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FAVOLE: L’insonnia di Harùn

4 Settembre 2008

di Lucetta Frisa
[Gli ultimi libri di poesie pubblicati da Lucetta Frisa sono: “L’altra”, Manni, 2001 e “Se fossimo immortali”, Joker, 2006]

L’insonnia è percorrere a grandi passi le terrazze di questo palazzo, tanto alto che posso parlare con gli astri: ma gli astri tacciono. Oppure inviano messaggi che né io e neppure tu, Astrologo, sappiamo decifrare. Forse un giorno smetteremo di assillarli di domande.
   La mia testa, sul collo che la sostiene, è simile a una terrazza. Ma il mio corpo giace inerte su morbidi tappeti e i miei piedi, sebbene sia estate, sono freddi, quasi insensibili. Protetto dalle stanze ovattate di damaschi oppure quassù all’aperto dove lo spazio regna in tutta la sua inafferrabilità, io mi sento soffocare. La mente pullula di pensieri come il cielo di astri. Ma dimmi, Astrologo, anche lassù ci sarà questo tumulto che scuote le tempie? Guerre e amnistie di nuvole, che si formano e si disfano come domande? Se è vero che il ritmo naturale delle cose comprende pause   come lunghi respiri, forse la mutevolezza è solo nostra e al cielo appartiene un unico ritmo: quello dell’assoluta armonia. Così dicono i sapienti o gli imbroglioni. Ma perché, per raggiungerla, bisogna morire ? Io possiedo molte terre, palazzi splendenti e la città intera: tutto è ai miei piedi. Ma non riesco a dominare i pensieri, i sogni: mi sfuggono come gli animali selvatici che si perdono nel deserto. E non riesco a dormire…
 
    E poiché l’anima tua è balzata nell’aria
    per la tua dolce leggenda
    anniéntati, allora, e come gli amanti
    diventa fiaba, diventa fiaba…(1)

   Parlava con l’Astrologo o era solo?
   La ruota pazza dei pensieri girava e girava. Forse era la stanchezza la causa di quell’inquietudine, forse il monotono ripetersi degli avvenimenti, tutto quanto lo raggiungeva attraverso gli emissari o le spie che drizzavano le orecchie ai sussurri dei ministri, si mescolavano al popolo per poi riferirgli i suoi umori volubili; ma soprattutto l’obbligo di rispettare gli stessi princìpi tramandati da leggi ammuffite e codici immobili, da cose lette rilette udite e straudite sulla bocca e nei libri di consiglieri, sapienti, sacerdoti.
– Getta via lo scettro dei tuoi pensieri, Harùn, come fai con me, quando ti abbandoni nelle mie braccia.
   La voce di una donna, non ricordava quale tra le tante: forse la più amata o la più saggia.
   Dalla terrazza più alta – dove della città si percepiva solo la massa oscura come l’ombra minacciosa di una fiera accovacciata  – l’occhio di Harùn aveva percorso la mappa del cielo per più di mille volte, per più di mille volte lasciandosi catturare dalla notte. La notte, il cui grembo accoglie gli estremi: la sfrenatezza dei sensi e la contemplazione mistica.
   Mille e una notte aveva trascorso con i suoi inseparabili compagni: l’astrologo calmo ed eloquente, il poeta che suonava il flauto sussurrando frammenti di un poema antichissimo di cui ogni poeta ometteva o aggiungeva strofe, cambiando di volta in volta il ritmo, ma non il senso; e infine, le favorite dalla pelle lunare, con la loro danza insinuante e flessuosa come la curva di una melodia 

    Altre voci, altri flauti simulano eternamente
    quel fuoco che si è morti se non si ode…(2)

   Da quella stessa terrazza, Harùn, una notte, aveva cominciato a discendere. Perché il cielo gli era sembrato di colpo vuoto, seppure fitto di stelle, l’astrologo un cialtrone incanutito tra le sue favole, il poeta un abile giocoliere di parole, e le favorite, forme fredde di una stucchevole bellezza. L’insonnia si era fatta intollerabile, pari alla dolorosa consapevolezza di appartenere a un mistero: il mistero del fuoco, mentre lui, Harùn, era spento. 

    Oh, dato  mi fosse nell’angusta prigione dell’Essere
     trovare aperta una porta sull’ampio vuoto del Nulla…(3)

   Entrare di notte nei luoghi frequentati durante il giorno fu la sua prima avventura.
   La sala delle udienze, dove a mezzogiorno appariva in abiti d’oro per amministrare la giustizia, promulgare leggi, dare ascolto al Visir, luccicava al buio, silenziosa, dentro gli altissimi specchi: ma ora, così vuota, palpitava di infinite domande smascherando la vanità dei suoi orpelli; e la piccola sala segreta destinata agli emissari stranieri e ai suoi protetti, con le pareti di velluto che inghiottivano intrighi e confessioni di amici presunti o nemici dichiarati – quali segreti, in quell’ora di solitudine, poteva nascondere?
   E poi più in là, la solenne scalinata, affacciata sul cortile di smalti arabescati dove al pomeriggio lui si mostrava a un’immensa folla che rumoreggiava lamentosa,  gesticolando, invocando il suo nome, alzando il volto anonimo di folla anonima, e gli rivolgeva incomprensibili richieste.
  Oltre non si era mai spinto. Il palazzo, nella sua interezza, gli era sconosciuto.

  Ora scendeva in silenzio le scale: sprigionavano una strana malìa. Spiava negli appartamenti dei servi addormentati e nel serraglio delle favorite, giù giù fino alle cucine, alle stalle, alle cantine, alle prigioni. Tutta quella folla incalcolabile di gente e oggetti, appena intuibili alle fiamme tremanti delle candele o ai raggi della luna che penetravano gli angoli più remoti del palazzo – dunque, gli apparteneva. E per la prima volta entrava nel cerchio del suo sguardo e del suo cuore. Man mano che scendeva, l’aria si appesantiva, caricandosi di odori intensi, talvolta repellenti. Non c’erano solo i profumi dell’incenso e del sandalo delle stanze da letto, non c’era solo l’aria pura e sottile delle terrazze.
   Infine era uscito per strada, solo, in abiti dimessi, ingannando la sorveglianza delle sentinelle. Camminava in fretta, in preda all’ansia. Lasciava alle spalle il suo palazzo addormentato, protetto dalle guardie, cintato da cancelli aguzzi come spade: e lui a piedi, con calzature leggere, inadatte a quelle strade sventrate da frane sassose, scivolose, dove dormivano i poveri, i malati, gli storpi, i ciechi, i dementi,   malamente avvolti  nei loro stracci e che si tenevano compagnia con i cani randagi, i muli stremati, sbarrando col loro corpo intorpidito la strada ai passanti.
   Ignorava la topografia della città. Le volte che l’aveva percorsa – nei brevi tratti consentiti dal protocollo di corte – l’aveva fatto in portantina, a occhi socchiusi per il sole accecante e la polvere, tra la confusione e il malessere di uno spettacolo violento a cui non era abituato.
   Si ferì dolorosamente i piedi, cadde più volte tra i rifiuti. Fece finta di nulla. I rumori della città lo assalirono – un groviglio di suoni rochi e bisbiglianti, sguaiati e aspri, un denso ronzìo come un ossessivo sottofondo a cui seguiva, di colpo, un silenzio tombale più minaccioso di qualsiasi rumore – poi tutte le voci notturne tornavano ad assediarlo: sibili acuti, nenie struggenti e lamentose, grida stridule, richiami di uccelli predatori, canti di prostitute, maledizioni di cammellieri ubriachi, urla di venditori ambulanti, salmodìe…
   Simili alla gente e agli oggetti del palazzo emersi dal buio con una forma e un nome, quei suoni uscivano prepotenti dal silenzio, reclamando ascolto.
   Non poteva più sottrarsi, ora che udiva e vedeva.
   La notte detiene il mistero dell’assoluto e di ogni rivelazione. Non confonde – distingue. Non sfuma – definisce. Spiare dentro la notte: è questo il destino dell’uomo. Scoprire i destini altrui, estrarli dall’informe massa delle cose, dare loro, attraverso uno sguardo attento e amoroso, un profilo, una dignità, così come un poeta sceglie, una volta per tutte, dall’anonimato del dizionario, “quella” parola e non un’altra. Spiare nel buio indifferenziato per tentare di leggere, nel libro del mondo, gli effetti visibili, seppure mutevoli, di quelle immagini profonde. Spiare dentro la notte per capire il giorno. E non dormire. La notte che precede il giorno – come il passato il presente – ne illuminerà il mistero, perché il giorno è  molto più difficile, crea enigmi, domande angosciose che ci lascerebbero inermi e atterriti, se prima, da umili viandanti, non siamo scesi a conoscere la notte.
   Ma come salvarci dalla struggente nostalgia della terra? 

   Il vento leggero di Aprile sulla guancia del fiore è bello
    bello nella distesa del prato un volto che illumina il cuore:
    tutto quello che dici su quanto è passato, sempre bello non è.
    Sii lieto e non parlare di ieri: oggi è bello. (4)

   Inciampò in un moribondo coperto di orribili croste. Due ragazzi nudi si rincorrevano nella polvere, con una lucerna in mano. Un uomo usciva da una casupola lacerandosi il viso, trattenuto dai parenti in lacrime. Voci di donne gridavano frasi sconnesse. Una coppia avvinghiata si nascondeva dietro un cespuglio.
   Non più estraneo al teatro delle voci, alla forma dei gesti e dei volti; da quando era sceso in strada aveva cominciato a provare le passioni e i dolori di quei corpi che popolavano il buio: la gioia meschina del ladro di un sacco di cannella, le trafitture della gelosia di chi è tradito, la tensione per una estenuante trattativa di vendita di una capra vecchissima, l’odio di un assassino, l’ingenua meraviglia di un ragazzo davanti alle monete che lui, passando, gli aveva gettato.
   Questo accadeva di notte, nelle strade della sua città.
   Poi, trafelato, aveva raggiunto la spiaggia.
   Non era la prima volta che incontrava i beduini, i nomadi privi di ogni bene materiale, liberi e predatori. Un giorno, uno dei loro capi gli aveva chiesto udienza per vendere a caro prezzo il passaggio in una zona del deserto sorvegliata dalle sue tribù. Un emiro straniero minacciava la guerra se non avesse avuto incolumità di passaggio e lui era stato costretto a cedere al ricatto del beduino. 
   La spiaggia e il mare, perdendosi a vista d’occhio, emulavano il deserto. C’era molto vento, grandi onde increspate, sabbia che si sollevava in piccoli mulinelli, ricadendo mollemente. Non più il ristagno dell’aria nelle stanze dei servi, la prigionia delle strade labirintiche, le insidie di quei rumori, di quei corpi scuri e infelici. Aria, spazio, respiro. Su una spiaggia di notte, passato e futuro si incontrano in un presente eterno. Non accade così anche nel deserto? Lui non l’aveva mai attraversato. Ma la notte concentra, il deserto dissipa. Non si sa in quale punto del tempo si stia vivendo e tutto diventa possibile come impossibile, tutto è vertigine e smarrimento. L’assenza d’acqua e la presenza incontrollata dell’aria e della luce che annullano forme e direzioni comunicano l’insensatezza dell’esistere. Così aveva letto nei libri, così gli aveva riferito chi ne aveva fatto l’esperienza. Solo il mare, allora, visto da riva, unisce il movimento e la stasi in un’unica immagine ritmica. E riesce, forse, a conciliare gli opposti.
  Su quella riva aveva incontrato i nomadi. Li aveva un po’invidiati, come invidiava la libertà delle belve. Inaspettatamente, gli veniva offerta  l’occasione di interrogarli e conoscerli da vicino.
   Era con loro che aveva traversato il deserto a dorso di cammello o solo immaginato di farlo?
   Al limite delle forze, inseguiva una visione che interamente lo possedeva, come il bisogno di dissetarsi.
   Cosa stavano cercando? E lui, perché si trovava lì? E chi gli aveva parlato dell’uccello Roc, così immenso da oscurare il deserto con le sue ali? Le ali che avrebbero portato l’ombra in quel paesaggio intollerabile.  Se si fosse posato sulla terra, almeno una volta, una sola, lasciando una minima traccia del suo passaggio… Nessuno poteva crederci veramente senza una testimonianza visibile.
-Se non vediamo il Roc, anche solo una sua piuma, saremo per sempre preda del ginn.
-Noi abitiamo il deserto e il deserto è il Nulla e nel Nulla si torna quando si muore.
-Solo gli inganni degli occhi possono colmare il Nulla.
 
      Il suono è fuoco e non vento
      si annulli colui al quale manca questa fiamma…(5)

   Davanti a sé, sulla groppa di un cammello della carovana, aveva intravisto una figura femminile, avvolta in un velo chiaro. Sul fianco dell’animale batteva il piccolo piede nudo calzato da un ruvido sandalo. Harùn aveva fissato a lungo quel piede e la sagoma vaporosa che lo precedeva. Fantasticando sulla bellezza della donna che mai avrebbe potuto guardare negli occhi, mai avrebbe potuto carezzare, mai possedere.
   – Qui non udiamo il canto del flauto, oppure il suo suono è così alto che non sappiamo se fuggire per non ascoltarlo o abbandonarci alla sua seduzione. Ma poi, le tempeste di sabbia o il nostro orecchio invecchiato lo allontanano per sempre…
– Noi nomadi non sappiamo creare nulla, solo parole fatte di vento che capiamo soltanto noi, e visioni fugaci e terribili. Abbiamo gli occhi feriti dal sole e la gola riarsa. Ma è questo il nostro modo di vivere…
   Voci e ancora voci che si rincorrevano, si affievolivano, tornavano ad attraversarlo come soffi d’aria.
– Chi vive nel deserto è perché vuole sentirsi polvere tra la polvere e grida continuamente il nome di Dio, il nome del Nulla, che ha mille e un nome. Ma nessuno si avvicinerà mai al suo vero nome…
   Harùn aveva sognato tutto questo? Sofferto la prigionia del deserto – forse la peggiore delle prigionie – e dove l’insonnia diventa insostenibile, fino a sfociare in febbre mortale?
   Ad un tratto la scena si era svuotata, riempita di silenzio: spiaggia e mare la occupavano tutta, in un unico orizzonte appena rosato. Un profumo di sale e d’alghe  l’avvolgeva.
   Era già mattino. Harùn si era rimesso a camminare, a caso, in direzione del porto.
                    
   Chi cerca perle si tufferà nel mare
   e chi se stesso si specchierà negli uomini.
   Solo chi torna a casa a raccontare
   potrà conoscere tutto l’orizzonte

   La nave era là, pronta a slanciarsi in mare, le vele già protese nel vento, mentre piccoli flutti leggeri battevano contro la chiglia incitandola a staccarsi dal molo. I mozzi, aggrappati insieme alle scimmie e ai gabbiani sull’albero maestro, rispondevano agitando braccia e gambe agli imperiosi comandi del capitano che soverchiavano  perfino il rullo dei tamburi battuti dagli sfaccendati sulle banchine. Sulla scala di carico i negri ansanti trasportavano senza sosta enormi bauli di preziose mercanzie: tessuti orditi d’oro e argento, tappeti, le più rare spezie, suppellettili come boccali, bacili, candelabri finemente lavorati, oltre alle gemme e ai monili di vario splendore e grandezza.
   Lui, Harùn, avrebbe fatto scalo in diversi porti a trattare vendite e acquisti vantaggiosi, scambiare oggetti tangibili con intangibili esperienze – ma appunto per questo dal valore inestimabile :  storie di altri viaggiatori, riflessioni sul destino dei loro commerci e delle loro anime, scoperte di vini nuovi e di schiave altrettanto inebrianti, di lussi visibili e miserie nascoste, e tutto questo tra slanci generosi e repentine diffidenze, grandi prove di amicizia e tradimenti, intimi rancori e confessioni di passioni felici o infelici, reali o immaginate, infine ogni genere di guadagno e di perdita… e sempre a suon di dinhar e dirham.
   E dopo tanta navigazione e la lettura scrupolosa delle carte nautiche e di quei segni scritti solo sulle onde o nel cielo per cogliere in tempo i primi cenni di un mutamento – il ritorno della bonaccia o l’arrivo della tempesta, la diversità dei colori dell’acqua che segnalano la presenza dei bassi fondali o il pericoloso avvicinarsi alle barriere coralline – la nave cominciava a farsi  più insicura, corrotta da un senso di precarietà;  allora, accadeva che la prolungata assenza dalla terraferma facesse scambiare il dorso di un mostruoso pesce addormentato per un’isola tranquilla; e si scendeva dalla nave, attratti dalla sua ricca vegetazione, dal cibo abbondante e saporito, dalle promesse di un riposo dolcissimo. Poi l’enorme mostruoso pesce cominciava a scuotersi e…
   Salvo per miracolo, desiderava tornarsene a casa, ma ancora gli accadevano cose orrende e bellissime, ancora eventi paurosi e celestiali e a quel punto, stanco di tutto, non sapeva più giudicare né godere di nulla. C’era il rischio di naufragare. Perché solo nell’attimo estremo di un’inversione di rotta ci è concesso di salvarci o precipitare. E chi sceglieva di sottrarsi a quella rischiosa immobilità era perché non voleva restare per sempre sultano, mercante o marinaio: restare solo una parte di sé, strappato a quella terra futura dove si deve fare ritorno per voltarsi indietro e raccontare.
   Dopo tanti viaggi Harùn si chiedeva se anche la terra e il mare si fossero uniti per ingannarlo. Ciò che aveva di più certo – le antiche origini, una solida dimora, l’opera faticosamente realizzata – nascondeva insidie di mutamento. La sua città, domani, come il suo corpo, sarebbero spariti, cancellati per sempre: la città inghiottita da un terremoto o devastata dalle guerre, il suo corpo da violente o corrosive malattie, e questo semplicemente per compiere il proprio destino. Tutto si sarebbe mutato in polvere, come in una notte lontanissima gli avevano insegnato quelle voci e figure  incontrate nel deserto,  o solo forse in un sogno.
   E lui, ora, giunto al termine del viaggio, mai avrebbe voluto tornare a ripeterlo. Si era spogliato, viaggiando, di tutti i desideri. Perché li aveva realizzati o solo perché affaticato e invecchiato nel tentativo di farlo ? Era dunque libero di lasciare il suo spirito congiungersi all’aria… E allora, perché ancora l’insonnia? 

      E quel palazzo antico splendente rivale del cielo
      alla cui soglia i re prostravano china la fronte,
      sui suoi bastioni in rovina la tortora ora si vede
      posarsi e triste chiamare: Dove? Dove? Dove? (6)

   Non riconosceva la sua casa. Forse aveva sbagliato strada? False indicazioni? Chi prende in considerazione le domande di un vecchio straccione? Lui parlava di un meraviglioso palazzo con una torre alta da dove si potevano interrogare le stelle. E raccontava di essere disceso da lì, un giorno. E gli sembrava di essere stato il padrone non di un solo palazzo, ma di un’intera città e avere visto tanti luoghi e tanta gente sempre diversa, sempre viaggiando.
– Come ti chiami? – gli chiedevano. Lui rispondeva confusamente, sembrava incerto. Qualcuno gli aveva detto (o lo aveva letto?) come alla fine dei propri giorni chi raggiungeva la sazietà, non si sarebbe più reincarnato, neppure in un’ala di farfalla. Chi raggiungeva qualcosa di simile alla pace si sarebbe trovato a migliaia di miglia lontano dal luogo di partenza. E ora perché il suo spirito invocava l’assoluto mentre i suoi piedi  lo conducevano verso casa?
 
   Colui che è lontano dalla propria fonte
   aspira all’istante in cui le sarà di nuovo unito…(7)

   Il pozzo stava al centro del palazzo, era il cuore del giardino, protetto da cespugli di rose selvatiche, da palme la cui cima splendeva d’oro ai primi raggi dell’alba come agli ultimi del tramonto. Il pozzo sembrava colmo d’acqua ferma, ma quella immobilità era illusoria per chi guardasse con più attenzione. Non era che una cavità profonda dove sotto, da qualche parte, si nascondeva una sorgente. Harùn si era sempre chiesto dove nascevano le sorgenti, ma le risposte dei sapienti non l’avevano mai convinto. Come quando domandò se anche il mare avesse una sorgente e dove. Il sapiente aveva spalancato davanti ai suoi occhi una grande carta misteriosa facendovi scorrere sopra una lunga bacchetta mentre continuava a parlare. Non riuscendo a stare dietro alle sue spiegazioni troppo complicate, si era tanto annoiato da interromperlo e licenziarlo su due piedi.
   L’acqua del pozzo, sotto la superficie, pulsava di mille vene impercettibili. Specchiava il cielo notturno dalla cui profondità capovolta si affacciavano le stelle: sfavillavano. Chissà da quanto tempo erano spente ma la loro luce, attraversando il tempo, giungeva fino lì a ingannare chi le guardava. Anche loro riempivano il cielo di illusioni come i miraggi del deserto e il piedino nudo di una donna. 

    Soltanto colui il cui abito è strappato da un grande amore
    si è purificato dal desiderio e da tutti i difetti…(8)

   Il pozzo non rifletteva solo le stelle e il piccolo cerchio di cielo delimitato dai suoi  bordi, ma anche il viso di Harùn che dormiva. Per quanti giorni e quante notti aveva indossato, sotto il manto del sultano, gli abiti polverosi del viandante? E per quanti giorni e notti, sotto quel manto, aveva sognato di traversare il deserto e il mare? Quale traccia di sé aveva lasciato sulla terra se non le favole dei suoi viaggi, simili a tante altre di uomini come lui, viaggi riflessi nell’acqua di mille oceani e nelle vene vibranti dell’acqua nel pozzo,  al centro della sua casa?
  Ma quella casa, era veramente la sua? E quei profumi, quei profumi così intensi, lui, li aveva respirati un giorno? 

   Altre voci, altri flauti simulano eternamente
   quel fuoco che si è morti se non si ode…(9)

   Harùn, ora, dormiva.
   Il canto inestinguibile del flauto si sarebbe ancora levato a consumare le notti e i giorni di altri Harùn.

Note 

1) Jalâl-âl Dîn Rûmi
2) ibidem
3) O. Khayyâm, Quartine, Milano, Rizzoli, 2000.
4) ibidem
5) Jalâl-âl Dîn Rûmi
6) O. Khayyam, op. cit.
7) Jalâl-âl Dîn Rûmi
8)  ibidem
9)  ibidem

 


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2 Comments

  1. Comment di Gian Gabriele Benedetti — 4 Settembre 2008 @ 20:08

    La dimensione del viaggio in quest’insonnia metaforica è un percorso d’animo che si snoda tra le ombre e le luci del vero e rende l’idea del dramma del vivere, offrendo il mito e l’illusione di un “risveglio” privilegiato.
    Così la ricca e profonda meditazione si fa saggezza dell’essere e la saggezza si fa poesia.
    C’è in noi, anche nel più fortunato di noi, il bisogno di rivedere, di ripensare il nostro tragitto umano e di guardarsi intorno e dentro, con un volo di pensieri che evadono dalla prigione dell’io stesso, per avere un brivido smaltato di vita nuova, ancora aperto al tempo (o fuori del tempo?), ma soprattutto aperto ad una fede.
    Mi piace, a questo punto, riportare una frase del “Macbeth: “Mi è sembrato di udire una voce! Non dormire più! Macbeth uccide il sonno… il sonno innocente… (atto II, scena II).
    Racconto, questo della bravissima autrice, intenso, di indiscutibile pregio strutturale e contenutistico, supportato da una scrittura visiva e ricca di suggestione lirica, da cui emerge un pathos, originato dalla sostanza delle cose e dall’ineluttabilità di eventi che pongono l’essere di fronte a scelte a volte decisive e diverse. Racconto, insomma, dell’Uomo, meditato con analogia coinvolgente e con immagini talvolta trasognate e pur così vere
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Comment di lucetta frisa — 6 Settembre 2008 @ 18:36

    Gentilissimo Gian Gabriele Benedetti,
    sono molto lieta che il mio racconto “favoloso” ispirato al personaggio di Harun-ar-Rashid che spesso appare in quell’immensa fucina di sogni e di realtà che è Le Mille e una Notte, l’abbia positivamente colpita.
    E’ un mio vecchio racconto di tanto tempo fa e, dopo il suo commento (fin troppo bello e ricco di troppi complimenti dei quali avverto l’emozione e la sincerità ) penso di aver fatto bene a riproporlo in questa sede. Noto con quanta sensibilità lei abbia notato il suo lirismo(e non solo).
    La ringrazio davvero di cuore.
    Augurandole buon lavoro e buona vita
    A rileggerci
    lucetta frisa

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