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LETTERATURA GOTICA: Carolina Invernizio: “I ladri dell’onore”

17 Ottobre 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Uscì nello stesso anno de “La vendetta d’una pazza”, il 1894.
Si avverte subito il fiato di una narrazione lunga, che si ripercuote su descrizioni più ampie e partecipate. È una quieta scrittura che si prepara ad un lungo viaggio: “Una porta abbastanza larga apre sopra un androne lastricato, alla cui sinistra si vedono alcuni usci stretti, tarlati; a destra uno sfondo oscuro, che fa capo ad una scaletta, resa scabrosa dallo strato di fango ammucchiato dal giornaliero passaggio degli inquilini. In fondo all’androne vi è un cortile, dove si trovano pure diversi usci che danno accesso a poveri quartieri: ma ciò che più colpisce il passeggiero che passa dinanzi a quella casa e vi getta una occhiata, è un largo tabernacolo, posto nel muro di faccia alla porta d’ingresso e che racchiude un affresco, rappresentante la SS. Annunziata.”.
In una di quelle luride abitazioni, una anziana donna è moribonda, assistita dalla giovane figlia di nome Gin, che così viene descritta nel momento in cui si alza per andare ad aprire l’uscio a cui era stato bussato: “La giovane si alzò ed allora poté vedersi come avesse il collo avvallato fra le spalle disuguali, e questa deformità faceva apparire più magro il resto della persona che altrimenti non sarebbe stata priva di grazia, tanto più che era di una statura giusta, non ordinaria tra le gobbe.”.
Tra la fanciulla, che la gente chiama la Gobba, e la madre morente c’è un conto aperto. Gin (il cui vero nome è Teresa Francone) infatti ha avuto una figlia che la madre ha nascosta da qualche parte e Gin vuole ritrovarla. Spera che la madre, in punto di morte, le riveli il posto dove l’ha rinchiusa.
La madre, soprannominata la Rava, era stata una merciaia, ma il lavoro che le procurava la massima soddisfazione era quello di mezzana: “Ella conosceva dei segreti per attirare gli amanti, farsi sposare dall’uomo che si desiderava; faceva il gioco delle carte, dava dei rimedii che si dicevano proprio miracolosi per far sparire la rogna, ed altre brutte malattie.”.
Il padre, Giuseppe Francone, pure lui gobbo e soprannominato Balota, fa il ciabattino. Marito e moglie non disdegnano di bere e di ubriacarsi.
Ma la moglie ha un amante, Giacone, “un omaccione dalla figura sinistra” e insieme combinano l’omicidio di Balota. La bambina, che ha sette anni, nascosta, vede tutto, lo dice alla mamma che le ingiunge di mantenere il segreto, o l’ucciderà: “Vuoi che ti strozzi, brutto aborto, vipera maledetta?”. La versione ufficiale resta che Balota è “morto stanotte di un colpo”.
Arrivati sin qui, già è presente in abbondanza il gusto gotico che crea nell’immaginario del lettore, figure e scene macabre.
Giacone e la Rava convivono e sono frequenti le scene di violenza che vede l’omaccione percuotere ed insultare spesso la donna. Gin cresce in mezzo a questo scandalo. Mandata a scuola, si rivela intelligente e profittevole, ma non basta ad allietarla. Una sera crede di aver ucciso Giacone dandogli una coltellata (e invece è rimasto ferito nello scellerato tentativo di violarla), fugge e decide di uccidersi gettandosi da un ponte sulla Dora (la storia è ambientata a Torino). Un ricco industriale di nome Attilio Morra la convince a non farlo, e le offre riparo in una delle case di sua proprietà.
L’autrice ci mette in guardia dal credere che Attilio sia una persona buona e disinteressata. Le attenzioni e le delicatezze offerte alla giovane hanno un prezzo: si tratta di aggredire in modo sottile ed elegante la virtù di Gin. E ci riesce: “Quella notte Gin si addormentò felice, con la testa appoggiata sul cuore del signor Attilio.”.
Rimasta incinta, le viene dalla madre sottratta la figlia e nascosta da qualche parte. Sono passati ben otto anni e Gin ancora non è riuscita a strapparle dalla bocca il segreto, né da Giacone, al quale ha dovuto cedere sperando di conoscere la verità: Ma anche il “barabba” Giacone non sa niente e l’ha solo ingannata.
È un losco dramma quello che ci viene rappresentato, dove ai buoni sentimenti presenti nella giovane, sono opposti cinismo e trivialità.
La stessa raffigurazione del bene affidato dall’autrice ad una gobba, lascia intendere di quanta oscurità e perversione la Invernizio intenda coprire la sua storia.
La madre, infine, afflitta da una gran sete, pur di ottenere l’acqua dalla figlia, le rivela (verità o bugia? Lo scopriremo nel finale) che la bambina si trova presso il padre, che l’ha voluta trattenere a sé: “l’ha pagata bene…”.
Allora pensa di andarsela a riprendere: “Nessuno aveva il diritto di sottrarle la sua creatura, neppure il padre, dal momento che era marito di un’altra donna.”.

Attilio ha una figlia proprio dell’età della figlia di Gin; si chiama Margherita. Quando la disperata donna si reca da lui e la vede, la crede sua figlia, e corre ad abbracciarla e baciarla, con meraviglia di Sofia, la moglie di Attilio.
Attilio le assicura che non è lei la figlia che sta cercando, e che lui mai aveva saputo di averla messa incinta.
Quando Gin torna a casa, sperando di ricavare dalla madre la verità, questa è già morta.
La Invernizio ci lascia nel dubbio. Attilio e Sofia hanno detto la verità? Margherita è davvero la loro figlia, e non la figlia di Gin?
La scrittura della Invernizio è rivolta alla tragicità. Ad esempio, il chiamare spesso Gin con l’appellativo “la gobba” ha lo scopo di mantenere cupa l’atmosfera dentro la quale si muovono i personaggi. Nessuno vi appare normale e tutti sono avvolti da un manto di mendacità.
Dovremo essere noi lettori ad intuire il candore delle coscienze e stanare il male là dove si nasconde.
È una sfida che ci lancia l’autrice.
Intanto gli anni trascorrono e siamo arrivati al decimo anno da che Gin si è messa a cercare la figlia, di cui ignora perfino il nome. A quest’ora dovrebbe essere una signorina. Ma come vive?
Una diciottenne molto bella, nello scendere dal tram, vi finisce sotto, ferendosi al capo. È condotta in una vicina farmacia e medicata dal dottor Ramello (“è sempre il primo ad accorrere in soccorso degli sventurati.”). È costei, la figlia di Gin?
Perché l’autrice ci mette sotto gli occhi questo incidente, uno dei tanti che dovevano accadere nella Torino del tempo?
Spontaneo immaginare che il giovane personaggio apparso or ora in scena sia niente meno che la figlia tanto cercata da sua madre. Sarà così?
Il suo nome è Lorenza Adile, commessa in un negozio: “Poteva avere diciotto anni.
I suoi capelli color castagno, avevano dei riflessi d’oro; i lineamenti erano assai regolari, delicati, la bocca molto graziosa, il nasino volto lievemente all’insù.
Vestiva con eleganza e semplicità insieme.”.
Guarda caso, nell’incidente ha perso il cappellino, e sapete chi l’ha ritrovato? Gin, proprio lei che, quando glielo porge, viene a sapere dalle stesse labbra della giovane che è un’orfana ed è cresciuta all’Ospizio.
Il lettore già attende il confronto e il disvelamento come culmine della storia. La Invernizio non ha paura di lasciarci indizi pesanti, e sa di tenerci al guinzaglio con gli occhi sgranati e la bocca spalancata.
I sottointesi che lascia si imprimono come i profumi in un’aria rarefatta.
Nella famiglia di Attilio Morra è conservato un segreto: Margherita è figlia di Sofia e di un suo amante, Berto (di cui sapremo tutto più avanti), e non di Attilio, il quale sa di non essere suo padre, ma l’ha accettata come fosse sua.
Ci sono già due fili che probabilmente sono destinati ad incrociarsi, quello che guida la storia di Margherita e quello che si porta con sé la storia di Lorenza.

Poiché Margherita sembra sicura figlia di Sofia, quale legame potrà mai esserci con l’altra?
Sofia, però, nutre dei dubbi (che si porterà dietro fino al loro scioglimento), ossia che Margherita non sia sua figlia e che sia stata scambiata con la sua vera figlia dal marito Attilio, visto il grande amore che le porta e che è innaturale per un uomo la cui moglie ha avuto la figlia da un amante: “Finge o l’ama realmente. È mia figlia o mi fu cambiata?”. Più avanti troveremo un’altra frase che ci mette la pulce nell’orecchio: “Attilio non era uomo da dare il suo nome, sopportare sotto il suo tetto il frutto dell’adulterio.”.
Eccoci in pieno mistero. E abbiamo fatto solo i primi passi. Tuttavia si ha già sentore che dobbiamo ricordarcelo questo interrogativo che angustia Sofia.
Il figlio di un ricco banchiere, un libertino, Piero Zanna, fa la corte ad entrambe, che sono state colpite dal suo fascino: “Ma Lorenza vale quanto lei, ed è un capriccio che voglio ad ogni costo levarmi.”; “Piero sognava ad occhi aperti: vedeva chinarsi verso di lui ora la figura bruna, ardente, appassionata di Margherita: ora quella bianca, soave di Lorenza!”.
Il banchiere, che si chiama Enrico, trovandosi a cena con il figlio Piero e sapendolo innamorato di Margherita, gli rivela che deve allontanarsi dalla ragazza poiché è la figlia di suo fratello Berto, nel frattempo morto, e di Sofia, quindi sua cugina. Il loro era stato un amore clandestino.
Ma il lettore sa che noi abbiamo fatto una ipotesi ancora più avanzata, ossia che ci sia stato uno scambio e quella che si chiama Margherita altro non è che il frutto della relazione tra Gin, la gobba, e Attilio. Ossia, Attilio, con lo scambio, ha voluto trarre a sé la vera figlia avuta da Gin (nel finale avremo i dettagli di questo scambio: “La Rava attendeva nella mia camera. Lo scambio delle due creature avvenne in pochi minuti.”).
Non c’è dunque nessuna parentela tra Piero e Margherita. C’è invece cuginanza tra Piero e Lorenza. Il padre Enrico dirà a Piero qualcosa che al momento non immagina neppure lontanamente sia la verità, ma soltanto una sua personale ipotesi: “Lo ripeto: Margherita è figlia di Attilio, lo prova la sua stessa tantissima rassomiglianza col padre, l’adorazione di questi per lei”. Potrebbe essere la conferma che si tratta della figlia di Attilio e di Gin. Più avanti, Gin, guardando un ritratto di Berto, dirà: “È strano come assomigli a Lorenza; si direbbe suo fratello.”. Che potrebbe essere una conferma che Lorenza è figlia di Berto e Sofia.
Invernizio si diverte a farci girare la testa, ma l’intreccio dato alla storia ci conduce a questo risultato.
Sarà così, oppure l’autrice ci sta preparando una trappola?
Andiamo avanti, ammirando la capacità della Invernizio a reggere un simile intrico.
Va notato che nessuno spiraglio di sentimento o di partecipazione alle emozioni dei personaggi compare nella secca scrittura della Invernizio.
Il romanzo va avanti per un pezzo esaltando questo equivoco in cui madre e figlia paiono non essere consanguinee, ma le figlie di ciascuna di esse essere il frutto di rapporti extraconiugali, fuori della cerchia familiare.
Succede così che Sofia crede che Margherita sia la figlia avuta con il suo amante Berto e la tratta con amorevolezza, e Gin crede che Lorenza sia la figlia avuta da Attilio, e pure lei la tratta amorevolmente (il lettore vedrà che i rapporti saranno rivoltati).
Si fa strada così il dramma di Piero e di Margherita che si amano, ma essendo considerati (sbagliando) cugini, i genitori negano il consenso al loro fidanzamento e dunque al loro matrimonio.
Il centro del romanzo si è spostato dunque su questo rapporto basato sugli intimi segreti e sull’equivoco.
Pare di rivivere, con qualche complicazione in più, la storia di Romeo e Giulietta.
Invernizio si muove assai bene nell’intrico di questi misteriosi rapporti. Tratta tutto seriamente, lasciando che sia il tempo a far maturare il disvelamento. Il lettore tuttavia ha fretta, e non v’è dubbio che quest’ansia faccia parte dello scaltro disegno dell’autrice, la quale traccia quest’altro indizio nel momento in cui Sofia confida al marito l’intenzione di Margherita di fidanzarsi con Piero, il nipote di Berto. Attilio, uscendo dal colloquio se la ride sotto i baffi, sapendo che Margherita non è la figlia di Sofia, bensì della gobba Gin: “Soffre e dubita e non sa l’inferno che io ho nel cuore; l’ho ingannata, ma ero nel mio diritto, e non era lei, no, che meritava la mia compassione.”.
Piero, intanto, ha diretto il suo corteggiamento a Lorenza, visto che per quanto riguarda Margherita, ha ricevuto il diniego del padre, e Lorenza (figlia di Berto e di Sofia) ben presto cede alle sue lusinghe, ignorando che Piero (figlio di Enrico, fratello di Berto) è suo cugino.
Va a vivere in un appartamentino messole a disposizione da Piero e lascia all’amica Rosetta, che abita sullo stesso pianerottolo, una lettera per Gin, in cui le chiede perdono per non avere ascoltato i suoi consigli.
Ricordiamoci che il romanzo ha un titolo sufficientemente esplicativo: “I ladri dell’onore”, e stiamo conoscendo quanto gli uomini meritino un tale appellativo, e anche quanto le fanciulle siano incline alla seduzione.
Se non ci fossero tanti anni di distanza e l’ambiente non fosse di gran lunga mutato, noi penseremmo al romanzo di Choderlos de Laclos, “Le relazioni pericolose”, del 1782.

Il romanzo è diviso in sei parti.
Quando inizia la seconda parte abbiamo un ritratto di come è diventata Gin la gobba. Lo disegna il garzone del Caffè Giacchino rispondendo alla domanda di uno sconosciuto, un vecchio vestito di lerci panni, un disgraziato che va in cerca di lei: “… dacché la conosco, l’ho sempre veduta tutta infagottata, con quella grossa cassetta sulle spalle, un viso arcigno, scuro; dicono che è una brava donna, che fa dei miracoli con le sue medicine, i suoi impiastri; ma io, grazie a Dio, non ne ho mai avuto bisogno, né mi fiderei; puzza di strega lontano un miglio, e non ci sarebbe da stupirsi avesse fatto un patto col diavolo”.
L’immagine della gobba acquista ora i contorni gotici di una strega. Dimenticata ormai la sua bellezza, che fece innamorare Attilio Morra.
Lo sconosciuto altri non è che Giacone, l’amante di Rava, la terribile madre di Gin, che le ha nascosto la figlia.
Fuggito di prigione è in cerca di Gin, e la trova. La donna lo rifocilla, ma lo prega di andarsene subito da casa sua. Sparisce dalla scena, ma per poco, poiché Gin pensa ora a servirsene per un suo disegno.
Abbiamo ora un colloquio tra Gin e Lorenza in cui la figlia si accorge e crede di avere conferma che Gin è sua madre.
L’autrice insiste cinicamente sull’equivoco, sapendo che noi già dubitiamo su questo tipo di consanguineità tra Gin e Lorenza, e vuole che cresca l’attesa sul disvelamento della verità.
Ci mette sulle tracce, però, poiché Gin vuole dare a Lorenza la certezza di quanto si sono dette. Si reca all’ospizio dove era stata allevata Lorenza e rimane perplessa quando le mostrano il lenzuolo in cui era avvolta la neonata nel momento in cui era stata accolta: “Quel lenzuolo non poteva appartenerle.
Era di tela finissima, morbido come la seta, un po’ ingiallito dal tempo, ma senza alcuna macchia. Solo un angolo era stato tagliato, per togliervi, certo, le cifre, che potevano porre sulle tracce di colei o di coloro che avevano abbandonata la bambina.”.
Si è detto di Giacone. Gin se ne serve per metterlo a spiare Piero, l’amante di Lorenza, il quale la sta trascurando, forse innamorato di un’altra. Di chi? È questo che Giacone deve scoprire.
Ma il lettore sa già la verità. Piero sta frequentando Margherita, che noi sappiamo essere la vera figlia di Gin: “Margherita si sentiva felice.”. Il padre, Attilio, vorrebbe che sposasse un giovane ricchissimo, Bruno (di cui più avanti sapremo la triste storia. Bruno è il cognome), ma Margherita lo tiene scaltramente a distanza.
Anche Lorenza attende che Giacone scopra chi sia l’innamorata di Piero, ossia la sua rivale.
Si sta dunque incidendo sul percorso che porterà le due giovani ad incontrarsi.
La Invernizio non ha fretta e ogni passaggio reca l’impronta della narratrice decisa e sicura, che sa muovere con delicata destrezza le sue pedine.
La scrittura si giova di questa maturazione della storia e acquista solidità, nonché ulteriore attrattiva.
Lo si nota in modo speciale in tutta la parte in cui si parla di Rosetta (ne abbiamo già accennato; è la dirimpettaia) che sta partorendo e desidera essere perdonata dai suoi genitori per aver abbandonato la casa ed essere fuggita col suo innamorato, Aldo. Le scene che si susseguono avrebbero potuto far tracimare il sentimento che scorre in quei terribili istanti, ma la Invernizio padroneggia la scrittura egregiamente.
Lorenza sa dalla gobba che Piero, che lei ama, fa la corte ad un’altra fanciulla, e noi sappiamo che si tratta di Margherita.
Ci troveremo dunque a vivere questa scellerata situazione in cui Gin si adopererà per togliere Piero dalle braccia di Margherita (la sua vera figlia) e attrarlo di nuovo verso Lorenza, che non è sua figlia, ricordiamolo, ma è la figlia di Berto Zanna (fratello di Enrico, il padre di Piero) e di Sofia, e dunque, come già si è detto, cugina di Piero.
Inoltre, poiché Gin crede che Margherita sia figlia di Attilio avutala da Sofia (invece sappiamo che il padre è Berto), e che Lorenza sia figlia di lei e di Attilio, le considera sorelle, figlie dello stesso padre.
Come vedete, alla Invernizio non mancano l’immaginazione e la capacità di costruire degli intrecci tortuosi. I maggiori personaggi vivono dentro una bolla d’illusione e di ipocrisia, e vi è, al momento, un uomo solo che sa la verità su Margherita, sua vera figlia, Attilio Morra (la sua complice, la Rava, madre di Gin, è morta).

Il quale sa anche di aver consegnato alla Rava, la quale a sua volta, anziché ucciderla, l’ha consegnata all’ospizio, la figlia di sua moglie e di Berto Zanna, zio di Piero. Non sa ancora, tuttavia, che la Lorenza circuita da Piero, è quella medesima figlia.
Il quale Attilio, a causa delle ingenti e stravaganti spese sostenute per i suoi vizi, non naviga in buone acque e sta per fallire. Tutti credono solida la sua famiglia, e invece stiamo per assistere al suo crollo. L’unica via di scampo è riuscire a combinare il matrimonio di Margherita con il giovane che abbiamo conosciuto, Bruno, il quale non ha buoni natali, ma il padre ha fatto fortuna e, morendo, gli ha consegnato un patrimonio immenso. Le nozze tra Bruno e Margherita lo solleverebbero da ogni timore, risolvendo i suoi problemi economici.
Il lettore non ha idea di come il breve riassunto che stiamo facendo del corposo romanzo sia poca cosa rispetto agli ornamenti e alle tessere che irrobustiscono i fili della complessa trama; e meraviglia la capacità singolare della Invernizio a immaginarla e costruirla pazientemente. Si rivela una campionessa di architettura e una sapiente conoscitrice dei travagli umani.
A complicare le cose ci si mette un delitto. Piero, che tanta parte ha avuto nella storia degli amori delle due fanciulle protagoniste, viene ucciso da Attilio in una lite, il quale aveva minacciato Piero di non osare più incontrarsi con sua figlia Margherita. Al suo rifiuto era sorta una furibonda lotta nella quale il giovane aveva avuto la peggio.
A scoprire il cadavere è Lorenza, che sarà accusata di aver preso parte al delitto.
Da questo momento il romanzo diventa un giallo e ne recepisce tutte le attrattive, compreso il ritmo che si fa febbrile.
Dovremo risparmiare al lettore ulteriori dettagli e qualche novità, onde evitare di svelare le parti succose delle indagini che si apriranno e porteranno alla scoperta dell’assassino (seguiremo anche tutto il processo), che già si conosce, ma le cui tracce si faranno complesse e reversibili, visto che egli saprà abilmente fugare i sospetti.
La Invernizio vi si muove a suo agio e non tralascia di toccare e sviluppare tutte le ipotesi. messe in campo dal processo.
Ci sfileranno davanti i sospettati e conosceremo le loro risposte agli interrogatori subiti.
La scrittura si è fatta incisiva e lapidaria, e contiene un crescendo che avviluppa e stordisce.
Un solo esempio: noi sappiamo che Lorenza è figlia di Sofia e di Berto, il fratello di Enrico, padre dell’assassinato Piero. Ebbene quando Enrico vede per la prima volta l’accusata Lorenza, prova una certa inquietudine. Quella fanciulla gli ricorda qualcosa, e noi sappiamo che non può che ricordargli il fratello defunto, di cui (egli non lo sa ancora) è figlia.
I sospetti, al momento, sono diretti a tre personaggi che conosciamo: Lorenza, considerata la mandante insieme con Gin la gobba e Giacone, reputato l’esecutore del delitto.
Le numerose pagine che seguono sono tutte intrise di verità e di menzogne, di passi falsi nelle indagini, di equivoci, di piccole verità che si stanno assommando, di deviazioni, di errori e malintesi.
Pensate: la bravura della Invernizio sta nel fatto di averci già reso noto l’assassino, eppure riesce a suscitare in noi l’ansia tipica di chi ancora non sa chi sia il colpevole. Si serve degli interrogatori e delle riflessioni e dubbi suscitati dagli stessi sospettati per raggiungere questo risultato.
Ad un certo punto, si arriverà ad ammettere che Lorenza e Margherita sono sorelle, e a questa rivelazione, al fine di proteggere quella che lei crede sua sorella, Lorenza si accuserà dell’omicidio di Piero.
Gin, quando a lei tocca la parola, esclama “Né Lorenza, né io siamo colpevoli, e Giacone non mi serviva ad altro se non per procurarmi la chiave di quell’appartamento e seguire i passi del signor Piero. L’assassino si nasconde nell’ombra, esso forse è in questa stessa sala per godere della nostra sconfitta e della propria impunità, ma non godrà lungo del suo trionfo, lo giuro.”.
Saranno i periti a scagionare i tre sospettati, a motivo che le impronte lasciate sul collo della vittima appartengono a delle dita che non potevano essere quelle dei ritenuti colpevoli. Inoltre vi è rimasta anche l’impronta di un anello che l’assassino portava al dito.
In sala si mormora, i giurati sono perplessi: Perché allora Lorenza si è accusata del delitto? I giurati non possono immaginarlo, ma noi sappiamo che Lorenza si è accusata per salvare Margherita, che (sbagliando) crede sua sorella.
Ce n’è da soddisfare ogni appassionato di gialli.
Assolta la maggiore indiziata, Lorenza, le indagini continuano per trovare il vero assassino.
Intanto si acquisisce un altro punto che ingarbuglia abilmente la trama: Lorenza, che ha sentito dire da Gin che Margherita è sua sorella, non ci crede, ed è decisa a chiarire il mistero; e non solo, è decisa anche a scoprire chi sia stato l’assassino di Piero, convinta che non possa essere che un signore distinto e non un balordo qualunque.

Enrico, il padre di Piero, anche lui la crede davvero innocente, e le confida di sospettare che l’assassino sia Bruno, con il quale Margherita sta per unirsi in matrimonio. Bruno avrebbe tolto di mezzo, in questo orribile modo, il suo rivale in amore.
Come vedete, al momento ancora non si è aperta la pista che porterà ad Attilio, il vero assassino.
Gli equivoci che si incontrano nel corso delle indagini, restano tuttavia stimolanti e smuovono la curiosità del lettore per le conseguenze che si sviluppano grazie ad essi. Diventano storie nella storia, e la scrittura della Invernizio si rivela sempre più di una sorprendente modernità.
Ormai il lettore ha acquisito la certezza che quest’opera è, nel suo genere, un fine capolavoro.
Per scoprire la verità, d’accordo con Enrico Zanna, il banchiere, Lorenza andrà a servire presso Margherita, che intanto si è sposata con Bruno. Margherita non la conosce (non la conosce nemmeno la madre Sofia, che però ne resta affascinata), anche perché si presenta truccata e con un altro nome, Fede.
È in questa veste che ascolta, nel delirio in cui cade Margherita, presa dalle doglie, la verità sulla paternità del nascituro. Fede-Lorenza è la sola al suo capezzale e l’assiste nel parto. Sa, così che il padre della bambina è Piero e non Bruno.
Invernizio non descrive talune scene audaci, come questa del parto ed altre di natura sessuale. In due righe liquida vicende di questo tipo, per una scelta che riflette la sua particolare sensibilità.
Nata la bambina, Lorenza ne dà notizia al padre di Piero e gli rivela, senza remore, che è figlia di Piero e non di Bruno, che entrambi sospettano sia l’assassino di Piero.
Invernizio carica sul povero Piero pesanti fardelli, facendoci intendere, a noi che già conosciamo il nome dell’assassino, quanto un’indagine possa condurre a terribili deviazioni: “Anche il banchiere ormai era certo che Bruno avesse fatto il colpo, e Margherita non lo ignorasse.”.
Non la pensa così, Gin che, chiamata dal banchiere Enrico Zanna, gli dice che per lei l’assassino del figlio Piero è Attilio Morra.
È la prima volta, dunque, che Attilio viene sospettato da qualcuno. Anche Margherita dubita di lui. Si è aperta una crepa. Vediamo se si chiuderà o si amplierà fino a diventare un precipizio: “Ma ognuno portava in cuore il proprio dubbio, il proprio sospetto, il proprio segreto.”.
Non c’è niente da invidiare a Agatha Christie o a George Simenon.
Si ha la sensazione che il grumo dei fatti accumulati al principio del romanzo, e che ha innestato nel lettore tanti interrogativi, ora l’autrice lo stia sciogliendo a poco a poco come la neve di un ghiacciaio. All’operazione inziale di accumulo, sta seguendo la trasparenza e la fluidità dei vari rivoli che ne scaturiscono.
Uno dei più inquietanti si scioglierà con la sorprendente e inaspettata visita che Attilio farà alla gobba, durante la quale le insinua che Margherita è la figlia della loro relazione, e non Lorenza. Attilio si è deciso a questo passo, poiché la bambina di Margherita è stata rapita, ed egli crede che Gin la gobba sia coinvolta e sappia qualcosa. Se lo dirà, lui le rivelerà qualcosa su Margherita.
A rapire la bambina sono stati invece Lorenza e il padre di Piero, il banchiere Enrico, servendosi del suo vecchio domestico Batistin. Ora Pieretta (questo è il nome che il banchiere le ha dato) si trova nella casa di quest’ultimo, assistita dalla sorella di Batistin, Luisa, e dalla balia di nome Nana.
Enrico, a domanda di Margherita, le rivelerà d’essere stato l’autore del rapimento e che conosce il luogo dove si trova la figlia di Margherita, che lui sa bene essere figlia di Piero, e dunque sua nipote. Le fa anche capire di custodire un segreto che riguarda suo padre Attilio: “Non sapete quello che ha fatto vostro padre nel passato, quale inganno tese a sua moglie.”. Allude allo scambio delle due bambine.
Sofia invece sospetta ora del marito Attilio, il quale, sapendo che Margherita è figlia non sua, ma di Berto, ha voluto, con lo scambio, vendicarsi.
Scoperte alcune lettere tenute segrete da Attilio, Sofia dubita perfino che il marito abbia ucciso il suo amante Berto, avvelenandolo. Si conferma, vieppiù, che Margherita non sia sua figlia, e che Attilio l’abbia scambiata con un’altra (e noi sappiamo quanto è vicina alla verità!). Margherita, a sua volta, dubita che a rapire la sua bambina sia stato il marito, Bruno, il quale, poverino, è da altri, come si è visto, e dalla stessa Margherita, sospettato di aver ucciso Piero.
Il ritmo della narrazione si è fatto lucido ma tumultuoso. Gli eventi si snodano e manifestano uno dietro all’altro, facendoci gustare una capacità di regia ammirevole.
Non ci sono punti di debolezza nella trama e nella scrittura perentoria dell’autrice.
All’accusa che Bruno riceve da sua moglie Margherita, così risponde, pieno d’ira: “La pazzia non può scusare il tuo sospetto su di me. Io, così vile, da assassinare un uomo, solo perché lo supponevo mio rivale? Io, così miserabile, da strapparti dal seno la nostra creatura e forse ucciderla, sempre pensando a quel morto [Piero], venuto adesso a porsi fra noi? E sei tu che hai pensato a ciò? Sta bene, non ho più altro a dirti, ma questo non m’impedisce di andare in traccia della verità.”.
Notate quanta movimentazione è esplosa in queste poche pagine, in cui si trovano coinvolti i maggiori protagonisti, ciascuno col proprio segreto e il proprio sospetto. Tutto ruota come un’ombra intorno alla verità.
Maestria e abilità assolute dell’autrice.
Una lunga confidenza (una vera e propria opera d’arte, un cameo) tra Sofia e Gin la gobba metterà in chiaro alcuni degli aspetti che si stavano chiarendo, ma non ancora chiariti: “L’uscio si aprì: comparve la levatrice, tenendo fra le braccia la mia creaturina fasciata ‘Datemela datemela’, esclamai sollevandomi con sforzo sul letto. Attilio stesso la prese dalle mani della levatrice per deporla nelle mie. Ma tutta l’emozione potente da cui mi ero sentita invasa si calmò ad un tratto, osservando la bambina. Era adorabile, non lo nego, ma nulla dei suoi tratti ricordavano i miei o quelli di Berto. Assomigliava perfettamente a mio marito e, cosa ancora più singolare, la piccina era così robusta, formata, che sembrava avere più di un mese.”.
Molte nebbie si diraderanno e il lettore si compiacerà del modo esemplare in cui le molteplici verità che erano nascoste, vengono alla luce.
La soluzione del giallo, già conosciuta dal lettore, arriverà dopo una serie di ipotesi e veleni. I quali fanno di questo romanzo un libro avvincente e perfettamente riuscito.
Nel finale troveremo anche, accanto al sentimento romantico controllato da una scrittura severa, la conferma del gusto gotico dell’autrice, lieve, appena sussurrato.


Letto 102 volte.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart