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LETTERATURA: Flavia Steno: “Sua moglie”, 1930

10 Agosto 2019

di Bartolomeo Di Monaco

(Flavia Steno, ossia Amelia Osta Cottini)

Marisa, ventotto anni, è sposata da quattro con Carlo Paoli, un autore teatrale il quale, “primo giornalista d’Italia”, dirige il “Domani”. Rientra in casa dopo il successo della commedia “Vampe” scritta dal marito (“ottimo lavoro e ottima interpretazione”), con dietro, poiché è bella, una fila di ammiratori che non si stancano di corteggiarla. Ma Marisa è gelosa di Luisella Flores, l’attrice che ha recitato brillantemente nella commedia del marito, riscuotendo applausi, e Marisa sospetta che sia la sua amante. Tra gli ammiratori di Marisa c’è l’anziano commendatore, settantenne, Benedetto Delù, l’unico che lei sopporta e tratta da amico e confidente (“suo vecchio ‘paparone’”; “è a lui che suo padre l’ha affidata morendo”). Gli spiega perché sospetta la relazione: “Mi è bastato vedere come egli la guardava mentre stava seduto in palco dinanzi a me. È stato un lampo, un fulmine, la rivelazione.”.

Ci troviamo di fronte ad un rapporto familiare incrinato dalla gelosia. Non ci sono prove di tradimento, ma la moglie è rosicata dal sospetto: “Non li conoscete, voi, gli occhi di Carlo quando li altera il desiderio, ma io sì, io sì. Non è possibile che m’inganni.”.

L’assunto di Marisa è categorico. Ella ama il marito e “ha la pretesa di essere amata con la stessa esclusività con la quale ama…”. Lo dice a Delù, e poiché è, in realtà, gelosa di tutte le donne che avvicinano il marito, aggiunge: “Natura ha fatto un triste regalo alla donna innamorata: l’ha fornita di un sesto senso.”. Non è la prima volta che sospetta il tradimento del marito e ricorda a Delù le occasioni in cui aveva avuto ragione.

La scrittura è impetuosa e intrisa di romanticismo, e ben si addice alla situazione che si sta descrivendo. La donna è fuori di sé, orgogliosa al punto che non vuole essere arrendevole e sottomessa. Ancora di più: è una donna che non vuole essere umiliata. Un personaggio, dunque, insolito e ribelle per quel tempo.

Quando manifesta a Delù il desiderio di abbandonare il tetto coniugale, questi le fa notare: “E, bada, la vittima maggiore sarai tu. Perché nessuno crederà mai che una donna abbandoni un uomo  come Paoli unicamente perché si ritiene tradita.”.

Si avverte la lezione di Matilde Serao, di cui Steno era convinta ammiratrice. Non manca, infatti, la critica alla società che dà all’uomo la licenza di comportarsi, nel rapporto matrimoniale, con leggerezza e disinvoltura, al contrario di quanto pretende dalla donna. Marisa risponde a Delù: “E viceversa, un uomo illustre come Carlo Paoli, ha perfettamente il diritto di passar sopra a quegli impegni di fedeltà alla propria donna e di rispetto verso di lei, ch’egli s’è pure assunto, sposandosi, come l’ultimo piccolo borghese.”.

Così decide di andarsene. Ma il marito, avvertito da Delù, torna a casa e ha la meglio in una discussione con Marisa che l’autore rende con dialoghi ben condotti e pungenti, in cui la forza che la società riconosce all’uomo emerge con la sottomissione di lei, nonostante che la sua sia una resa stizzita. L’uomo porta a motivo dirompente il cognome che ha dato alla moglie, che sarebbe disonorato in caso di abbandono del tetto coniugale. Tale motivazione risulta così forte che Marisa desiste, ma risponde: “Rimango qui come una debitrice leale: non come una moglie. Ostaggio del tuo nome. Non tua compagna. Questa, resta la mia casa, ma tu non sei più nulla per me.”.

Il mercoledì, in casa Paoli è il giorno dei ricevimenti e gli ospiti fanno a gara a omaggiare la padrona, ma Marisa si mantiene fredda. Con il marito “vivevano insieme ma assolutamente staccati, conservando sì, per gli estranei, rapporti di eccellente cameratismo, ma trincerandosi ciascheduno nel proprio campo non appena rimanevano soli.”. Le conversazioni da salotto sono anch’esse ben rese e frizzanti, se non addirittura feroci e perfide, e vi si notano l’asciuttezza e la riservatezza di Marisa, che non manca di assumere, tuttavia, ove occorra, un pungente sarcasmo. Soltanto quando la conversazione verte sul tradimento coniugale, la donna si infervora.

L’uomo giustifica la sua disposizione al tradimento, poiché è indotto dalla curiosità che si traduce in desiderio, sostiene Paoli, che poi prosegue: “Una donna che ha tradito è una donna perduta per suo marito, per la sua casa, per i suoi figli. Come potrebbe tornare ad amare dopo aver accolto un altro nel suo sentimento?”.

Il romanzo – un romanzo di forte denuncia – nell’affrontare i temi del pregiudizio sociale, vi pone al centro, dunque, il ruolo subalterno della donna e il suo desiderio di emancipazione: Marisa “ma nel cuore, ma d’amore, non soffriva più.”.

Guido Noris ha ventinove anni, è il segretario del marito; è un uomo gentile e timido, il quale le ha mostrato attenzione e affetto. Forse, stornando il sentimento su di lui, potrebbe arrivare a liberarsi del passato: “Dalla sera del suo primo colloquio con Noris ella non si era sentita più sola: ecco tutto.”. La mancanza di sentimento provoca la solitudine, che è una condizione pesante da sopportare. Marisa guarda a Noris come a un amico, e sente che l’amicizia potrebbe renderla più forte: “E aveva concluso che la malinconia disperata d’un amore che non si trova più è forse soltanto questa desolata sensazione di solitudine, questo non aver più alcuno con cui fondersi, in cui perdersi per sopportare insieme l’orrore di quello sconfinato deserto spirituale che è la vita per ogni creatura dotata di sensibilità e di pensosità.”.

La lotta di affrancamento che Marisa conduce è spietata. Viene a sapere che Carlo è stato sfidato a duello dal marito di una sua nuova amante. Vuol sapere tutto da Noris, il quale cerca di resistere alla sua aggressività, ma è troppo debole per quella forza che gli si rovescia addosso. Pensa: “Ma allora, la sua pretesa indifferenza per la condotta di suo marito era menzogna. Allora, ella soffriva tuttavia delle infedeltà di lui… e se ne soffriva, voleva dire che lo amava.”.

Ma non si tratta di faccenda di cuore: “Non era il cuore che soffriva in Marisa, ma l’amor proprio. Era l’umiliazione che le veniva inflitta dall’offesa nuova quella che la esasperava.”.

Marisa sta combattendo contro quella natura di donna voluta e forgiata da secoli di consuetudini; il suo obiettivo è quello di dare vita ad una donna diversa, liberata da un passato di arrendevolezza e di sottomissione: “I tradimenti di mio marito non possono più ferirmi ma possono ancora offendermi.”.

L’uso del dialogo si mostra lo strumento fondamentale per dare alla storia un ritmo incalzante e a tutto tondo, mostrandosi l’autrice in ciò molto dotata e abile. La forza di Marisa emerge soprattutto grazie ad un tale strumento, che la impone come donna risoluta, sebbene impaniata ancora dal ruolo inflitto alla donna dalla società. La sua timidezza, non ancora del tutto scomparsa, tende tuttavia ad annullarsi. In un serrato confronto con il marito dirà: “Di quello che avviene nella mia anima non t’importa. Di sapere se lo sguardo d’un altro, la voce d’un altro, la tenerezza devota d’un altro mi possono turbare o meno, non t’interessa. Quello che conta è che nessuno possa neppur lontanamente sospettare che la moglie di Carlo Paoli possa aver trovato interessante un altro uomo, che Carlo Paoli possa venir sostituito da un altro nel cuore della donna ch’egli considera sua alla stessa maniera della sua scrivania e della sua sedia!”.

La lotta di Marisa, se serve alla sua emancipazione, produce un altro importante risultato, quello di incrinare la sicurezza dell’uomo. Carlo Paoli si crede superiore alla moglie, ma dal confronto esce turbato e si domanda se egli non ami in realtà quella donna. Amore ed emancipazione della donna non sono affatto inconciliabili: “Esisteva dunque anche in lui la gelosia, e nella sua esigenza di avere per sé unicamente anche ogni pensiero della sua donna entrava non soltanto l’amor proprio ma anche l’amore.”.

Il rapporto di Marisa con Noris s’intreccia con questa esigenza di indipendenza. Noris è stato esonerato da Paoli dal suo ufficio di segretario particolare poiché sospettato di amare sua moglie. Noris infatti l’ama, e Marisa, che prima aveva per lui soltanto sentimenti di amicizia, si sente per la prima volta lusingata da questa speciale attenzione. In un incontro fortemente acceso da toni romantici il giovane le dice: “Vi amerò tanto, che voi sentirete intorno il mio amore come una presenza costante. Vedrete. Non vi sentirete mai sola”.

Il romanzo si sposta dunque su tale rapporto e sulle nuove battaglie che si imporranno alla donna. Ma l’emancipazione di Marisa è messa alla prova anche da una imprevista svolta del destino. Nel duello con Paolo Varini, uno dei tanti mariti offesi, chi ha la peggio e muore è Carlo Paoli. Marisa resta sola con se stessa. Ha letto la corrispondenza che il marito aveva tenuto con le sue amanti e scoperto che talune di quelle lettere erano datate dai giorni del loro matrimonio. Il suo cuore si è indurito. Del passato vissuto con il marito, non le resta nulla da ricordare: “adesso sono così guarita che non posso soffrire più!”. Ma anche: “è d’avermi avvelenato il passato che non gli posso perdonare!”.

Si avvia dentro di lei un conflitto atroce, nel quale confluiscono tutte le sensibilità femminili, che aprono per Marisa un avvenire di novella formazione e crescita.

Il vecchio Delù cerca di consolarla: quelle donne “che cosa contarono esse mai, prese ad una ad una, nella vita di Paoli? Nulla! passavano. Ma tu restavi. La moglie eri tu. E sei tu la sua vedova. Il nome di Paoli è ancora affidato a te.”.

Marisa si attende ben altro dal suo avvenire! Ha desiderato l’amore come il solo scopo della sua vita e suo marito gliel’ha negato. Può di nuovo ambire ad esso? Il pensiero di Guido Noris gli attraversa la mente. Può essere un’ancora di salvezza e di rinascita.

Nel leggere il romanzo, occorre fare attenzione a non perdere di vista che ci troviamo di fronte ad una donna che vuole superare gli stereotipi del suo tempo ed imporsi con la propria individualità, anche se l’intreccio narrativo, intriso del romanticismo dell’epoca, può apparentemente nascondere tale obiettivo. L’amore, infatti, non è soltanto dedizione agli altri, ma anche affermazione della propria personalità: “Che bisogno aveva ella ormai di documentazioni per ratificare il suo diritto a riprendersi intera la propria anima?”. Noris diviene strumento possibile di un tale riscatto.

La sua figura cresce proprio per il ruolo che l’autrice gli affida. Il suo amore per la donna, ora che il marito è morto e non vi è più alcun ostacolo, si fa audace e esaltato. Il lettore è spinto così, abilmente sollecitato, a domandarsi quale sarà il destino di Marisa: “Marisa non era più la cara creatura che la vita e la illusione avevano tradito; la sposa ingannata e invilita; la condannata a una esistenza di solitudine desolantissima. Era una creatura libera e padrona di sé, adesso, era la donna bella e desiderabile, era la giovinezza che poteva ricominciare, domani, la vita…”.

Ma l’atmosfera che Noris e Marisa respirano è tutta consacrata al ricordo del grande letterato e giornalista defunto, e ne sono infastiditi, poiché tutti considerano naturale che Marisa gli resti fedele fino alla morte, non sposandosi più.

La vedova ha su di sé gli occhi di tutti, e guai a lei se non si attiene ai riti e alle consuetudini: “Guardate donna Marisa: non s’è messa un vestito nero!”. Perfino la mamma di Paoli, Camilla, immersa nella disciplina del tempo, non perdona alla nuora questa sua estrosità. Marisa avverte la fatica della sua emancipazione: “Dio mio! non è facile essere la moglie di un grand’uomo ma è altrettanto difficile esserne la vedova.”. E a Delù che la sta ascoltando e che le dice che è un onore essere la vedova di Paoli, risponde: “Voi sapete che rinunzierei volentieri anche all’onore pur di vivere la mia vita a modo mio.”.

Quando Noris le dichiara con decisione il proprio amore e che intende sposarla, Marisa “Per la prima volta, tra sé e il proprio sogno di felicità sentiva la tristezza della realtà fatta di tutte le esigenze della vita quotidiana, delle miserie che vanno sotto il nome di convenienze, di circostanze, di necessità.”.

Vuole lasciare la casa alla madre e alla sorella di Paoli per sentirsi libera, e ritirarsi a vivere in un appartamento più modesto. Ma Delù la inchioda al suo compito di vestale del tempio che fu del marito. Marisa protesta e domanda perché la si contrasti nella ricerca di “una via di liberazione?”. Fa fatica ad uscire dal suo bozzolo. Il vecchio amico arriva a dirle che, se abbandonasse la casa, si dimostrerebbe una vedova poco seria. E Marisa, risentita e di rimando: “È dunque mancare di serietà il ricercare la propria felicità?”. Delù ribatte: “No. È mancare di serietà il non comprendere certi doveri.”. E continua: “In nome di tutto e di tutti, Marisa. Sopratutto di quell’enorme anonimo che si chiama il mondo.”.

Marisa si lascia convincere. Cede. Resta, ed è la suocera Camilla ad abbandonare la casa, trasferendosi presso l’altra figlia Bettina. Per un momento, le sembra che con la partenza della madre di Carlo se ne sia andato anche il fantasma del marito e ha la sensazione di aver iniziato una nuova vita. Si  sente finalmente a suo agio in casa sua: “poteva persino rimanere ore intere nello studio senza che il ricordo del morto sedesse accanto a lei.”.

Ma non c’è tregua per la protagonista. Noris ha preso a condurre una vita molto ritirata. Comincia il chiacchiericcio tra i suoi amici, uomini e donne, e si mormora che sia innamorato. Poiché anche Marisa non si fa più vedere, mettono insieme i due fatti per sospettare una relazione tra i due. L’amica Nerina Paschi, una gran pettegola, s’incarica di scoprire la faccenda ed è così abile che, in occasione di una visita a Marisa, riesce a farla cadere in contraddizione. Il sospetto diventa certezza e la voce si diffonde. Così, il comportamento di Marisa è di nuovo sotto i riflettori di una società invadente, che esige il rispetto delle sue regole.

Si è già detto della bravura dell’autrice nell’intessere i dialoghi, ma anche nel comporre l’intreccio la Steno trasuda di arguzia e di sottigliezze narrative in grado di rendere attraente e appassionata la lettura.  Marisa vi appare sempre più  come una icona di donna che la società vuole vedere incatenata dalle sue leggi, e la vigila affinché essa resti tale. Ogni tentativo di Marisa di rendersi libera agita perfidie e malignità tanto mai invasive che una ragnatela resistente sembra essersi formata intorno a lei.

Per difendere l’onorabilità di Marisa, messa in discussione dal pettegolezzo, Noris decide di non andare più a casa sua ad aiutare Delù a mettere ordine nelle carte di Paoli. Marisa lo scongiura di restare; a lei il pettegolezzo non importa, le preme molto di più averlo ogni giorno accanto a sé. Noris non cede. Marisa avrebbe voluto una decisione diversa che l’aiutasse nel suo proposito di emancipazione. Si sente sconfitta. Per di più, su consiglio di Noris, si vede costretta ad un viaggio per allontanare i sospetti. Starà a Roma quasi tre mesi e quando ritornerà, l’autrice pervicacemente annota: “La solitudine ha sviluppato la sua forza.”. L’amore che prova per Noris, ora è più che decisa a difenderlo: “Ella sente, adesso, anche l’orgoglio di quell’amore che la circonda: ne è investita come d’una fiamma che la spinge ad affrontare ardita anche le ostilità che dovrà incontrare per la realizzazione del suo amore.”. Sono passati, infatti, i tre mesi di vedovanza prescritti dalla consuetudine e Marisa intende sposare Noris e si prepara alla sua grande battaglia.

L’autrice prepara il lettore all’emozionante finale mutando il tempo della narrazione, che non è più al passato, bensì al presente. Il ritmo si fa serrato e amabilmente astuto.

Un giorno, parlando con il suo padrino, Marisa gli rivela la sua intenzione di sposare Noris. Di fronte al suo stupore, risponde decisa: “Ma io non sono una bimba, sono una donna e ho diritto di disporre di me, e, soprattutto, ho diritto di volere la mia felicità. Sono decisa ad averla, Delù, ve ne avverto.”.

Nel romanzo la figura di Delù ha assunto definitivamente il ruolo di difensore del vecchio conformismo ed è l’ostacolo più ostinato ai propositi emancipatori della donna. Marisa “non riesce a comprendere come, volendole bene, si opponga con tanta ostinazione alla sua felicità.”. Ma Delù sarebbe disposto ad accettare il matrimonio di Marisa, però soltanto a condizione che fosse con una personalità all’altezza del prestigio del marito defunto. Mai invece con un uomo di minor rango, o addirittura con un uomo qualsiasi, come Noris. Che cosa direbbero gli amici e i conoscenti? Marisa “comprende che la battaglia che sta conducendo è la definitiva ed è decisa a trionfare.”. Pensa che nel vecchio padrino  (“il paparino”) “C’è soltanto l’istintiva solidarietà maschile contro ogni tentativo femminile di emancipazione sentimentale.”.

Anche la famiglia di Paoli, attraverso l’ingegnere Ciseri, marito di Bettina, la sorella del defunto, si muove per manifestarle lo scontento nei riguardi di questo matrimonio: “non si presenta nemmeno come eventualità, l’ipotesi che la vedova di un uomo illustre possa ambire ad altra cosa che a essere la custode della sua memoria.”.

Non ce la farà Marisa ad imporre la sua volontà e a liberarsi dai pregiudizi. La denuncia nel romanzo è  coraggiosa e, per la particolare voluttà narrativa, altisonante. Marisa non sposerà Noris. La battaglia è perduta. Si rassegnerà ad essere la vestale di un tempio e di un uomo che la opprimerà per tutta la vita, simile al fantasma di un dio persecutore e tiranno.

 

 


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