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LETTERATURA: Dopo che i vicoli di Genova furono resi sicuri

3 Febbraio 2008

racconto di Marta Baiocchi

[Ricercatrice biologa, è nata e vive a Roma. Fa parte del collettivo di lettori volontari iQuindici. Collabora alla rivista online Roma Cultura. Suoi racconti sono stati pubblicati su “La Poesia e lo Spirito” e nella raccolta “Tutti giù all’inferno”, Giulio Perrone Editore, 2007]

Ci sono, lungo il porto, questi archi, sbeccati e anneriti dal fumo, che gravano inerti sulla propria base, enormi pietre dagli angoli rosicchiati dal tempo.

Facciate altissime e irregolari, di intonaci di colori diversi tutti ugualmente sbiaditi, con le finestre sparse a caso, che partono verso l’alto. Sotto gli archi, un lungo portico, una fila di miserabili taverne, accanto ad ogni porta lavagne nere con la lista dei piatti scritta in tutte le lingue, a tratti di gesso mezzi cancellati, incomprensibili. Attaccati gli uni agli altri, ci sono bar che servono caffè vecchissimi dentro tazzine sporche, e piccole vetrine stipate di cibi di oriente dall’odore forte di zafferano e coriandolo, più in la il lezzo di patatine rivoltate dentro grassi di scarto dei fast food, e friggitorie che vendono pesciolini minuscoli e croccanti dentro cartocci gialli, come già si faceva secoli fa. Ai tavolini sconnessi stanno seduti uomini dallo sguardo torvo, la barba sfatta, il filtro della sigaretta schiacciato tra i denti, appiattito, o un sigaro dalla punta intrisa di saliva, o una pipa rauca e gorgogliante – allora loro sputano per terra. L’odore del mare sa di marcio di pesce di ferro di petrolio, fa venire in mente, di sfuggita, qualunque cosa.
A ponente, poco più in là, si levano sul mare le punte delle gru, gialle e rosse, rugginose, che scaricano ai moli frutta esotica, o carbone, o caolino, olio di palma, di colza, di soia o di sesamo. Scaricano vino dentro grandi silos lucidi di alluminio, o farine alimentari destinate agli allevamenti di bestiame e agli affamati del terzo mondo, miscele di grassi la cui composizione nessun chimico al mondo saprebbe più ricostruire (la sofisticazione degli oli vegetali è la più difficile in assoluto da individuare chimicamente: le differenze di struttura minime e sfuggevoli, le molecole degli olii pregiati troppo simili chimicamente a quelli di scarto). E ancora, su questi moli si scarica gelatina di pesce, a tonnellate, o medicinali, ancora in polvere e grigiastri, montagne sabbiose di aspirina accanto a quelle di vitamine di tutte le lettere, conservanti di ogni numero e sigla. E mordenzanti per le verniciature, e vernici, e solventi, acetone, cloroformio, e metano etano propano e, ovvio, petrolio, nafta, kerosene, gasolio.
Navi enormi, immobili e pesantissime, i fianchi rigati di ruggine, hanno nomi arabi o cinesi. Scaricano stoffe, e plastiche, e tonnellate di minuscoli giocattoli, pesciolini calamitati che muovono le pinne tremanti, ombrellini di carta multicolori da infilare sui gelati.
Gli uomini seduti ai tavolini, sotto i portici, guardano le punte delle gru, mordono il tabacco tra i denti, e non si muovono.
Questi vicoli che salgono l’interno portano alla cattedrale del Santo, io credo (i vicoli sono sicuri oramai, non c’è più alcun pericolo).
Il vicolo non ha marciapiedi, le automobili non ci passano. Sale con una pendenza leggera, sui lati botteghe dalle porte di legno scheggiate. Turisti tedeschi camminano, la mappa in mano, e si guardano intorno.

E’ solo un attimo, e i turisti scompaiono, e ogni cosa che ho intorno si è fatta strettissima, rettangolare, e lunga e alta. Sottili righe di cielo, lassù molto lontane, le facciate dei palazzi cadono a piombo a destra e a sinistra. Palazzi altissimi, le facciate scrostate, scorgo vetri sfondati e calcinacci, uccelli che entrano ed escono mentre costruiscono il nido, poi palazzi nobili, bifore e decori delicati, fasce di preziosi marmi bianchi e neri coperti di fuliggine. Gli uni e gli altri si sfiorano, su in alto, con gli orli estremi. Questi vicoli rettangolari così dritti si stanno facendo sempre più stretti, io finirò incastrata nello spigolo.
Alle porte delle botteghe, donne e ragazze di molti colori scuri, belle e luccicanti, occhi bui, stanno in piedi immobili, sporgendo i seni umidi di sudore. Uomini torvi le sorvegliano, fumano, guardano, mi guardano passare (poter oltrepassare questi portoni, poter vedere oltre questi stipiti stinti).
L’odore del mare arriva fin qui, sa di ruggine, di cherosene mal bruciato dentro motori a scoppio invecchiati, di pesce putrefatto, dei fili lunghi e infiniti delle alghe verdi (la maggior parte della biomassa terrestre è contenuta nei mari e negli oceani, sotto forma di alghe, di plancton, di invisibili crostacei).
Una vecchia coi capelli pochi fili bianchi stretti con le forcine sulla nuca siede rattrappita su uno sgabello di paglia, la bottega di rigattiere ha una vetrina impolverata e opaca. Vedo una bambola nuda, senza braccia, bicchierini di liquore orlati di un filo dorato, scompagni, pendenti sciolti da lampadari di cristallo, pezzi di vecchie macchine fotografiche. Poi vedo anche il microscopio. Un microscopio giocattolo di plastica rossa esattamente uguale a quello che avevo io. Oltrepasso la soglia, lo prendo in mano, è scheggiato su una manopola esattamente come era il mio. Chiedo alla vecchia il prezzo, lo compro (o lo ricompro?) per cinque euro. Esco, la vecchia con le forcine si siede di nuovo sul panchetto, io sono ancora lì, tra i vicoli rettangolari che si incrociano. Le ragazze dagli occhi neri mi guardano.
Da una via laterale sbuca all’improvviso una donna di mezza età, bassa, larga di fianchi, un camice celeste di commessa o di maestra d’asilo. Trotterella veloce per il vicolo, io la seguo. La seguo pensando che sia diretta fuori, fuori da questa griglia di pietra, che sappia come fare per uscire di qui, ma lei svolta, poi svolta, e ancora, di nuovo, più volte, e nulla cambia, trottiamo per l’acciottolato dei vicoli crociati come Regine Rosse sulla scacchiera, costrette a correre per rimanere ferme.
Lei è diversi passi avanti a me, io grido:
– Signora! – Si ferma, si gira, lo sguardo torvo. – Signora, mi scusi, dove stiamo andando, come si esce di qui.
La voce è piena di rabbia, una smorfia di disgusto sul viso:
– Non lo so, io, dove stai andando. Io so dove voglio andare. Tu lo sai? Tu non lo sai. Tu, non sai niente.
In due passi sparisce, io mi sento il sangue nelle orecchie.
Resto lì, ferma, alla mia sinistra una porta larga, pochi gradini che scendono su un grande scantinato dal soffitto basso, una ventina d’uomini dai visi stranieri si chinano su tappeti stinti, si piegano sulle ginocchia, la fronte sul pavimento, pregano rivolti verso est.
Sulle altre porte del vicolo, le ragazze dai seni lucidi stanno dritte e ferme come le statue del castello addormentate per incantesimo. Sono tante le ragazze, gli uomini pochissimi. Gli uomini controllano fumando sugli angoli delle vie e le ragazze stanno immobili.
Il vicolo si incassa tra i palazzi, che piovono giù ai miei lati, e in fondo una stretta fenditura, una riga verticale di azzurro stinto. Le lastre della via scendono lievissimamente, adesso. Oltre l’ultima fila di lastre c’è il mare.

Il porto nuovo, rifatto da Renzo Piano, ha una bolla di plexiglas riempita di felci e farfalle, e un grande teatro tenda, un artropode bianco dalle braccia esili nella luce del tardo pomeriggio. Un lungo molo bianco, non ha nulla di molto diverso dal porto di Boston, ci corre sopra una lunga costruzione in vetroresina. Nei punti in cui le finestre metalliche si saldano alle pareti, piccole rughe di ossido biancastro incise dalla salsedine cominciano a colare verso il basso. Sotto, una lunga fila di vetrine di negozi, vendono prodotti-natura, o oggetti del commercio equo e solidale, o giocattoli di legno costruiti secondo le normative europee.
Su tutto, la luce gialla, corrotta e dolcissima delle antiche città di mare.

_____________

Il Sacro Graal, conservato nel Tesoro della cattedrale di San Lorenzo, è un piatto esagonale trasparente,  verde brillante, ritenuto di smeraldo. Venne portato a Genova dalla Terra Santa come bottino dai soldati della prima Crociata, nel XI secolo. Secondo la leggenda, è il piatto in cui Gesù e gli apostoli mangiarono l’agnello nell’Ultima Cena, lo stesso piatto in cui Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Gesù morente sulla croce.
Più volte si cercò di rubarlo, durante i secoli.
Nel 1806, venne sequestrato per ordine di Napoleone Bonaparte, portato a Parigi, ed esaminato dagli studiosi dell’Accademia delle Scienze dell’Istituto di Francia, che conclusero che il piatto è di epoca bizantina, non di smeraldo ma di vetro verde.
Alla caduta dell’Impero Francese, nel 1816, il piatto fu restituito alla città di Genova, rotto in dieci pezzi, di cui uno mancante.


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6 Comments

  1. Commento by marino — 3 Febbraio 2008 @ 11:09

    La scrittura di Marta Baiocchi mi piace da un pezzo, le sue descrizioni, precise, scientifiche, mai scontate, uno starebbe a passarci le domeniche.

  2. Commento by Felice Muolo — 3 Febbraio 2008 @ 12:10

    …seni umidi…seni lucidi…

    Molto interessante, Bart. Senza ironia.

  3. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 3 Febbraio 2008 @ 18:27

    Ogni lavoro che vien presentato in questa rubrica, meriterebbe un commento, giacché tutti, più o meno, hanno peculiarità particolari. Ma ogni tanto mi sento in dovere di esprimere il mio compiacimento per una scrittura particolarmente matura, essenziale e colorita, quale è questa di Marta Baiocchi.
    In questo racconto trovi non solo descrizioni precise e puntuali, ma anche un fascino deciso che ti coinvolge. Sembra di vedere e di assaporare ogni particolare, che assume una sua poesia emozionale. Il tutto è segno di una partecipazione intensa e sincera dell’animo di chi scrive.
    Mi complimento con la scrittrice e con te, Bartolomeo, per l’ottima scelta dei lavori
    Gian Gabriele Benedetti

  4. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 3 Febbraio 2008 @ 20:23

    Spero, Gian Gabriele, che la rivista sappia distinguersi sempre più per serietà d’impegno.
    Ieri ho ricevuto una bella lettera di Giorgio Barberi Squarotti che mi scrive: “Caro Bartolomeo… Nei prossimi giorni correggerò il mio intervento per gli Atti del convegno di Padova; poi te ne spedirò una copia.”
    Non è bello ricevere tanta gratificazione?

    Insomma, stiamo costruendo la rivista tutti assieme, e sono convinto che, se le forze mi reggeranno, faremo qualcosa di utile a molti.

  5. Commento by micporta — 5 Febbraio 2008 @ 09:02

    commosso… miss
    davvero………
    ti reinvitiamo quando vuoi neh?

  6. Commento by marta — 5 Febbraio 2008 @ 11:23

    i vostri bellissimi commenti,l’attenzione che mi avete dedicato, mi fanno arrossire di piacere.
    grazie di cuore a tutti, davvero.
    grazie.

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