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LETTERATURA: Giulio Mozzi: “Le ripetizioni”

22 Gennaio 2021

di Bartolomeo Di Monaco

“Mi siedo e scrivo”

Con il 14 gennaio scorso mi sono incamminato verso un’altra meta, quella del compimento degli 80 anni, una bella età che può far dire a chi la raggiunga che qualcosa della vita probabilmente ha imparato e si porta sulle spalle un bagaglio di esperienze invidiabile. Così è per me, che spesso rivado col pensiero a ricercare i miei anni trascorsi. Mi vedo più giovane e ricco di entusiasmo, e mi domando chi io sia oggi e che cosa hanno prodotto in me tutti questi anni. Si dice che ogni istante vissuto lasci nell’anima un proprio seme, e tutti questi semi messi insieme contribuiscano e hanno contribuito a creare l’uomo che sono.
In questo mio già lungo viaggio mi sono domandato anche, e spesso, quando giunga l’ora definitiva che ponga termine alla mia impresa. Poiché il tempo avvenire potrebbe trovarmi ormai inadeguato, insufficiente, le poche energie già indirizzate verso un altrove da reimpostare e ricominciare. O verso il nulla, quell’eterna silenziosa quiete che comporta la smemorizzazione assoluta e perenne di ciò che siamo stati.
Ho fatto in tempo, però e vivaddio, a leggere l’atteso, attesissimo romanzo promesso tanti anni fa da Giulio Mozzi, uno dei migliori narratori di racconti, insieme con il lucchese Vincenzo Pardini, della letteratura italiana del tempo tra XX e XXI secolo.
Mozzi è da quando scrivevo sulla sua bella rivista Vibrisse che annunciava il suo romanzo. Ci stava lavorando, e tutti noi di vibrisse ad attenderlo, incoraggiandolo a fare presto. Ma Giulio è un meticoloso. Tutto ciò che esce dalla sua penna deve rasentare la perfezione. C’è un suo libro che è perfetto, e che ancora oggi, a ricordarne il contenuto, mi entusiasma: “sono l’ultimo a scendere e altre storie credibili”; eppure la critica, spesso disattenta e impigrita, lo ha lasciato passare invano.
Lo si cerchi dove si vuole Mozzi, nella sua vasta produzione tra volumi di racconti e quelli dedicati alla manualistica della scrittura. In tutti ne trovate qualche goccia, qualche spunto che vi tratteggia una piccola parte di lui, ma il Mozzi intero, il Mozzi completo e autentico è tutto in quei racconti ineguagliabili che compongono “sono l’ultimo a scendere e altre storie credibili”. Ci sono la sua arguzia, il suo gusto per l’ironia, la sua quieta meraviglia, il suo piacere di stare al mondo, di sbirciarlo e di penetrarlo, la sua voglia di scherzarci su per sorridere della vita, che è un dono da non sprecare.
Ma si stava tutti in attesa del suo misterioso romanzo. Ed ecco che alla fine del 2020 ce ne dà l’annuncio. L’opera è compiuta.
Quando poi ho saputo che la sua uscita è stata programmata per il giorno del mio 79mo compleanno, il 14 gennaio 2021, ho trovato che la lunga attesa era finita, e nel modo migliore, poiché dava una risposta anche alla mia domanda: ossia quando, anche per me, l’opera sarebbe stata completa, sarebbe giunta alla fine; quando, insomma, avrei dovuto smettere di ficcare il naso nei romanzi, e dunque nelle personalità altrui, per dedicarmi a ricomporre e congiungere il mio passato con il mio presente e predispormi all’altrove o al nulla.
Lo sento, questo sarà il mio nuovo obiettivo.
Chiudere una fase della mia scrittura con il primo romanzo di Giulio Mozzi e il fatto che esso esca proprio il giorno del mio compleanno, hanno dunque un significato speciale per me. Una chiusura e una contemporanea apertura verso un’avventura nuova e diversa. Verso dove? Verso che cosa? Dovrò scoprirlo da me, e da solo, in un percorso che dovrà scrupolosamente essere intimo e segreto. Solitario: affinché movimenti, profumi, sussurri, segni, colori e arcobaleni possano venirmi incontro e parlarmi della verità di questa esistenza miracolosa che non ci sazia mai.
Ma veniamo al romanzo di Mozzi.
Già il titolo suscita curiosità. Le ripetizioni di che cosa? Forse in qualche modo vi si nasconde una concezione dell’esistenza che, attraverso il suo ripetersi, si incammina e si rigenera nella perfezione?
Nella lunga presentazione fatta sulla sua rivista Vibrisse, ad un certo punto scrive: “Qui devo confessare. Non ho mai sentito la vocazione dello scrittore. Ne ho visti, e ben conosciuti, di scrittori con la vocazione. Quella è una roba seria. Per me lo scrivere è piuttosto qualcosa che mi è capitato, e il pubblicare idem. Inventare e progettare libri, possibilmente altrui, mi piace molto; ma non mi sono mai sentito, avendo fatto un libro o dei libri, in dovere di farne degli altri. Autori unius libri, di un libro solo, ce n’è: e quelli tra loro che hanno provato a dilungarsi, solitamente hanno sbagliato. Non c’è niente di male a fermarsi. Non c’è nemmeno da rammaricarsene. Esagerare, tirare in lungo, è peggio.” (“Cronaca di un romanzo/3”)
C’è da crederci? Ne dubito. Nei racconti sicuramente è un maestro, un punto di riferimento.
In “Cronaca di un romanzo/4” scrive: “Mi pare di averlo scritto più volte, lungo questa cronaca, ‘mi sono seduto e ho scritto’; il fatto è che funziona proprio così. Quando la ‘cosa’ si forma nella mia testa, e direi in tutto il mio corpo, arriva il momento in cui semplicemente mi siedo e scrivo.”.
Il romanzo, è vero, essendo per lui il primo, e con una tale lunga, e forse perfino sofferta genesi, può apparire un’incognita, ma l’autore è troppo intelligente perché non ci si attenda da lui in ogni caso una sfida.
Vediamolo insieme.
Già la sua intelaiatura complessa ci dice che ci immergeremo in un labirinto dal quale uscirà qualcosa che ancora non sappiamo, ma che avrà a che fare con la vita e i suoi misteri, i suoi giochi, i suoi trabocchetti, l’amaro che ci offre dietro ogni sorriso. Scrivere per scoprire, scrivere per rispondere, scrivere per essere, scrivere per vivere.
Si capisce subito che Mario, il protagonista (in molti dati biografici lo stesso autore), è una personalità complessa, che misura ogni azione, anche minima, che si domanda il perché di ciò che accade e soprattutto di ciò che fa. Il periodare all’inizio è lungo, e incatena tra loro le riflessioni. Non è un romanzo tradizionale, con un inizio e una fine; il suo percorso è più verticale che orizzontale. Muove dall’interno per salire, formarsi e oggettivarsi come cosa o pensiero definito.
Il passato, ogni volta che viene rievocato, ha la leggerezza di un’ombra (la morte?) che vi si adagia sopra per spegnerlo a vantaggio di un presente che lo ingloba e lo rimanda, a sua volta divenuto passato, ad ogni nuovo presente.
Mario è un’antenna sensitiva, un raccoglitore di onde invisibili, che si trasformano in accadimenti propulsori della singola e di tutte le esistenze.
L’autore ne fa un uomo vitruviano, al modo di Leonardo.

Non lo si scambi, questo libro, per un romanzo di formazione. La sua maturità è implicita e compiuta. Siamo di fronte ad un uomo che sa della complessità della natura e della specie e cerca di sopravanzare e superare gli enigmi ancora irrisolti avvalendosi di una captazione speciale di cui è dotato.
I capitoli sono temi, ogni volta sviluppati e rimandati ove non conclusi. Vi si trovano non personaggi, ma riflessioni e idee. Vi lavora la mente, vi ha il suo nido. Le parole vi si aggrovigliano, come serpi. La vita non si esprime più nella materia ma nello spirito. La materia vi si scioglie. È il filo rosso del composito romanzo. La linea retta non c’è, ma segmenti che tendono ad unirsi e a prenderne la forma e la direzione.
Qui trovate un esempio, tra i tanti, di un modo di periodare di Mozzi, lungo, come la riflessione che nasconde: “I ragazzi che guardano le ragazze stanno quasi tutti più indietro, dietro le panchine da bambini, in piedi, appoggiati alle biciclette e ai motorini, fumando, ogni tanto chiamandosi per dirsi: guarda quella; ridendo forte e dicendosi a mezza voce cose oscene, ogni tanto però alzando la voce fino quasi a gridare: che nella pista non si sentono nemmeno, ma le ragazze non hanno bisogno di sentirli per continuare a ballare, ballano per i loro ragazzi, per sentirsi ammirate e desiderate almeno quanto loro stesse li ammirano e li desiderano per le loro bocche grandi, i loro motorini rumorosi e veloci, le loro mani pesanti che per cinque giorni alla settimana manovrano muletti, aggiustano automobili, impastano il pane, e il sabato sera si nascondono nelle tasche, o si aggrappano alle sigarette, timide e voraci – quelle mani che forse più tardi, pensa Mario, la musica finita e le luci spente, nel segreto della prima notte tiepida dell’anno, tenteranno qualche carezza goffa e tenerissima, violenta di una violenza trattenuta a stento -, quelle bocche che forse, più tardi, nell’angolo del campo sportivo più distante dai tavoli dove gli adulti bevono e gridano ancora, come gente che non vuole morire, diranno delle parole quasi d’amore belle e false come quelle delle telenovele, e cercheranno le bocche loro, delle ragazze, e le baceranno finalmente in silenzio.”. Più spesso, però, avremo un periodare secco, ficcante e in movimento, direi meglio: ‘in corsa’, una corsa frenetica che inghiotte ogni particella dell’aria, e questa variazione a seconda del tema mostra una ecletticità che fa pensare anche a tempi diversi di composizione, e ad ispirazioni anche non contigue. A volte (“La storia delle fototessere, 3”) ci pare di leggere un raffinato esercizio di scrittura, tale da provocare uno stordimento e una sfida, così che ci sfiora la sensazione di trovarci di fronte ad una specie di zibaldone ad incastri (tipico l’incastro della storia del generale Luigi Cadorna, quello della disfatta di Caporetto), dal quale deve spuntare qualcosa che ci riguarda. Che cosa? Il consolidamento, la materializzazione e la comparsa di uno spirito che vive in noi e intorno a noi e ci accompagna ed anche ci guida, ci fa conoscere, ci svela? Che cosa rappresenta, ad esempio, la ricerca di una sua foto scattatagli tanti anni fa, quando era un ragazzino di 14 anni? E la ricerca continua di tante altre foto?
Leggeremo più avanti: “Mario è abbastanza convinto che quel che è stato è stato, e amen, però l’idea di trovare un senso alla propria esistenza lo appassiona, gli sembra bella, pensa che se trovasse un senso alla propria esistenza la propria esistenza potrebbe essere felice.”.
Intanto sappiamo che Mario (“anche lui viaggia spesso in treno”, come l’autore), è anche questo: “A destra del palco, nell’angolo meno illuminato della pista, Mario vede un ragazzo che balla da solo, anzi balla in un modo tale che sembra balli da solo, anche se le ragazze stanno a due passi da lui; il ragazzo balla a modo suo, con dei passi che non sono passi da ballo, balla come ballerebbe uno che per paura non abbia mai ballato in vita sua e che abbia deciso, pur conservando intatta la sua paura, di buttarsi nella pista a ballare; balla con le braccia rigide lungo il corpo, le mani tese all’infuori, la schiena e il collo dritti, gli occhi quasi sempre chiusi; oppure alza le braccia e unisce le mani dietro la nuca, buttando la testa all’indietro, come uno che dorma e mentre dorme sogna di ballare, e se aprisse gli occhi si accorgerebbe che sta ballando veramente; e fa tutto questo, il ragazzo, camminando lentamente all’indietro e in circolo, come uno che si muove senza voler sapere dove va, un esploratore del mistero, un viaggiatore che potrebbe attraversare il mondo incontrando solo le immagini di sé stesso riflesse all’interno delle palpebre, un giovane uomo che non può essere amato da nessuna e non può essere ferito da nessuno, eppure, e questo si percepisce guardandolo ruotare offrendo sempre le spalle indifese, eppure disponibile a tutto, indistruttibile. Quello sono io, pensa Mario: e in effetti è lui.”.
Mozzi ci offre sensazioni surreali con la leggerezza di un Salvador Dalì.
Addirittura il Franco Vaccari che conserva la sua fotografia di quattordicenne, ci sembra un personaggio fiabesco, quasi il Mangiafoco di Pinocchio: “Ogni tanto mi fermo a pensare quante persone, tra quelle che stanno dentro queste scatole, saranno già morte.”.
Scrivere per Mozzi è anche un gioco, lo si vede dalla costruzione di alcune frasi: “Se non me lo domanda, lo so. Se me lo domanda, e cerco di dirlo, non lo so.” (d’impronta agostiniana, “Le Confessioni”, Libro XI, 14.17: “Cos’è dunque il tempo? Se nessuno m’interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi m’interroga, non lo so.”); “Nella quarta fotografia l’espressione cambia poco, mostra solo un po’ di sorpresa, la testa non è al centro ma spostata a destra, alla destra di Mario fotografato, a sinistra di Mario che guarda la fotografia, lo sguardo sembra sul punto di orientarsi non più verso il basso ma verso sinistra, la sinistra di Mario fotografato, la destra di Mario che guarda: e da questa sinistra, di un Mario, o destra, dell’altro Mario, un viso di ragazzina, probabilmente coetanea del Mario fotografato, è entrato nell’inquadratura, quindi nella cabina, ha appoggiato la tempia destra, la sinistra per Mario che guarda, alla tempia sinistra del Mario fotografato, la destra per Mario che guarda, porta lo sguardo – divertito, con dentro il divertimento di chi fa una cosa blandamente proibita, una sorpresa, uno scherzo, una marachella, una disubbidienza senza senso di colpa – direttamente dentro l’obbiettivo della macchina fotografica, come avendone intuita non solo la presenza ma anche l’esatta posizione.”.
Una sessualità morbosa, a volte quieta e idilliaca (con Viola), a volte violenta (quella tra Santiago e il professore, o la scena sadomaso raccontata dalla lettrice di “Cosmopolitan”) ricorda quella dello scrittore lucchese Vincenzo Pardini. Santiago sarà una figura inquietante nel romanzo, una specie di ombra incombente e divoratrice. È l’incarnazione di una spiritualità cinica e fortemente corrotta in grado di assorbire tutto come un buco nero nell’universo. L’essere o il non essere, insomma. Troveremo, a proposito di un quadro dipinto da Gas (“La storia del Gas, 4”): “C’è tutto un fondo nero, di un nero che non è più nero-nero, ma con dei riflessi o delle trasparenze bluastre, di un blu molto cupo; in sostanza è diventato ancora più buio, quel fondo, più imperscrutabile, non è più un nero-piatto, è diventato un buio d’abisso, un vuoto tutto pieno nel quale lo sguardo sprofonda, sprofonda, senza mai vedere una fine, misterioso a perdita d’occhio.”.
Il sesso vi ha la parte di una luce e di un lampo che fermentano e s’impadroniscono del sentimento: “Lo dice a Viola: vorrei sciogliermi tutto, entrare tutto dentro di te, non con la violenza ma come un liquido denso e benigno, una specie di crema.”.
Questo romanzo ha un percorso a enigmi, ad ogni stazione si deve dare una risposta e la risposta non si trova e si va avanti con la lenta figurazione di un io problematico e incompleto, e, in sovrappiù, con la minaccia implicita di non riuscire a comporlo.
Gioco e dramma vi si intrecciano, nascosti dietro un sorriso beffardo, ma innocente, che attraversa anche taluni libri di cui cita i titoli e gli autori, quali veicoli del mistero che si sta provando a connotare.
Lettere e oggetti minuti sparsi nei libri e libri stessi si compattano per formare altro, per nascondere un contenuto e farne emergere uno differente che lo sovrasta.

La mente dell’autore si denuda nella costruzione di un qualcosa che non ha fondamenta eppure è titanico.
Si può trovare qui una chiave: “Decide che Viola sta giocando un suo gioco perché c’è qualcosa di cui vorrebbe parlargli, ma non ha il coraggio, e quel gioco le serve per riuscire in qualche modo, sia pure contortamente, e forse per mezzo di parole altrui, a parlargli.”.
In certe minute descrizioni si avverte la ferocia di una sadica ossessione che violenta ogni alternativa. Come qui (si precisa che Gas – un soprannome – è un pittore, suo amico): “Il miniappartamento del Gas è composto di due stanze e un bagno. Una stanza è la cucina-studio, cioè una stanza con l’angolo cottura e una finestra che dà sulla via, contro la quale è appoggiato un tavolo (due cavalletti, una tavola di compensato spessa un centimetro e mezzo). Questa stanza è adibita dal Gas a stanza per fare tutto, ossia per: dipingere, conversare con gli amici, cucinare, studiare, e qualsiasi altra cosa. L’altra stanza contiene due posti per dormire, cioè due materassi appoggiati in terra, e una quantità di tele e tavole dipinte e non dipinte, qualcuna appesa, la maggior parte semplicemente appoggiata contro il muro; una portafinestra dà su un cortiletto di due metri per due metri e mezzo, circondato da un muro altissimo, un cortiletto cieco, dove talvolta d’estate il Gas mette i quadri ad asciugare. Dalla stanza con i posti per dormire si va al bagno, che è lungo e stretto, un cunicolo. Anche tra la cucina-studio e la stanza per dormire c’è un corridoio stranamente lungo, forse quattro metri, e stretto, non ci si passa in due, e in salita: in salita dalla cucina-studio alla stanza per dormire. Sul tavolo della cucina-studio ci sono carte, disegni, posacenere – tre o quattro -, scatole di toscani, lamette, libri, blocchi e quaderni di carta per schizzi, e altre cose. Il tavolo, per chi entra, è a destra; a sinistra ci sono il lavello, il piano cottura, una dispensina e il frigorifero; di fronte alla porta d’ingresso c’è una libreria di legno chiaro piena di libri d’arte, di poesia e di matematica, i cui scaffali superiori sono a vista, quelli inferiori sono chiusi da antine vetrate. In mezzo, o dove vengono spostate volta per volta, talvolta messe una sopra all’altra, le tre sedie. Appesa al muro, nell’angolo tra la porta d’ingresso e la finestra, c’è una fodera di cuoio con dentro un coltello dalla lama seghettata lunga una spanna. Attaccate alla porta con il nastro adesivo ci sono – da sempre, o almeno da quando Mario conosce il Gas – due fotocopie in bianco e nero: una fotocopia di una riproduzione della ‘Cattura di Cristo’ di Caravaggio – Mario non è mai riuscito a farsi dire con chiarezza se si tratti di quella conservata a Dublino o di quella, pressoché identica, conservata a Odessa – e una fotocopia di una riproduzione di una delle ‘Annunziate’ di Antonello da Messina – quella più celebre, con la mano sinistra che trattiene il velo e la destra aperta, volta in basso, come in gesto che chieda quiete e silenzio. Di solito, per dipingere, il Gas socchiude due antine della parte bassa della libreria e le usa come supporto per la tela o per la tavola, che appoggia alla parte alta della libreria stessa. Ma in queste settimane il Gas sta facendo esperimenti con il dripping, come lo chiama lui, cioè con lo sgocciolamento del colore, e quindi lavora più che altro sul pavimento.”.
Come significativa, quasi maniacale, è la data del 17 giugno (quella in cui sono nati tanto Mozzi quanto Mario, che molto lo rappresenta, in questo romanzo che ha puntigliose valenze biografiche); la incontriamo più volte quale punto di origine e fermentazione di un avvenimento. È ancora un 17 giugno quello in cui Mario “è a bordo di un treno che da Padova va a Roma”. Padova è la città dove vive l’autore. Il singolo numero 17 è anch’esso ricorrente, e allo stesso modo maniacale; ad esempio 17 febbraio 1991, 17 ottobre 1998, 17 dicembre 1928.
In realtà, un filo sadico-maniacale attraversa tutto il libro. Si pensi al capitolo “La storia di Viola, 6”, in cui Viola, senza opporre resistenza, si fa mettere una fascia agli occhi e si lascia condurre in auto in una casa dove attende, distesa “a quattro zampe sul pavimento sporco”, che due uomini le facciano qualcosa.
Troveremo ancora: “Non si masturbava mai pensando a una persona precisa, aveva invece delle immaginazioni che lo spaventavano. Per esempio, immaginava il corpo di una donna legata a un palo, avvolta dalle fiamme, che bruciava. Oppure immaginava di essere legato, con un laccio al collo, accovacciato con la pancia a terra e che qualcosa gli venisse infilato a forza nel culo, dolorosamente.”.
E anche: “Quando Lucia gli appare nel sonno, il desiderio più grande di Mario è: evitare che all’immagine di Lucia si sovrappongano, si mescolino immagini di violenza. Non ha un desiderio preciso verso Lucia, non sa se ha un desiderio, desidera solo che tra le sue immaginazioni di violenza e Lucia non ci sia contatto.”.
Quasi un Dottor Jekyll.
Emana, infatti, anche una sensazione di doppiezza, di schizofrenia, in cui la parte buona si sforza di non lasciarsi dominare dalla parte cattiva.
E anche una sensazione di onirismo. La sequenza di alcune storie, contrassegnata da numeri progressivi, sa anche di onirismo, non solo perché il protagonista fa riferimento spesso ai sogni, ma perché la stessa scrittura accompagna una tale sensazione: “Mario non ricorda i sogni. Quando si sveglia, al mattino, spesso presto – non ha bisogno della sveglia -, gli sembra di avere la testa piena di cose sognate; ma nel giro di qualche secondo, nel tempo di fare i pochi passi dal letto al bagno, dimentica tutto. Sa di aver sognato, ma non è capace di ricordare nulla.”. È un’atmosfera rarefatta, sonnambula.

L’io si gonfia in una moltiplicazione che non dà risposte, ma esige interpretazioni impossibili: “Sogna ancora di sé stesso, ancora triplicato. Sta in fila indiana, questa volta: sé stesso, sé stesso, sé stesso. Vede, allora, che ci sono piccole differenze tra un sé stesso e l’altro. Ma allora non mi so, pensa nel sogno. Allora vede che i sé stesso sono quattro: il primo della fila, però, è una specie di telaio; una cosa fatta di filo di ferro; come certi porta-abiti che ha visti nelle sartorie, o nei quadri di de Chirico; sembra una bolla, una rete che ha la sua forma e sulla quale può essere tesa, eventualmente, la pelle.”.
Il lettore si accorgerà che quello del sogno è uno stilema ricorrente teso a spargere dubbi e dilemmi, a trasformare la realtà in dubbio e, meglio ancora in una evanescente ipotesi: “Quando Viola, avvolta nell’asciugamano, entra nella camera da letto piccola Mario si alza e la abbraccia. Sente l’odore del sapone, l’odore della pelle. Le scioglie l’asciugamano lasciandolo cadere. Appoggia il suo corpo sul corpo di Viola, la fronte sulla fronte di Viola. In quel momento ricorda tutti i sogni della propria vita, tutti insieme, ed è felice. Viola, ridiventata uccello, rizza il ciuffo e vola via per la finestra aperta.” Ma troveremo anche: “Il sogno sarà come una doppia vista che ci farà vedere l’interno delle cose al di là della bruttezza con la quale gli uomini così spesso ricoprono sé stessi e le cose del mondo. Sarà tutto bellissimo, e non sarà niente di speciale: solo essere vivi e liberi, amanti. Ti offro l’amore che sono in grado di fabbricare con le mie mani.”.
Tante sono le volte che Mozzi ambienta i suoi racconti sul treno, che esso ha finito per diventare una metafora della vita, talché ne ha fatto un libro apposito, di cui ho già parlato, lodandolo per la sua bellezza e la sua ironia: “sono l’ultimo a scendere e altre storie credibili”. Pure in questo romanzo incontriamo storie ambientate su di un treno in movimento, transeunte, traghettatore tra passato e presente.
In treno legge sempre. Se in strada possiamo trovarlo sprovvisto di libri, in treno no. Ne ha sempre uno nel suo zaino, lo estrae, lo apre e lo legge, incurante di ciò che gira intorno a lui, immerso invece, e rapidamente, nella storia. Il culto per il libro è manifestato con piacere e con orgoglio, il libro è come la fonte di ulteriore ossigeno che aiuta a vivere, ci sprona, ci rende meno vigliacchi e più aperti alle sfide.
Il lettore ne viene contagiato. Mario preferisce i romanzi lunghi con una copertina morbida, tale che si possano arrotolare per metterseli in tasca, e simpatizza per quelli scritti in prima persona: “Mario trova più interessante leggere un romanzo nel quale sembra che ci sia una persona che si alza in piedi a raccontare una storia, piuttosto che uno nel quale gli avvenimenti sembrano accadere perché un deus-ex-machina, o la giustizia divina, o il gran libro che c’è lassù e in cui è già tutto scritto, eccetera, li ha voluti così, e amen.”.
Gli piace leggere anche libri di poesie, di poesie brevi soprattutto e scritte da poeti minori: “A Mario piace leggere i poeti cosiddetti minori delle varie epoche perché lo interessa affiancare, alla lettura dei poeti veramente grandi, la lettura di quei poeti minori che attorno ai maggiori fanno, per così dire, da contorno e da paesaggio.”.
Mario, nel corso di una lunga riflessione, pensa: “Se mai vorrò diventare un poeta o uno scrittore, vorrò essere un poeta o uno scrittore minore e cult.”. È in questo capitolo, intitolato “La storia dei viaggi in treno, 2” (uno dei più intensi e complessi), che il lettore potrà gustare pagine divertenti sulle figure dei poeti maggiori, come Petrarca e Dante.
Lo si è già scritto: il romanzo non ha una storia lineare e il racconto spesso devia verso digressioni di pensiero che hanno a che fare con le ragioni quando dell’esistenza quando dell’arte. L’autore ha sempre pronti i suoi strumenti diagnostici finalizzati a sciogliere incertezze e complicanze, e accetta la sfida, anche se a priori sa di affrontare un terreno malfermo e scivoloso, dove nemmeno gli specialisti del corpo e della mente sono riusciti a muoversi con adeguatezza. Il lettore ne troverà di frequente, e sono come delle pause nelle quali, anziché dare ristoro alla mente, egli affronta una incognita e vi deve tenere testa.

È un romanzo tutto speciale, questo; sembra un esperimento o anche un prototipo che attende delle proliferazioni, però non facili, poiché è difficile essere Mozzi. Significativa questa frase: “La mia vita non è del tutto mia, è la porzione di una vita interminabile che attraversa le generazioni passate e attraverserà le generazioni future.”. Mi viene in mente, a parte che si tratta di un’opera a nove volumi, il “Tristram Shandy” di Laurence Sterne (1713- 1768), che nessuno può imitare all’infuori dello stesso Sterne, ovviamente redivivo.
A questo proposito, ecco un esempio, tra i tanti, della specialità di Mozzi: “Basta una sola vera poesia per fare un vero poeta, basta una felicità per fare un uomo felice, il poeta che una volta ha scritto una vera poesia inseguirà la poesia per tutta la vita, Mario che ha sperimentato la felicità crede che inseguirà la felicità per tutta la vita: e che non sarà infelice, non sarà più capace di essere infelice.”. Un altro esempio notevole ce lo offre il capitolo “La storia di Viola, 7” con una sequenza di scene simili tra loro, che si ripetono come in un disco che si è inceppato, e che offrono reminiscenze di scene descritte in altri capitoli. Mozzi gioca anche un po’ con il lettore, ne trae piacere, risarcimento e gratitudine.
Un’altra sensazione che la lettura ispira è quella di un Mozzi allo specchio; un Mozzi che guarda le sue fattezze materiali (non a caso troveremo citato il “Dorian Gray” di Oscar Wilde), e in esse cerca quelle invisibili e spirituali. Allo specchio ci passa delle ore. Crede di aver trovato, poi resta deluso e di nuovo si guarda, di nuovo resta deluso, e così via. Le pagine sono gli sguardi in quello specchio (significativo il capitolo “La storia del corpo”). Ci sono riflessioni, ragionamenti, che paiono bisticci, come se quegli occhi non riuscissero a fissarsi su di un punto e non sapessero riconoscere il centro focale. Bisticci e baluginamenti che si trascinano dietro la mente del lettore che ne segue l’altalenante percorso dei sì e dei no, delle risposte trovate e non trovate. Si può dire anche così: il protagonista cerca l’ago nel pagliaio, lo trova, ma si punge, ricavandone dolore. Una ricerca, la sua, che sembra svolgersi sotto le forche caudine dell’essere o non essere scespiriano: “Ero in una posizione strana: è straordinario come metta a disagio lavarsi in una stanza da bagno con la quale non si ha confidenza. Mentre sputavo l’acqua ho avuta la sensazione che ci fosse qualcuno dietro di me. Ho alzato gli occhi e mi è sembrato di vedere nello specchio un movimento grigioargenteo, lucente, che si ritirava dietro le mie spalle. Mi sono voltato di scatto, e non ho visto nessuno.”.
Per avere un’idea della ecletticità di Mozzi, basti confrontare tra loro qualche capitolo. Abbiamo già detto che all’inizio, s’incontra un periodare lungo, che poi sparisce e si fa vivo saltuariamente, ma non basta; s’incontrano anche atmosfere diverse quasi estranee l’una all’altra. Si vedano i due capitoli, quello che ci parla del romanzo e della poesia (“La storia dei viaggi in treno, 2”) e quello del pedinamento del Terrorista Internazionale (“La storia del Terrorista Internazionale, 1”, con doppio titolo: “La storia del Gas, 2”). Ponderosità e leggerezza si alternano (si veda la scorrevole scrittura nel capitolo “La storia del Capufficio”), rendono il protagonista Mario un essere tanto mai complesso che le venature della sua mente emergono a disegnare una sfinge. Siamo sempre nel bagno di cui alla precedente citazione: “Oggi so che il centro della mia anima sta nella schiena, tra le scapole, appena sotto. È il punto della schiena dove non posso arrivare con le mani. Ho la sensazione però che quel punto della schiena non sia il luogo naturale dell’anima: mi sembra quasi un rifugio, un luogo che l’anima abbia scelto perché il suo luogo naturale le è stato sottratto. Allora mi sono domandato quale sia il luogo naturale dell’anima e mi è venuta una paura improvvisa: che io avessi intravista l’anima, in bagno, proprio mentre stava facendo un tentativo di andarsene, di liberarsi da un corpo diventato intollerabile per lei.”.
Ci troviamo di fronte, davvero, a un prototipo di romanzo? Credo di sì. Mozzi è troppo intelligente e navigato nel mondo delle lettere, da non sapere che da queste pagine egli vuole estrarre tutto se stesso, anche ciò che vi è scritto con l’inchiostro simpatico. Per il lettore non è facile seguirlo in tutti i passaggi, talché viene da dire che, contrariamente a quanto avviene di norma, il vero recensore di questo romanzo non può essere che Mozzi stesso.
Così che le stesse donne, Lucia (“è come una traccia lasciata su di me, sul mio corpo”), Viola, Bianca e la figlia di quest’ultima, Agnese, finiscono per essere la sua cartina di tornasole: per certe ansie, certe contraddizioni, certe duplicazioni (“La storia di Bianca, 1” e “La storia di Bianca, 2, come se il lettore fosse all’oscuro di tutto), certa disinvoltura, perfino un certo narcisismo sessuale. Anche Rosa, che appare nel finale, con la sua malattia derivante dalla somatizzazione dei guai del cugino finito in galera, rientra nel quadro. Terribilmente inquietante, direi orribile, è invece la figura di Santiago (specie nel capitolo “La storia di Santiago,2”), un essere umano deviato e senza cuore, che s’inserisce con una violenza al massimo grado, un di più di un Mister Hyde o un di più di un Mefistofele della peggior specie, nelle perlustrazioni psicologiche dell’autore.
Nei dialoghi Mozzi resta il campione che abbiamo incontrato nella raccolta: “sono l’ultimo a scendere e altre storie credibili”. Causticità, nonsensi, ironia, leggerezza ne fanno un tratto speciale. Si veda, per esempio, il capitolo “La storia di Bianca, 6”, in cui si svolge il dialogo, al limite del surreale, tra Mario e Bianca. Oppure quello inimitabile intitolato “La storia della pelle” in cui si spiega l’anatomia del corpo umano all’essere che dovrà lasciare la sfera-mondo e vivere fuori della sfera-mondo.
Mozzi nei dialoghi riesce a imprimere tutto il succo di una storia, coi suoi tratti intimi e quasi invisibili, ma percepibili. Una sequenza dialogica di Mozzi, vale un intero racconto se non addirittura un intero romanzo.
È anche molto bravo a rendere la minimalità dei gesti, quasi una gestualità da burattino, come si vede bene nel capitolo (uno dei più completi e riusciti, insieme con “Una lettera”) “La storia dei genitori, 2”.

Ed è ciò che rappresenta in Mozzi la voluta, deliberata, esasperazione del raziocinio. Sono passaggi minuti ma scattanti proprio come quelli di una marionetta (“Non c’è burattinaio migliore di quello che non appare mai”). La mente è fortemente controllata, mossa a comando: “Mario in cucina apparecchia per due. Mette il pentolino del brodo sul fuoco, dopo averci aggiunta un po’ d’acqua calda. Infila i due pezzetti di lesso nel microonde. Passa l’insalata nella centrifuga. Guarda nel frigo. C’è la mostarda. Dà un’occhiata in salotto. Il padre ascolta un telegiornale.”; “Mario condisce l’insalata. Il microonde si è spento. Il brodo bolle. Mario riempie di farfalline una tazzina da caffè, le versa nel brodo. Sei minuti. Mescola. Toglie l’insalata dalla centrifuga, la mette nella ciotola di vetro. La condisce. Alle mele manca ancora qualche minuto, ma intanto mangeranno il resto.”.
Una nota speciale devo dedicarla ad uno degli ultimi racconti, “Una lettera”, già citato. Una figlia scrive al padre, che le ha inviato una busta con una lettera che la ragazza non ha voluto aprire, ma ugualmente gli risponde, accusandolo per le disgrazie della propria vita, che l’hanno costretta a abbandonare la casa quattro anni prima (il padre la stuprava): “Allora questa mattina, che è domenica, così che ho tutto il tempo, anche se per questi pensieri non mi basterà la vita, non mi sarà mai abbastanza il tempo, questa mattina mi sono messa a pensare con calma, nell’angolo cucina, qui, seduta al tavolo, con la busta vicina al mio gomito destro, e dopo aver pensato tanto ho pensato che non c’è nessun altro modo di far sparire una busta, di cancellarla completamente dal mondo, non c’è nessun altro modo, questo ho pensato, se non quello di mandare un’altra busta. Solo una risposta cancella una domanda, solo una frase cancella un’altra frase detta, solo un pugno cancella un altro pugno, mi sono detta; e così solo affidare un destino cancella l’affidamento di un destino. Si tratta di rispondere colpo su colpo. Di applicare la legge del taglione. Mi hai spedito una busta? Bene, anch’io ti spedisco una busta.”.
Sebbene il tono sia quasi un lungo e profondo respiro (“mentre ti scrivo mi sembra di essere come ancora una bambina piccola”), il suo contenuto ha la dimensione di una “Quinta” di Beethoven, di un attacco superbo di Wagner o di Verdi. Ancora: “Il mio desiderio più grande è, ti dirò, te lo dico sinceramente, il mio desiderio più grande è che questa busta sparisca da sé. Che smetta di esistere, o magari, che sarebbe meglio ancora, che smetta di essere mai esistita. Che tu non l’abbia mai preparata, riempita incollata e spedita. Che il postino non l’abbia consegnata. Che io non l’abbia trovata nella cassetta.”. Ed eccoci al centro, al cuore di questa ragazza: “Io sono stata innamorata di te, papà, e tu hai voluto che io fossi innamorata di te, mi hai fatto innamorare che ero ancora bambina, che ero ancora piccolissima, tutti i miei ricordi di me sono ricordi di me che sono innamorata di te, del più bel papà del mondo, del papà che mi voleva bene più di qualunque altro papà, del papà che ho conosciuto quando ero già una bambina grande, che avevo tanto atteso e desiderato, e tante volte me l’ero figurato in sogno, e prima ancora di conoscerlo ero tanto tanto tanto innamorata di lui. Ti ricordi? Ti ricordi, papà, che sono stata innamorata di te? Ti ricordi che mi hai fatta innamorare di te?”.
Lo stupro non è l’accusa più grave, che invece è questa: “… hai omesso di insegnarmi a costruire il mondo, a mettere le parole in modo che facciano esistere il mondo, così da poter parlare e dire le cose e mettere tutti i nomi, cioè quello che io sono più incapace di fare.”.
Il lettore scoprirà facilmente chi è la ragazza che scrive questa lettera non firmata. l’ha già incontrata nel racconto, ha già incontrato il gioco che le faceva suo padre: “… piegando un foglio di carta, fino a fare una specie di diamante, dove infilavi le dita per di sotto, e lo aprivi e lo chiudevi, io dovevo dire un numero, tu lo aprivi e chiudevi tante volte quanto il numero che io dicevo, e sull’ultimo numero si poteva aprire l’Inferno, che era tutto rosso o il Paradiso che era tutto azzurro”; le è sembrata docile e remissiva, pronta a donare se stessa, arrendevole quanto lo si possa mai essere. Ora finalmente, solo ora, ne vede il volto e ne vede l’anima.
Si badi, infine, che Mario in uno dei capitolo iniziali, “La storia delle fototessere, 1”, conosce il gioco e sa farlo.
E allora il lettore si domanda chi sia veramente Mario. Un Lautréamont? Un Rimbaud? Un De Sade? E perché il libro si chiude con l’orribile e atroce delitto sessuale nei confronti di una bambina da parte di Santiago e di Mario?
Ė a questo punto che ci si rende conto di aver fatto un viaggio, un lungo viaggio, all’Inferno.


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Bart