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FAVOLE: La rivolta degli animali

1 Gennaio 2009

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

Sorgeva nella pianura lucchese, appena fuori delle mura della città, un bellissimo e grande castello.
Come si usava allora, appena si era varcato il ponte levatoio, prima di arrivare al palazzo vero e proprio, si incontravano altre costruzioni, quasi sempre di difesa e destinate ai soldati, ma anche casupole riservate ai contadini al servizio del signore.
Costoro allevavano animali soprattutto da cortile in gran quantità, anche se quasi tutti i giorni dal contado salivano altri servi a donare bestie, cacciagione e grano.
Maiali, oche, galline, conigli, fagiani, tacchini erano le vittime più ricercate.
Trascorrevano la loro giornata nell’ansia che fosse l’ultima della loro vita!
Quando il bifolco si avvicinava tremavano di spavento. C’era chi fuggiva, sperando di salvarsi, e c’era chi, invece, riusciva a nascondersi dentro la stalla tra le zampe del bue, e se ne restava lì immobile, illudendosi di farla franca.
Ma a qualcuno purtroppo ogni giorno toccava di morire.
A volte venivano a cacciarli anche in due o tre. E allora non c’era proprio speranza di cavarsela.
Così un giorno, mentre tutti insieme se ne stavano nel cortile a godersi il sole, alla gallina venne un’idea.
«Perché non scappiamo?»
«Ma che dici!» si risentì subito l’oca, alla quale faceva paura anche solo il pensiero di sobbarcarsi la fatica di una difficile fuga.
Il coniglio cominciò a battere i denti.
«Ma che idea è mai questa! Siete impazziti tutti quanti?»
Furono invece d’accordo e lo proclamarono ad alta voce i gruppi dei fagiani, dei tacchini e delle anatre.
Il maiale si trovava più lontano. Non aveva sentito niente.
La gallina lo chiamò.
Il maiale si limitò a voltare pigramente solo la testa verso di lei, seduto com’era tra i suoi porcellini.
Allora la gallina lo scosse con un urlo.
Gli gridò che non era tempo di poltrire, e che trascinasse fino a lei e agli altri compagni quella ingombrante massa di lardo.
«Proprio a te» gli disse, sventolandogli le ali sul viso quando gli fu davanti «dovrebbero interessare questi nostri discorsi, che sei il più ricercato alla tavola del padrone. Non vedi che sei bell’e pronto per il fuoco della sua cucina?»
«Non mi merito affatto i tuoi rimproveri» la redarguì molto sorpreso il maiale, che già si era disteso, però, e sbadigliava.
Ma quando gli altri gli esposero il loro piano, e soprattutto gli manifestarono la loro insofferenza per quella vita tribolata, anche il maiale convenne che si trattava di un’idea coraggiosa, che meritava la più grande attenzione.
Perciò quella prima sera, calato il buio, si radunarono nella stalla attorno ai buoi e alle mucche che stavano ancora ruminando.
«Bisogna decidersi in fretta perché già domani qualcuno di noi non ci sarà più.»
«Usciremo a piccoli gruppi dalla porta laterale che dà verso il bosco. È poco sorvegliata. Di sera non sarà difficile nascondersi dietro il grosso portone e attendere l’occasione buona per allontanarci.»
«Vieni anche tu» disse la gallina al bue, sotto le cui zampe si era ben riparata.
«Sì sì» fecero tutti gli altri, alzando gli occhi verso quei grossi animali. «Venite anche voi!»
Ma se fare uscire una gallina dal castello era pur sempre un’impresa disperata, come avrebbe fatto a passare inosservato un bue?
Lo fece notare proprio il maiale, che già stava pensando alle difficoltà che gli procurava la sua grossa mole. La quale era nulla a confronto di quella del bue.
«Vorrei tanto venire con voi» si lasciò scappare il bue, che vagheggiava anche lui una vita spensierata all’aria aperta.
«Ci raggiungerai coi tuoi compagni in un secondo tempo, quando ci saremo organizzati sulla collina» lo consolò il maiale.
Così il giorno seguente, dopo una mattinata trascorsa a perfezionare il progetto di fuga, quando calò la sera, pochi per volta, piano piano, di soppiatto, si avviarono verso quella porta secondaria, che sempre rimaneva spalancata fino a tardi.
Le guardie non c’erano, e una stava seduta poco distante, distratta dal gioco di un gruppo di bambini. Rideva a crepapelle.
Così, fu fin troppo facile abbandonare quella loro prigione.
Non lo avrebbero potuto mai immaginare che tutto sarebbe andato liscio come l’olio.
Appena fuori nei campi, infatti, favoriti dall’oscurità, si diressero di corsa verso la vicina collina, e raggiunti i primi arbusti, i primi rovi, lì si fermarono ad attendere gli altri compagni.
Sentivano in quel momento di avercela proprio fatta e che non li avrebbe potuti scoprire più nessuno!
Anche il gruppo dei maiali riuscì a sbrigarsela con relativa facilità, sebbene dietro il portone fosse veramente scomodo stare nascosti uno alla volta, in attesa del momento propizio!
Infine, quando tutti gli animali furono giunti, si rallegrarono di quel primo successo e decisero di mettersi in cammino.
Ora anche il maiale procedeva pomposamente e pareva già godere di quella dilagante libertà.
Apriva la strada la gallina. A lei tutti riconoscevano il merito dell’impresa. La guardavano con molto rispetto.
Saliti un bel po’ in alto, il bosco s’infittiva.
Camminavano sotto alberi bellissimi, dalle chiome spiegate al vento.
Per quei fuggiaschi in cerca della libertà, tutto ciò sembrava un sogno.
Lo spettacolo che si apriva davanti ai loro occhi era così incantevole che doveva sicuramente trattarsi del loro paradiso, pensavano.
Ora toccava al maiale, bello tronfio, dritto sulle zampe, a battere la strada.
Dietro aveva i suoi porcellini tutti contenti, che di quando in quando però se ne andavano in giro a curiosare.
Giunsero, infine, quasi sulla cima.
«Fermiamoci qua» suggerì la gallina.
Un po’ per la stanchezza, un po’ perché il luogo era davvero incantevole, tutti subito acconsentirono.
Si abbandonarono al piacere del riposo.
Ci fu chi si buttò a terra proprio nel punto in cui s’era fermato, senza fare un solo passo in più.
Che esercito di sbandati!
Ma il bello, anzi il brutto, il più difficile, doveva ancora incominciare.
Non c’era più infatti il bifolco ad assisterli. Il cibo dovevano procurarselo da sé!
«Faremo come gli altri animali che vivono in libertà» disse il fagiano, che avvertiva forse più di tutti il piacere di quella nuova vita.
«Ci organizzeremo» aggiunse la gallina.
E così il giorno dopo, al mattino molto presto, tutti furono in piedi a lavorare.
Un gruppo fu incaricato di andare in giro per il bosco a cercare del cibo, un altro di procurare l’occorrente per costruire un rifugio che li proteggesse dai pericoli della notte, altri si misero a fare pulizia.
Intanto, qualche uccello che volava in quei paraggi li vide, e rimase stupito di incontrare tutta quella gente.
In principio se ne stette zitto zitto sull’albero a spiare, poi pensò bene di volarsene via ad informare i compagni.
Così nel bosco si diffuse rapidamente la notizia di quel gruppo di fuggiaschi, e da ogni parte accorsero, dapprima gli uccelli e poi anche gli altri animali.
«Ma che cosa avete intenzione di fare quassù?» domandò al fagiano un grosso merlo nero.
E il fagiano narrò per filo e per segno, aiutato dalla gallina, com’erano andate le cose.
Ci fu meraviglia e anche tanta ammirazione per quell’impresa coraggiosa che li aveva esposti a molti rischi.
«È bello vivere in libertà…» confidò con un lungo sospiro la lepre al coniglio.
Il maiale volle sapere come facevano a procurarsi il cibo tutti i giorni.
«Qui non manca niente. Basta andare un po’ in giro per trovarne» li rassicurò il piccolo passerotto.
In quei primi giorni ebbero così l’aiuto necessario dai nuovi amici che abitavano quel bosco, i quali fecero a gara per insegnare loro in fretta tutti i segreti e le attenzioni che richiedeva un’esistenza libera.
Cominciarono però anche i guai.
Infatti, una volta costruito il rifugio comune, ci fu chi non si accontentò del posto assegnatogli e preferiva dormire magari all’angolo opposto, dove se ne stava comodamente insediato un altro animale, che non ci pensava proprio a lasciarsi cacciar via!
Oppure litigavano per i bocconi di cibo più prelibati, o sui turni delle pulizie, e chi più ne ha, più ne metta.
Ci fu anche chi, non sentendosi accontentato, minacciò di abbandonare i compagni.
«Noi tacchini ce ne andremo tutti, se continuerete ad approfittare di noi.»
Neppure i conigli erano soddisfatti, sebbene avessero tanta paura a rimanere soli, e un giorno anch’essi protestarono che non sarebbero restati un giorno di più, se le galline avessero continuato a rubare il cibo.
La moglie del maiale, la scrofa, suggerì che bisognava darsi un’organizzazione, se si voleva evitare il malcontento.
Approvarono tutti, e la scrofa, che aveva già in mente qualcosa, espose il suo piano.
«Nomineremo un capo che darà ordini a tutti. Se qualcuno avrà da protestare su qualcosa, lo farà davanti ad un comitato costituito da alcuni di noi.»
«Chi farà parte del comitato?» domandò subito il coniglio, che già aveva delle lagnanze da presentare.
«Toccherà a noi eleggerne i componenti» precisò la scrofa, la quale suggerì anche di nominare come presidente suo marito, il grosso maiale, che lei assicurava essere in grado di mantenere l’ordine in quel luogo. E così dicendo, volse con tenerezza lo sguardo a lui che se ne stava sdraiato poco distante. Il maiale scosse subito la testa, e fece intendere alla sua sposa che quel posto proprio non gli interessava, e che gli pareva assai meglio non occuparsene affatto dei problemi altrui. Quelli della sua famiglia erano più che sufficienti a rendergli complicata la vita!
Ma la cara mogliettina insisté a tal punto, e così teneramente lo implorò, che quel grosso pancione alla fine dovette cedere.
Venne eletto anche il comitato, che fu composto da un tacchino, da un fagiano e da una piccola anatra.
In verità, quella modesta e rudimentale organizzazione portò subito i suoi frutti.
Scomparvero le liti e ogni cosa prese a funzionare meravigliosamente.
Ora si cantava sempre più spesso nel campo e c’era molta più allegria di prima.
Si trovò il tempo anche di ricevere gli amici di quel bosco e di fare una vera e propria festa in ringraziamento della collaborazione ricevuta.
Il numero dei loro amici si era intanto vistosamente accresciuto. Anche dagli altri boschi, dalla grande foresta vicina, tanti erano accorsi a vedere, e tutti continuavano a testimoniare grande ammirazione per quell’impresa.
Si poteva dire che fossero riusciti, finalmente, ad organizzare la vita di una simpatica comunità!
La frequentazione divenne più assidua, ricevettero visite provenienti da ogni parte. Pure degli orsi vennero a trovarli. Eppoi le volpi! Sì, proprio loro. E anche dei lupi! Erano venuti con altri scopi, come si può immaginare, ma quando si trovarono in mezzo a quell’allegria spontanea, a quella gioia che si trasmetteva facilmente a tutti, restarono sbigottiti. Forzando un po’ la loro natura, pensarono bene di lasciarli in pace.
Vennero i cinghiali, delle capre selvatiche, i daini, le marmotte, gli scoiattoli, alcune civette, i ghiri, insomma ogni specie di animali si sentì attratta da quella compagnia.
La vita vi scorreva lieta e spensierata.
Intanto, al castello, quella sparizione improvvisa di animali non era passata inosservata.
Il signore chiamò i bifolchi e chiese conto dell’accaduto.
Ma essi non sapevano che dire.
«Ma come?» urlava il padrone «Sono spariti più di cento animali e nessuno di voi sa dirmi niente!»
Chiamò le guardie, ma anche queste cadevano dalle nuvole.
Ordinò di mettersi alla ricerca degli animali.
«Guai se non me li riporterete qui. Domandate dappertutto. Qualcuno deve pur aver visto più di cento animali in fuga!»
Si cominciò a frugare fuori del castello, nella pianura e nei boschi vicini.
Giungeva a volte, lassù al rifugio, il latrato dei cani che annusavano la terra.
Fu un pettirosso a dare per primo l’allarme.
«Domani arriveranno quassù!»
«Stanno perlustrando la collina vicina» aggiunse un tordo, arrivato di corsa subito dopo.
Il maiale radunò tutti.
«Ci nasconderemo» decisero.
L’indomani stettero sul chi va là.
Il coniglio si era appostato dietro una siepe in avanscoperta, e insieme a lui stava la piccola lepre, che aveva giurato di non lasciarlo solo in quei terribili momenti.
Sugli alberi, pronti a dare l’allarme, si erano radunati gli uccelli.
«Eccoli, eccoli!» si sentì alla fine gridare da un ramo.
Di lì a poco sopraggiunsero i primi latrati, e si udirono le voci dei soldati.
Gli animali, intanto, si erano nascosti nei nascondigli meglio riparati alla vista e all’odorato dei cani. Erano stati i loro amici della foresta a indicarglieli.
Se ne stavano zitti zitti acquattati.
Giunsero i cani, infine.
Abbaiavano più forte, si erano di più agitati.
«Sono stati qui!» esclamò un soldato, quando scorse la loro grande casa di legno.
«Cerchiamo qua intorno. Non devono essere lontani.»
I cani tiravano il guinzaglio. Avevano fretta di scavare, di annusare.
Nei loro nascondigli, i fuggiaschi tremavano di paura.
Qualcuno non aveva nemmeno il coraggio di spiare, serrava gli occhi!
La scrofa teneva stretti a sé i suoi porcellini terrorizzati.
«Maledizione!» esclamò infine un soldato «Dove mai si saranno cacciati?»
Alla fine, dopo aver frugato inutilmente in lungo e in largo, decisero di andarsene.
I cani invece volevano ancora restare.
Li zittirono con urla e colpi di frusta.
«Ritorneremo domani.»
«Abbattiamo intanto questa casa» disse un altro.
La grande casa si afflosciò come fosse stata di paglia.
Videro tutto questo gli uccelli appollaiati sui rami intorno al rifugio, zitti anch’essi, addolorati per quanto stava accadendo sotto i loro occhi.
Quando i soldati furono finalmente lontani coi loro cani, tutti uscirono fuori dai nascondigli e si radunarono davanti alla casa distrutta.
Stavano sparsi per terra i legni costati tanta fatica!
Il maiale cercò di dare conforto.
Ma la gallina non lo lasciò finire.
Con le ali sui fianchi, piena di stizza, si voltò verso i compagni e pronunciò una tale invettiva contro il padrone e i suoi spietati scherani che alla fine tutti gli animali si sentirono presi dal desiderio di farsi giustizia.
Applaudirono anche gli uccelli, che promisero il loro aiuto, e subito se ne volarono nel cielo, chi prendendo una direzione, chi un’altra.
«Chiederemo aiuto a tutti i compagni della foresta. Anche agli orsi. E anche i cinghiali dovranno venire» urlò il tordo pieno di rabbia, mentre spiccava il volo dal ramo.
Ed ecco infatti la sorpresa, il fatto sovrannaturale! Che riguarda proprio il modo di quella vendetta, veramente straordinario.
Il mattino dopo, un viaggiatore che si recava al castello quale ospite del signore, con sua meraviglia non riesce a scorgerlo.
Si guarda intorno.
Addirittura controlla la mappa che ha con sé.
Alza gli occhi al sole, verifica il luogo, riconosce le colline che fanno corona alla città di Lucca. Scorge le sue Mura.
Ma il castello che stava proprio davanti alle Mura non c’è più!
Resosi conto del prodigio, lesto sprona il cavallo.
Varca la porta che introduce alla città.
Qui nota un subbuglio insolito, e apprende che anche in città si è saputo della improvvisa sparizione del castello.
Nessuno però sa dare a tutto ciò una spiegazione ragionevole.
Così, dopo quei primi giorni di sgomento, di incredulità, alla fine la gente cominciò a pensare che forse il castello non era mai esistito, e presto lo dimenticò. Proprio così! Avete inteso molto bene: lo dimenticò!
Dunque, il desiderio della libertà non solo aveva finalmente vinto, ma aveva vinto a quel modo! Quale punizione maggiore, infatti, avrebbe potuto colpire il castello e il suo crudele signore, se non quella dell’oblio?
Quei minuscoli animali impauriti non avevano chiesto aiuto a nessuno. Spontaneamente ne avevano ricevuto. E questo era già di per sé molto bello, e da solo sarebbe bastato a generare la loro felicità. Ma ricevere un aiuto tanto grande da riuscire a cancellare dalla mente umana tutto ciò che aveva rappresentato il loro passato di schiavitù, beh, di arrivare addirittura fino a questo punto non ci avrebbero potuto mai sperare, nemmeno se avessero avuto il più fantastico e ostinato ottimismo di questo mondo.

 

 


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5 Comments

  1. Comment di Gian Gabriele Benedetti — 1 Gennaio 2009 @ 18:51

    Fiaba sottile e nutrita di significati. Si fa metafora della vita. La fervida fantasia dell’autore è sempre dominata da un’intima, profonda emozione e da acuminati riferimenti ad un reale non lontano, sia nel tempo che nello spazio. E la parola, nella sua più intima accezione, non ha limiti e confini. La suggestione fantastica, così, si trasforma in sapienza psicologica ed esistenziale. E va oltre il segno, verso ampie illuminazioni di idee.
    Lieve e pur ricco di sensazioni e valenze positive il linguaggio su cui è creata felicemente la storia
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Comment di Silvana Monaco — 15 Aprile 2009 @ 12:40

    Leggo solo ora questa favola.
    Ringrazio Bartolomeo Di Monaco di avermi fatto sognare per cinque minuti.
    Credo alla liberazione animale, ma fatta dall’uomo. Da alcuni pochissimi uomini che prima o poi avranno il coraggio di dire basta a questo orrore. Li aspetto con ansia… e insieme – come quegli animali – cancelleremo la sofferenza e le torture sugli animali. Abbiate fede.
    Silvana Monaco

  3. Comment di Bartolomeo Di Monaco — 15 Aprile 2009 @ 14:23

    Grazie a te, Silvana per l’attenzione.

  4. Comment di Gianni Rosania — 19 Aprile 2010 @ 17:19

    Ciao Bartolomeo sono molto colpito di quanto hai scritto e vorrei dirti per quanto ti possa importare anche condivido in pieno il tuo pensiero,
    CIAO e ancora complimenti.

  5. Comment di Bartolomeo Di Monaco — 19 Aprile 2010 @ 19:08

    Grazie dell’apprezzamento, Rosania. Mi ha fatto piacere. Ciao.

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