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LETTERATURA: Fausto Maria Martini: “Verginità”, 1921

1 Agosto 2019

di Bartolomeo Di Monaco

Il titolo (tratto dal capitolo IX) farebbe pensare a ben altra cosa, oggi; invece il romanzo è una rievocazione dei mali della guerra, e qui della Prima guerra mondiale, dedicato ai superstiti (“rottami della morte”) che sono tornati a casa portandone sul proprio corpo le ferite ed ora cercano disperatamente di sopravvivere e di rinascere: “Mentre scrivo queste parole, soprattutto penso a te, Renato Spella, mio compagno di stanza, che a venticinque anni eri stato spezzato in due da una palla di fucile: vivo dalla cintola in su, morto dalla cintola in giù!”; “Ho scritto questo libro e l’ho chiamato ‘verginità’; col nome più dolce di questa rinascita, col suo più vero nome, che è come l’altra faccia del male e è già il primo compenso offerto dalla vita al molto dolore sofferto.”.

Attraverso il suo personaggio, il tenente Paolo Falcella, l’autore ci narra la sua dolorosa esperienza diretta: “Ho vissuto l’attimo della morte e non posso dire una parola su la morte. Sono stato ghermito dalla mano che straziò il laberinto molle del cervello, sono stato la preda designata, e quasi interamente posseduta; ma la mano che mi ha lasciato sfuggire mi ha suggellato la bocca. Devo tacere su la morte: non posso dire il suo volto. Eppure con questo mio cervello che sebbene dilaniato, ancora pensa e rammenta, io cerco di rivederlo, quel volto. Cerco di raccogliere quei ricordi precisi i quali mi facciano rivivere l’attimo che non può essere detto da voce umana.”.

Accanto ad uno stile piano e crepuscolare si avvertono subito una grande sensibilità e una capacità di analisi interiore notevoli: “La morte ha come chiuso la bocca alla preda che le è sfuggita. È la prima delle sue vendette. L’ombra di lei che protende la mano a ghermire il mio cervello sarà su tutte le pagine che scrivo”. L’obiettivo della rievocazione della esperienza personale di guerra è fissato sin dal principio ed è quello di incontrare nelle sue pagine il volto della morte, vederlo e conoscerlo e si chiede aiuto al lettore, il quale, scorrendole, è chiamato a vigilare con lui: “Se ce n’è una che somigli a quella pagina assurda, rileggetela bene”.

Comincia a raccontare: “Posso ridire il volto dell’uomo nel quale la predatrice si incarnò. Lo rivedo, quel volto che mi apparve sul parapetto della trincea nemica.”.

Dunque, il lettore deve stare al suo fianco, posto  a vivere la stessa condizione e la stessa situazione di vicinanza alla morte, affinché lo aiuti a riconoscerla. È una chiamata di disperazione ma anche di solidarietà umana, di pietà: “ero nel nulla che non posso ridire.”; “I medici pensano che morrò fra poche ore. La coscienza è quasi interamente sommersa.”.

Redivivo (ha trent’anni) e con i segni della menomazione addosso (“La pallottola di fucile che ha attraversato il mio cervello mi ha fatto cadere inerti una gamba e un braccio”), la sua ricerca continua con l’esaminare i passi e i passaggi della sua vita: “essere passato attraverso la morte è stato come impigliarsi in una gigantesca matassa d’ombra”. Vivono in lui il Paolo prima della ferita e il Paolo guarito, e se quest’ultimo “non sa spiegarsi le ragioni di certi smarrimenti”, “basta che guardi di là dalla siepe in quello d’allora”. E il Paolo guarito (“superstite assurdo”) e in cammino verso la conoscenza di se stesso e del suo destino lo fa. Ripercorre gli anni in cui frequentava il collegio religioso della “confraternita dei frati cristiani di San Giuseppe” e ricorda i suoi compagni pieni di vita, mentre lui era invece incoraggiato alla vocazione dai suoi maestri (“il fraticello di domani”), e indotto a frequentare più la cappella che la palestra. Da ciò il suo risentimento: “In fondo tutta la mia vita di collegio era stata come la vita dei monaci in clausura: una specie di noviziato della morte al quale il mio temperamento esuberante era stato violentemente costretto perché la vocazione claustrale trovasse più facile la via per rivelarsi.”.

Il Paolo scampato alla morte, ne cerca i segni anche negli anni della sua giovinezza. Si alterneranno, dunque, le analisi – attraverso i ricordi – del prima e del dopo l’incidente di guerra.

Quello del suo compagno di stanza durante il ricovero in un ospedale militare (siamo in Carnia nella valle del But), il tenente Renato Spella, “morto a metà”, ci offre la sofferenza di un uomo che, martoriato dalla guerra, vuole sopravvivere e si sforza di esaltare la parte sana del suo corpo, guardando il suo viso nello specchio, curando i suoi capelli e le sue mani, e soprattutto cantando continuamente, con la sua bella voce, le amate canzoni napoletane, radunando dinanzi alla porta della sua stanza altri feriti, che l’ascoltano estasiati da quel dono. Una sopravvivenza difficile: “Ho venticinque anni, l’età in cui non si è capaci di lasciar morire il passato come fanno i vecchi.”. Anche Paolo, come Renato, è attratto dal suo passato, non ne può fare a meno. In molte occasioni della sua convalescenza in ospedale, come quando lo trasportano con la lettiga in giardino, la sua mente non riesce a trattenersi e appaiono i ricordi della sua fanciullezza. L’autore sembra volerci dire che maggiore è la sofferenza che ci è stata riservata, più intenso è il ricordo della propria condizione precedente. Il chirurgo lo avverte all’improvviso che di lì a poco saggerà le sue gambe che si stanno tonificando e lo metterà in piedi: “In piedi! Essere in piedi sulla terra che a quest’ora si sarebbe nudrita del mio corpo! Essere in piedi: avere la ferma assoluta certezza d’essere sfuggito alla predatrice che mi aveva ghermito! In piedi come quell’albero che là, all’estremo del viale, si impone all’azzurro e lo cancella!”.

Stiamo vivendo, come se la vedessimo davanti ai nostri occhi, un’esperienza terribile e allo stesso tempo vivificatrice. Egli, a quella notizia, immagina se stesso come “il bambino il quale muove i primi passi sotto la guida della mano materna…”. E immagina il pensiero del medico: “Ecco: io che ti ho strappato alla morte ti restituisco alla vita!”. Renato, che si trova pure lui in giardino, assiste a quei primi passi: “Si sente che egli mi segue dalla lontananza del suo esilio senza scampo.” Vita e morte si confrontano e si sfidano.

Quando mette i piedi a terra, lo fa con speranza: “È una comunione di vita con la donatrice di tutte le energie, questa che io compio oggi; e se la terra raccoglie tutti gli impeti e tutte le forze che si sprigionano sopra di lei, io sento che dalla sua fervorosa corteccia premuta dal mio piede si trasfonde nel tallone e nella gamba un nuovo impeto di vita.”; “Ora vedo di là dalla siepe, il bambino che anche lui s’è mosso per la prima volta senza l’aiuto della mano materna.”.

L’autore racconta con una non comune sensibilità, e sa allacciare il prima e il dopo con grande poesia.

La sua speranza è purtroppo contagiata dal timore della morte: “Come posso sperare che la dea, beffata dalla sua vittima, non debba riapparire da un momento all’altro per chiederle conto della sua folle audacia?”; “Ma se penso per sentirmi vivere, più m’ammalo del mio dubbio.”.

Di rilievo, nei ricordi, l’incontro, lui adolescente di sedici anni, con una donna francese quarantenne, Leonia (“la femmina”), che lo attira a sé e lo porta in una stanza dove un cieco suona il violino e poi nella chiesa di Santa Sabina a Roma, dove assistono ad una funzione religiosa insieme con i ciechi del vicino ospizio. Infine, in giro per la città di sera e, in un luogo appartato nell’ombra, dove si ritrovano altre coppie, gli fa conoscere l’amore: “E allora, prendendomi sotto l’ascella, la femmina che ha sentito quasi mancare il fanciullo, lo sorregge, lo porta come un suo segno di conquista in mezzo agli accoppiamenti eguali e difformi che si allacciano e si snodano incessantemente attorno a noi…” .

In ospedale arriva il padre di Renato Spella, a riprendersi il figlio (“detrito della morte”) e portarlo con sé alla loro casa sul mare, a Napoli. Quando lo vede, lo riempie di baci, poi: “Ma il vecchio non può fare a meno di scoprirlo, il corpo del figliuolo. Alza le lenzuola; si piega su quelle gambe stecchite, le carezza con le mani tremanti, tocca il ginocchio, cerca la tibia, preme sul fiosso, tenta di snodare il tallone, sorregge le piante del ragazzo in modo che i due piedi eretti diano ancora qualche illusione di vita. Ma appena il vecchio ritrae la sua mano, eccoli, quei poveri piedi lividi e tumefatti dal sangue che vi stagna, cadere giù come due piccole bestie uccise…”. Si tratta di una scena pietosa e raccapricciante. La presenza della morte è avvertibile. Lo stesso genitore si era illuso che con il tocco delle sue dita potesse riuscire ad “ammansire, domare la nemica implacabile!”.

Ci si rende conto che il romanzo non poteva avere che quell’epigrafe che lo introduce, i versi di Walt Whitman: “Amico, questo non è un libro./Chi lo tocca, tocca un uomo!…”.

Nella sua camera d’ospedale immagina di essere in attesa della visita di una giovane e bella crocerossina, Elena, che si prende cura dei feriti di guerra. Paolo è in ansia, come se il fatto fosse reale: “Gli è che io vivo d’un solo pensiero tenace dalla mattina alla sera: bisogna che io trovi il modo di non apparirle tanto deforme, quando ella entrerà di nuovo nella mia stanza! Bisogna ch’io trovi il modo di appoggiarmi a questa gruccia con la stessa disinvoltura con cui ci si appoggia a un bastone da passeggio!”.

Quando Elena gli farà realmente visita e passeggeranno insieme fuori dell’ospedale, egli ha paura della gioia che sta provando e teme che la morte abbia ancora gli occhi su di lui. Le confesserà: “Ora, sgranare come faccio, parole di allegrezza, parole di fede con questa mia bocca, mi sembra un peccato d’orgoglio del quale possa da un momento all’altro punirmi qualcuno che è sempre in agguato.”. E ancora: “Come posso dimenticare, sia pure per un attimo, la grande ombra che lascio dietro di me, anche se un giorno i miei occhi fossero abbagliati da una luce insperata?”.

È costante il risentimento nei confronti della guerra, dalle cui ferite in realtà non si guarisce mai: “Questa che oggi si esalta è, sì, una mia nuova giovinezza; ma una giovinezza la quale balza su da una tomba che non fu mai suggellata.”. L’analisi delle cause della morte e del loro perché è feroce ed ossessiva. Pur sentendosi fortunato per essere rimasto ancora aggrappato alla vita, l’aver sfiorato la morte, averne sentito i graffi su di sé, ha prodotto in lui uno sconvolgimento tale che difficilmente l’ombra della tomba sarà cancellata dalla sua memoria (significativo il dialogo immaginario tra la madre e il bambino morto, di nome Pin, nel capitolo X). Quando, in treno, fa ritorno alla sua città, Roma (cui manifesta tutto il suo amore), riflette: “Si sente che fra il giorno dell’addio e questo del ritorno c’è in mezzo la mia morte…”.

La sua condizione di paralitico lo porta spesso all’immaginazione onirica. L’amore occupa la sua mente, e soprattutto il ricordo della crocerossina Elena, che immagina venuta a trovarlo nel nuovo ospedale romano per cranici (“ci chiamano così, noi feriti alla testa”) per offrirgli il suo corpo (“comunicarmi di te”). E lui: “Come posso osare di toccarti con le dita che sentono ancora il viscidume dell’ala della morte e agitano ancora ombre intorno alle loro nocche scarne?”.

L’autore-protagonista non ha timore di svelarsi e svelare i sentimenti più intimi, sempre più determinato ad offrirci la verità di una esperienza di così grande dolore.

Crudeltà, rabbia, poesia e amore si uniscono in uno straziante delirio di rinascita, la quale non può che essere portatrice di un’angoscia perenne che ha sconvolto l’essenza di un uomo: “Quanto più alta è la gioia cui tende la mia mano tanto più imperioso è il richiamo dell’ombra. È questo da tempo, sarà questo per sempre il mio palese destino.”; “non è possibile vincere questo stato di depressione costante in cui vivo”.

Si guarda intorno e osserva i suoi compagni di convalescenza. Ci sono quelli che nutrono buone speranze di guarigione e quelli che non potranno guarire, come lui stesso e Arbace, che sono i più gravi. La ferita di Arbace ha impresso un ghigno alla sua bocca e una incontrollabile frenesia di risata: “Di fatti appena entrato nella sua stanza, quel povero ragazzo che era rimasto serio e silenzioso durante tutto il pranzo compiendo così un enorme sforzo di volontà, s’è gettato sul suo letto a soffocarvi un estremo impeto del suo straziante ridere di folle.”.

Gli intermezzi che ricordano il Paolo prima della ferita e che ogni tanto fanno capolino nella storia (fra i quali il bel capitolo XIV dedicato al suo vizio giovanile del gioco alla roulette) sembrano voler recare una nota di gioia e di spensieratezza, ma in realtà sono propaggini di una malinconia e di un dolore che non hanno più scampo.

Con il capitolo XV apprendiamo che Paolo (che poi andrà a vivere nella casa di campagna, “la bicocca di Sant’Emidio”, che fu dei suoi genitori posta “su di “un colle nel cuore dell’Umbria”, davanti ad Assisi) ha ora una moglie, Elena, la stessa crocerossina incontrata all’ospedale militare, la quale è in attesa di un figlio, che chiameranno Giorgio (“Giorgietto”). È un capitolo importante per misurare e avvalorare la sensibilità e la capacità di analisi dell’autore. La moglie ha vergogna di farsi vedere da lui con il pancione, ma il protagonista la rassicura: “Ho dovuto accarezzarle a lungo le mani e i capelli come a una bambina, mormorarle una cantilena di tenerezze per convincerla che quei suoi terrori erano ingiusti.”.

Pur in presenza di una vita che deve nascere, il pensiero della sua condizione di uomo aggredito dalla morte è rimasto tale e quale. Sta accompagnando, offrendole il braccio, la moglie a sedersi davanti al caminetto acceso: “Barcollavamo tutti e due andando; io per la morte che ancora porto in me, lei per la nuova vita che ha in grembo.”. E ancora: “Non avevo il coraggio d’entrare nella camera dove moriva mio padre, allora, come stanotte non ho il coraggio d’entrare nella camera dove sta per nascere una creatura della mia carne.”. Ma la nuova creatura è anche la rivincita nei confronti della morte: “tutto il dolore, tutta la morte che furono sparsi pei campi del mondo stanno per essere vendicati e redenti, stanno per essere vendicati dal vagito di una creatura che nasce da un detrito della morte!”.

È presente ancora una volta l’ossessione della morte (che non lo lascerà mai) in questa rievocazione dei poveri (capitolo XVI) i quali, quando era bambino, venivano ospitati nella casa di campagna il sabato e veniva offerto loro un pasto caldo. Tra essi lo zingaro Calmaccia, che in quell’occasione raccontava tante storie: “Ma se un giorno io protendevo verso di te la mia testa di fanciullo e dissetavo alla tua parola la mia puerizia smagata, oggi la tua ombra può piegarsi verso di me e ascoltarmi, perché io posso descriverti il paesaggio che si scorge là dove finiscono le strade del mondo e incominciano le strade dell’ombra!”. E più avanti, riferendosi a Folco, tornato malato dalla guerra, il giovane figlio di Carmine, contadino nei suoi poderi: “Una sola è la fonte delle nostre inquietudini gemelle. Abbiamo guardato in faccia la morte, Folco e io; le siamo sfuggiti con un’audacia che tocca l’assurdo e già consideriamo come una prigione la vita che si è ricomposta attorno a noi.”.

Ahimè, chi è stato sfiorato dalla morte, dunque, ne porta i segni per sempre. Essa si siede sulle sue spalle e sentimenti e pensieri sono avvolti perennemente dalla sua ombra: “È impossibile con questo mio cervello trafitto e dubbioso, crearla, una parola che ripeta la vita delle cose!”; “Non si può beffare la morte quando essa ci abbia compiutamente fatti sua preda.”.

Ma si appoggerà al figlio, alla vita che sta fiorendo in lui, per nutrire una speranza di resurrezione: “Ero quasi preda della morte, figlio, e ho avuta l’audacia di crear te, dopo beffata la morte! Aspetto da te la mia gioia più pura.”. Capirà che è, infine, questa, la sua via di salvezza: “Tendile, quelle tue piccole mani, alla volta di questo miracoloso azzurro che tuo padre ormai non potrà possedere più se non quando egli sia protetto dalla tua meraviglia.”.

 

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart