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LETTERATURA: Enrico Bertozzi: “Onorato”

7 Novembre 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Il romanzo uscì postumo nel 2012.
Ci troviamo di fronte a una scrittura graffiante; ogni personaggio ha contorni precisi e se ne rileva il carattere dalle azioni che compie.
Siamo in un paese di campagna. Si è ucciso il maiale e dappertutto sono stesi i prodotti che ne derivano. Onorato e la moglie Irene sono rappresentativi di un rapporto familiare diffuso nell’ambiente agreste. Concreti, ma litigiosi tra loro, non passa minuto che uno non rimproveri l’altra.
La loro fisionomia è lasciata all’immaginazione del lettore, che se la costruisce dai loro comportamenti.
Un gatto si avvicina ad una forma di formaggio e Onorato non ha incertezze, prende il fucile e gli spara, seppellendolo in tutta fretta affinché la moglie non se ne accorga: “Onorato lo prese, lo ravvolse nel giornale, lo portò nell’orto. Fece con la vanga un bel buco, ce lo buttò dentro, lo premette col piede, ricoprì, pareggiò, sparse due manciate di polvere sul sepolcro in modo che il terreno risultasse uniforme anche al colore. Tornò poi in casa a vestirsi per la messa.”.
Onorato è il padrone e ha sotto di sé il mezzadro Pietro, che ha una bella moglie, Luisa: “La moglie di Pietro, la Luisa era troppo bella.”.
Onorato si sentiva fortunato e gli piaceva essere rispettato dai paesani i quali, quando lui passava, lo salutavano e si facevano da parte.
Andava in chiesa per consuetudine, e faceva sempre i conti con le parole del vangelo e con la predica del prete. Era un cristiano a cui piaceva la vita comoda.
Succede che il mezzadro salito su un albero per pulirlo dei rami secchi, cade e, seppure soccorso dai contadini, muore.
Onorato si prende cura della donna e del figliolo, Nicoletto.
Si avverte da subito il forte legame dell’uomo con la natura. Un intreccio che appare indissolubile. Si sente il profumo di un rapporto non solo materiale, ma anche spirituale; un connubio che rende natura e uomo una sola entità.
La scrittura è brillante carica di ironia che orna i fatti narrati di un capriccio che strappa il sorriso. Sembra che le cose della natura che ci vengono incontro debbono essere tutte esplorate, ripulite, per un loro più completo amalgama con il singolo uomo.
Le giornate sono piene di piccole cose, che non sono mai inermi, bensì producono idee e pensieri con i quali ci si deve confrontare. Le minimalità sono scelte per rappresentare la vita. Perfino lavorare alla formazione di una catasta di legna, da ammucchiare per l’inverno, assume il valore di un percorso forte e necessario. Come del resto la cura e l’attenzione da mettere nell’allevamento dei conigli: nove femmine e un maschio (di nome Gigetto) devono dare per lo meno duecento conigli all’anno.
In questa descrizione pare di vedere un quadro del pittore barghigiano Alberto Magri (1880 – 1939): “Di giorno tutto sembrava buono: le vacche calme per le campagne, l’azzeccar del pennato, lo schiocco delle forbici sulle viti, il respiro lento dei lenzuoli stesi ad asciugare all’ultimo sole, Il volo dei colombi dalle campagne ai tetti segnavano tempi sereni di pace e di lavoro. Le voci eran miti, i gesti rassicuranti, le mani fraterne.”.
Caratteristica del libro è l’immersione nella natura: “Montava intanto su da tutte le gole una nebbia grigia come fumo e pareva portasse in sé un soffio indistinto, quasi un fruscio di lunghe sottane invisibili strascicate per le pareti dei monti. Qualcosa era in viaggio, qualcosa era in arrivo. Si sperava che quell’avanzare misterioso e implacabile perdesse di forza dove le campagne si distendono, come succede per l’acqua quando trova il largo.”.

L’amore segreto che il padrone nutre per la mezzadra Luisa è mescolato agli impulsi e ai passionali colori della natura circostante, sì che vediamo l’uomo avvolto tutto intero nei vortici dello spazio e del tempo provocati e regolati dalla creazione.
Bella scrittura, sorgiva e personalissima. Qui è descritto l’attacco di un falco ad una colomba. Pare di leggere lo scrittore lucchese Vincenzo Pardini: “Ruota alto e guarda. Quando la colomba è vicina al poggetto si butta in picchiata un po’ di sbieco, l’agguanta con le unghie, la stacca facilmente dal terreno perché è in discesa, si ferma più in basso a un castagno. Qui la stende su un ramo, la rovescia; comincia a spiumare col becco la pancina e sembra faccia piano. Ma ben presto ha già in bocca la prima budellina. Poco a poco la svuota e mangia tutto. Lei lascia fare. È morta.”.
Leggete come descrive il tentativo di Onorato di possedere la vedova del mezzadro, Luisa: “La teneva piegata da un lato e vide un occhio lucido nel quale sera invetrato il pianto. La bocca, fin troppo aperta, disegnava una piega amara. Dentro la bocca c’era il buio e da quel nero pareva fiottasse fuori il dolore. Le labbra non si muovevano, però gli posero in cuore parole semplici che si dicono ai bimbi e mettono paura: ‘Quello che vuoi fare è male. Dio non vuole.’”.
È quanto basta per definire Bertozzi uno scrittore di razza, che non deve il suo stile a nessuno, ma gli è proprio, generato dalla sua sensibilità d’artista.
Onorato, pur nelle vesti rozze del contadino-padrone, è uno di noi, e i suoi capricci, le sue burle, i tentativi di sottomettere ai suoi voleri i fatti della vita, lo rendono uno di noi. Furbo e ingenuo ad un tempo, passionale e pudibondo, rivoluzionario e tradizionalista, cattolico e impenitente.
Anche la vecchiaia, che piega un po’ la baldanza di Onorato, è, pure quella, roba nostra, della nostra vita. La santità che, alla fine, gli viene riconosciuta è il segno dell’invincibilità del bene, e il male non potrà mai sconfiggerlo.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart