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LETTERATURA: Ettore o Achille?

21 Giugno 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Le navi greche al comando di Agamennone sono ferme e non riescono a raggiungere Troia, alla quale hanno dichiarato guerra per ottenere la restituzione della bella Elena, rapita da Paride, fratello minore di Ettore, per mancanza di vento.
Sulla bellezza di Elena, scriverà Properzio, nelle sue “Elegie”:

“Un tempo mi stupivo perché una guerra così lunga
d’Europa e d’Asia davanti a Pergamo
fosse stata causata da una donna.
Adesso vi comprendo, siete stati saggi,
Paride e Menelao, tu a rivolerla,
Paride a non volerla cedere.
Fu così bella che valse la pena
che in suo onore Achille morisse,
e Priamo lodasse le cause della guerra.”.

Ė Artemide che impedisce la partenza, poiché Agamennone aveva ucciso un cervo a lei prediletto, e ora pretende (lo svela l’indovino Calcante) che egli sacrifichi la figlia Ifigenia. Non vuole farlo, ma Achille insiste rabbioso e infine il re, fratello di Menelao, lo sposo tradito da Elena, cede e Ifigenia è sacrificata. Più avanti è Apollo a adirarsi contro gli achei diffondendo nel loro campo una terribile pestilenza, poiché Agamennone (sempre lui) aveva rapito Criseide, figlia di Crise, sacerdote del dio e ne chiede la restituzione, ma il comandante degli achei non intende acconsentire. Ė sempre Achille ad adirarsi con lui, e quindi cede; tuttavia ordina a Achille di consegnargli, in cambio, la schiava da lui amata, Briseide. Anche Achille resiste e s’infuria, ma deve cedere. Per ripicca abbandona l’esercito greco e si ritira coi suoi soldati, i Mirmidoni. Ma senza Achille la guerra davanti alle mura di Troia volge al peggio. Ettore fa strage di achei (i greci). Contro di lui si scontra (Libro VII) anche il cugino di Achille, il gigantesco Aiace, ma il duello si conclude alla pari. Allora Patroclo va alla tenda dell’amico Ettore e lo prega di prestargli la sua armatura, così da incoraggiare i soldati e intimorire Ettore. Achille acconsente e Patroclo va allo scontro con il principe troiano e viene ucciso (Libro XVI). Ettore si appropria della prestigiosa armatura. Costernazione e rabbia afferrano Achille quando apprende la notizia della morte dell’amico più caro. Ordina a Efesto di fabbricare una nuova armatura e con quella torna a combattere. Fa strage di troiani e infine incontra Ettore. Questi teme l’avversario, famoso per la sua invulnerabilità e, deciso ad affrontarlo, si congeda dalla moglie Andromaca e dal figlio Astianatte in uno dei passaggi più commoventi dell’Iliade.
Il combattimento sta per cominciare. Sembra che Ettore, al vedere l’invitto avversario, si faccia prendere dal timore e fugga, girando per tre volte intorno alle mura di Troia, inseguito da Achille.
Qualcuno ha detto, ed io sono d’accordo, che non fu la paura a dettare il comportamento di Ettore, ma un tentativo di stancare l’avversario prima di intraprendere lo scontro frontale (al modo degli Orazi e Curiazi, ricordate?).
Del resto, quando Ettore si ferma e si para davanti ad Achille, Omero dice (nella traduzione di Vincenzo Monti):

“Più non fuggo, o Pelíde. Intorno all’alte
IlĂ­ache mura mi aggirai tre volte,
Nè aspettarti sostenni. Ora son io
Che intrepido t’affronto, e darò morte,
O l’avrò.”.

Alla fine, con un colpo di lancia Achille ferisce a morte Ettore (dirà Omero: “dove divide il collo dalle spalle la clavicola,/alla gola, dove la fuga della vita è più rapida), il quale, nel pronunciare le sue ultime parole, lo implora di dare sepoltura al suo corpo per non lasciarlo preda di animali e uccelli. Achille è sferzante e lo umilia promettendogli la peggiore delle punizioni. Lo legherà per le caviglie al suo carro e ne trascinerà il corpo fino al campo acheo e alla tomba di Patroclo. Questa crudeltà durerà più giorni, finché Priamo, il padre di Ettore, lo riscatterà, riuscendo a vincere l’ira di Achille.
L’Iliade si conclude proprio con le solenni celebrazioni del funerale di Ettore, a cui assistono anche Andromaca (“occhi sottili/tenera”, come scriverà Saffo) e il figlio Astianatte, che saranno poi fatti prigionieri e condotti alle navi achee.
In poemi successivi all’opera di Omero sapremo che Andromaca sarà presa come schiava e concubina dal figlio di Achille, Neottòlemo, al quale darà un erede, Molosso, mentre Astianatte sarà gettato vivo dalle mura di Troia da Odisseo (Ulisse) per cancellarne la discendenza.
Come vedete i grandi eroi della mitologia greca, Achille e Odisseo, non furono degli stinchi di santo.

Qui si celebrano le esequie di Ettore, e si conclude l’Iliade:

“Ma quando al decimo giorno apparve l’aurora luminosa,
ecco che celebrarono in lacrime le esequie del prode [Ettore:
misero il cadavere in cima al rogo e appiccarono il fuoco.
E come al mattino apparve Aurora dalle dita di rosa
si riunì il popolo intorno alla pira del grande Ettore.
Quando si furono riuniti ed accalcati, i Troiani
cominciarono a spegnere il rogo con il vino rosso:
dappertutto, fin dove era giunta la violenza del fuoco.
Poi i fratelli e gli amici raccolsero le bianche ossa,
tra i sospiri: grosse lacrime colavano dalle guance;
raccolte le ossa, andarono a riporle in un’urna d’oro
avvolgendole dentro morbide stoffe color porpora.
Poi deposero l’urna in fondo a una fossa scavata
e la coprirono con un letto di grosse pietre, ben lastricate.
In fretta innalzarono un tumulo: intorno le sentinelle [vigilavano,
per paura che gli Achei attaccassero prima del tempo.
Dopo avere innalzato il tumulo, tornarono indietro;
quindi, si riunirono per fare un solenne banchetto
nel palazzo di Priamo, il re discendente di Zeus.
Così celebrarono il funerale di Ettore domatore di cavalli.”.

(Traduzione di Daniele Bello)

Poco prima, sempre nel XXIV Libro dell’Iliade, così Elena si era espressa davanti al corpo di Ettore:

Ed Elena fe’ terza il suo lamento:
O a me il più caro de’ cognati, Ettorre,
Poiché il Fato mi trasse a queste rive
Di Paride consorte! oh morta io fossi
Pria che venirvi! Venti volte il Sole
Il suo giro compì da che lasciato
Ho il patrio nido, e una maligna o dura
Sola parola sul tuo labbro io mai
Mai non intesi. E se talvolta o suora
O fratello o cognata, o la medesma
Veneranda tua madre (ché benigno
A me fu PrĂ­amo ognor) mi rampognava,
Tu mansueto, con dolce ripiglio
Gli ammonendo, placavi ogni corruccio.
Quind’io te piango e in un la mia sventura,
Ché in tutta Troia io non ho più chi m’ami
O compatisca, a tutti abbominosa.

(Traduzione di Vincenzo Monti)

Anche il Foscolo, ne “I Sepolcri” citerà, pure lui alla fine del suo poema, Ettore:

“E tu, onore di pianti, Ettore, avrai,
ove fia santo e lagrimato il sangue
per la patria versato, e finché il Sole
risplenderà su le sciagure umane.”.

Io decisamente propendo per il piĂą umano Ettore e riconosco in lui il personaggio piĂą importante del capolavoro omerico.
Mi ha fatto piacere incontrare un poeta dei nostri tempi, Pierluigi Cappello, il poeta friulano morto nel 2017 all’età di 50 anni, che la pensa come me e ha scritto in lode di Ettore questa poesia:

“Pioveva fuori.
Aprii il libro di Odisseo
e il libro cominciò con la sconfitta.
Sotto, immaginai, c’era la fìtta
schiera di cimieri e alte controcielo
le aste dei barbari di Grecia;
sulle muraglie rosse,
ma in lontananza, e delicate come
il verde degli steli fra le pietre,
quelle dei fanti d’ilio sbigottiti.
L’incantatore greco,
qui mi conduce e qui trema – pensai –
in mezzo a questa piana di polveri e di terre
che hanno veduto rompersi difesa
e forza e rovinare all’urto
del combattente acheo
le armi d’Ettore, il fuoriclasse d’Asia.
Pioveva fuori,
dentro l’oscillare del pendolo
tagliava minuti e il frusciare
teso dei fogli.
Per tre volte intorno alle mura
e trenta miglia almeno,
legati gli stinchi al carro di guerra,
sconcio e scempio facendone,
Achille trascinò le spoglie
del principe di Priamo
finché, estenuata, la ferocia
ricadde come polvere sul campo.
Lì posava la testa bruna d’Ettore
e potevi vedere
di sotto le palpebre malchiuse
il bianco delle sclere rovesciate
e potevi sentire,
ma prima che Achille in alto levasse
via nel cielo
asta di frassino e urlo di vittoria,
salire dal corpo del vinto
il silenzio del vincitore vero.*”.

* P. Cappello, “La misura dell’erba”, (1993-1998), in “Assetto di volo”. Poesie 1992-2005, Crocetti Editore, Milano 2006


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Bart