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LETTERATURA: da Luigi Barzini jr pagine mirabili tratte da “Gli italiani. Virtù e vizi di un popolo”

30 Gennaio 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Da Luigi Barzini jr pagine mirabili tratte da “Gli italiani. Virtù e vizi di un popolo”.

“Recarsi in Italia, in quei tempi lontani, era sempre, per l’uomo solo, per il privato cittadino, un’impresa rischiosa e avventurosa. Molti finivano in tombe senza nome ai margini della strada. La morte, tuttavia, quando interrompeva un pellegrinaggio a Roma, era riconosciuta altamente meritoria dalla Chiesa. I pericoli mortali incominciavano sulle Alpi. I sentieri venivano spesso cancellati da improvvise tormente di neve o dalle valanghe. Le guide stesse si smarrivano. Alcune erano malfidi bricconi, che derubavano e uccidevano i clienti. Cadaveri di viaggiatori affioravano sempre in primavera, lungo gli itinerari, non appena le nevi alte si scioglievano. L’altra grande minaccia era costituita dalle valanghe. Per trovarne le vittime sepolte vive, o comporne i resti, gli ordini religiosi costruirono ospizi sui passi principali, con depositi di legna e di viveri, buoni letti, calde coperte, acquavite e cani robusti, che riuscivano a fiutare la presenza di un corpo ancor vivo anche a qualche metro sotto la neve. Le valanghe entravano a tal punto a far parte delle inevitabili emozioni del viaggio che, fino a poco tempo prima che le Alpi venissero traforate da gallerie ferroviarie, audaci inglesi sostavano nei punti adatti e sparavano colpi di pistola contro le montagne, allo scopo di far vibrare l’aria immota e causare lo slittamento della neve dalle alte vette. Si riteneva che varcare le Alpi senza vedere tali spettacoli fosse un’avventura insipida come compiere un viaggio per mare senza avvistare una balena o attraversare una tempesta. Questi temerari viaggiatori venivano talora sepolti vivi con i bagagli e i compagni, grazie al successo dei loro esperimenti scientifici.
I banditi aspettavano i viaggiatori lungo le strade della pianura. Coloro che non cadevano in imboscate, che non venivano derubati e uccisi durante il viaggio, erano talora assassinati nei loro letti da rapaci locandieri. La prudenza voleva pertanto che si sembrasse poveri, per non destare l’avidità di ogni genere di individui, compresi i compagni di viaggio. Si ricorreva a sotterfugi di ogni sorta. Vespasiano da Bisticci, il libraio fiorentino del Rinascimento, riferisce un caso, quello di William Gray, che diventò in seguito vescovo di Ely. Egli era studente a Colonia. Quando giunse per lui il momento di partire per l’Italia dovette studiare un piano ingegnoso e prudente in quanto egli era ritenuto un uomo ricchissimo e tale da poter pagare un alto riscatto; era noto che molti a Colonia spiavano la sua partenza, con l’intenzione di aggredirlo in qualche punto lungo la strada. Si finse ammalato, cosi gravemente da dover chiedere a un medico di visitarlo ogni giorno; quindi, all’insaputa di tutti, con un solo compagno, parti di nascosto, travestito come i pellegrini irlandesi, disponendo però che il medico, uomo fidato, continuasse a recarsi regolarmente a casa sua per sei o sette giorni dopo la partenza.
Poi occorreva evitare le guerre locali. I viaggiatori cercavano sempre ili informarsi su chi stava combattendo, e contro chi, lungo la strada dinanzi a loro. Non era facile. Di rado riuscivano ad avere notizie, e quando le avevano non erano molto attendibili. I misteri della politica italiana lasciavano sempre interdetti gli stranieri, come accade ancor oggi. Le guerre scoppiavano inaspettatamente. I fronti si spostavano senza preavviso. Gli alleati divenivano nemici da un giorno all’altro, e viceversa. I viaggiatori, non di rado, venivano a trovarsi improvvisa-mente nel bel mezzo di una battaglia e spesso scomparivano senza lasciar traccia, morti tra i morti. Altri si imbattevano in un esercito vittorioso ed esultante, i cui soldati erano ubriachi di vino dopo il saccheggio; oppure si imbattevano in un esercito sconfitto che piangeva le proprie perdite, e i cui soldati erano altrettanto ubriachi di vino rubato. Entrambi i casi erano ugualmente pericolosi. Gli stranieri fortunati o testardi che non morivano o non scomparivano durante il viaggio trovavano talora la morte mentre riposavano pacificamente e si godevano le bellezze e i piaceri di qualche città italiana. In gran numero, nel corso dei secoli, furono assassinati da ribaldi, uccisi in duello da gentiluomini con i quali avevano attaccato lite in una locanda, oppure spenti da qualche ignota malattia. Alcuni, meno sfortunati, venivano imprigionati perché privi di mezzi di sostentamento dopo essere stati derubati.

Una traversata per mare era di norma ancor più pericolosa di un viaggio per via di terra. Spesso le tempeste facevano naufragare la nave, oppure l’equipaggio si ammutinava per impadronirsi del carico e per derubare i passeggeri. Non di rado la nave veniva abbordata da pirati musulmani e tutti gli uomini erano fatti prigionieri. È impossibile dire quanti buoni cristiani diretti a Roma trascorsero il resto della loro esistenza come rematori su galere turche o come oscuri schiavi nell’Africa settentrionale o in Oriente. Le famiglie non sapevano se fossero ancora vivi e pregavano per le loro anime. Soltanto pochi, di quando in quando, riuscivano a far sapere che sopravvivevano e a farsi riscattare: tornavano invecchiati e deperiti alla libertà e alle famiglie, indesiderati dalle mogli che, dimentiche di loro, avevano trovato altre sistemazioni. Ancora nel 1805, durante la navigazione da Genova alla Sicilia, la nave sulla quale viaggiava Washington Irving, lo scrittore americano, fu catturata da una nave corsara e abbordata da una ciurma di pirati con corte sciabole arrugginite, pistole e pugnali. Questo incidente, ed è comprensibile, fece si che lo scrittore americano fosse incline a vedere banditi dappertutto quando pose piede sul suolo italiano.
I viaggiatori che avevano la fortuna di compiere un viaggio tranquillo trovavano altri motivi di preoccupazione. I letti erano rari in Italia, come in ogni altro paese d’Europa. Si trattava di solito di sudici giacigli brulicanti d’insetti. Lenzuola e coperte erano annerite dal sudore e dalla sporcizia di tutti gli individui che ci avevano dormito per mesi o anche per anni. Clienti di entrambi i sessi e di ogni età e in ogni con-dizione di pulizia personale erano di solito costretti a condividere i pochi pagliericci disponibili nelle locande. Fino alla fine del diciassettesimo secolo, mancarono i vetri alle finestre. (Montaigne si lamenta continuamente nel suo diario per le correnti d’aria fredda nelle stanze, che le imposte di legno non bastavano di solito a fermare.) Non esisteva alcun mezzo serio per riscaldare le case d’inverno, tranne un raro caminetto o un braciere. Il cibo era cattivo, cotto male, spesso nauseante. Ancora nel secolo diciottesimo, Smollet si lamentava: «Le locande sono tali da rivoltare lo stomaco a un mulattiere» e «le vivande… sono cucinate in maniera tale da colmare di disgusto un ottentotto». La Guida dell’Italia Meridionale, di Murray, nell’edizione del 1858, non trovava alcun grande miglioramento nelle piccole locande di provincia dai tempi medioevali. Dice: «Nei remoti comuni, le osterie sono pessime e prive di ogni conforto come lo erano ai tempi di Montaigne, a parte il fatto che le imposte di legno sono state sostituite quasi tutte da vetri alle finestre. Il viaggiatore… in grado di prepararsi una frittata, e di insegnare alla padrona la maniera di cucinare un piatto di uova e pancetta, troverà queste cose nei villaggi di montagna, dove anche il latte e il burro si vedono di rado». La cucina locale doveva essere davvero repellente, se ad essa si preferivano i tentativi dilettanteschi di un inglese.

Noleggiare un cavallo, una carrozza, trovare un servo, una guida, o una stanza, era impresa complicata, difficile, talora pericolosa addirittura. Continuò ad essere così fino a tempi molto recenti. La Guida Murray del 1858 consigliava ancora i viaggiatori di «contrattare con i proprietari delle locande non appena arrivati. Tutti gli altri stranieri badano bene ad adottare tale precauzione, e per questo motivo non solo pagano circa un terzo di meno dei viaggiatori inglesi, ma si sottraggono al fastidio e agli indugi delle contestazioni sui conti». Un’altra guida del diciannovesimo secolo per viaggiatori del Nord ammoniva: «Ogni volta che fissate il posto (su una diligenza), accordatevi sempre per un posto davanti, mettete assolutamente per iscritto l’accordo e fatelo convalidare da un pubblico notaio». Ricorrere alla polizia locale, tanto in tempi remoti quanto in tempi più recenti, era una faccenda rischiosa. Spesso il gendarme preferiva aiutare il compaesano disonesto, col quale doveva campare il resto della sua esistenza, anziché l’innocente viaggiatore straniero che non avrebbe più rivisto.
Ciononostante i viaggiatori non smisero mai di affluire. Ad onta delle noie e dei contrattempi, delle finestre che lasciavano filtrare le correnti d’aria, delle stanze gelide, delle strade accidentate, dei letti infestati da insetti, dei predoni, dei banditi e degli assassini, della necessità di sfidare uragani, valanghe, terremoti, guerre, eserciti predatori, marinai ammutinati, pirati musulmani e oscure malattie, durante il Medioevo i viaggiatori arrivarono in Italia più numerosi che in ogni altro paese. La devozione fu senza alcun dubbio lo stimolo più irresistibile. I pellegrini vennero a Roma in tutti i tempi e in tutte le stagioni, ma affollavano in modo particolare la Città Eterna in occasione degli anni santi, a intervalli di mezzo secolo, quando benedizioni e indulgenze erano più facili e abbondanti che in ogni altro tempo.
Duecentomila stranieri furono presenti in media ogni giorno durante il primo anno santo, il 1300. In occasione del secondo, nel 1350, Matteo Villani il cronista calcolò che, complessivamente, un milione e ducentomila persone fossero entrate per le porte della città. Si tratta di cifre impressionanti, anche se inevitabilmente inesatte. Molti pellegrini erano probabilmente italiani delle vicine provincie, ma un numero cospicuo arrivò certo da molto più lontano e dall’estero.”.


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Bart