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LETTERATURA: Era mio padre, di Franz Krauspenhaar

21 Maggio 2008
Prima lettura

di Paolo Cacciolati
[Paolo Cacciolati, nato il quattro dicembre di una quarantina d’anni fa, vive in Piemonte e lavora per una grande azienda. Ha vinto vari concorsi di narrativa e ha pubblicato racconti su riviste letterarie e sul sito Nazione Indiana. Nel 2006 ha pubblicato con Fandango un racconto per la raccolta “Una palla di racconto”. Collabora con il sito Vibrissebollettino, pubblicando recensioni in Bottega di Lettura ed è redattore del sito Lapoesiaelospirito.
E’ in uscita il suo primo romanzo, Mirco Michichi, generatore di entusiasmo, per le Edizioni TEA, collana Neon!]

Se ci fosse uno strumento per misurare la tensione morale presente in un libro, l’intensità emotiva del suo autore, bene, nel caso di Era mio padre questa sorta di amperometro schizzerebbe alle stelle, con la lancetta a sobbalzare frenetica sulle tacche rosse del fine scala.
Un’intensità emotiva che non è possibile descrivere o filtrare, si può solo lasciar passare, come la mia scelta di far passare più testo possibile in questa lettura.
Ecco Krauspenhaar partire subito all’attacco, in apertura, con una sorte di furente dichiarazione programmatica rivolta al lettore:

voglio che vedi cosa c’è sotto la terra che calpesti, voglio che senta che sto parlando anche di te, perché un padre l’hai avuto anche tu, forse lo hai ancora. Voglio regalarti uno sguardo molteplice, un occhio febbrile sulle cose. Devi affondare con me e con lui.

Non c’è dubbio che uno dei pregi di questo libro consista proprio nel trasmettere al lettore, senza filtri, la tensione emotiva dell’autore, in questo caso nel ripercorrere la memoria del padre e le ferite cauterizzate a fuoco per la sua scomparsa, nonostante siano già passati molti anni.
Il libro procede con un ritmo a singhiozzo, è come un viaggio fatto di stop e continue ripartenze, di accelerazioni, di frenate brusche, di avanti e indietro nel tempo e nello spazio.
E’ un percorso che l’autore ci invita a compiere accanto a lui, è un percorso sui cui esiti all’inizio c’è più che incertezza, anche per la persistenza del passato nel presente, con il suo carico di dolore, tant’è che nelle prime pagine dice:

Rimango sempre sintonizzato col mio passato. Gli anni passano ma il passato non passa….Questo libro lo voglio fare come mi viene. Non uso griglie, non attingo che da questa mia testa piena- o alle volte anche vuota- di ricordi, di immagini, di fotogrammi, flash, rumori, raggi gamma di pensiero, sollecitazioni, odori lontani ma persistenti. Madeleines che non si induriscono mai. Come pensare che il passato possa svanire? Il passato è qui, ora, perché noi siamo passato, noi siamo il passato…

Così si parte in questo viaggio, in questo lessico famigliare senza filtri che affonda le radici nelle generazioni precedenti e nei patimenti subiti, come nelle piccole grandi gioie che hanno attraversato la vita della famiglia, con l’autore ostinato nello scrostare ogni possibile paramento di perbenismo, di buoni sentimenti, per far emergere anche il male, e non solo quello subito, ma quello più subdolo che si insinua nelle pieghe dell’anima.
L’espediente utilizzato per portare il ricordo nel testo, senza imbalsamarlo, è di parlare anche (e molto) del presente, della lotta quotidiana dell’autore con quelle che altri hanno definito le piccole cose di poco conto, degli incontri galanti, dell’amicizia con altri scrittori, delle difficoltà nel portare avanti il libro stesso, con un tono apparentemente minimalista, sotto il quale cova l’angoscia del vivere, o del non vivere come si vorrebbe.
L’espediente -ammesso che sia tale- funziona perché serve ad evitare che l’autore, e la figura stessa del padre, trasfigurino in una sorta di personaggio letterario, perdendo l’autenticità, la carne che palpita dentro ogni pagina del libro.

Del resto non siamo in presenza di un romanzo, e non si aspetti il lettore di trovarvi trama e personaggi.
Oggetto letterario non completamente identificato, si legge nell’aletta. E in effetti potrebbe essere inteso in molti modi, autobiografia, autofiction o anche come una ricetta dolorosa quanto necessaria per attraversare indenni il dolore della memoria.
Comunque, è lo stesso Krauspenhaar a consegnarci qualche indizio sulla natura del libro:

Questo libro è un salvataggio estremo. Un mio bisogno che spero attiri altri bisognosi. Uno specchio in cui spero possano rispecchiarsi in tanti…
e, rivolgendosi al lettore, aggiunge:

Voglio che soffri con me, che patisci con me…voglio che ti prendi una vacanza dall’intrattenimento, dalle storielle sordide di morti ammazzati di carta…voglio che ti senti stanco di sesso di carta, di amori improponibili, di padri infantili e figli drogati. Il romanzo è diventato un genere di conforto, non d’indagine. Io qui sperimento me stesso, io sono il topo da laboratorio che corre drogato per la gabbia.

C’è una sorta di dialogo continuo con la figura del padre, anche quando non parla direttamente di lui, anche quando si ferma sulla propria condizione attuale, su ciò che non va nella sua vita, sulle relazioni andate a male. Così si può dire che l’autore parli del padre soprattutto quando parla di sĂ©. L’assenza è la protagonista. Ed è ciò che consente al libro di esistere.

Se lui fosse qui questo libro non esisterebbe; e dunque, cinicamente: oggi come oggi sceglierei lui o il libro? Strano, non so rispondere; ho fatto troppo l’abitudine alla sua assenza.

Conseguente all’assenza, ecco emergere l’altro protagonista del libro: il dolore.

PapĂ  vampiro della mia anima, di molto del mio dolore trapassato.

E ancora, le pagine dedicate alla scomparsa del carissimo fratello, Stefano:

Mi rendo conto che questo libro è fatto di troppo dolore che vorrei arginare. Ma il dolore è sgorgato come un fiume e continua defluendo in scuri rigagnoli, anche se io non piango più da molto tempo. Continuo a scrivere per non pensare.

Un dolore che ritorna continuamente anche nell’oggi, o comunque nel passato prossimo, descritto in modo vivido, ad esempio nella pagine che trattano della depressione che lo ha morso negli ultimi anni.
Altre volte il tono assume accenti più lirici, come quando sogna di poter tornare indietro, in Svizzera, per fare a ritroso l’ultimo viaggio compiuto dal padre.

La Svizzera, che mi vedrĂ  solcarla per tornanti ritornanti, per venirti a riprendere poco tempo dopo, da morto, nel ritroso da soma, col tuo corpo sulle spalle, con tutto il tuo peso di anni, di storia, di affetto, tenerezza, rabbia, incomprensioni, con tutto quello che ti riguarda, col nostro rapporto.

Le parti di lessico famigliare sono a mio parere le piĂą genuine, le piĂą riuscite, come quelle dedicate ai nonni paterni.
Ci sono descrizioni bellissime, come quando è rievocato il periodo di Sanremo, negli anni ’20, quando il nonno era direttore di uno degli alberghi più prestigiosi, l’Hotel des Anglais.

Papà nasce là, guardando il mare punteggiato da spilli di sole. La sua mamma, Marie Antoniette, è un misto di paesi: tedesca, francese, italiana appunto di Sanremo. Se il nonno è biondo e occhiceruleo, la nonna è bruna e aggraziata come una provenzale…
Tu papà sei nato tra i ricchi, hai cominciato benissimo il tuo lungo cammino nella vita. Più tardi ti accorgerai dell’amaro e sentirai il duro, il pietroso, l’acuminato.

Da qui in poi si dipana -nella storia del padre- un gomitolo fatto di molte sofferenze, e lutti, la morte prematura del nonno, la guerra e gli anni difficili del dopoguerra, con qualche intermezzo felice come quello dedicato ai primi anni di matrimonio dei genitori, in una Milano giĂ  locomotiva della ripresa.

Mi sono piaciute meno, invece, le parti del libro di meta-romanzo, dove si parla delle difficoltà nel portare avanti il libro stesso. Riconosco che si tratta di una tendenza che si sta diffondendo sempre più nella nostra narrativa. C’è questo sovrapporre le impronte del book in progress a quelle della storia che si narra, come ad esempio Mauro Covacich prova a fare nel suo ultimo libro, Prima di sparire. Ma non è una tendenza che mi entusiasma più che tanto.
E’ un equilibrio difficile, che richiede un continuo sforzo di accordare i toni dei due livelli narrativi, come un triplo salto mortale che Krauspenhaar esegue con successo. O perlomeno lo scrivere assolve a una funzione terapeutica, utile a far affondare anche il dolore del ricordo.

Ci ho provato a farti affondare nella prosa. E’ tutto quello che ho potuto fare, che posso fare

conclude verso il finale.

In questo viaggio al termine di questa notte Franz Krauspenhaar trova così la forza di far emergere una fiammella di luce, come un indizio di aurora.
Questo è quello che dice all’inizio del libro:

Rimango sempre sintonizzato col mio passato. Gli anni passano ma il passato non passa.

Ma verso il finale l’autore può finalmente guardare al domani con l’anima piĂą leggera.

Gli anni che ci hanno separato non sono stati perduti. Se non s’è perso l’amore, in fondo non s’è perduto niente.

Franz Krauspenhaar, Era mio padre, Fazi Editore, 16.50 euro.


Letto 1741 volte.


2 Comments

  1. Commento by Alfio Squillaci — 21 Maggio 2008 @ 12:51

    Caro Paolo,
    ho sfogliato il libro di Krauspenhaar per quasi un’ora alla libreria Utopia di Milano, diciamo che a strappi l’ho letto quasi tutto. (E faccio qui ammenda per non averlo acquistato). Concordo con lettura che ne hai fatto. “Intus et in cute”, è il motto latino che apre le “Confessioni” di Rousseau. E siamo ancora lì: fare “romanzo” della propria vita e rendere “evidente” il proprio dolore, senza schemi e infingementi romanzeschi. Questa però è la via “all’in su” della letteratura autobiografica. Ma c’è anche la via “all’in giĂą”, ossia calare la propria biografia in personaggi-schermo, metaforizzarla. Quanto Stendhal c’è in Julien Sorel, quanto Flaubert in Madame Bovary, e quanto Tolstoj in Bezukov, etc. A questa seconda via io vorrei restare ancorato, sapendo tuttavia che libera e senza leggi è la via che porta all’arte. Anche quella di Krauspenhaar, beninteso.

  2. Commento by Paolo Cacciolati — 24 Maggio 2008 @ 15:37

    Alfio, grazie per il commento. Mi è piaciuta la cosa della via in giĂą e della via in su nell’autobiografia.
    Ciao
    Paolo

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