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LETTERATURA GOTICA: Carolina Invernizio: “La vendetta d’una pazza”

11 Ottobre 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Il romanzo è del 1894.
Una donna stremata dalla fame cammina nella notte come una pazza, lamentandosi. Per sua fortuna incontra un “medico burbero, misterioso, che viveva tutto solo, come un orso, in una casetta lontana dall’abitato, che non esercitava la sua professione che verso i bisognosi, dai quali non si faceva pagare”. È il dottor Moro che, acceso un fiammifero, in quella notte buia, vede nel volto della donna la miseria in cui era sprofondata. La conduce a casa sua, dove vive con un anziano domestico: “… ora che l’ho ricoverata sotto il mio tetto, mi diventa cara.”.
Si appalesa subito il rapporto tra bene e male, e il primo soccorre chi si è lasciato travolgere dal secondo e vive nella sordità dei buoni sentimenti. La sconosciuta crede di essere tutta nelle mani di Satana e che Dio l’abbia abbandonata.
La scrittura della Invernizio è diretta, senza fronzoli.
Nella casa il dottore ha un quadro dove è raffigurato un uomo che ha davanti a sé un patibolo. Alla domanda della donna, il medico rivela che è il ritratto dell’uomo che disonorò e uccise la sua fidanzata, e quel quadro è lì per ricordargli che egli deve cercare la figlia di lui per fare la sua vendetta.
La sconosciuta osserva il quadro, trovando nell’immagine un qualcosa che la inquieta.
Le curiosità del lettore, come si vede, sono state accese e stimolate sin dal principio.
Ma la Invernizio non lo fa attendere di più e soddisfa subito la prima curiosità: quella sconosciuta, il cui nome è Nara, una ballerina fuggita dal manicomio, dove, creduta pazza, era stata rinchiusa, è proprio la figlia dell’uomo ritratto nel quadro. La quale, anziché spaventarsi, decide di far innamorare di sé il medico: “mi farò amare da lui…”.
È evidente che ha un disegno tragico nella sua mente esaltata, una qualche vendetta da compiere. Ci si domanda, visto il proposito di Nara di farsi amare: Essa può passare attraverso l’amore?
È ciò che andremo a scoprire e ci stimola.
Mara crede di aver patito un sopruso; si accenna a un suo tentato delitto per il quale è stata condannata al carcere, e da lì tratta in manicomio, poiché era riuscita a simulare la pazzia:
Due nomi emergono, intanto, quello del conte Guido Rambaldi, di cui era innamorata, e quello di sua moglie Clara, la sua rivale.
Dalle descrizioni si comprende che la ‘pazza’ doveva condurre una vita sufficientemente agiata.
Senza dubbio, comunque, un demone è dentro di lei.
Nel fuggire dal manicomio ha incontrato una povera merciaia in un bosco, ne riceve alimento e assistenza, e poi, onde impossessarsi dei suoi documenti d’identità, la uccide: “Ed agile e forte com’era, si gittò all’improvviso sulla merciaia, la stese a terra, le pose un ginocchio sul petto, e la strinse con le dita nervose intorno alla gola. Fu l’affare d’un minuto.”.
Nulla di più atroce che uccidere una donna, che le aveva generosamente offerta una parte della sua colazione, al solo fine di rubarne le vesti e l’identità: “La pazza non è più. È risorta merciaia.”.
Rubati i documenti d’identità occorreva fare di più, rendere la morta irriconoscibile: “L’occhio di Nara scintillava in quel momento proprio del fuoco della pazzia; una rabbia selvaggia s’impossessò di lei. Coi piedi, ella pestò il viso dell’infelice, che le aveva per così dire, salvata la vita. Con un selce le sfondò un occhio freddamente, senza provarne orrore e ribrezzo.”.
Si noti la gelidezza di questa descrizione, che riesce a mantenere nettamente separata l’autrice del romanzo dal suo personaggio.
Così vestita, coi panni dell’uccisa: “nessuno avrebbe riconosciuta in lei l’elegante e bellissima Nara, la pazza, forse a quell’ora inseguita.”.
Trovato il corpo della merciaia, spacciato dalla polizia per quella di Mara, la voce dell’assassinio si diffonde e genera sgomento e paura.
Nella casa dei conti Rambaldi Mara è conosciuta e la notizia della sua morte genera meraviglia. Di lei, di una sua vendetta si aveva paura.
Invernizio ci presenta rapidamente, citandone appena i nomi, i personaggi di questa nobile famiglia. A frequentarla è anche il dottor Moro, che aveva curato e ospitato Mara, non riconoscendola. Egli nutre dei sospetti su quanto dichiara la polizia e su quanto scrivono i giornali. La donna uccisa, che noi sappiamo essere la merciaia e non Mara, è infatti risultata incinta dalla perizia effettuata sul suo corpo; e il dottore ha ragione di credere che non sia Mara che trovavasi rinchiusa e vigilata in manicomio, anche se gli altri della famiglia ammettono che essa possa aver subito una qualche violenza nello stesso manicomio in cui era ricoverata, dato che era molto bella.
L’autrice comincia a disegnare il mondo in cui Nara si è mossa fino a che non è stato commesso il delitto oggetto di quello che è stato chiamato “il processo Rambaldi”, in cui lei era l’accusata, poi ritenuta colpevole e pazza e punita con la reclusione in manicomio.
Di questo processo sapremo più avanti.
Il disegno apparecchiatoci dalla Invernizio è quello di un quadro ancora composto di ombre e di mistero, nei quali ha voluto immergerci senza che noi possiamo ancora prendere una strada precisa che ci conduca ad una logica conclusione.
Una tecnica da thriller.
Il palcoscenico è già colmo di personaggi, ma ancora non sappiamo quali siano i maggiori.
Intanto, il dottor Moro, per aiutare Nara a trovare una occupazione, racconta ai Rambaldi ciò che gli è capitato con l’incontrare la sconosciuta nel bosco e chiede che aiutino la giovane, viste le precarie condizioni in cui si trova.
Nella casa, ad ascoltare il racconto, si trovano Clara moglie di Guido, Guido stesso, la loro figlia Lilia con la nutrice di quest’ultima, Gertrude, Alfonso e la moglie di lui, Ines, oltre a un notaio. Alfonso e Guido sono cognati, e il primo è fratello di Clara.
Non è stato dato ancora un volto a costoro, mentre di Nara è già tutta evidente la sua crudeltà.
Intanto, la mattina successiva, dopo aver passata la notte in casa del medico, questi, nel darle il buongiorno, nota la sua straordinaria bellezza, seppur rinchiusa in quei miseri cenci della merciaia uccisa, e Mara, prontissima, si accorge di aver fatto colpo su di lui, e orridamente pensa: “Ci è cascato, ora di quell’uomo ne farò quello che voglio.”; “… quando le passioni si destano sul declino dell’età, sono più terribili di quelle che si traversa in gioventù.”.
Al medico ha detto di chiamarsi Rosita e riesce a convincerlo a tenerla in casa con sé, disposta anche a fare la serva.
Poiché il medico ha voglia di parlarne, quando sono a cena Mara gli chiede, astutamente, di raccontarle la storia del processo Rambaldi, tenutosi a Firenze, processo che lei conosce molto bene, essendone stata l’imputata principale.
Raccontate, le dice Nara, facendogli capire che ne ha sentito parlare: “Ah! sì, sì, ricordo che ne fu fatto molto rumore. Si trattava di una moglie avvelenata dall’amante del marito, poi seppellita viva e risorta per l’opera di un fratello.”.
Del processo tuttavia si dirà poco; si saprà che Nara aveva, sbagliando, somministrato del narcotico, anziché del veleno, alla sua rivale Clara, entrambe innamorate di Guido, che Clara aveva sposato. Data per morta, Clara era ritornata in vita e nel processo Nara era stata riconosciuta come l’autrice del tentato omicidio e, considerata pazza, era stata rinchiusa in manicomio, da cui, come sappiamo, è riuscita a fuggire, ritornando sulla scena con il nome falso di Rosita.
Un’altra sera il dottore incomincia a raccontare un’altra storia, di quando era medico a Siviglia, dove aveva condotto i suoi studi. Aveva aiutato una giovane, Manola, rimasta senza genitori, e questa, nonostante la differenza di età, gli aveva chiesto di sposarla, essendo innamorata di lui. Succede però alla viglia delle nozze, che un uomo, di nome Rul, che era stato ospitato in casa del medico insieme con una sua figliola, Nulì, violenta e uccide Manola. È arrestato e condannato a morte sul patibolo, ma il medico non è ancora soddisfatto e si è messo in testa di rintracciare la bambina Nulì per farle fare la stessa fine della sua amata Manola.
Il lettore si è già domandato, a questo punto, se Nara sia quella Nulì che il dottor Moro sta cercando.
La risposta gli viene data subito. Terminato il racconto, e rimasta sola, Nara si rannicchia nel suo letto, ha un sorriso spietato e dice tra sé: “Se egli sospettasse chi sono, ma lo saprà un giorno, lo saprà.”.
Nara-Nulì è dunque il punto di congiunzione tra il processo Rambaldi e l’assassinio di Manola. Le due famiglie dei Rambaldi e del dottor Moro sono state ferite dalla stessa donna.

I fili si intrecciano e i sospetti e gli interrogativi che si accumulano rendono ansioso il lettore.
La scrittura della Invernizio è concentrata sui fatti, li mette al centro della narrazione e non si disperde per altri lidi. Le descrizioni delle atmosfere e degli ambienti sono veloci e stringatissime, asciutte. Un esempio: “All’indomani la giornata era splendidissima: gli uccelli cantavano allegramente sulle piante, il sole inondava tutta la campagna; un profumo di gelsomini ricopriva l’aria.”.
Manca qualsiasi segnale di sentimento.
Del resto, tutta la scrittura ha in sostanza questa asciutta corda musicale.
Una sera, Nara decide di mettere in atto il suo piano di vendetta. Ha dato del narcotico al dottore e all’anziano servitore (che ne muore), e ha indossato gli abiti del medico per mascherarsi. Quindi si reca alla villa dei conti Rambaldi, incontra dei saltimbanchi e con loro prende accordi circa il suo piano, promettendo una ricca ricompensa in denaro, sottratto al dottor Moro, al quale lascia questo biglietto eloquente: “Vecchio imbecille, tu credevi di avermi innamorata e che io acconsentissi a divenire tua moglie; invece tu stesso non hai servito che ai miei disegni. Tu cercavi la figlia dell’assassino che inviasti al patibolo e l’avevi sotto il tuo tetto e non te ne eri accorto. Parto, portando meco il tuo oro e puoi ringraziare il tuo Dio, se ti risparmio la vita. Spero che non ci vedremo mai più. ROSITA.”.
Ecco dunque sciolto definitivamente l’interrogativo la cui risposta il lettore aveva già anticipato: Nara è la figlia di Rul, l’assassino condannato al patibolo per aver violentato e ucciso Manola, la promessa sposa del dottor Moro.
La vendetta di Mara è matura, intanto. Orchestrato il piano, con l’aiuto di uno dei saltimbanchi, rapisce Lilia, la figlia dell’odiata Clara e lancia questo anatema, nel mentre osserva la casa dei Rambaldi andare a fuoco: “Ah! finalmente anche voi piangerete, a lacrime di sangue. Vostra figlia è per voi perduta, e nel suo cuore porrò tanto odio verso sua madre, che la sua mano stessa sarà quella che mi servirà per colpirvi un giorno.”.
L’asciuttezza e la perentorietà della scrittura della Invernizio sono presenti massimamente nelle descrizioni, che pur tuttavia sono costruite in modo da suggestionare il lettore, al quale è affidata la facoltà di un personale ampliamento: “L’inverno era venuto, un inverno freddissimo, eccezionale tanto che anche i vecchi non si ricordavano di averne mai passato uno uguale.
A Milano la neve era caduta in gran copia e di un’altezza straordinaria, tanto che le carrozze non potevano più circolare per le vie, e pochi e rari pedoni s’incontravano per la città.
Suonavano le 8 di sera; la nebbia era fittissima; il silenzio aveva a poco a poco guadagnate tutte le strade ed i sobborghi più popolati.”.
Siamo a Milano, poiché è lì che si sono rifugiate Mara e la piccola Lilia. La malvagia donna vi conduce una vita appartata ma signorile, tanto che la credono appartenente “a famiglia nobile”. Ricopre di tutti i vizi Lilia, cercando di legarla a sé. La porta perfino a teatro, sottoponendola all’ammirazione di tutti. Nara può condurre una vita così agiata, poiché ha ancora una discreta somma proveniente dal furto ai danni del dottor Moro. Del denaro, ricavato anche con la vendita di vari gioielli, ne era avanzato “ancora diecimila” franchi: “Si disse che quella bambina doveva essere la figlia di qualche principe.”; e della madre, che si fosse separata dal marito.
L’ordito della trama è lineare, trasparente; si parte dal basso e si verticalizza la storia senza deviazioni, a tale che un solo filo possa tenerla unita.
Nara riceve la proposta di matrimonio da un vecchio e ricco signore, che l’ha notata e se n’è invaghito.
È una trappola tesale dal dottor Moro, che cerca la sua vendetta. Intanto, assente Nara, Lilia viene rapita. Da chi? Dal conte Guido suo padre. Il dottor Morto e il conte avevano agito di concerto. Il dottore avrebbe liberato la piccola Lilia dalla presenza di Nara, facendola uscire di casa, e nel frattempo il padre, con la complicità della portinaia, che aveva le chiavi dell’appartamento, si sarebbe ripreso sua figlia.
Le cose procedono secondo i piani e ora Lilia è in viaggio per tornare da Clara, sua madre.
Nara, invece, si trova prigioniera e rinchiusa in una buia stanza a casa del dottor Moro e, a causa della sua mente esaltata e disperata, non vede che fantasmi.
Gli accenti romantici sono molto presenti. La stessa storia è stata costruita sul filo del romanticismo, e gli aspetti gotici vi appaiono tenuissimi, come qui, nel caso di Nara tenuta prigioniera dal dottor Moro: “E su quella parete passavano e ripassavano figure tremende, orribili, che si agitavano, stendevano le braccia verso di lei e quelle ombre ora si facevano piccine piccine, ora parevano smisurate tanto da toccare il soffitto.
Nara accovacciata sul tappeto tentava di sottrarsi a quelle orribili visioni, ma anche chiudendo gli occhi, le vedeva sempre, dinanzi a sé.”.
Siccome Lilia, ritornata a casa, non crede che Clara sia sua madre, si rende necessario trarre Nara fuori della prigione in cui il dottor Moro l’ha rinchiusa affinché dica la verità alla piccola.
Ci penserà Alfonso a condurre Nara dai Rambaldi con la promessa di renderle la libertà e il perdono, se avesse convinto la piccola Lilia, ossia che non era sua madre e che l’aveva ingannata, e che la vera madre era Clara.
È il momento ora di lasciare al lettore la scoperta di come questa storia drammatica finirà. Ci limitiamo ad anticipargli che il piano programmato da Alfonso e Nara sortirà una tragedia e che Nara subirà una dura condanna. Quale?
La narratrice ci racconta di avere fatto questo straordinario incontro: “L’anno scorso, andando a Trespiano, incontrai sulla pubblica via, un carretto tirato a mano da un ragazzino scalzo e lacero, che si fermava ad ogni istante per chiedere con voce piagnolosa l’elemosina ai passanti, a favore della donna, che trascinava sul carretto.
Guardai quella donna con un senso di repulsione e disgusto. Pareva contorta in tutte le membra, aveva un viso spaventevole, deforme, le guance chiazzate da macchie giallastre, gli occhi spauriti, il contorno delle sopracciglia ridotto a piaga; invece del naso due buchi neri, schifosi: un vero mostro insomma. Non parlava e mandava un suono stridulo, gutturale che faceva male a sentirsi.”.
Avrete sicuramente indovinato chi sia questa donna.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart