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FAVOLE: Il fratellino

25 Maggio 2008

di Loreta Cerasi Mandrelli 
[L’ultimo romanzo di Loreta Cerasi Mandrelli: “Arlette. Il romanzo di una donna dell’anno Mille concubina del duca di Normandia Roberto il Magnifico e madre di Guglielmo il Conquistatore”, Il Segno dei Gabrielli, 1999]

Accadde all’ora di pranzo. Io ero appena tornato da scuola e mi accingevo a lavarmi le mani prima di mettermi a tavola, quando entrambi i miei genitori mi bloccarono e m’invitarono a sedermi con loro sul divano del salotto.
Avevo una fame terribile poiché, essendo un po’ grassottello, non mi porto mai la merenda a scuola. In effetti, però, finisce sempre che qualcosa da mangiare lo rimedio dai compagni più inappetenti, tanto che conosco il modo di preparare i panini di tutte le mamme dei miei amici: quella di Giulio, ad esempio, gli dà la frittata tra due fette di pane, quella di Sandro gli prepara immancabilmente il prosciutto nello sfilatino fresco che compra appena sfornato alle sette del mattino. Ci sono anche ragazzi che preferiscono le merendine, ma a me sanno di plastica e di solito rifiuto l’invito ad assaggiarle.
Ricordo bene che quel giorno avevo una gran fame, segno che non avevo mangiato nulla, ma l’espressione dei miei genitori era così particolare che dimenticai per un attimo la minestra fumante sulla tavola per guardarli con occhi interrogativi.
“Mario, bambino mio”, disse mia madre stringendomi un poco a sé. Mi chiamava bambino, ma io avevo già undici anni e non mi sentivo più un bambino.
“Mario, ti dobbiamo dare una notizia bellissima”, sorrise la mamma e guardò il papà con aria complice.
«Con aria complice» lo dico adesso, perché, allora, notai solo il sorriso.
“Quale notizia?”, chiesi speranzoso che si trattasse di fare una bella gita.  Ma la scena, troppo solenne, non si addiceva all’eventualità di un viaggio. Chiesi ugualmente: “Per caso si parte?”
“No, si arriva!”, disse mio padre con la voce un po’ imbarazzata. “Pensa un po’: arriva un fratellino, o una sorellina… Si vedrà…”.
La mamma mi abbracciò stretto e mi sussurrò:
“Sei contento? Avrai la compagnia che ti è mancata sempre… Sarai il fratello «grande», l’ometto della famiglia. Oh bambino mio, come sono felice! Era tanto che lo cercavamo!”
Io non potevo capacitarmi che ‘loro’ avessero concordato di fare un altro figlio senza dirmi niente, senza programmarlo con me, senza chiedermi se lo avrei gradito. Ma di quale compagnia parlavano?! Io non avevo bisogno di compagnia; non volevo poppanti tra i piedi, non volevo nanerottoli striscianti tra i miei giornali, i miei dischi, i miei giocattoli, i miei quaderni, e non volevo vedere quel mostriciattolo seduto al mio computer non appena diventava abbastanza grandicello da voler giocare con il video e la tastiera. Quale compagnia poteva farmi se nasceva dodici anni dopo di me? No! Quel fratello – o, peggio, sorella – non lo volevo!
Guardai in faccia i miei genitori e compresi che per me l’infanzia era finita: avevano gli occhi sognanti e mi guardavano come se fossimo tre adulti in dolce attesa. Per loro, io ero diventato grande di colpo, senza preavviso, senza la mia volontà, senza neppure chiedermi un parere! Capii che si aspettavano da me salti di gioia, ma non trovai niente di meglio da dire che un flebile:
“Sono contento, ma, intanto, mangiamo.”

Cominciò l’attesa. Papà e mamma, nei miei confronti, sembravano quelli di sempre. Decidevamo insieme cosa guardare alla televisione, se vedere la partita del Milan – di cui io sono tifosissimo ma che mio padre detesta perché è juventino -, quando andare a trovare i nonni o gli zii, e tutto il resto. Il mondo ruotava ancora intorno a me… Ma… C’era un «ma»: nessuno s’interessava più ai miei studi.  Di colpo, ero diventato autosufficiente, per loro.
Riconosco che essere figlio unico dà numerosi vantaggi tra i quali essere seguito nell’esecuzione dei compiti più difficili. Ora, invece, dovevo marciare da solo, scolasticamente parlando, e non gradivo per niente quel modo di diventare grande. L’astio nei confronti del nascituro ingigantì nel mio cuore: non era ancora nato, quello, e già ne sentivo il peso incombente sulla mia vita.
La mamma, appena si sentì troppo stanca per lavorare, chiese un congedo per motivi di salute e cominciò a trascorrere molte ore a letto. Un giorno sentii per caso una sua telefonata alla nonna e afferrai queste parole: “…almeno arrivare ai sette mesi… e ne mancano ancora due…”.
Là per là non capii, pensavo che si riferisse alla scuola. Ma non mancavano due mesi alla fine della scuola: era febbraio.
Dopo aver pensato a lungo, mi decisi a chiedere spiegazioni a mio padre: cosa significavano quelle parole ascoltate per caso?
“La gravidanza della mamma è a rischio”, mi disse lui, convinto che io sapessi tutto sulle faccende delle donne incinte.
“A rischio di che?”, domandai io, del tutto ignorante di quelle cose.
“A rischio di non arrivare al termine”, mi spiegò mio padre, e aggiunse: “La mamma non rimane in casa perché è stanca, ma perché lavorando, guidando l’auto, sfaccendando come il solito, potrebbe perdere il bambino.”
“Perdere… Come? Come si fa a perdere una cosa che ancora non c’è?”
“C’è, c’è. È un bimbo piccino piccino che ora sta in una stanzetta morbida dentro la pancia della tua mamma, come un tempo c’eri tu. Ma per nascere sano e bello come te, deve avere il tempo di crescere per tante settimane. E deve stare al calduccio, ben protetto nella culletta soffice che la natura prepara nel corpo di tutte le mamme. Se lascia troppo presto il nido, può morire. Questo vuol dire «perdere il bambino». Hai capito?”.
Cominciavo a capire che, forse, c’era ancora qualche speranza per me: mio fratello, o mia sorella, insomma «quella cosa» poteva anche non «vedere la luce» e… allora… avrei avuto la mamma solo per me e tutto sarebbe stato come prima.

Passarono altri due mesi. Io non studiavo più, tanto i miei non s’informavano neppure casualmente di come andassi a scuola. Ai professori raccontavo un sacco di frottole: che dovevo andare a far la spesa perché la mia mamma era sempre a letto; che la sera ero troppo stanco per mettermi a imparare la storia; che svolgevo i compiti alla svelta per sbrigare le piccole faccende, o andare in farmacia, o stare di guardia al telefono perché gli squilli non svegliassero mia madre. In breve cominciai a vivere in un mondo di bugie, tra l’indifferenza dei miei e la comprensione degli insegnanti che, non vedendo mai ai colloqui neppure mio padre, tendevano a scusarmi di qualunque cosa.
E poi venne una terribile mattina in cui, mentre ero a scuola, mia madre fu portata d’urgenza all’ospedale per una minaccia di parto prematuro.
Quel giorno, quando tornai a casa, rimasi allibito: la mamma non c’era, e mio padre stava preparando il pranzo per noi due. Papà mi raccontò tutto ed io capii che era molto preoccupato. Mi sentii morire e fui colto da un moto di furioso risentimento, sia per quel piccolo sconosciuto che, prima ancora di nascere, già mi toglieva mia madre, sia per mio padre che aveva causato la situazione, procreandolo.
Piansi a lungo, un pianto amaro e impotente.

La mamma rimase sei giorni in ospedale, sei giorni che io vissi come un incubo.
La guardavo sdraiata in quel letto bianco, con i lunghi capelli neri sparsi sul guanciale, le mani diafane, gli occhi cerchiati di violetto, la bocca pallida. Le dissero che aveva bisogno di ferro e, per curarla, ogni giorno le infilavano un ago nel polso, un ago attaccato a un tubicino che usciva da un’ampolla agganciata a un alto trespolo: la «flebo». Quando la trovavo con la flebo, non potevo abbracciarla, non potevo salire sul letto, non dovevo neppure accostarmi a quel giaciglio perché lo facevo traballare… Insomma mia madre non era più mia.
Tornò a casa, come Dio volle, ed io cominciai davvero a prendermi cura di tutto.
Mio padre usciva presto per il suo lavoro, io alle otto andavo a scuola e, al ritorno, cominciavo a fare «le faccendine», come le chiamavano «loro», vale a dire: mettere l’acqua a bollire sul fuoco, apparecchiare la tavola, buttare la pasta, scolarla, condirla. Diventai bravissimo a grattugiare il parmigiano! Il resto mi riusciva un po’ peggio ma, nel complesso, in cucina valevo più che a scuola. Dopo il pranzo, dovevo sparecchiare, caricare la lavastoviglie e, spesso, anche la lavatrice. Il pomeriggio, poi, era tutto un correre a fare la spesa, andare in farmacia, in lavanderia e in mille altri posti. La scuola andò a letteralmente a rotoli. Tutte le scuse che avevo trovato nel primo quadrimestre alla mia pochissima voglia di studiare, ora erano giustificate dalla realtà. Solo un eroe o un martire sarebbe riuscito ad applicarsi a qualcosa, in quel guazzabuglio che era diventata la mia casa e la mia vita.
Per fortuna il corredino del pupo era già pronto (nonne e zie si erano attivate per tempo); io dovetti solo comprare – e devo dire che mi piacque farlo – delle scarpine da neonato che tutte avevano dimenticato di sferruzzare per mio fratello. Già, perché l’ecografia aveva decretato che sarebbe nato un altro maschio, e «loro» ne erano felici.

La sera, quando andavo a letto, fantasticavo un po’ su quel che sarebbe diventata la mia vita dopo l’arrivo del neonato; cercavo con la mente di ricordare quale dei miei amici avesse un fratello così piccolo, ma non ne trovavo uno: in realtà, prima d’allora non mi ero mai soffermato sulla cosa, ed anche ora mi sembrava che tra noi ragazzi non si parlasse di fratelli o di sorelle. In ogni caso, nessuno si lamentava di dover tirarsi dietro un piccoletto quando andavamo a giocare a pallone.
Perché pensavo queste cose? Perché mio padre mi aveva già annunciato che, appena il piccolo fosse cresciuto un po’, avrei dovuto badare a lui quando loro erano impegnati.
“Ma non ci sono le baby sitter? La nonna mi ha raccontato che io ne avevo una bravissima. Perché di lui dovrò occuparmi io?” mi chiedevo, pensando con terrore di vederlo sgambettare in mezzo al cortile dove per anni avevo giocato al calcio nel ruolo di portiere. E se si fosse seduto in mezzo alla porta che dovevo difendere? Mi addormentavo in preda a pensieri angosciosi.
La scuola finì l’otto giugno. Mio fratello sarebbe nato il venti, secondo i medici.
Io tremavo pensando ai miei genitori che, finito il trambusto della nascita, si sarebbero infine ricordati di me e mi avrebbero chiesto in quale giorno si doveva ritirare la pagella. Non volevo neppure immaginare le sgridate… Ma per ora, nessuno mi considerava, ed io accantonai il pensiero molesto.
Venne finalmente il momento del parto, che fu cesareo, come lo era stato per me. Sapevo che avrebbero tagliato la pancia alla mia mamma, perché a suo tempo mi avevano raccontato che io ero nato come Giulio Cesare. In quell’occasione, avrò avuto sei o sette anni, mi ero sentito molto fiero di essere accomunato, almeno in qualcosa, al grande condottiero romano di cui leggevo su Asterix. Stavolta, però, io c’ero già e non volevo che la mamma soffrisse per un altro.
Quel giorno, nella sala d’attesa dell’ospedale c’erano i miei nonni, le sorelle della mamma e una sua amica anestesista col camice bianco che la addormentò per l’operazione. Mio padre ed io eravamo i più nervosi.
Confesso di essere stato veramente in ansia, non solo per la salute di mia madre, ma anche per lo sconosciuto bimbo che veniva al mondo.
Alle dieci e mezzo del mattino nacque Bruno, mio fratello. Tre chili e mezzo, proprio come me. L’infermiera lo mostrò con fierezza, quasi fosse suo.
“E’ un bambino molto robusto e muscoloso”, ci annunciò sorridendo. “Sembra così magro perché è lungo 54 centimetri.”
La nonna lo prese in braccio e gli disse sorridendo:
“Quanto sei bruttino, ranocchietto! Tuo fratello, quando è nato, era bello come il sole; e lo è tuttora”, aggiunse guardandomi. “Per fortuna hai un musetto simpatico”, aggiunse rivolta al bimbo, e lo rimise nella culla.
Io mi sentii offeso come se avesse denigrato me, e provai un moto di rancore per la mia nonna adorata: perché aveva detto quelle brutte parole al mio fratellino? Poi non ci pensai più. Speravo che il bambino restasse all’ospedale e mia madre tornasse a casa con me e papà. In fondo non mi dava granché fastidio che lei, ogni tanto, meglio se durante le ore in cui io ero a scuola, andasse a badare un po’ a quel fratello nuovo.
Ma non avevo capito niente!
Un pomeriggio mio padre andò a prenderli e tornarono a casa tutti e tre: lui, la mamma e Bruno.
Venne la sera e cominciò la tortura che si prolungò per un tempo infinito.

Bruno non dormiva mai. Mio padre e mia madre passavano le nottate a tenerlo in braccio, a ninnarlo, a farlo ballare su e giù per tutta la casa, mentre lui piangeva e mi svegliava mille volte. Un incubo. Guardavo quel visetto rosso, quelle gambette storte con i piedi lunghi lunghi, secchi secchi, e non riuscivo a convincermi che quel fagotto di panni possedesse tanta energia da stroncare due adulti. I poverini, ogni mattina, mostravano sul viso le tracce della notte insonne, avevano i nervi a fior di pelle e scaricavano il malumore su di me, il grande
Io non volevo essere grande. Quando la mamma allattava mio fratello, avrei voluto star lì, accanto a lei, non dico da solo, anche in tre mi andava bene, ma non era possibile.
“Tu sei pieno di microbi! Non puoi stare vicino al fratellino che ancora non ha gli anticorpi!”, diceva lei allontanandomi.
Ogni volta che rientravo dalla scuola o dal cortile dove, di sfuggita, riuscivo ancora a tirare un calcio al pallone, lei mi riempiva di rimproveri e lagnanze. E sì, perché all’improvviso ero accusato di tutto, anche di contagiare con i miei batteri lui, Brunetto, l’angelo del paradiso.
Non nascondo che in quella continua situazione nevrotica, anch’io avevo cambiato carattere: ero diventato irritabile, chiuso, scontroso, con le mani di pasta frolla che lasciavano cadere tutto, piatti, bicchieri, biberon. Quanto più mi si raccomandava di stare attento, tanto più gli oggetti mi sfuggivano di mano, quasi avessero una loro volontà. Ero sgridato e rimproverato ai limiti della violenza.
Io mi sentivo colpevole di essere al mondo.

Il fratellino dormiva un po’ durante il giorno. Io, in quei pochi quarti d’ora di silenzio, avrei voluto che mia madre mi tenesse fra le braccia come faceva prima; ma lei era sfinita: mi chiedeva solo di aiutarla e non pensava più a me come al «suo bambino», bensì come a un ragazzo – forse un garzone di bottega – che doveva darsi da fare in casa e fuori. Infatti, ero sempre in giro a comprare poppatoi che si rompevano, succhiotti che si perdevano, pannoloni che si bagnavano a tonnellate e non bastavano mai, tanto mio fratello era piscione. L’ultima richiesta mi veniva urlata un minuto prima che il negozio sotto casa chiudesse:
“Mario, corri a comprare una mozzarella per papà, che me ne sono dimenticata…”.
E ci credo! A forza di non dormire, mia madre era diventata uno zombie, dimagriva a vista d’occhio e le era venuta l’ernia del disco. Camminava rigida, sofferente, ma sempre con quel fardello in braccio. Una vita d’inferno!
Anche la mia pagella appena sufficiente era passata nel dimenticatoio.
“L’anno prossimo non avrai scuse”, mi aveva detto burbero mio padre. “Se non ti applicherai al meglio, ti manderò in collegio. Non abbiamo tempo di pensare a un buono a nulla!”.
La cosa terribile, per me, non erano state quelle parole che, in fondo, sapevo di meritare, perché conoscevo altri ragazzi che lavoravano senza trascurare gli studi; io soffrivo e non capivo perché loro due, i genitori, rimbambiti dalla mancanza di riposo, non avessero mai un’espressione di rammarico per la felicità passata, quando si era in tre e tutto filava a meraviglia. Niente. Per loro il bimbo nuovo era solo fonte di felicità ed io, invece, un prodotto dell’inferno: cattivo, scostante, muto e sordo a qualunque affetto.

Passarono alcuni mesi. Il pupo non era più così bruttino; anche la nonna si era ricreduta. Aveva un appetito da lupacchiotto e cominciò a mangiare pappe di tutti i tipi, a smollicare dappertutto, a versare in terra l’acqua che si ostinava a voler bere da solo, con quelle mani grassocce sempre unticce che, appena potevano, mi arraffavano i capelli e tiravano… Ma quanta forza aveva in quelle mani? Una cosa incredibile! Però, quelle manine erano proprio da mangiare di baci. E il polso? Non avevo mai visto un polso così tenero, soffice, tutto da mordere.
Un giorno lo feci: diedi un morsetto piccolo piccolo ai due cuscinetti di grasso intorno alla piega. Lui si mise a strillare come un’aquila.
“Cosa gli hai fatto, deficiente?”, urlò mio padre.
“Niente… Volevo sentire…”
Non riuscii a parlare, a spiegare che l’avevo fatto senza cattiveria, solo per gustarmi la dolcezza di quella carne morbida. Poco mancò che mio padre non mi picchiasse di brutto, e da quel giorno mi fu proibito di accostarmi a mio fratello: ormai «loro» erano convinti che io volessi fargli del male. Il mio dramma, invece, era che mi stavo affezionando a lui, il fratellino, il soldo di cacio che, a dispetto dei genitori, manifestava una spiccata predilezione per me, forse perché mi vedeva più piccolo degli altri, più vicino alle sue proporzioni minuscole.

Tornò l’autunno. Ricominciò la scuola. I miei vennero a informarsi del mio profitto e scoprirono la marea di bugie con le quali avevo coperto gli insuccessi dell’anno passato. A nulla valse che la nonna ripetesse fino alla nausea che mi avevano trascurato, che il mio comportamento denunciava il bisogno di essere apprezzato, amato, gradito.
Passai giorni terribili.
Poi, qualcosa cominciò a migliorare. Non so se i miei siano riusciti a capire quanto si fosse sconvolta la mia anima all’improvviso annunciarsi di quel fratello, e non so se siano cambiati perché sono cambiato anch’io e mi sono messo a studiare di buona lena. Non so. Fatto sta che, piano piano, anche per merito dei bei voti che ho meritato nel primo quadrimestre, è ripreso il dialogo tra noi.
Quando Bruno ha cominciato a gattonare, la mamma ed io abbiamo preso l’abitudine di giocare con lui, seduti per terra, sul tappeto, ridendo tutti e tre e rotolandoci come cuccioli.
Ho ritrovato il mio posto nel cuore di Lei, il posto che temevo di avere perduto per sempre. 
E poi è venuto il momento più bello, quello che mi ha ridato la completa gioia di vivere.
Stavamo pranzando e Bruno, seduto a tavola con noi, faceva i soliti pasticci sul seggiolone con l’acqua del bicchiere e le mollichine di pane. La mamma ha detto:
“Questo bimbo è un po’ tardivo nel parlare. Tu, Mario, a sette mesi già chiamavi papà e mamma. Questo, niente!”
Bruno mi guardava e rideva mostrando due dentini, due chicchi di riso nella bocca insalivata. Mi sono avvicinato al seggiolone, lui mi ha teso le braccia e ha detto:
“Maio, Maio!”
Era la sua prima parola, e aveva pronunciato il mio nome, «Mario». Con un urlo di trionfo l’ho abbracciato e baciato mentre i nostri genitori ci guardavano commossi.
Da allora sono diventato il suo più grande amico. Lui mi tortura ancora un poco, mi dà i pizzicotti e mi tira i capelli, io fingo di piangere e lui ride fino alle lacrime. Io lo amo, lui ricambia come può, per ora. Siamo veramente due fratelli, ed io sono di nuovo felice.


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3 Comments

  1. Pingback di Fontan Blog » LETTERATURA: FAVOLE: Il fratellino - Il blog degli studenti. — 25 Maggio 2008 @ 08:36

    […] Bartolomeo Di Monaco: […]

  2. Comment di Loreta Cerasi — 25 Marzo 2009 @ 21:10

    Dio ti benedica, Bart, per avere creato questo sito. Ogni tanto vengo a leggere qualcosa e rileggo anche me stessa, e mi piaccio pure, senza falsa modestia, e vorrei scrivere ancora, e avere il tuo entusiasmo… Spero che sia contagioso.
    Buon lavoro!
    L.

  3. Comment di Bartolomeo Di Monaco — 26 Marzo 2009 @ 08:59

    Grazie, Loreta. Sei ancora piena di vita e di creatività. Ti ricordo con tanto affetto, e aspetto da te altri scritti. Un abbraccio.

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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart