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LETTERATURA: Conoscete l’acufene?

8 Gennaio 2022

di Bartolomeo Di Monaco

Chi non lo conosce è fortunato. Si tratta di un disturbo all’orecchio (a volte ad entrambi) che si manifesta con un fischio o un rumore continuo di varie specie. Esso diventa invalidante quando si fa acuto. Di giorno lo si sopporta grazie ai rumori esterni quotidiani. La notte, quando intorno c’è silenzio, l’acufene ci tortura e non ci fa dormire. Nessuna macchina scientifica è in grado di rilevarlo e nessuno, sia pure accostandosi al nostro orecchio, lo percepisce. Per chi ne patisce in forma acuta è un autentico dramma.
Ne soffro dal 2001. Dopo la fase acuta iniziale, grazie alle cure, sono riuscito a controllarlo e, divenuto lieve, a conviverci. Credevo di essere riuscito in questa impresa (che richiede un incredibile sforzo della mente) quando nel dicembre 2015 esso riapparve con tutta la sua forza tragica. Mi alzavo la notte e giravo per la camera non sapendo cosa fare, più volte ho tentato di sbattere la testa nel muro. Invocavo qualunque altra malattia, pur di essere liberato da un tale demoniaco disturbo. Lo scrittore lucchese, e amico, Vincenzo Pardini, mi consigliò di tenere un diario. Lo feci e ad ogni pagina che scrivevo era come tagliare la mia carne con un bisturi. Tenni il diario per tutto il mese di gennaio 2016 e decisi, più tardi, di farne un libro, per aiutare coloro che si trovassero nella mia stessa situazione. Scrivendo del mio comportamento, forse davo un aiuto a chi, come successe la prima volta a me, si trovava a vivere momenti di disperazione.
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(Estratto dal mio libro: “Vivere con l’acufene”, del 2018)

8 gennaio 2016

La malattia dell’acufene ha alti e bassi, bisogna saperlo per non cadere nell’illusione di essere guariti e poi, all’improvviso e di nuovo, sprofondare in una crisi parossistica. Stanotte, ad esempio, ho dormito benissimo. I miei rialzi notturni non hanno avuto inconvenienti. Ho pensato che ciò potesse essere dipeso dal quadro con l’effige di Santa Gemma che ieri ho appeso alla parete di camera (prima tenevo sul comodino una sua immaginetta). Anche questo particolare può aver contribuito a farmi trascorrere una notte serena. Ma so di non dovermi illudere. Solo il cervello sa quali sono e dove sono collocate le sue ferite. L’aiuto che possiamo offrirgli è importante, ma non è escluso che alcune ferite a noi ignote non beneficino del nostro aiuto, e il cervello deve fare tutto da solo. Però, non dimentico mai che il cervello è destinato a vincere. La sua resistenza agli attacchi che da qualunque parte gli scaglia l’acufene è risoluta e fiera. Fra sei giorni, il 14 gennaio, compirò settantaquattro anni. Qualcuno potrà dire che per me, essendo in pensione, è facile studiare un percorso che sia d’ausilio alle difese del cervello. Sono, in pratica, padrone delle mie ore e dei miei minuti. Posso stabilire con esattezza i tempi in cui agire. Ma un giovane, che non ha la mia stessa libertà? Ebbene ho scoperto che un aiuto alla mente, nel momento in cui ci si avvicina al sonno, è anche quello di pensare alle cose da fare l’indomani. L’anziano è quasi privo di impegni. Il giovane ne è pieno, poiché così esige la sua età. Il giovane è sempre proiettato verso il domani. L’anziano, lo dico in linea generale, vi ha meno interesse. Pensare a ciò che si deve fare l’indomani distrae la mente dall’acufene, e il sonno la coglie proprio nel momento in cui è tutta protesa verso il domani. Tanto per l’anziano quanto per il giovane, il giorno, invece, crea meno problemi, grazie ai rumori esterni del mondo, che contribuiscono a nascondere l’acufene. Ma anche nel caso del giorno, il giovane è più favorito, poiché ha sempre qualche impegno da assolvere. Dunque, se l’acufene coglie un giovane, non si sgomenti. La sua mente, non solo è più elastica e più forte di quella di un anziano, ma ha altro a cui pensare rispetto all’acufene. Per un giovane l’acufene può ridursi alla punzecchiatura di un insetto: la si avverte lì per lì, poi subito il cervello la trascura per altri pensieri. L’anziano, invece, lo sente continuamente, e non riesce a distrarre il cervello. Ha bisogno di crearsi un percorso curativo costituito da medicine e da comportamenti ausiliari. Da quando patisco l’acufene (e avverto già sintomi di miglioramento) ho cambiato molte delle mie abitudini. Durante il giorno evito di recarmi ad incontri, convegni, appuntamenti collettivi di varia natura, allo scopo di eludere emozioni e di trovarmi coinvolto in discussioni. La sera, quando cala il buio, comincio la mia lunga preparazione alla notte. È la fase più delicata, quella che io vivo come sotto una campana di vetro. Se dovessi avere una discussione, ad esempio, intorno alle ore 23, il sonno sarebbe del tutto compromesso. Si avvierebbe una fase di nervosismo, di corsi e ricorsi intorno alla discussione o alla lite e non ne uscirei più fuori fino all’alba. Dovrei forse assumere una dose eccessiva di ansiolitico, ciò che non voglio fare.

12 gennaio 2016

Stanotte ho avuto una ricaduta. Sono andato a letto molto serenamente. Addirittura, insieme con mia moglie, avevo guardato alla Tv un documentario su Santa Caterina da Siena, vissuta nel XIV secolo. Il suo misticismo ha molto in comune con quello di Santa Gemma: estasi, visioni, patimenti fisici, stimmate, insoddisfazioni congiunte al desiderio di patire di più. I mistici hanno molte somiglianze tra loro. Mi sono coricato, sentivo mia moglie vicino a me, che mi confortava poggiando, come fa dall’inizio della malattia, la sua mano sul mio fianco. Quel tocco è come una medicina, e forse di più. Vi è una trasmissione interiore di vicinanza e di partecipazione spirituale che mi rasserena. E invece, l’avvicinarsi del sonno tardava, lo sentivo sfiorare la mente e subito allontanarsene. Le ultime notti, invece, lo percepivo avvicinarsi e avvolgermi con dolcezza, pietà e amore. Un leggero sudore ha cominciato a formarsi sul mio viso e poi sul mio corpo: il segnale che si stava avvicinando il panico, il demone che se ne sta acquattato, pronto a sfruttare ogni istante di debolezza. Basta un pertugio e ci si infila compiaciuto di poter fare del male. Ho cercato di adunare ogni mio mezzo spirituale e fantasioso per aiutare il cervello a vincere il demone. Sentivo che mi sforzavo, e soprattutto che mi sforzavo inutilmente, forse aiutando addirittura, in questo modo, il nemico a prevalere. Così, come già mi era accaduto di fare, sono ricorso alla difesa estrema. Ho applicato all’orecchio malato l’auricolare e ho dato il via alla compilation musicale contenuta nel mio piccolo lettore. Sono riuscito a prendere sonno, ma mi è tornata la paura, che stavo gradatamente sconfiggendo.
È una dura ascesa quella che devo affrontare. Ogni tanto lo scarpone scivola sul pietrisco o su una roccia che si frantuma e a malapena riesco a non precipitare. Trovato un punto di appoggio, devo accingermi a risalire, tutto preso, però, dal timore di incontrare di nuovo gli stessi ostacoli, pronti ad insidiarmi. Il pensiero che stanotte ha occupato la mia mente e che mi ha inferto un duro colpo che non sono riuscito ad evitare, entrando per un pertugio dentro la fortezza del mio cervello e minacciando di far cadere tutto il muro, è stato quello che il ronzio all’orecchio mi sarebbe durato per tutta la vita. Forse avrei imparato a conviverci, come già mi è successo in questi ultimi quattordici anni, ma esso non mi avrebbe lasciato mai!
Farà in tempo la scienza ad aiutare i sofferenti di acufene? Riuscirà a far scomparire del tutto il rumore? Ah, come vorrei sentire nel chiuso della mia stanza, e di notte, il silenzio quale occasione di riposo della mia anima. Invece il silenzio è per me, da anni, uno sconosciuto. I mistici vogliono incontrare Gesù. Lo voglio anch’io, ma ciò che da troppi anni mi manca è il silenzio.
Oggi, nella lettera di Santa Gemma, indirizzata a Padre Germano, che chiama “babbo mio”, ho trovato un po’ di consolazione quando la Santa scrive (è il 12 giugno 1901): “Le anime fortunate, babbo mio, è in Cielo soltanto che Gesù le fa felici.”.

Il libro, qui.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart