Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone

TUTTI I MIEI LIBRI SU AMAZON qui

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui

LETTERATURA: Dopo l’addio

3 Febbraio 2008

di Carlo Capone
[Carlo Capone ha pubblicato il romanzo “Il naso di Pinocchio”, Sovera Editore, 2004. Alcuni suoi racconti sono apparsi nell’antologia “Da un mondo all’altro”, Baldini Castoldi Dalai, 2006]

Mamma è scivolata dal letto all’alba di ieri. Anche io, ma erano le sei di stamani. Don Saverio, il beccamorto del primo piano, ha bussato così forte da lasciarmi stordita: sogno o lancio di immondizia in cortile?

Se ti trovi in quel limbo di vita e di niente che è il dormiveglia ci può stare tutto. Voglio dire di prendere le busse a una porta per tonfo di sacchetto. A questo ho pensato al principio e perciò ho cambiato posizione, da lato finestra a verso all’ingresso. E qui mi ha preso l’altro schiaffo, una botta di palmo al gusto di scasso e condita di stizza per sonno affanculo.
Certo, se ti svegliano in quel modo dopo che tua madre ha bevuto il detersivo, e se a dare la notizia è un beccamorto, sfido Paperino a trovare di peggio. Don Saverio urlava e dava schiaffi – signurì, aprite! è morta mamma vostra – mentre io, intontita, cercavo di realizzare in ordine sparso: chi sono, dove sto e, risvolto non da meno, chi è questa madre?
Lui tutto questo lo ignorava. Con quel tonfo, e la serie dei successivi che mi ha spinta ad aprire, intendeva esternare il fritto misto dei suoi disappunti. A prescindere dal fine contingente. Le triglie le aveva servite a prima sera, all’atto di porgermi le chiavi al rientro dal mare. “Abbiamo preso la tintarella?”, ha ridacchiato dall’uscio della cripta. Stamani, con quei colpi, ha spadellato gamberi calamari e pescetti, che secondo me consistono nell’essersi scassato le palle di domiciliare posta ‘a chella scumbinata là ncoppa’, di riceverne visita a orari strani per un uovo, un po’ di prezzemolo o un dado di brodo, e soprattutto di fungere da ricettore dell’immondizia telefonica che perviene dai miei.
Questa volta la spazzatura puzzava di morte.
“Giesù”, c’è rimasto, quando ho aperto. “Giesù”, ha ridetto squadrandomi fino ai piedi. Ero stordita, l’ho detto, vuoi per i postumi da insolazione, vuoi per i tonfi alla porta e sia per le parole miste a quei colpi, graffianti come spine. Un confuso urtichio che stentavo a inquadrare: capriccio di veglia all’odore di monnezza o annuncio di morte al sapore di becchino?
“Ma voi dormite annuda?”, ha chiesto don Saverio. E perciò, con lo sguardo tra il necroforo tirato dal letto e il maneggione di salme putrefatte, causa suo stupore, dicevo, ho dovuto convenire che sì, ero senza niente addosso, come deciso ieri sera per il caldo di questa soffitta e il disgusto – quello sì tutto mio – con il quale ho scagliato i panni per aria.
Ho aperto gli occhi, anzi uno solo, lasciando l’altro a guardia degli istinti, e preteso. “Può dirmi che cosa è successo?”
“Vestitevi”, ha risposto, accennando agli stracci. Scomparso ogni tanfo di pesce. Ha solo detto ‘vestitevi’, a significare ‘nun fa a’ scema’. Una carezza affettiva nell’accingersi a spiegare.
Alle carezze, sia pure verbali, mi sento refrattaria. Riguardo alle spiegazioni ne ho rimosso l’urgenza, distratta dal groppo di rabbia e bruciore che montava tra le cosce. Ho detto ‘ momento’, e sono corsa al semicupio, ponendomi a scavalco del vaso, col bacino a mezz’aria, e in tale postura riversato il mio succo. Che ho spremuto, torcendo la buccia a costo di urlare, il troppo che basti per lenire un dolore di tutt’altra natura: crescente, ossessivo, ancorché inebriante.
Ora, adesso che scrivo nella tana che fu mia – e che sento come estranea, come io a me stessa- solo adesso comprendo che i dottori una qualche ragione l’avranno avuta. Spremersi, spingendo a dirotto sino a farsi del male, zittirsi in quel modo per diluire una morte, e non darsi spiegazione se le vespe nella testa siano ebbre di gioia o di spasmi da lutto, sono certa, non è da normali. Specialmente se agli insetti, al ronzio maledetto, al dolore alle natiche a forza di urinare si sommano suoni, vocalizzi, fonemi che ritengo condensino nelle seguenti parole. “Ti sta bene, brutta troia”.
“State bene signò?”
Le premure del becchino hanno fatto da eco, e per questo, specialmente per tale coincidenza, io non so se davvero ho pensato ciò che scrivo. In un colpo, un battito d’ali di vespa, ho rizzato le reni e sussurrato alla porta: “I vestiti”. “Per piacere”, ha osservato don Saverio. Ho sentito una serie di fruscii, concreti e polverosi, e poi zac, un braccio venoso mi ha porto canotta e pantaloni. Mutande e reggiseno essendomi estranei.
Il seguito, quanto accaduto dopo essermi coperta, è consistito nella sua presa d’atto di essere di fronte a un cristiano, un tronco animale provvisto di anima, nervi ed emozioni. Mi ha dunque notificato l’evento torcendosi in piroette del tipo ‘guardate, ammagari non ho capito’, oppure ‘quando chiamano i vostri penso sempre a un errore di sbaglio del numero’, e scordando di avermi già detto l’essenza del tutto vomitando alla porta ‘ è morta vostra madre!’.
“Volete che vi accompagno?”, ha concluso a occhi bassi, in un empito di pietà alla formalina, ed esauriti i valzer di becchino al gran ballo di tutti gli schiattamorti.
Un lancio di sacchetto mi ha scossa all’azione
“Chiami un tassì”, ho sussurrato.
“Sicuro che vi sentite?”
“Mai stata così bene”


Letto 1019 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart