all’albergo dei suoi amori, si sentì dire dal direttore che al pianterreno c’era il marchese. Queensberry con dei pugilatori, che sarebbe successo uno scandalo e che era meglio che se ne andasse. Se ne andò in un altro albergo truccato e travestito. Ma non era passata un’ora quando il direttore venne a dirgli: «Lei è Oscar Wilde, la prego di uscire!» Andò a bussare alla porta di un altro albergo, ma il proprietario si rifiutò di accoglierlo, benché gli fossero offerti trecento franchi. Alla fine Oscar Wilde si era deciso ad andare a casa di suo fratello che non era un pederasta, ma un ministro protestante alcolizzato, che gli diede ospitalità, ma gli fece la predica tutta la notte.
Una triste famiglia, dove la madre è sempre ubriaca di gin e vive in una stanza piena di bottiglie, e dove la cognata di Oscar, una poveretta che ha perduto ogni capacità di arrabbiarsi, ha detto a Sherard che tutti i Wilde sono dei pazzi.

Stasera Madame Sichel mi parlava dei rapporti che ebbe ad Honfleur con Madame Aupick, la madre di Baudelaire.
Mi ha dipinto questa donna piccola, delicata, minuscola, un po’ gobba, con delle mani nodose e goffe, tanto grandi da poter tenere agevolmente sei pezzi del domino e, per giunta, così cieca da dover cucire con il naso contro il lavoro.
Poi mi ha descritto la sua casa sopra la scogliera, ai piedi della cote de Grâce, scelta dal generale che un tempo era stato ambasciatore a Costantinopoli, perché il luogo gli ricordava l’ingresso del Corno d’Oro; una casa dove la stanza del generale era tappezzata con tela greggia e da vele, e assomigliava a una tenda, mentre le altre stanze erano ricoperte con tela di Jouy. Nelle scuderie, poi, c’erano due carrozze di rappresentanza, di cui la proprietaria era stata obbligata a vendere i cavalli, quando si era ridotta a vivere con la sua pensione di vedova, carrozze che, tutti i sabati, le donne di servizio tiravano fuori per portarle in giro nel cortile.
A Madame Sichel, che allora era una ragazza, sembrava che la vecchia avesse un’alta stima dell’intelligenza di suo figlio, ma che non osasse manifestarla a causa dell’autorità esercitata su di lei da un certo Hémon. Questi considerava Baudelaire un mascalzone che prometteva sempre di andare a trovare sua madre, non ci andava mai e le scriveva solo per farsi mandare dei soldi.
Una curiosa rivelazione di questa chiacchierata è che la madre di Baudelaire morì dopo il figlio, ma della sua stessa malattia, morì afasica. Così cade nel vuoto la leggenda che attribuisce questa malattia — che risaliva a una tara ereditaria — alla vita disordinata di Baudelaire.
Molto spesso la vecchia disse nel suo linguaggio romanzesco a Madame Sichel, che si chiama Laure: «Mi dispiace che mio figlio non voglia sposarsi, avrei voluto che fosse il suo Petrarca.»

Questa gloria davanti a cui tutti i giovani sono prosternati, questa gloria basata soltanto su ‘L’Après-Midi d’un Faune’, un poema di cui dopo vent’anni i glossatori non sono ancora riusciti a capire il significato e che l’astuta sfinge, che ne è l’autore, si guarda bene dallo svelare, non è forse una mistificazione durata troppo a lungo?… Ah! Che pazzi entusiasmi si vedono in questi tempi: Mallarmé, Villiers de l’Isle-Adam sono i grandi uomini della gioventù!

Ceno con il conte Brevern de la Gardie, segretario della legazione imperiale russa a Bruxelles, che mi parla di Tolstoi, con il quale era legata la sua famiglia.
Mi dice che è un pazzo, che cambia d’opinione in modo incredibile e mi racconta che un giorno, avendo trovato un numero della ‘Revue des Deux Mondes’ in casa di sua suocera, si mise a gridare: «Questa rivista è una cattiva lettura… Sua figlia non deve leggerla.» Poco tempo dopo chiese alla stessa se aveva fatto leggere Anna Karenina a sua figlia e, siccome gli fu risposto che non era una lettura da ragazze, cominciò a sostenere che una ragazza doveva essere al corrente di tutto per affrontare la vita.
Un altro giorno, a sentire Brevern de la Gardie, Tolstoi dopo avere anatemizzato a lungo l’acquavite, trattenne a pranzo l’uomo con cui aveva conversato e gli fece servire dell’acquavite. Allora l’altro gli ricordò la loro conversazione di poco prima, ma Tolstoi gli rispose che non aveva nessuna missione per impedire il male. Allora perché questa predica?

Non so più chi ha incontrato al Bois de Boulogne il grosso Zola che pedalava con l’amante, mentre la moglie sta facendo tutta sola un viaggio in un paese che non ricordo.

Stasera, a casa della principessa, si parla del miglioramento, della risurrezione di Dumas, delle frasi spiritose o brutali che ha pronunciato tornando alla vita. Sembra che abbia ripreso conoscenza gridando: «Oh! Tutte queste donne attaccate alle mie chiappe!»
Dopo cena Coppée, Porto-Riche ed io parlavamo nell’atrio del pietoso dramma di Bornier, quando Primoli viene verso di noi e ci dice: «Dumas è morto… La principessa ha appena ricevuto un dispaccio!»
Mentre il dispaccio che porta l’ora delle otto e trenta passa di mano in mano, si comincia a parlare del morto. Strauss sostiene che non era avaro come si diceva, e afferma di aver partecipato ad atti di beneficenza organizzati da Dumas. Questi, tuttavia, sosteneva che bisognava sempre fare dei favori anonimi e che era l’unico modo per non incorrere nell’ingratitudine degli altri. E, a dispetto della durezza del suo sguardo, lo si dipinge come un uomo buono che recitava la parte dell’impassibile.

La morte di Dumas mi ha commosso. È morto credo allo stesso modo di mio fratello per una disgregazione del cervello alla base del cranio.
Dio mio quale potenza sugli spiriti ha il teatro in Francia! Basta pensare che alla notizia della morte di Dumas il presidente della repubblica, l’attuale re di Francia, che stava assistendo a una prima della Comédie Français, ha abbandonato il teatro con sua moglie e sua figlia, lasciando vuoto il palco per tutta la sera.
A questo proposito Daudet ha ricordato che la notizia della morte di Flaubert era giunta, come quella di Dumas, ai suoi amici e alle pubbliche autorità durante una prima al Théàtre-Français, e che tutti erano rimasti al loro posto, avevano applaudito il lavoro e avevano compiuto — alcuni con il cuore gonfio — il loro dovere di spettatori educati.

Questa mattina colazione con Georges Brandès che mi racconta alcuni curiosi particolari della sua vita nomade di esule, in Germania, in Russia, in Italia e ultimamente in Inghilterra.
Poi tornando al suo paese mi racconta cose molto interessanti su Ibsen che egli dipinge con una faccia rossa come quella dei nostri vetturini ubriachi e un’andatura da podagroso, a passi brevi come se le sue gambe fossero legate insieme da una catenella. Mi dice che prima di pranzo beve dei grossi bicchieri di acquavite, contrabbandandoli come vino bianco o birra. E, naturalmente, quest’uomo corrotto, disordinato, vizioso come tutti gli uomini di genio, dice Brandès, ha la disgrazia di aver sposato la donna più saggia, più ragionevole, più scrupolosa che si possa trovare.

Giornata trascorsa in tète à tète con Mirbeau al Clos-Saint- Blaise. Dovevano venire anche i Robin, ma attualmente il marito è tutto per Liane de Pougy.
Montesquiou doveva partire con me alle due e venticinque, ma non è arrivato che alle sette per la cena, perché ha dovuto passare la giornata con il sindaco di Douai per allestire una festa in onore di Valmore. Mi dice che Zola ha chiesto la rescissione del suo contratto con il ‘Figaro’, dopo che gli è stato respinto un articolo. La nostra conversazione sui letterati si svolge in mezzo ai fiori e, durante la passeggiata, a proposito di bacche profumate che formano una specie di grande tavolozza, Montesquiou mi dice : «Zola, vedendo questi piselli odorosi, mi ha raccontato: “Al tempo in cui non avevo quasi da mangiare, non riuscivo a resistere quando trovavo queste bacche e le compravo per metterle sul comodino: questo lieve odore di fiori di arancio mi faceva rivivere in sogno, durante la notte, tutta la mia infanzia.”


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart