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LETTERATURA: Florilegio dal Journal dei Goncourt

16 Marzo 2020

di Bartolomeo Di Monaco

(Flaubert) non ha mai permesso di ricavare un dramma da Madame Bovary perché, sostiene, un’idea nasce per un solo stampo e non si adatta a due fini.

Ne parliamo con Flaubert che siamo andati a trovare. Quello che lui, pieno di atteggiamenti da pensatore, ha notato specialmente in Hugo è l’assenza del pensiero. Ed è per questo che lo ama: ‘Hugo non è un pensatore, è un naturalista! E’ immerso fino alla cintola nella natura. Ha nel sangue la linfa degli alberi.’.”

Flaubert ci racconta che quando scriveva l’avvelenamento di Madame Bovary, sentiva un peso di piombo nello stomaco e che la sofferenza lo aveva fatto vomitare due volte. Ci dice anche che una delle impressioni più piacevoli la provò verso la fine del romanzo, quando fu obbligato ad alzarsi per prendere un fazzoletto, siccome il suo era bagnato… E tutto questo per la gioia dei Borghesi!

Flaubert ci dice: “La storia, L’intreccio di un romanzo mi sono indifferenti. Quando scrivo un romanzo ho l’intenzione di rendere un colore, un tono. In, Salammbô, ad esempio, voglio fare qualcosa che ricordi la porpora. Quanto al resto, ai personaggi e all’intrigo, si tratta solo di un dettaglio. In Madame Bovary mi stava a cuore soltanto di creare una tonalità grigia, un colore ammuffito di esistenza sotterranea. La storia da proiettare su questo sfondo mi importava tanto poco che, alcuni giorni prima di mettermi al lavoro, avevo concepito Madame Bovary in modo del tutto diverso; l’ambiente e la tonalità erano gli stessi, ma la protagonista doveva essere una zitella devota e senza amanti. Poi ho capito che il personaggio era impossibile.”.

Flaubert mi racconta che una volta ha lavorato a Sala un boh per 38 ore consecutive e che alla fine era tanto stremato da non avere più la forza di sollevare la caraffa dell’acqua per versanti da bere.

Flaubert nuotava nella sua vanità. Non vedeva niente oltre Salammbô: tutto il resto era scomparso. Veniva fuori, a tratti, il normanno. Parlava di intentare causa a un giornale colpevole di avere troncato una sua citazione. Parlava a cuore aperto e liberamente di Hugo, come di un concorrente che non gli incuteva più soggezione. Buttava via ogni forma di deferenza verso questo dio passato, finito, spento, morto sotto i suoi colpi.

Di fronte alla finestra, nel controluce grigio e freddo delle cinque pomeridiane, si intravede un’ombra, scura nel lucore diffuso, una donna che non si alza, non si muove, non risponde una parola al nostro saluto: Madame Sand. L’uomo che ci ha aperto e il suo amante, l’incisore Manceau.
In questa atmosfera Madame Sand ha un aspetto spettrale, automatico. Parla con voce meccanica e monotona, che non si spegne e non si ravviva, con un timbro uguale. Nel suo atteggiamento c’è la dignitosa gravità di un pachiderma, di un animale che rumina tranquillamente.

Ancora su Madame Sand (che amava vestirsi da uomo e farsi chiamare George Sand.

“Insomma sapete cosa le è successo? Una cosa mostruosa! Un giorno ha terminato un romanzo all’una del mattino: ‘To’’, disse, ‘ho finito!’ E nelle cominciò subito un altro. Scrivere in lei è una funzione dell’organismo…

Dopo che è stata descritta la casa di Flaubert, dove ha composto Madame Bovary e Salammbô, si legge: “Siamo restati in casa tutto il giorno. E’ una cosa che piace a Flaubert che sembra avere in orrore ogni forma di esercizio fisico, tanto che sua madre deve tormentarlo perché metta piede in giardino. Ci dice che spesso, di ritorno da Rouen, lo ha ritrovato nella stessa posa in cui lo aveva lasciato partendo e quella sua immobilità le faceva paura. Neppure un movimento: vive nel suo lavoro è nella sua stanza. Non ama i cavalli né il canottaggio.”.

A pranzo da Charles. Mi racconta che Hugo ha sempre un taccuino in tasca e che, durante la conversazione, se formula un minimo pensiero o enuncia la più piccola idea – che non sia “Ho dormito bene” o “Datemi da bere” – si tira un po’ in disparte, cava fuori il taccuino e scrive ciò che ha appena detto. Tutto gli serve: annota e fa munizioni di tutto. Nulla si perde: tutto fa libro. Per questo i suoi figli, che vorrebbero servirsi di quello che dice, sono completamente delusi: quando esce un libro del padre, vi ritrovano tutti i loro appunti.

Sainte-Beuve, che ci aveva preannunciato per iscritto la sua visita, viene alle due. E’ un uomo piccolo, piuttosto rotondo, un po’ pesante, con un portamento quasi da contadino, semplice e rustico nel vestire, un po’ alla Béranger, senza decorazioni.
Una grande fronte stempiata che fugge verso la testa calva e bianca. Occhi grandi, naso lungo, curioso, ghiotto, bocca larga, mal disegnata e grossolana, un sorriso luminoso che mette in mostra i denti bianchi; i pomelli sporgenti come due natte; nel complesso ha qualcosa di un batrace e il suo corpo piccolo è tutto rosato e ben nutrito. Ha l’aria di un uomo di provincia intelligente, che sbuchi con la fronte bianca e le guance sanguigne, da una biblioteca, da un chiostro di libri costruito sopra una cantina piena di borgogna schietto.
Ha il gusto delle chiacchiere, parla facilmente, a piccoli tocchi, come una donna che, con in mano la sua tavolozza, dipingesse quadri graziosi e disposti sapientemente. La sua parola fa pensare a uno schizzo di Metzu, tracciato con mano esitante e senza grandi pennellate. Ha il senso del colore e della sfumatura nella finezza della sua conversazione.

Flaubert ci racconta che quando era bambino, si sprofondava talmente nelle sue letture, attorcigliandosi con le dita una ciocca di capelli e mordendosi la lingua, che a un bel momento cadeva per terra, secco. Una volta si fece un taglio nel naso andando a sbattere contro il vetro di una biblioteca.

(E’ Sainte-Beuve che parla) “Hugo ha un temperamento prodigioso! il suo barbiere mi ha detto che i peli della sua barba erano grossi il triplo del normale e che ogni bulbo aveva tre peli, tanto che rovinava tutti i rasoi. Aveva dei denti da lince! Spaccava i noccioli delle pesche… E poi degli occhi!… Quando scriveva le “Feuilles d’Automne”, salivamo quasi ogni sera sulle torri di Notre Dame per vedere il tramonto, cosa che non mi divertiva molto; lui, di là in alto, riusciva a distinguere il colore del vestito di Mademoiselle Nodier, al balcone della Bibliothèque de l’Arsenal.”.

Pranzo da Magni Charles Edmond ci porta Turgheniev, l’autore, pieno di delicato talento, delle Memorie di un cacciatore.
E’ un Colosso pieno di fascino, un gigante affettuoso con una testa di capelli bianchi; ha l’aria di un autentico e dolce genio di una foresta o di una montagna; sembra un druido o il vecchio monaco di Romeo e Giulietta. E’ bello, di una bellezza venerabile imponente come Nieuwerkerke. ma mentre gli occhi di quest’ultimo solo di un blu Serico, quello di Turgheniev sono azzurro punto alla bonarietà del suo sguardo si aggiunge la dolcezza e la sottile cadenza dell’accento Russo, qualche cosa della cantilena di un bambino o di un negro.

Da Magny.
Si parla del funerale da cui si è appena tornati, quello di Eugène Delacroix: una morte oscura, nascosta, velata, sepolta come la morte di un cane in un buco, senza che, da sei mesi a questa parte, i suoi amici ne sapessero notizie o lo avessero visto. Si parla di questo sequestro dell’uomo – eseguito da una vecchia donna di servizio, una specie di Madame èvrard -, dei lasciti assurdi che fece in punto di morte. E questa fine, ancora vicina, e già avvolta dal mistero e dalle controversie. Alcuni sostengono che è morto come un bambino; altri che è morto arrabbiato con il pensiero pieno di nuovi mezzi e di nuovi processi per realizzare il suo genio, defraudato di tutti i suoi progetti e di tutto ciò che durante l’agonia si sentiva sulla punta delle dita.

“Ebbene, è sempre ammalato Dumas figlio?”
“Sapete cosa sta facendo? E’ molto infelice. Si mette di fronte a un foglio bianco e ci sta su quattro ore. Scrive tre righe. Va a prendere un bagno freddo o a fare un po’ di ginnastica, perché è pieno di entusiasmo per la vita igienica. Torna al lavoro e trova che le sue righe sono di una stupidità assoluta.”
“Ebbene, questo si chiama essere lucidi!” dice qualcuno.
“E non conserva che tre parole. Suo padre arriva qualche volta da Napoli e gli dice: ‘Fammi portare una cotoletta e finirò il tuo dramma’, butta giù il soggetto, ci mette una puttana, si fa pagare e riparte. Dumas figlio prende il soggetto, lo legge, lo trova ottimo, va a fare un bagno, rilegge il soggetto, lo trova stupido, lo corregge per un anno intero. E quando suo padre torna, trova ancora le tre parole ricavate dalle tre righe dell’anno prima.”

Qualche volta agli artisti non dispiaceva parlare anche di donne e di sessualità.
Accadeva il 18 gennaio 1864:

“Si passa alle donne, al soggetto abituale della conversazione. Gautier dice di amare soltanto la donna asessuata, cioè quella tanto giovane da escludere ogni idea di maternità, di matrice e di sgravamento. Aggiunge che, siccome non può soddisfare questa passione per colpa delle guardie, le altre donne – di venticinque o di cinquanta anni – hanno tutte la stessa età.
A questo punto Flaubert con la faccia infuocata, la voce mugghiante, ruotando i suoi grandi occhi, prende il via e dice che la bellezza non è erotica, che le donne belle non sono fatte per il letto, che sono buone solo per ispirare delle statue, che l’amore ha un fondamento ignoto, prodotto dall’eccitazione ma raramente dalla bellezza. Sviluppa il suo ideale e si scopre che è quello della racchia ignobile. Lo si prende in giro. Allora dice che non ha mai posseduto veramente una donna, che è vergine, che tutte quelle che ha avuto gli sono servite da materasso, in sostituzione di un’altra a cui pensava.”.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart