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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

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LETTERATURA GOTICA: Francesco Mastriani: “Il mio cadavere”

30 Agosto 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Il romanzo è del 1851, pubblicato in volume nel 1853.
Gustate questo avvio che ha la pacatezza di un Chiaro di Luna: “Se un viandante qualunque, trattovi per casualità o per vaghezza di solitarie meditazioni, in sull’imbrunire una bella sera di està dell’anno 1826 si fosse trovato a scendere pei Greppi posti a ridosso del Real Albergo de’ Poveri e di S. Maria degli Angeli alle Croci, si sarebbe certamente soffermato passando da costo a un povero abituro, diruto in gran parte per le scosse del tremuoto detto di S. Anna, avvenuto a Napoli nella sera del 26 luglio 1805. La cagione che avrebbe indotto il supposto passeggiatore a fermarsi dappresso a quell’abituro era il sentirsi in una stanza del secondo ed ultimo piano, quello propriamente che dava le viste di essere il più danneggiato, voci di pianto che avrebbero straziato un macigno; quelle voci erano la più parte di donne e di fanciulli; ed, alle smozzicate parole, ai moncherini di frasi che si mischiavano ai singulti di un pianto che parea di disperazione, si capiva che una cara persona di quella famiglia era morta o moribonda. Ed infatti, un uomo era presso a spirare.”.
Giacomo Fritzheim, “svizzero di origine”, è il nome del morituro, il quale, vedovo (la moglie è “morta per effetto di parto prematuro”), ha cinque figli, due femmine e tre maschi, Lucia la secondogenita, di quasi vent’anni, conduce la casa; il primogenito Giovanni, “era un idiota”, gravato anche dall’epilessia. Per la sua salute cagionevole aveva un modo di camminare che gli aveva procurato il soprannome di Uccello, e così sarà chiamato nel corso del romanzo: “… il tapino nel camminare, non potendo ben sorreggersi su i piedi, equilibravasi stendendo in certo modo le braccia e appuntando i gomiti, a guisa delle ali di uccello.”. Gli altri si chiamavano, nell’ordine di età, Marietta, Giuseppe e Andrea. Hanno anche un figlio adottivo di circa 22 anni, Daniele, che chiamano il Contino, il quale vive fuori della famiglia ed è maestro di musica: “Era Daniele un giovine di statura altetta, Di volto piuttosto bruno, di folti capelli bene allustrati e tagliati a leggiadra zazzerina; gli occhi parimenti scuri e melanconici acquistavano un’espressione di cupa intelligenza per l’inarcare ch’ei facea sovente le nere sopracciglia; non avea né baffi né barba.”.
L’autore ci fa sapere che Lucia ama Daniele, il quale dà solo a vedere di ricambiare la giovane, mentre ama un’altra di nome Emma, “ricca e nobile”. Ritiene che sia umiliante per lui sposare la figlia di uno stradiere, come si chiamavano allora gli agenti del dazio, ossia i gabellieri. Teme altresì che sposando Lucia, venga fuori la storia che egli fu adottato dalla sua famiglia, non essendo conosciuti i suoi genitori.
Il tema è già qui e ora vedremo che cosa ne saprà ricavare Mastriani per garantirci curiosità e attenzione. Sappiamo che egli è maestro di intreccio, e che la spontaneità dello scrivere, vicina alla prosa del popolo, gli è di grande ausilio.
Diremo subito che le opere che esamineremo d’ora in poi, non hanno i pregi annotati per “I misteri di Napoli”, pur tuttavia, lo scrittore vi lascia molte impronte pregevoli a segno del genio e della vocazione naturale al racconto. Egli è uno di quegli affabulatori che hanno avuto in sorte il dono dell’arte sin dalla nascita.
Giacomo morente riesce a far giurare a Daniele che egli sposerà sua figlia Lucia. Ma leggeremo delle tribolazioni della ragazza e delle prepotenze e discontinuità del giovane, le cui tendenze naturali confliggono con la passione per la musica e con la sensibilità che il praticarla richiede, talché una presunzione di natali più alti colpisce il lettore.
Sono gli ingredienti con cui si costruivano i romanzi di appendice, qui molto evidenti. La scrittura, tuttavia, si distingue per il suo garbo e la sua chiarezza, pur venendo incontro alla moda del tempo. A differenza che nei “Misteri”, non vi si ritrovano qui i segni di un qualche passo in avanti nella scrittura, quali avevano fatto il Manzoni, il Leopardi e il Fogazzaro.
Da ammirare, comunque, la sua qualità, che resta intatta, di regista, che il Mastriani anche in questo romanzo dimostra, al punto che non fa meraviglia di riceverne gli stessi impulsi che si ricevono dalla lettura di Charles Dickens.
Naturalmente il superbo e avido Daniele è ben lontano dal mantenere la promessa di sposare Lucia. Lui ha nel cuore la ricca e nobile Emma. Padre Ambrosio lo va a trovare e gli ricorda l’impegno, poiché Lucia è caduta nella malinconia, se non proprio nella disperazione, vedendosi abbandonata. Lo ammonisce alla maniera di fra Cristoforo nei confronti di don Rodrigo a proposito di Lucia Mondella (si noti la concordanza dei nomi): “Veggo che il vostro cavallo vi sta più a cuore che la povera Lucia, signore. Non ho più a dirvi che una sola parola: Dio salverà Lucia e le darà la forza di strapparsi dal cuore una passione cotanto infelice; ma Dio confonde anche i perversi, e guai… guai all’uomo che si fa gioco della vita del suo simile!”.
Ma Daniele è irremovibile e invita l’abate a fare opera di persuasione nei confronti della ragazza affinché si tolga dalla mente quella promessa e sposi un altro; “… un matrimonio ignobile mi ruinerebbe nei miei affari…”.
Ma chi è questa Emma, figlia di genitori spagnoli di alto lignaggio e provvisti di una ricchezza strabordante?: “Emma era il tipo della bellezza andalusa: carnagione e colori di miniatura, occhi di lustrino splendidissimo, sguardo elettrico, sopracciglia di velluto, labbra alquanto larghette, bottoni di rosa orientale, denti di una bianchezza abbagliante, sorriso di baiadera, lunghe le chiome e di un ebano fulgidissimo, cui ella soleva portare divise e scinte dietro gli orecchi, ovvero raggomitolate in grandi giri sulla coppa del capo.”; “Unica figliuola, ella era idolatrata da suoi genitori, i quali non avevano altra volontà che la sua, altro amore che di lei, altri pensieri che per lei, di cui andavano superbi più che di tutte le loro ricchezze e possedimenti.”.
Daniele è qui che vuole arrivare, come Julien Sorel de “Il rosso e il nero” di Stendhal, pubblicato circa vent’anni prima, nel 1830.

Si deve dire che questi grandi romanzi usciti nell’Ottocento, vere e proprie icone dell’arte, si diffusero dappertutto e rapidamente, influenzando molti autori impegnati a trovare idee e trame che avessero l’agio del gradimento del grande pubblico.
Riecheggiare in un’opera i loro stilemi significava già una garanzia di successo.
Ovviamente, anche Mastriani non ne fu immune e la sua larga fantasia dové essere contaminata da tali influssi.
Emma ha come insegnante di musica proprio Daniele. Il lupo, quindi, è a contatto con la sua preda, mascherato, ma pronto a ghermire: “Il giovine era vestito nella più elegante maniera; il gusto più fino avea dettato la norma del suo abbigliamento, il quale non usciva però dalla più stretta semplicità.”.
Fa di tutto per adulare la ragazza, mascherandosi come il lupo della favola dei Fratelli Grimm (1857), ma questa volta Cappuccetto rosso non ha bisogno del cacciatore per destarsi dalle lusinghe, poiché Emma, se pur giovane, ne sa una più del diavolo: “Da molto tempo la giovinetta si era accorta dell’amore di Daniele per lei, e ne gioiva. Daniele era per lei una ‘vittima’ ch’ella attaccava al carro dei suoi continui trionfi, e cui si compiaceva di turbare.”.
Sono schermaglie che attirano il lettore, non nuove nella letteratura, come si è detto, ma sempre valide e attrattive.
L’abilità di Emma di far credere e non far credere un suo innamoramento, rischia di tramutarsi in disperazione per Daniele: “Oh! perché ho conosciuto questa donna? La mia salute deteriora ogni giorno: ho abbandonato tutti i miei amici, tutte quelle famiglie che avrebbero potuto essermi utili… Non è possibile ch’io viva con tal serpe nell’anima: bisogna finirla; o Emma sarà mia, o io mi ucciderò, o ucciderò lei, perocché non potrei sopportare l’idea che un altro la possedesse!…”.
Emma frequentava l’alta società e a Napoli era considerata fra le giovani più belle. Quando prendeva parte ad una festa, le sue acconciature e il suo vestire, oltre ai suoi modi gentili e aristocratici, incantavano i presenti, destando l’invidia e la gelosia delle altre donne: “Emma avea dunque dato il colpo mortale alla moda di Parigi.”.
Daniele non ha, però, la sicurezza di Julien Sorel, non domina come lui sentimenti e situazioni, nonostante che dica a se stesso: “… se ella è superba e sdegnosa, io non lo sono meno di lei”.
Non abbiamo detto che, quando Daniele viveva ancora, come figlio adottivo, nella casa di Lucia, un giorno si era presentato uno sconosciuto, che, richiestogli alcune informazioni e assicuratisi che fosse il giovane che andava cercando, gli consegnò del denaro e gli promise ogni mese una rendita di 50 ducati. Di ciò era stato incaricato da un tale di cui taceva il nome.
Il lettore avrà pensato subito al vero genitore di Daniele che, fatte le ricerche dovute, era riuscito a ritrovarlo, ma intendeva ancora non rivelarsi. Ebbene, un giorno che Daniele si reca a casa di Emma, nota un ritratto che “colpì incontanente il giovin pianista: quello sguardo, quelle fattezze del volto quei basettoni che a guisa di doppio fuso prostendevansi sul labbro superiore, e quel pizzo lungo e dritto che gli scendeva insino alla gala della camicia; quella faccia insomma non era nuova per Daniele: essa disegnavasi nella sua memoria come un riverbero di lontanissimo passato”.
È suo padre quello dipinto nel quadro? O comunque vi è una parentela? Mastriani getta abilmente il sasso nello stagno e offre alla fantasia del lettore nuovi possibili scenari che ne sommuovono l’interesse.
È uno schema, ovviamente, anche questo, già noto e consumato, ma è il modo di raccontare che non fa mai tramontare l’interesse per la trama. E Mastriani in ciò è abilissimo.
Getta un’altra esca al lettore. Daniele si fa coraggio e va dal padre di Emma, il duca di Gonzalvo, per chiederla in sposa. Ne riceve un netto e indignato rifiuto. Come può una delle più antiche nobiltà della Spagna congiungersi con un maestro di musica? Ma Daniele gli domanda se fosse disposto a dargli la figlia in sposa nel caso diventasse entro due anni milionario. Sì, gli risponde il duca e firma un impegno in tal senso.
Diventare milionari in quei tempi era pressoché impossibile. Il duca ne è convinto, e presume che Daniele non possa affatto riuscire nell’impresa. Gli dice: “UN MILIONE rappresenta dieci generazioni di nobiltà.”.
La vera indole di Daniele si sta rivelando. Egli non è soltanto, come si era pensato, un procacciatore di dote, ma la sua ambizione riguardava anche le proprie qualità considerate superiori all’ordinario. La sfida recata al duca fa passare in second’ordine l’amore che prova per Emma. Lucia intanto è scomparsa dalla scena. Possibile? si domanda il lettore e si aspetta anche per questa mite e popolana ragazza un qualche riscatto. Che nel finale si avrà.
Daniele decide di andare all’estero a cercare la sua fortuna. Come non ricordare il romanzo di Emily Brontë, “Cime tempestose” (1845), in cui il povero ragazzo adottato dalla famiglia di Catherine, Heathcliff, si innamora della giovane e se ne va a cercare fortuna, tornando ricco ma troppo tardi, visto che Catherine si è nel frattempo sposata.
Il lettore conosce bene il celebre romanzo tradotto in film più volte, e non può non porre attenzione agli sviluppi che Mastriani intende dare alla sua storia d’amore.

Il 1 gennaio 1827 è il giorno che Daniele lascia la sua casa per recarsi a Londra. Alla carrozza viene a salutarlo Lucia, “pallida ed emaciata dalle sofferenze, vestita miseramente, e tutta cosparsa di lagrime”.
Nel vederla, Daniele si commuove. Salutata la sorellastra, “Seduto nella diligenza che aveva preso il galoppo, Daniele piangeva!”.
Il vuoto momentaneo lasciato nel romanzo da Daniele viene subito colmato dall’arrivo in scena di un altro personaggio, ricco e bizzarro, il baronetto Edmondo-Isacco Brighton conosciuto anche come il conte di Sierra Blonda per le vaste proprietà che aveva in Spagna, nell’Andalusia, dove aveva vissuto molti anni. Quelle proprietà erano desolate, desertiche ma egli le aveva ravvivate con festini che dava quasi ogni giorno, sicché in quel luogo si viveva in allegria e in balia dei gusti bizzarri di questo nobiluomo che “non era più giovane, ma era ben lontano dall’essere vecchio; di statura regolare, di giusta complessione e vigorosa: il suo volto, a metà coverto da densa e lunga barba, nella quale si scorgeano appena pochi fili di argento, Era leggiermente colorato di quel vermiglio che annunzia un rigoglio di salute: i suoi occhi castagno cupo erano grandi e pregni di anima; la sua testa era calva sul pendio della fronte, e il resto del cranio era coperto anzi che nascosto da capelli rasi e monchi. Egli era in tutta l’estensione della parola, quel che dicesi un bell’uomo.”.
I divertimenti erano improntati alla sua natura eccentrica: “Tra gli altri stranissimi divertimenti ch’ei soleva prendersi, dobbiam notare il seguente. Egli faceva riempire di mobili un casamento e adornarlo come per festa di ballo: le suppellettili più costose ne fregiavano le sale: si faceva poscia chiamare un centinaio di vagabondi, di ladri e di uomini facinorosi. A un dato segno ch’ei dava, il fuoco era appiccato al casamento; il saccheggio era comandato; e quegli uomini, a rischio della vita che sovente vi perdevano, si gettavano nelle fiamme per ispogliar le sale del meglio che vi si conteneva. Edmondo godessi un così fatto spettacolo, ad una certa distanza, e nel mezzo dei suoi numerosi amici e compagni di follie, i quali sgangheravansi dalle risate, e mettevano alte e selvagge strida di esultanza in veggendo gran parte dei saccheggiatori venir fuori da quelle crollanti mura col volto e con le mani annerite ed arse: come sciami d’immondi animali che escono dalla putredine e dalla corruzione.”.
Un tristo figuro, dunque, che pare figlio del Marchese de Sade (1740 – 1814).
E non basta. Amante delle donne in modo ossessivo aveva costituito una compagnia di amici, chiamata “Cavalieri del Firmamento”, con i quali scorrazzava nelle campagne in cerca di avventure.
Come non ricordare il terribile Baskerville del celebre romanzo di Conan Doyle, uscito nel 1902 (“Il mastino dei Baskerville”), quando Mastriani era già morto, ma che ci dimostra come l’ispirazione dell’arte abbia una corrente perenne e sotterranea che collega tra loro gli artisti d’ogni tempo.
Scopriamo che il Baronetto conosceva il duca de Gonzalvo, il quale, capo politico in quelle terre di Andalusia, lo aveva protetto per le criminose scorribande, finché poi il Baronetto non fu costretto ad emigrare fuori dell’Europa, a Cuba, dove accumulò altre ricchezze “mercé l’ignobil traffico degli schiavi.”.
Edmondo, in sovrappiù, visitava di frequente il Duca, della cui sorella, Juanita, era pazzamente innamorato e che riuscirà a violare.

Si pensa subito a Edmondo come al padre di Daniele. Mastriani è abile a gettare i semi nel campo fertile della sua narrazione.
Magistralmente, a poco a poco acuisce la nostra curiosità. Sapete chi è l’uomo che ogni mese gli consegnava i 50 ducati? Maurizio Barkley che, nato a Cuba, quivi faceva da schiavo a Edmondo, al quale, in un cimento nell’arena contro il toro, aveva salvato la vita ottenendone in cambio la libertà, che egli, per l’affetto maturato nei confronti del suo padrone, rifiuta.
Ci si avvicina, forse, alla verità, mentre di Daniele non si sa più niente? La sua mancanza, però – il lettore lo ha capito – è fittizia, trovandoci all’interno di una tessitura che intensamente lo riguarda.
Sappiamo che Edmondo ha lasciato Cuba e si è stabilito in una cittadina tedesca, Manheim, dove ha acquistato una proprietà. Lì sta trovando finalmente un po’ di quiete, avendo rinunciato ai capricci del passato, Ha un solo cruccio, quello di essere rintracciato dal duca de Gonzalvo, del quale ha stuprato la sorella. Maurizio Barkley è riuscito a insinuarsi nelle amicizie del Duca e tiene informato il suo padrone sulle intenzioni di quest’ultimo e lo rassicura che egli non sa della sua nuova dimora.
Insomma, questo scellerato si è ravveduto della vita corrotta tenuta sin lì e, come l’Innominato manzoniano, sta mettendo ordine, anche morale, alla sua vita. Con questa differenza, però: “Edmondo era stanco del passato ma non pentito.”. Non viveva, tuttavia, felice, anzi era preso da lunghe malinconie, poiché da qualche tempo lo perseguitava la paura della morte: “Non era tanto il pensiero di dover morire che gli dava rovello e tristezza, quanto un altro pensiero che ne derivava qual conseguenza. Edmondo era preso da raccapriccio e da orrore pensando che il suo corpo nutrito con tanta ricercatezza, godente di tutte le dolcezze della salute e delle dovizie, conservato con quanto ci è di meglio nei regni vegetale ed animale, il suo corpo ch’egli amava ed al quale prodigalizzava le più tenere cure, sarebbe stato un giorno abbandonato a pasto dei vermi della terra!
Edmondo fremeva e non rare volte rompeva in codarde lacrime pensando al SUO CADAVERE!”.
Ed ecco spiegata la ragione dell’insolito titolo dato a questo romanzo.
Quella paura è riuscita ad insinuarsi nella sua mente e sta minandone la salute: “Invece di procacciarsi distrazioni, egli prendea diletto ad immergersi nel fitto pensiero che il torturava. È questo uno dei più strani fenomeni dell’umana natura, che cioè l’uomo trovi una certa voluttà nel pensare continuamente a quelle cose che più gli danno argomento di pena e di melanconia. Lo sventurato si attacca alla sua sventura, si ammoglia con essa, la tiene strettamente abbracciata con sé: vi s’inebbria fino alla mattezza: ogni distrazione gli riesce pesante, amara, insopportabile. Egli ama soltanto di sentir parlare della sua sventura; detesta chiunque cerca di strapparlo per poco dall’idolo suo, e maledice quella mano che si studia di arrecargli balsamo e sollievo.”; “Edmondo si vedea disteso in angusta bara ricoperta da sei palmi di terreno: l’aria, lo spazio e la luce erano scomparsi: Ei si sentiva in sul petto il peso della terra, sulla quale più non dovea riporre il piede, quella terra su cui egli avea signoreggiato col suo oro, e che pareva tanto angusta all’ardenza dei suoi piaceri. Le voci degli uomini, i canti serotini, le parole dolcissime di amore e di amicizia più non colpivano le sue orecchie: nessun rumore! nessuna voce! Il silenzio, assoluto, eterno, il circondava!”; “Simiglianti notturni fantasmi erano più terribili ancora quando il misero era preso dalla paura che cagionavagli il pensiero di essere sepolto prima ch’ei fosse spirato. Gli esempi che si citavano di persone, le quali, per apparenza di morte, erano state portate alla tomba ancora viventi faceano sobbalzare i capelli del ricco Baronetto, e gli metteano la febbre nelle vene, il delirio nella ragione.”.

Ogni notte una tale fissazione lo tormentava alla maniera che accadeva all’Innominato nelle sue ore di rimorsi.
Ed eccoci alla chiave, alla svolta che ci metterà sulla via giusta. La troverete qui, infossata nel suo delirio: “Alcune altre volte egli si addormentava sopra una poltrona; ma non sì tosto avea chiuse le palpebre, sogni terribili se gli affacciavano all’egra fantasia. Gli sembrava di esser tolto di peso dalla poltrona dalle braccia di due nerboruti becchini, i quali il deponevano in una cassa mortuaria a dispetto delle alte strida ch’ei gittava, e gl’inchiodavano sul capo un coverchio di ferro. E mentre quei barbari si accingevano a porlo nella bara, ei vedeva tanta gente nella sua camera, e tra le altre persone distingueva due donne e tre giovani robusti e pieni di vita, che si affrettavano ad aprire gli armadi e i cassettini per impadronirsi del suo oro. Ci era benanche una donna dalle chiome sparse sulle spalle, dagli occhi bellissimi e neri come la notte, la quale rideva… a sganascio, dappresso al cadavere di lui, e mostravagli una larga ferita che si era fatta nel seno, e additavagli un bambino macilente che le giaceva ai piedi. il rumore e le grida di esultanza che risuonavano in quel vasto appartamento soffocavano i gemiti di lui che si dibatteva sotto i pugni de’ becchini.”.
Negli spasmi di un delirio spesso emergono verità nascoste e segretissime che si è riusciti a mascherare nella vita ordinaria: “… mai non ebbe il coraggio di svelare la cagione delle sue sofferenze.”.
Come uscirne?
Chiama il dottor Weiss a cui confida la fissazione che lo tormenta e il dottore fa una annotazione che dimostra quanta bravura ci sia nel Mastriani di insinuare con leggerezza concisa un concetto che pochi riflettono: “Il dottor Weiss aveva attentamente seguito le parole del Baronetto, la cui eloquenza era eccitata dal favorito soggetto della sua orribile fissazione.”. Quando vi è un argomento che ci sta a cuore, per qualsiasi ragione e di qualsivoglia natura, l’esporlo eccita e facilita l’eloquio.
Il lettore, ripercorrendo la sua esperienza di vita, scoprirà che è proprio così. Se anche fosse stato dalla natura avviluppato nel massimo carattere di riservatezza, il trattare con l’interlocutore di un argomento fortemente sentito, toglie freni e ogni sorta di inibizioni alla parola che fluirà come un torrente in piena.
Troviamo, ora, un altro sassolino che ci indica il percorso. Il dottor Weiss è convinto che “bisognava operare sul morale e trovar rimedii nella filosofia e nella religione.”. Quella del Baronetto non è una malattia del corpo ma dell’anima.
Ci vuole, ossia, una buona azione per sconfiggere il male. Essa gli darà la tanto desiderata quiete. Gli rivela il dottore che in quella stessa città di Manheim c’è un giovane e talentuoso pianista italiano che avrebbe bisogno di qualcuno che lo aiuti e lo sostenga. Il lettore indovinerà facilmente chi egli sia, il nostro Daniele che là si è rifugiato fuggendo da Napoli in cerca di fortuna, ossia di quei milioni promessi al duca de Gonzalvo per coronare il suo d’amore. Sarà presso il Baronetto che Daniele riuscirà a trovare i sospirati milioni? Mastriani ci indirizza verso questa soluzione. E lo stesso Daniele ci spera.
Due fili della trama stanno per congiungersi, dunque. Due altri sono ancora distanti e riguardano Lucia ed Emma. Vedremo come essi, a poco a poco, si avvicineranno.
La regia, come si vede, è saldamente nelle mani espertissime di Mastriani, che mantiene desta nel lettore una tesa curiosità. Che è la superba e sapiente magia di ogni narratore.

Ecco un’immagine aggiornata di Daniele quando entra nel salottino, ricolmo di mobilia in oro massiccio, in cui il Baronetto lo riceve. Ha 23 anni: “Daniele era davvero un vago e gentile giovanotto. Un leggero accrescimento di salute congiunto alla situazione in cui trovavasi colorava il suo volto di una tinta di rosa. I viaggi avean data alla sua complessione maggior vigoria e a tutta la sua persona un’aria di più grande distinzione. Questa volta due leggiadre basette coronavano le sue labbra, andandosi a congiungere con un semicerchio di barba che gli circondava il mento; il suo sguardo era animato dalla vivacità della giovinezza, della salute e del genio.”.
Con gioia di Daniele, il Baronetto gli confessa di provare per lui dell’affetto: “Sì, dell’affetto. E pria di tutto vi confesso che trovo nella vostra fisionomia qualche cosa che m’innamora di voi. Non so perché, ma entrando in questo salotto, le vostre sembianze mi han tocco profondamente.”. E quando al dottor Weiss il Baronetto presenta Daniele, il primo esclama: “Ma, è strano! è curioso! è incredibile! Signor Conte, questo giovinotto vi rassomiglia a capello: quegli occhi sono i vostri, quella fronte è la vostra, quel naso è il vostro… Ah! Ah! ci sarebbe da scommettere che il signor de’ Rimini vi è figlio!”.
Non c’è più nascondimento, la strada è spianata e già si pensa al nuovo Heathcliff che si presenterà ricco sfondato a chiedere la mano di Emma.
Ma quando si leggono romanzi di questo tipo, tutti tesi alla sorpresa ed anche a ricavarne un certo piacere ludico, non si può mai gioire in fretta per il trionfo della soluzione trovata. Di pagine da leggere ce ne sono ancora molte e tutto può accadere.
Intanto prendiamo nota che il baronetto (nonché conte) Edmondo redige un testamento con il quale nomina suo erede universale Daniele de’ Rimini, ma pone delle condizioni tutte volte ad assicurarsi che non sarà sepolto vivo: la sua ossessione.
Dunque, il futuro di Daniele è quello di diventare milionario alla morte di Edmondo. Ma quando essa avverrà? Non possono trascorrere troppi anni! Egli si è impegnato a tornare dal padre di Emma entro i due anni convenuti in qualità di milionario e guadagnandosi con ciò l’impegno assunto dal Duca di concedergli la mano della figlia.
Come conciliare, perciò, ricchezza immediata e matrimonio? Un problemuccio che Mastriani ci mette davanti facendoci capire che c’è dell’altro pronto a sorprenderci.
Ci si sposta su Emma che decide di nascosto di andare a conoscere Lucia. Sprona il suo cavallo e non si accorge di avere un pericoloso burrone davanti. La salva Maurizio Barkley, il servitore di Edmondo. il quale, nel darle aiuto, si ferisce. Emma lo soccorre, nonostante che quell’uomo gli sia antipatico. Ma gli è riconoscente e si chiede perché costui si trovasse in quel luogo, non essendo tra gli invitati. Le confesserà Maurizio, mentre la giovane l’assiste: “È vero, Duchessina, voi non mi troverete giammai nel cerchio di coloro che prendono parte ai vostri divertimenti; ma quando un pericolo vi minaccia, quando una sventura sta per colpirvi, siate certa che troverete al vostro fianco Maurizio Barkley.”.
Perché questa affezione? Da che deriva? Da un incarico ricevuto? Da un amore improvviso per la ragazza?
Un’altra pista, dunque, è aperta e il lettore non trova perciò modo di distrarsi, avvinto da una superlativa e seducente regia.
Ma poiché tutti i nodi vengono al pettine, non vi è che da pazientare e proseguire lasciandoci condurre per mano da una prosa che ha nelle parole desuete il suo colore e nella scrittura limpida e inventiva la sua corrente trascinatrice.
Emma incontra Lucia, ne scopre la povera condizione e diviene sua amica. Le pagine sono intrise di romanticismo, ma severamente misurato, dato che avrebbe ben potuto dilagare.
Quando, descrivendoci la buona indole di Maurizio Barkley, lo schiavo che Edmondo aveva restituito alla libertà, da lui però rifiutata, egli ci rivela che il suo padrone aveva preso cura di provvedere ai bisogni di cinque figlioli avuti dai suoi capricci di gioventù, abbiamo la rivelazione attesa: “Questi cinque giovanetti, tra i quali era Daniele, e di cui due eran donne ricevevano la somma mensuale di cinquanta ducati.”.
Il lettore, a questo punto, si domanda: Allora il Baronetto che ha ricevuto in casa Daniele, sa che è suo figlio? Tutto lascerebbe intendere di sì. E invece non lo sa, poiché il Baronetto aveva scoperto il suo figliolo naturale quando Daniele portava il cognome del padre putativo, Fritzheim e non l’attuale de’ Rimini. Dunque dobbiamo attendere il nuovo disvelamento.
Ma non facciamoci prendere dalla fretta, ci fa capire Mastriani, col suo sorriso sornione. Tutto sarà chiarito e spiegato a suo tempo.

Sappia il lettore che a volte, quando si cerca anticipatamente di penetrare un mistero, e vi ci si inoltri con l’uso della ragione, nel momento in cui essa lo sta per penetrare, il disvelamento che si sta maturando, procura una specie di vertigine e di sbandamento. Così è la vita ogni volta che oltrepassiamo con il limite dell’umano il confine dell’ignoto e dell’oscuro.
Si aggiunga quest’altro scoprimento della verità: la donna da cui è nato Daniele altri non è che Juanita, la sorella stuprata e sfortunata, e morta suicida, del duca de Gonzalvo (alla quale dedicherà nel finale un intero capitolo). Se così è, altri due anelli si congiungono: Emma e Daniele sono cugini.
A sapere tutto ciò, al momento, è soltanto una persona, Maurizio Barkley, il quale potrebbe sconvolgere pensieri e sentimenti di molti dei principali personaggi, tutti muoventesi nell’ignoranza più completa su come stanno realmente le cose.
Avrà Daniele la pazienza di attendere la morte del suo benefattore (noi già sappiamo che è suo padre)? Ci siamo già interrogati su questa sua impazienza di diventare milionario entro i due anni promessi al duca de Gonzalvo, ed eccoci al dunque. Questa pazienza non ce l’ha. L’impazienza lo divora e lo spinge a decidere così di uccidere il Baronetto: “Quando una funesta idea si presenta allo spirito umano, le passioni che essa fomenta sono sì scaltritamente inventrici di arzigogoli e di false ragioni ch’egli è estremamente difficile di non rimaner presi nella pania. Daniele combatté con forza l’orribile pensiero che tanto più diventava pericoloso quanto più perdeva del suo orrore: ma ciononostante, ogni volta che pensava ad Emma, ai due anni che sarebbero spirati, all’immensa eredità che lo aspettava, a que’ due stuzzicanti milioni che l’invitavano a fruirne pria del tempo, alla gioia sovrumana di presentarsi così ricco e sì pieno di fastigi al superbo Duca di Gonzalvo ed all’altiera sua figliola; quando Daniele pensava queste cose, il demone del delitto soffiava nell’anima di lui i più nefandi propositi, cancellava ogni buon proponimento, e lo sciagurato giovane era da capo con quella cupa taciturnità che suol precedere l’attuazione di un gran delitto.”.
Ma non vuole farsi vincere da una tale orrida tentazione. Così, per liberarsene, decide di lasciare la casa e di tornare a Napoli dove si sarebbe presentato al Duca mostrandogli una lettera che il Baronetto gli avrebbe scritto dichiarandolo suo unico erede. Non portava, dunque, i milioni, ma una futura eredità. Sarebbe bastato? Daniele pensava di sì.
Ma il Baronetto, con sua delusione, gli rifiuta il favore e a domanda precisa risponde che non può dirgli di più. Allora torna a farsi presente il vecchio proposito del delitto. Il Baronetto sta leggendo un fascicolo contenente le sue memorie e gli parla di una pianta estremamente velenosa, che attecchisce a Giava, dove lui è stato alcuni giorni, l’Upas detta anche l’Albero del veleno: “Una foglia dell’Upas applicata sulla fronte di un uomo gli cagiona istantanea la morte quasi senza ch’egli senta di morire. Essa ha la facoltà di arrestare immediatamente il corso del sangue ed i moti del cuore.
La polvere delle foglie secche dell’UPAS è così terribile che bastano pochi atomi di essa per dar la morte.”.
La concatenazione degli accadimenti, che sembrava allentarsi, presenta invece nuovi e appassionanti nodi.
Daniele, dunque, decide di mettere in atto il suo piano omicida e vi riesce, proprio poche ore dopo che il Baronetto ha appreso, grazie ad una lettera scrittagli da Napoli dal suo fedele Maurizio Barkley, che era lui, il baronetto, il padre del giovane che si preparava a lasciare la casa. L’omicidio avviene nel sonno e Daniele non sa che la sua vittima è suo padre.
Ci si prepara il terreno al momento in cui questo disvelamento accadrà.
La morte viene attribuita ad “un colpo di apoplessia fulminante.”. Dunque, tutto pare correre liscio e Daniele potrà venire in possesso dell’enorme eredità. Non sa ancora, ovviamente, che ha altri quattro tra fratelli e sorelle, che il Baronetto manteneva tramite Maurizio, allo stesso modo che aveva fatto con lui. Costoro sono Federico, Eduardo, Luigia ed Estella.
“Affrettiamoci a dire, che [quando si dà notizia della morte del Baronetto] Daniele simulò in modo ammirabile la sorpresa, il dolore… La sua agitazione, la sua estrema pallidezza, la bieca espressione del suo sguardo ingannarono tutti.”.
Solo il dottor Weiss ebbe dei sospetti, ma desisté da ogni sorta di approfondimento.
Mastriani sta innescando diverse mine destinate a produrre una terribile detonazione. Che cosa accadrà quando Daniele saprà che la sua vittima era suo padre? Si verrà a scoprire che è lui l’assassino? E quando saprà che Emma è sua cugina? E di Lucia che sapremo ancora? La vicinanza e le attenzioni del fedele Maurizio nei confronti di Emma approderanno a qualche sorpresa?
Come vedete, ce n’è abbastanza per non distrarci. È la paziente macinatura del grano che si sta trasformando in farina, ossia in un compiuto romanzo: “Ma Dio aveva già stampato su quella fronte il marchio della riprovazione.”.
Infatti, per le cose che saranno lette nel testamento, nel mentre viene confermato che è lui l’erede universale, altri legati e disposizioni gli faranno sospettare che egli sia un parricida: “Egli tremava di questo orrendo fatto. Intanto il grido ch’egli aveva emesso aveva richiamato intorno a lui l’attenzione universale. Nessuno potea spiegarsi lo stato di agitazione, di turbamento, di estrema sofferenza in cui vedea Daniele e però mille supposizioni si formavano, mille pensieri e mille congetture; ma in nessuno entrò minimamente il sospetto che Daniele si fosse l’assassino del milionario, non offrendo il cadavere alcun segno di morte procurata da esterna violenza, ed avendo i medici rigettata come assurda ed improbabile l’idea di un avvelenamento.”.
Da questo momento il romanzo non lo si può più abbandonare.
Come il lettore ricorderà, Edmondo aveva sempre temuto di essere sepolto vivo ed aveva impartito nel testamento severe istruzioni affinché ciò non accadesse. Il dottor Weiss era stato incaricato di un esame scrupoloso del suo corpo per assicurarsi della morte, e subito dopo di procedere alla imbalsamazione. Il cadavere così sistemato doveva poi essere custodito per ben nove mesi da Daniele, sempre per lo stesso fine d’esser certo che il corpo fosse privo di vita. Solo trascorsi questi nove mesi di vigilanza, egli avrebbe potuto incamerare l’eredità.

Il processo di imbalsamazione è descritto minutamente.
A questo imbalsamato si dovevano tutti i riguardi di una persona viva. Ogni giorno lo si doveva rasare, si dovevano cambiare gli abiti e la biancheria, si doveva al mattino portare il caffè e ancora: “Ogni sera, dopo l’ora del tè, il signor Daniele de’ Rimini suonerà, alla presenza del mio cadavere, un pezzo a pianoforte e canterà un’aria di sua scelta.”. Pensate al tetro spettacolo che ne derivava.
Questo rituale doveva compiersi per ben nove mesi. “E il primo giorno, infatti, dopo l’imbalsamazione, i capelli del Baronetto furono lisciati, scrinati, ammorbiditi co’ finissimi olii e pomate; la sua barba fu pettinata ed allustrata, raccordando i peli disuguali e livellandolì così bene come se il Baronetto avesse dovuto andare a qualche festa di ballo.”; fu condotto nella lussuosa camera verde e “Egli venne adagiato sovra una delle magnifiche seggiole d’avorio a forma di baldacchino.
Era questa sedia interamente coperta da soffici cuscini orientali, a disegni cinesi di color scarlatto. Nappe di fili d’oro scendevano da una specie di tettino della sedia, lavorato ed intagliato con tanta ricercatezza e con tanta minuta fatica che quel tettino era un capolavoro di scultura. I piedi di questa seggiola, non più lunghi di un palmo, rappresentavano quattro piccole pagode con bambocci cinesi nell’interno, figuranti alcuni mandarini che fumavano.”.
Così composto sembrava vivo: “… nulla era che non avesse perfettamente simulata la vita.”.
Nell’adempiere ai suoi doveri nei confronti del cadavere, Daniele trova nel taschino di un abito la lettera con cui Maurizio Barkley rivelava al Baronetto che Daniele Fritzheim e Daniele de’ Rimini erano la stessa persona. Dunque, ora Daniele ne ha la certezza: Edmondo era suo padre e lui è un parricida.
Passare giorni e giorni, secondo gli impegni testamentari, con davanti la vista del padre da lui assassinato provoca in Daniele veri e propri incubi, tanto mai atroci da togliergli il sonno e minare la sua salute.
Viene soprannominato “Il Custode della morte”.
Di quanto accaduto, ossia della morte del Baronetto, viene a sapere Maurizio Barkley, il suo fidato consigliere e protettore, il quale, sospettando di Daniele, lascia Napoli per giungere a Manheim e vendicarlo.
Del resto, nel testamento stava scritto che, in caso di inadempimento da parte di Daniele dei suoi obblighi tassativamente prescritti, al suo posto sarebbe diventato erede universale proprio Maurizio Barkley, il quale però cercava vendetta non per questo, bensì per l’amore e la riconoscenza che doveva al defunto barone.
Lasciamo a questo punto di seguire gli ultimi atti della trama, che scioglieranno gli interrogativi che ancora rimangono sui personaggi che abbiamo imparato a conoscere. Il lettore scoprirà da sé la conclusione, o le conclusioni della storia, non senza avvertire ancora di più la grazia e la malia di questo abilissimo e flemmatico artista. Mai accade, infatti, ch’egli si faccia trascinare dall’impeto della narrazione, sempre sorvegliata e controllata come da un fine incisore.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart