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LETTERATURA: Gomorra, il presepe e gli eroi

7 Novembre 2008

di Stefania Nardini 

Forse con la faccia di Saviano ci faranno le statuette per il presepe, come ha detto qualcuno ironizzando. E magari sarà vero. Perché il bisogno di avere un eroe non è soltanto degli artigiani di S. Biagio dei Librai. Anzi tra i pastorari napoletani e la platea nazionale c’è una differenza: per i primi è una consuetudine piazzare sul presepe un personaggio popolare, mentre la platea ne ha un bisogno fisico, come una medicina che serve a metabolizzare colpe, errori, responsabilità. Conosco l’area di cui Saviano parla. La conosco da cronista. E ne ho un ricordo più che nitido.
Saviano era ragazzino quando da quelle parti c’era il mercato degli schiavi, cioè dei braccianti neri usati per la raccolta dei pomodori, quando la Domiziana era zona di accoltellamenti, puttane, droga.
E Sandokan, il mitico Francesco Schiavone, ex killer, non si faceva tanti scrupoli a minacciare i cronisti che da quelle parti non avevano e non hanno vita facile.
Saviano era ragazzino ed in prima persona ha vissuto l’escalation della criminalità in una terra dove si ammazza per poco e niente, dove tutto è illegale, dove chi parla rischia la pelle.
Perché laggiù nulla è cambiato, anzi la mattanza continua colpendo anche poveri cristi che nulla hanno a che fare con il branco di cocainomani al servizio delle famiglie.
Saviano ha fatto bene a scrivere Gomorra, come fece bene ad anticipare il suo lavoro sul sito Nazione Indiana. Come ha fatto bene a pubblicare con Mondadori il suo libro, occasione irripetibile, il più delle volte irraggiungibile, anche per uno scrittore collaudato. E con un colosso dell’editoria Gomorra è divenuto inevitabilmente “fenomeno”. Perché ha fatto conoscere agli italiani un pezzo di paese che quasi nessuno immaginava. E dunque bene ha fatto Saviano. E bene ha fatto anche Mondadori a pubblicarlo senza tante remore. In Mondadori gli editor non sono allineati, non sono soldati al servizio della proprietà, e questo è risaputo. Ma nella casa di Segrate un testo come Gomorra non nuoce politicamente. Perché come ha la forza di denunciare il crimine quotidiano con una potenza che oltre le rive del fiume Garigliano fa accapponare la pelle, politicamente non è una lama di coltello come quelle riportate sulla copertina. Perché poi, al di là dell’emozionalità di cui si nutre il paese, chi conosce quelle zone sa benissimo della collusione che esiste tra politica e camorra. Camorra che non è solo quella che spara, ma che tiene le redini usando una cultura diffusa in queste terre di sangue, una cultura ancestrale nata dal bisogno di una protezione inventata da codici locali, lontana anni luce dalle regole dello Stato.
Ma, detto questo, Saviano ha fatto bene. Mettendoci il desiderio di utopia di chi a trentanni non vuole arrendersi. Ritrovandosi cosi’ ad essere eroe nazionale perché lo minacciano di morte. Ovviamente era il minimo che ci si potesse aspettare. Lo sanno bene certi cronisti che ogni giorno si sporcano le mani per un titolo nell’edizione locale!
Dunque essere pro o contro Roberto Saviano è il solito non sense all’italiana. Perché la vera indignazione sono i programmi televisivi in cui si inviano messaggi di solidarietà a questo giovane che forse lascerà l’Italia, sono i salotti dove la soubrettina rifatta scuote il capo dall’orrore, sono i mezzi busti televisivi che fanno opinione e che solo dopo Gomorra hanno finalmente inviato le telecamere nelle terre di nessuno.
Lo scoop è servito. Ma con decenni di ritardo signori miei! Perché prima dell’icona Saviano le telecamere hanno varcato raramente le rive del Garigliano per vedere cosa stava succedendo. E non ieri. I casalesi, il traffico dei rifiuti e della droga nella Piana dei Mazzoni c’erano e ci sono. Anzi hanno attraversato indenni il passaggio dalla prima alla seconda repubblica.
Ma all’epoca il trauma da servire era un altro: i politici ladri. E magari era vero, ma tutto il resto? Un ladro da solo, come una rondine, non fa primavera.
Ora siamo a un giovane scrittore esordiente che diventa simbolo della lotta alla camorra. E, con tutto il rispetto per Saviano, spazzando via vittime innocenti, e il lavoro di giornalisti in prima linea considerato poco piacevole per le pagine nazionali dei quotidiani che avevano scelto di propinare ai lettori immagini più positive.
Quante volte nelle redazioni campane qualcuno ha detto “basta con i morti ammazzati!”. E quei morti, quegli agguati, quelle ingiustizie consumate in una terra che è un inferno non oltrepassavano mai le rive del Garigliano. Un mese fa un quotidiano locale ha pubblicato in prima pagina la strage di Castelvolturno in un francobollo poco più di una colonna di spalla, mentre i tg, cavalcando furbescamente l’effetto Gomorra, hanno evidenziato quella strage nei titoli d’apertura.
Allora sarà pure vero che Saviano entrerà a far parte dei pastori del presepe. Ma il giovane Roberto il miracolo l’ha fatto. E ora l’operazione mediatica é bipartisan: da Berlusconi alla Litizzetto, dal Presidente della Repubblica a Mentana. E poi? Quando i riflettori si spegneranno? Si tornerà a pregare. Magari davanti al presepe.

stefania.nardini@gmail.com 

(da “Il Corriere Nazionale)


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1 commento

  1. Comment di Gian Gabriele Benedetti — 7 Novembre 2008 @ 19:59

    Pagina significativa e profondamente sentita, pagina piena di verità, pagina totalmente condivisibile. Saviano e la Mondadori hanno per davvero piantato con coraggio e forza il coltello nella piaga ed hanno sollevato in modo esponenziale il grave, vergognoso problema che affligge soprattutto parte del Sud, ma non solo. L’effetto del libro, ed il conseguente film, è stato travolgente e dirompente. Finalmente quella cruda realtà, che c’è, c’era e spesso veniva avvolta quasi in una nebbia indifferente ed appannante, è risaltata in maniera più impetuosa. Qualcosa pare si sia mosso a livello di Stato, con l’invio, almeno nel Casalese, anche di soldati e con l’arresto di diversi esponenti della camorra. Certo il problema gravissimo della mafia, della camorra e di bestialità consimili si può risolvere sì con uno Stato più forte e deciso, ma occorrono anche comportamenti diversi e strategie mirate, secondo cui è oltremodo opportuno, come ben sottolinea Stefania Nardini, stroncare quel legame perverso che c’è, purtroppo, tra politica e cosche varie, ma anche, a mio avviso, creare in quei luoghi martoriati condizioni di lavoro, capaci di dare un avvenire sicuro soprattutto alle giovani generazioni.
    Se tutto questo (più Stato, più forze dell’ordine, politica più “pulita” e decisa e lavoro…) non si verifica al più presto e decisamente, se tutto finisce più o meno nel dimenticatoio oppure nel solito amorfismo, non ci resta davvero che raccomandarci al Divino Bambino che sta per nascere
    Gian Gabriele Benedetti

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