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LETTERATURA: Gli italiani visti da Luigi Barzini jr

28 Gennaio 2020

di Bartolomeo Di Monaco

I Barzini padre e figlio (entrambi di nome Luigi) furono grandi giornalisti e scrittori dalla penna limpida ed esemplare, di quelli, ossia, che non si possono lasciare nell’armadio polveroso dei dimenticati.
Il figlio Luigi ci ha lasciato un libro, “Gli italiani. Virtù e vizi di un popolo”, uscito nel 1964 in inglese con il titolo “The Italians”, che ancora oggi è punto di riferimento per chi studia il carattere specialissimo degli abitanti del Belpaese.
Di seguito si riporta un brano molto interessante:

“L’uomo moderno è il risultato di ciò che Cristianesimo e Umanesimo hanno abbozzato, e al trionfo del Cristianesimo e dell’Umanesimo ha contribuito decisamente, anche se in modo dissimile, il nostro genio. Al viaggiatore più distratto non sfugge l’onnipresenza dell’Italia in gran parte del mondo: in tutta Europa egli non può sottrarsi alla vista di chiese, palazzi, e monumenti modellati su disegni nostri. Architetti italiani hanno disegnato e costruito edifici e mura del Cremlino e il Palazzo d’inverno a Leningrado, artisti italiani hanno abbellito il Campidoglio di Washington.
Sarebbe superfluo parlare dei contributi minori alla vita d’ogni giorno se non fosse che, essendo così numerosi, passano inosservati e facilmente ni dimenticano. Si pensi alle indicazioni musicali, per esempio, comprensibili nei cinque continenti; oppure alla lingua marinara: greci, turchi, levantini d’ogni specie ancora chiamano ogni cosa, a bordo di un bastimento, con il suo nome italiano e danno gli ordini con gli imperativi di verbi nostri. Non esisterebbero pistole se non fosse per la cittĂ  di Pistoia; non esisterebbe il savon in Francia se non fosse per la cittĂ  di Savona; nĂ© vi sarebbero faĂŻences senza la cittĂ  di Faenza, gli articoli dì modisteria, detti in inglese millinery, o «Milanerie», senza Milano, i blue jeans senza Genova (Gènes letto all’inglese, dove si vendeva quel tessuto blu di cotone), nĂ© il fiocco Genova sulle barche a vela. Così il mondo non conoscerebbe il celebre Neapolitan ice-cream, o gelato napoletano, le Roman candles che noi chiamiamo bengala, il Bologna sausage o mortadella, quelle ante traforate di legno che gli anglosassoni chiamano veneziane, Venetian blinds, e noi persiane, il formaggio parmigiano, le galline livornesi, la terra di Siena, e molte altre cose Gli italiani hanno scoperto l’America per gli americani; hanno insegnato agli inglesi l’arte poetica, gli accorgimenti per governare, la teoria dell’equilibrio delle forze, le astuzie bancarie e commerciali; ai tedeschi i primi elementi dell’arte militare e l’impiego delle artiglierie; ai russi la recitazione e la danza classica; l’arte culinaria ai francesi, e la musica a quasi tutti. Infine, se un giorno questo nostro mondo dovesse dissolversi in una nuvoletta di polvere radioattiva spersa nella Via Lattea, ciò avverrebbe grazie agli ordigni nucleari creati con l’apporto decisivo dell’intelligenza italiana.

Non si può negare che quegli eminenti italiani abbiano reso grande l’Italia, una Italia, almeno, la nazione spirituale, la terra della cultura, dell’arte, delle idee, della quale soltanto i figli migliori possono in verità essere considerati cittadini, insieme agli illustri stranieri che, in ogni secolo, vi si sentirono moralmente a casa loro. (Essere italiani, in tal senso, non è la conseguenza di una coincidenza geografica ma piuttosto una scelta, una vocazione, un grado di maturità dello spirito.) Come è noto, tuttavia, quegli stessi eminenti personaggi non riuscirono a rendere grande e fortunata un’altra Italia, il concreto paese degli almanacchi, della geografia e della storia. In effetti si potrebbe asserire che molti di quei giganti dell’intelletto e della virtus abbiano esercitato una fiacca influenza, o non ne abbiano esercitato affatto, sui loro conterranei Non è, si badi, che gli italiani non amino e non ammirino molti dei loro personaggi illustri. Ne vanno matti. Li scelgono, però, a modo loro. Hanno sempre apprezzato ingegnosi e scintillanti letterati, capaci di stupirli, commuoverli e distrarli; hanno delirato per ballerini, cantanti, attori, musicisti, architetti, drammaturghi insigni, purché fossero ingegnosi e appassionanti; hanno adorato santi generosi di miracoli; hanno rispettato e onorato anche scienziati, filosofi, storici, purché non tentassero di diffondere idee sconvolgenti. Hanno, altresì, seguito e applaudito principi, condottieri, dittatori, per taluni dei quali sono anche morti volentieri, pur gioiendo sempre della loro rovina. Tuttavia si può affermare che una buona parte dei nostri grandi, forse la maggioranza, ha avuto vita grama da noi.

La cosa non è insolita, si dirĂ : nessuno è profeta in patria. Anche altrove, è necessario ammettere, vi sono esempi numerosi di eminenti personaggi che furono perseguitati dai loro connazionali. Tuttavia vi è una differenza, una differenza significativa. In altri paesi civili dell’Occidente i giovani che sentono lievitare nell’animo un’ansia di grandezza trovano, senza molte difficoltĂ , la strada aperta. I vecchi li aiutano. I coetanei li incoraggiano. There is always room at the top, dice un proverbio inglese, «c’è sempre posto in alto». Quasi tutti questi giovani ambiziosi contribuiscono al benessere, alla cultura, alla potenza, alla grandezza civile della loro patria. Alcuni di essi diventano eroi nazionali e monumenti di bronzo. Da noi, in tutti i tempi, tali giovani devono nascondere la loro vocazione se vogliono campare. A pochi è permesso diventare grandi in vita. A molti, tutt’al piĂą, è concesso diventare famosi, il che è tutt’altra cosa. Quelli che non si possono sottrarre al loro destino, di spingere con l’esempio e col pensiero i connazionali verso la grandezza civile e morale, lo fanno a loro rischio. Niccolò Machiavelli fu tenuto lontano dagli affari importanti, imprigionato e torturato; Giovambattista Vico visse in miseria; Galileo Galilei fu processato per la sua ostinazione scientifica; Garibaldi fini sorvegliato dalla polizia. Cercarono pace lontano dalla patria Dante Alighieri, Giuseppe Mazzini, Ugo Foscolo, Enrico Fermi, Toscanini, Salvemini, e infiniti altri. Ve ne furono, come Tommaso Campanella e Pietro Gian- none, che trascorsero in carcere gran parte della vita; altri furono bruciati sul rogo come Giordano Bruno e Savonarola, impiccati come i patrioti della Repubblica partenopea, scannati come Pisacane, trucidati dalla folla come Cola di Rienzo.”.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart