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LETTERATURA: Gocce di non-tramonto

14 Febbraio 2008

racconto di Gian Gabriele Benedetti

[Oltre a numerosi libri di poesia, ha pubblicato la raccolta di racconti “Paese”, Lalli Editore, 1986]

Scendo lentamente lungo la mulattiera che si stacca dall’abitato, come a liberarsi dalla stretta morsa di muri scrostati.

Ai lati si stende man mano la campagna terrazzata. Qua e là, negli angusti campi trasandati, chiazze di ranuncoli sciorinano il loro lume giallo, quasi compatto, simili a tappeti ondulati. Lampi rossi di pochi papaveri tardivi ravvivano di tanto in tanto il verde esangue di poggi assetati.
La giornata limpida d’estate dà alle colline intorno una dolcezza immobile nel cielo azzurro a varie gradazioni. Persino i sassi calpestati paiono imbevuti di tale chiaria.
Una carezza d’aria, quasi impercettibile, bisbiglia, di volta in volta, profumi diversi, maliziosi, casti, invitanti, saputi, dimenticati e risaputi. Il volo breve di qualche cardellino scivola rapido e si perde tra i cespugli, appena il tempo di vederne il frullo colorato e di sentirne il trillo frenetico.
Scendo lentamente lungo la mulattiera, in religioso atteggiamento, in questa terra cara ai pensieri dei solitari. Gli occhi si smarriscono sgranati, inquieti, avvolgenti, accesi, prigionieri di seduzione a scavare ed a spogliare ogni angolo, come se fosse la prima volta a mostrarsi: cercano, ansiosi, lembi di un passato da stivare nella stanza di mai spente nostalgie.
E tutto riconduce ad allora, fra il tremolio di veli di una favola vissuta, gustata, assorbita: i cespugli di bossolo, cresciuti a dismisura, che a tratti si alternano a siepi contorte di more rossastre; i gelsi, ora patiti, lungo i filari di viti imbastardite; le casupole rade, scure, appassite dagli anni e dal disuso; la polla solitaria alla roccia di capelvenere e di felci, con rivoli di lacrime lucenti alla ricerca di secchie avide che non ci sono più; la maestaina di mattoni consunti a racchiudere ancora l’esile Madonna di gesso sbiadita, dal sorriso smorzato, col capo chino su fiori secchi di una fede remota; le capanne contorte, disfatte, pietosamente a vacillare sotto il peso del tempo…
Dietro il minuscolo colle, nascosta, non vista, palpitante, la mia vecchia casa…
Alcuni passi con le ginocchia che si piegano ed il cuore in fuga. Ed eccomi, quasi in un sogno, di fronte ad essa: piccola, annerita, screpolata, raggrinzita, con l’uscio sgangherato, le finestre come occhiaie vuote, il tetto ferito, sconvolto, carico di musco… L’orto di fianco, l’orto dei miei giochi con voli di fantasia a superare ogni confine e steccato, cancellato da sterpi e rovi, arrampicatisi fin su ai rami dell’annoso pero agonizzante, non più assuefatto alla bianca, incontenibile felicità dell’aprile festoso.
Rondine tardiva al nido disfatto, mi ritrovo, ma per me è sacra quest’immagine che ho dinanzi: è il mio tempio abbandonato, dove stanco posso ritornare a cercare forze smarrite. Lì dentro, in quelle misere stanze, e lì intorno, tra quei tentacoli soffocanti, è imprigionato il mio mondo, tutto quel mondo tenero che reco con me, trattengo con mani trepide ed al quale mi aggrappo nello smagato sorriso dei giorni.
Rimango immobile con l’emozione a serrare la gola. Avverto maledettamente vicino il brusio di momenti assaporati, spuntano richiami infocati di visioni distanti e la memoria si riempie decisa di odori, di quegli odori buoni dell’infanzia che già prima mi ravvolgevano e mi invitavano.
Una lacrima dolce, lieve scivola piano sulla guancia. Mi rigenera.
Quassù, dove la vita non fa chiasso, ma si arricchisce di lusinghe ammalianti, per davvero ho sepolto perennemente l’animo assetato, anche se i miei passi vagabondi mi conducono ancora altrove, fra pagine diafane di abitudini insulse. E quassù ritornerò sempre ad attingere calde gocce di non-tramonto.


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Bart