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LETTERATURA GOTICA: Carolina Invernizio: “La sepolta viva”

22 Ottobre 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Uscito nel 1896, ha un titolo che lo accomuna ad un libro omonimo di Francesco Mastriani, del 1877.
La scena che apre il romanzo ci ricorda un quadro del giovane Picasso in cui è raffigurata una morente, con intorno una suora e un medico.
Una giovane di circa sedici anni, Maria, è moribonda, infatti, e ha attorno a sé la mamma, la baronessa Giulia Costanzi, già vedova, e “di una bellezza straordinaria”, la quale scongiura il medico, Carlo Rapallo, di salvare la figlia, ma il medico non dà più speranze.
Infatti muore: “All’alba venne il dottore con due uomini che portavano la cassa. Rosalia aveva acceso altri ceri nella stanza e disposte molte rose intorno alla morta. Più tardi vennero alcune fanciulle vestite di bianco, seguite dalle compagnie religiose e da preti, per il trasporto della salma.”.
Nel romanzo il gusto gotico si palesa sin dall’inizio. Il medico Carlo, qualche anno prima, si era trovato nello stesso cimitero dove ora è stata sepolta la piccola Maria: “Carlo avrebbe voluto scoprire ciascuna di quelle tombe, trovare il segreto di ogni morto sepolto.
Mentre così pensava, con la testa e le mani che ardevano come per febbre, vide in uno degli angoli del cimitero un punto rosso, che sembrava un lume, e come un’ombra che si alzava e abbassava ad ogni istante.”. È il becchino Gianmaria (“un uomo forte come un toro”), il quale, dissotterrata una cassa, stava spogliando il morto per appropriarsi del corredo: “… il mio maggior guadagno è nei capelli delle donne se li hanno belli e lunghi.”.
Tra il medico, che lo aveva sorpreso a rubare, e il becchino si stabilisce un patto. Il medico terrà segreto il vizio scellerato di lui, e il becchino, che si è impegnato a non spogliare più i morti, gli fornirà segretamente dei cadaveri da sezionare, una delle ambizioni del medico.
Carlo gli chiede di poter avere nel suo gabinetto di studio il corpo di Maria, onde sezionarlo e capire quale sia stata la causa della morte. Affare fatto, risponderà il becchino che, per quell’incarico, ha ottenuto una ricompensa più alta.
Il cadavere di Maria viene puntualmente consegnato, di notte: “La poverina era pallida, fredda, ma il suo viso non aveva ancora preso il lividore proprio dei cadaveri. Le sue forme sparivano sotto l’ampio vestito bianco, le mani si erano disgiunte e la treccia nerissima pendeva lungo la tavola.”.
È un inizio folgorante e ci viene in mente il romanzo gotico di Mary Shelley, “Frankenstein”, del 1818 o i tanti racconti di Edgar Allan Poe (1809 – 1849). Mi viene in mente, in particolare, il suo “Ligeia”, del 1838.
Il medico inizia l’autopsia: “Con atto subitaneo si chinò su quel misero corpo. Ma l’affilato ferro chirurgico aveva appena intaccato il tessuto epidermico che ne sprizzò un fiotto di sangue rosso vivissimo. Al tempo stesso la morta mosse una mano, mandò un lieve gemito, e le sue labbra mormorarono…”.
Dunque, Maria è viva!
Il dottore le dice: “Non piangete, non piangete. Capisco il pensiero che vi agita. Senza di me voi sareste stata sepolta viva. Dio, Dio che cosa orribile!”.
La ragazza non desidera, però, che si sappia quanto è accaduto. Vuole che la si creda morta. Le dice il dottore: “Ormai non appartenete più al mondo dei viventi: siete cancellata dalla lista dello Stato Civile.”.
E allora? Che cosa potrà mai succedere a causa di questa incredibile decisione? Siamo appena all’inizio del romanzo e la Invernizio ci mette di fronte ad una storia che ha dell’incredibile. Per quanto tempo si potrà tenere nascosta la verità? A che cosa mira la sedicenne Maria? Quale segreto nasconde?
Ad un certo punto, Maria scompare, lasciando un biglietto a Carlo in cui rivela d’amarlo e che a tempo debito gli spiegherà ogni cosa.
La ritroviamo con il nome di Marion in un locale dove fa la cantante e ha molti ammiratori. Si fa passare per trovatella.
Quale potrà mai essere il suo segreto se ha accettato di vivere una vita faticosa, mentre, tornando in seno alla famiglia, la baronessina avrebbe potuto godere di una esistenza agiata e senza preoccupazioni?
Dalla tetraggine di un cimitero Invernizio ci ha trasferiti nell’atmosfera allegra e passionale di un locale notturno.
Due persone si sono innamorate di Marion (Maria): il conte Arnaldo Ricca, che ha sposato la vedova e baronessa Giulia Costanzi, la madre di Maria, creduta morta; e il medico Carlo Rapallo, che l’ha salvata dalla morte apparente.
Carlo viene condotto dall’amico Luigi Ribotto (medico come lui) a teatro dove si esibisce come cantante Marion e, senza svelarsi, la riconosce: “Maria, il suo amore, il suo sogno doveva ritrovarla così?”.
Maria lo allontana da sé; ella sarà Marion, la nuova veste che ha indossato, la sua mascheratura, fino a tanto che non abbia compiuto la sua vendetta.
Di questa vendetta, Invernizio non ci dice niente. È un riuscito motivo di suspence. Non ci fa trapelare alcun indizio.
Invece è innamorata segretamente di Carlo, Lisa, la sorella dell’amico Luigi: “Lisa non era una bellezza, ma riusciva oltremodo simpatica per la bontà che era evidente nella sua fisionomia, per il sorriso franco delle sue labbra.”.
Filippo, un ufficiale di cavalleria amico di Giulia sin dall’infanzia, è innamorato della donna, le fa la corte, aiutato in questo dalla domestica della baronessa, Rosalia.

Ecco disegnati alcuni filoni che terranno il lettore incollato al romanzo. La curiosità si è accentuata aggiungendo al segreto di Maria, che cerca una misteriosa vendetta, gli amori di Carlo e di Arnaldo per Maria, e di Filippo per Giulia.
Quando si traccia la vita della baronessa Giulia, si scopre che da piccola ha assistito all’assassinio compiuto dal padre nei confronti della moglie, accusata di tradirlo, e di avergli sentito dire che lei era figlia del proprio amante. Inoltre, aveva fatta la prostituta in strada e in una occasione aveva incontrato il barone Fernando Costanzi che, impietositosi, l’aveva sposata.
Siamo nella fase della tessitura dei fili e degli intrecci, al momento non intuibili nei loro sviluppi.
Invernizio ha messo in gioco molto pedine, infatti.
Vi aggiunge quella che ci informa che Carlo (il quale ama Maria) si è sposato con Lisa, la sorella dell’amico Luigi; e quella che la baronessa Giulia ha avuto un bambino, Guelfo, dal nuovo marito Arnaldo Ricca.
Ma non basta. Intanto Maria-Marion è andata ad abitare nel vecchio palazzo del barone Fernando, cedutole da Arnaldo, e a questa notizia, Giulia è sconsolata. Ancora non ha visto la cantante Marion, e dunque non sa che la nuova proprietaria è nientemeno che sua figlia, creduta morta: “Il palazzo del defunto barone in mano ad una cantante?”.
In più, Arnaldo fa la corte assidua a Marion, senza riconoscere in lei la piccola Maria, creduta morta. Marion riconosce invece nell’uomo il nuovo marito di sua madre, la baronessa Giulia, e sta al suo gioco.
Sappiamo ora quale è la vendetta che Marion va cercando e la confida proprio ad Arnaldo. Sua madre Giulia ha ucciso suo padre avvelenandolo.
Nel corso della festa organizzata per festeggiare la nascita di Guelfo, ci si accorge che il bambino non è più nella culla; è sparito.
Quanto sopra è narrato senza infondervi alcuna emozione. I personaggi si muovono in un ambiente che si potrebbe dire asettico e la Invernizio usa la parola come uno strumento chirurgico.
Non troviamo sbavature sentimentali, e le occasioni che ne offrirebbero il fianco, sono vinte da una asciuttezza esemplare.
Il quadro che si delinea è questo: Maria (ora Marion) ha saputo che il padre è stato avvelenato dalla mamma, Giulia, la quale aveva avvelenato anche lei. Entrambi destinati ad essere sepolti vivi. Ha scoperto che Arnaldo, il nuovo marito di Giulia, non sa nulla di questo avvelenamento; è totalmente estraneo. Ma la madre, un’autentica assassina, si è incapricciata dell’ufficiale di cavalleria Filippo e ha deciso di avvelenare pure Arnaldo, per sposare il nuovo amante. Una vera furia, una mantide religiosa.
E Guelfo, il neonato dall’unione di Giulia con Arnaldo, chi lo ha rapito?
Alla domanda di Carlo Rapallo, il medico che la salvò, e al quale sta facendo le sue confidenze (per ora è il solo che ha riconosciuto Marion per Maria) fa capire che anche quel bambino sarebbe stato avvelenato insieme al padre Arnaldo, per liberare il campo al nuovo spasimante, Filippo: “Se siete venuto qui per parlarmi a favore di mia madre, avete fatto un passo inutile. Se avete timore per quel fanciullo, rassicuratevi; in qualunque luogo egli sia, sarà sempre più sicuro che tra le braccia di sua madre.”.
Mettiamo questa descrizione esemplificativa dello stile assai severo della Invernizio: “Una pioggia fine fine, mista ad un vento freddissimo sferzava i vetri, le persiane, faceva camminare speditamente i passanti. La via Lagrange era deserta: tutte le botteghe erano chiuse i lumi già spenti. Era vicina la mezzanotte. Un uomo che indossava un lungo pastrano, con un cappello calato fin sugli occhi, andava rasente i muri delle case, ma senza allungare troppo il passo, come se gli tornasse indifferente la pioggia o il vento, finché, fermatosi dinanzi ad un portone chiuso, trasse una chiave di tasca e si accinse ad aprire.”.
Il lettore converrà che l’efficacia di questa scrittura deriva da uno sguardo sulla realtà che non ha mascherature sentimentali. L’autrice crea gli intrecci e ne allunga i fili impassibilmente verso un orizzonte che solo lei conosce e che il lettore non può ancora immaginare, anche se qualche volta può accadere, ma in questo romanzo la Invernizio non ha incertezze e tremori. Va dritta per la sua strada. Anche quando il contenuto è di sapore romantico, non lo è mai la sua scrittura.

Marion sta diventando la calamita che attira tutti i personaggi maschi di questa storia. Chi per un verso, chi per un altro, hanno tutti a che vedere con lei. Che genera nelle rispettive mogli, sentimenti di odio e di vendetta.
Giulia ne è gelosa e litiga con il marito, il conte Arnaldo Ricca, e nel corso della scenata, a Arnaldo scappa detto che Marion gli ricorda la povera Maria.
Giulia ne resta colpita e vuole vederci chiaro, e promuove un’indagine per scoprire chi sia davvero Marion, la cantante, affidandola ad un vecchio servitore, Stenio, il quale andrà a servizio in casa di Marion, apposta per spiare.
Il lettore si aspetta, a questo punto, due risoluzioni: il disvelamento che Marion altri non è che Maria e l’incontro tra madre e figlia; nonché il riconoscimento che Guelfo, il bambino rapito a Giulia, sia ritrovato.
Le pagine che ci preparano al finale stanno sciogliendo molti interrogativi, e il percorso appare spianato da una serie di confidenze e circostanze, ciascuna delle quali irretisce il lettore. La trama non è sfuggita di mano, né sfugge, all’autrice. Un dolore continuo passa attraverso le pagine di questo romanzo. Il passaggio della verità attraverso questa zona di rammarico e di tristezza, si piega al dolore, dolore per le occasioni perdute, che non ritornano più, per i segreti che si sono erroneamente conservati nel proprio animo, per le diffidenze, le gelosie, le incredulità, le bugie, le resistenze, i cedimenti, le speranze, le coincidenze; tutto ciò spiana una ampia palude di relazioni temerarie, felici ed infelici.
La verità si va piano piano componendo, leggera come una piuma, in una prosa che scioglie gli ostacoli; i malintesi e gli intrecci si snodano; la loro complessità iniziale viene abbattuta come muro dietro al quale si nasconde un po’ di felicità. Le cattive intenzioni diventano pudibonde e si dissolvono onde scomparire per sempre.
Ci troveremo davanti ad arresti, scarcerazioni, sospetti, gelosie, rivelazioni varie che contribuiranno a mantenere alto l’interesse del lettore, sino all’ultima riga.
Diremo solo che a Giulia, anche lei creduta morta, accadrà di vivere la stessa esperienza della figlia e temerà di essere sepolta viva: “Le ore passavano; nessuno più veniva. Ad un tratto sembrò alla contessa di sentirsi avvolgere la faccia con una benda ed un fazzoletto di seta, impedendole così di poter scorgere quanto avveniva intorno a sé. Sentì solo che l’alzavano di peso: poi le parve che la deponessero dentro una cassa e alcune voci di uomini, che non riconobbe, arrivarono alle sue orecchie. (…) Parve a Giulia sentir ricadere quel coperchio sulla testa; in pochi minuti aveva sofferto tutto quello che una creatura umana può soffrire in una vita intera, e l’ultima sensazione fu così forte e terribile che ella finì col perdere ogni conoscenza, smarrire completamente i sensi.”.
Se non le accadrà di essere sepolta viva, lo dovrà alla figlia, a quella Maria-Marion, che aveva tanto odiato. Ma il destino interverrà ancora sulla sorte di Giulia, ma questo lasciamo al lettore di scoprirlo da sé.


Letto 199 volte.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart