Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone

TUTTI I MIEI LIBRI SU AMAZON qui

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui

LETTERATURA GOTICA; Francesco Mastriani: “La cieca di Sorrento”

4 Settembre 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Il romanzo è del 1851, prodotto in volume nel 1852.
L’introduzione di Riccardo Reim ci fa sapere che i romanzi scritti da Mastriani furono ben 114 rispetto ai 107 che qualcun altro dà. Significa che a star dietro a questo prolifico autore ce ne vuole. Ci fa sapere altresì che egli morì “quasi completamente cieco in due modestissime stanzucce a Capodimonte”, e, riportando quanto scrive Giovanni Infusino (nell’articolo sul Mattino del 15 aprile 1981, ‘Il forzato della penna’), “solo, aiutato dalla pietà dei vicini, oltre che dal figlio Filippo che è stato il suo più attento biografo, dimenticato dai pochi amici che aveva avuto e naturalmente da quei giornali e da quelle case editrici che per tanti anni lo avevano sfruttato.”.
Condusse una vita di miseria e scriveva per passione innata ma anche per necessità. Si dovette fare una colletta per i suoi funerali. Fa notare Federigo Verdinois nei suoi “Profili letterari napoletani: “In un altro paese, avendo nient’altro che quella sua vena, egli avrebbe avuto una vena d’oro: sarebbe milionario ed invece riesce appena a sbarcar la giornata.”.
Queste cose ce le racconta la bella introduzione di Reim, che ci fornisce notizie preziose attraverso le proprie fonti. Di Verdinois riporta anche queste righe che descrivono il modo di lavorare di Mastriani: “Fa, per chi abbia vaghezza di saperlo, a questo modo: propone un suo romanzo ad un giornale, ne propone un altro ad un altro. È accettato subito. Si fanno le condizioni, che sono facilissime: tanto al giorno per tanto tempo. Incomincia a scrivere le due prime appendici, due righe alla stamperia, dieci in ‘omnibus’, venti a desinare, e così via: domani vedrà dove è rimasto per ripigliare il filo dell’uno e dell’altro. Non c’è pericolo che si confonda, trova sempre al suo posto i suoi eroi e le sue eroine, li segue, li fa muovere a suo talento, li ammazza, li risuscita, li marita, li seziona, e vi spiega. punto per punto com’hanno fatta l’anima e quanti battiti abbia il loro cuore.”.
Reim ci fa conoscere in una nota la descrizione che ne fa Corrado Alvaro: “Piccolo di statura, calvo, con barba e baffi alla Napoleone III, indossava un vecchio vestito nero e un gilet bianco. Portava in tasca una boccettina d’inchiostro, e dove che fosse scriveva, anche aspettando i signorini, cui dava lezioni di lingua e di grammatica, oltre che d’inglese e di francese, per arrotondare il magro bilancio familiare.”.
Sappiamo che quasi sempre i giornali, vista la crescita delle vendite, gli chiedevano di prolungare la storia, e allora egli era pronto ad inventarsi altri personaggi e altre avventure.
Domenico Rea ci offre un ulteriore ritratto nella presentazione che fece de “La cieca di Sorrento” nell’edizione Bietti del 1973: “Mastriani è nato in mezzo ai poveri, vive fra i poveri, ha sposato una povera signora Concetta, ha avuto quattro figli e ne ha perduti tre, è angariato dalla vita di tutti i giorni”.
Siamo in un povero quartiere di Napoli, il vicolo Chiavettieri al Pendino: “Da un’ora è passata la mezzanotte del 10 novembre 1840.”.
In una stanza un giovane studente di medicina ha davanti a sé, illuminato da un mozzicone di candela, “una testa umana ed il sangue è tuttavia rappreso sulla parte svelta dal tronco!…”; “Egli ha il capo coperto da capelli rossi, ma duri e ricci; il labbro superiore sporge in fuori, carnuto, e tocca quasi la punta di un naso grosso, aquilino: si direbbe che gli irsuti peli dei baffi non trovino luogo per ficcarsi tra quelle due prominenze, e li vedi contorcersi in varie guise e comporsi quasi a forma di istrice: i suoi occhi, non poco inclinati allo strabismo, sono però pieni di vivacità ed estremamente mobili sotto una fronte larga e spianata, in mezzo alla quale una ruga profonda apre un gran solco, come ferita, come la traccia d’una maledizione della quale Iddio l’ha fulminata. Nel complesso delle sembianze di quest’essere umano si legge a prima vista l’odio che egli deve concepire per ogni bellezza e quell’irascibilità di carattere naturale nei deformi; ma, meglio studiando i suoi lineamenti, si rimane colpiti dalla espressione di profonda sagacità di cui sono improntati, e da quella sovente maestà di cui si riveste il volto di quegli uomini che fanno della scienza la consueta loro occupazione.”.
Un giovane e intelligente studioso, dunque, che però ha nel volto i segni di un destino non troppo chiaro, e forse pericoloso: “un aspetto che a prima vista ispirava ripugnanza e avversione.”.
Il giovane si chiama Gaetano Pisani, ha circa 27 anni, ed è calabrese, uno dei tanti emigrati a Napoli, la capitale di quel Regno.
Con sé ha, sistemata in un angolo, la nonna che sta dormendo avvolta da una consunta coperta, “zeppa d’infermità.”. La stanza è povera e umida, “composta di una stanza che ha in fondo un’alcova, ov’è riposto il suo letticciuolo. Triste, oscura, umida e mefitica, questa abitazione come tutte quelle di quei quartieri malsani, non riceve l’aria e la luce che da una finestra dai vetri quasi tutti rotti e crollanti, la quale riesce sopra la piazzetta Zecca dei panni.”.
Un pittore ha già tutto per farne un macabro dipinto.
Gaetano, orfano e senza altri parenti, gode dell’ammirazione dei suoi compagni di studio. Un giorno, assente il professore, si era offerto lui di sezionare nientemeno che il cadavere della sorella Caterina, morta di tisi a 18 anni; ma gli studenti avevano rinunciato all’operazione limitandosi ad ascoltare dalle parole di Gaetano una approfondita lezione sulla terribile malattia, restandone ammirati.
Ė la conferma di una preparazione ed un’intelligenza già avanzate.
Per tirare avanti fa da commesso ad un notaio, Tommaso Basileo, assai avaro che lo tiene a servizio pagandogli una miseria e facendolo lavorare nove ore al giorno. Assente il notaio, un giorno gli si presenta un signore che gli chiede di consegnargli un ‘testamento all’anima’, ossia uno dei quei testamenti in cui si lasciava gran parte del patrimonio alla Chiesa, redatto il 21 agosto 1752. In compenso gli avrebbe offerto cento piastre, una bella somma.
Gaetano, pur sapendo di compiere un illecito, accetta: “Ma, stavolta, ogni ripugnanza era vinta in lui dall’idea di vendicarsi della sordida avarizia del notaio. Dall’altra parte, la sua rassegnazione era ormai stanca. La miseria, costante, implacabile aveva affranta l’anima sua, l’aveva rimpicciolita con l’oppressione di incessanti bisogni.”.
Ma quando trova il documento, in mezzo vi è una lettera che svela un furto ed un delitto commesso con la complicità del notaio, al quale lo scrivente rivela dove ha nascosto la refurtiva di ventimila ducati, di cui la metà lascia al complice e il resto a sé medesimo, o agli eredi, ove fosse stato arrestato e condannato a morte.
Gaetano scopre che la lettera è firmata nientemeno che da Nunzio, suo padre.
Così corre dal notaio e richiede la sua parte, essendo stato il padre impiccato.
Intanto la storia si sposta a qualche anno addietro e in Parigi, dove vivono due personaggi che si annunciano come nuovi protagonisti. Sono degli aristocratici e il loro mondo ruota intorno alla corte di Luigi XVIII: la baronessina, e sempre triste, Albina di Saintanges, e il bello e ricco giovane marchese Paolo Alfonso Rionero, occupato come “aggiunto alla legazione napoletana in quella capitale”. Sono fidanzati.

La cagione della tristezza e ritrosia di Albina risiedeva nel lutto che l’aveva colpita con la morte del suo amato nella battaglia di Waterloo (anche ne “I miserabili” di Hugo quella battaglia fu favorevole per i destini del losco locandiere Thénardier, ricordate?). Da quel giorno Albina non aveva più amato nessun altro: “Enrico Monfort, lo sventurato Enrico, era il mio promesso sposo; noi ci eravamo giurato un eterno amore; e ci amavamo con quella religione del cuore che mette un suggello divino agli affetti delle mortali creature…”. Il lettore avrà conferma, nel finale, della forza di questo amore.
La vena romantica, anche se saputa destreggiare, emerge con vigore e ci si domanda come la vita di queste nobili famiglie possa poi intrecciarsi con la figura repulsiva di Gaetano Pisani.
Due realtà che paiono inconciliabili.
Si torna a Napoli, poiché la baronessa madre e la figlia Albina hanno deciso di raggiungere Paolo, che là era stato inviato per una missione, e in questa città sposarlo: “Il matrimonio fu celebrato con pompa e solennità. La felicità di Rionero riverberava sull’animo di Albina, per modo che nel momento in cui il suo sposo le metteva al dito l’anello nuziale, gioiello del più alto valore e rappresentante due mani intrecciate, un raggio di gioia candida e pura brillava sulla fronte di lei più del diadema di brillanti che le cingeva le tempia. Una lacrima errava nei suoi occhi.”.
Scopriamo una rotondità della scrittura che, latente, in qualche caso signoreggia, come qui: “Nel dì 22 gennaio 1827 la città di Napoli presentava uno spettacolo sublime e curioso, ché un mantello bianco copriva interamente le sue case e le sue circostanti campagne, per essere in tutta quella giornata caduta in copia grandissima la neve, a segno che per moltissimi dì consecutivi non pur sulle altezze dei monti e colli adiacenti, ma sibben sui tetti e sulle terrazze delle case duravano tuttavia saldi e biancheggianti gli strati nevosi. Il freddo però era intenso assai; laonde tutti gli abitanti più agiati della città si rimanevano nelle loro dimore coi piedi distesi in sugli orari degli schioppettanti camini, ovvero chinati sulle ardenti braci accese nel mezzo delle stanze.”.
È l’inizio della descrizione di una nevicata a Napoli di quasi due secoli fa, tutta godibile, all’interno della quale si muovono in modo circospetto due figuri che abbiamo già incontrato di sguscio: il notaio Tommaso Basileo e il padre di Gaetano, Nunzio Pisano, quello che poi fu impiccato. Stanno recandosi a compiere il misfatto di cui si fa cenno nella lettera scoperta da Gaetano.
Vediamo di conoscere anche Nunzio, dato che accenni sul carattere sparagnino e avido di Tommaso ne abbiamo già avuti: “Nunzio Pisani era nato nella Calabria ultraseconda da genitori di dubbia fama nell’esercizio delle loro industrie commerciali. Male allevato, quantunque d’indole non interamente inchinevole al male il giovinetto trovossi ben per tempo invischiato ne’ vizi dell’età sua, ché a mal oprare incitavanlo i compagni. Nato egli era un poco rachitico e gobboso; ma questi vizi corporali erano stati in lui largamente compensati da un ingegno pronto e vivace e da una sottigliezza di spirito portentosa, per la quale ai salotti più graziosi e spontanei prestavasi, e non poche volte sulla propria deformità motteggiava e rideva. Nessun mestiere o arte egli faceva, però, sempre che fatto gli venisse, nelle masserie paterne cacciava le mani, e, provvedutosi di quattrini, iva a starsi a trebbio coi compagni nelle biscazze e n’ rioni. Il giuoco, la bottiglia e le donne diventarono per lui in brevissimo tempo cocenti bisogni, a tale che starne senza non poteva un sol giorno.”.
I due ‘malandrini’ andavano a ispezionare la casa del marchese Paolo Rionero onde mettere a segno un furto di ingente valore. Il notaio aveva, infatti, avuto occasione, nel corso di una visita al marchese di rendersi conto dei tesori che erano custoditi nella villa. In particolar in un cassettino erano conservati i gioielli preziosissimi di Albina, divenuta la moglie del marchese. Paolo e Albina hanno anche avuto una bella bambina, Beatrice.
Ecco che i due fili della trama si sono incontrati.
Il furto avviene l’indomani dell’esplorazione, ma nel compierlo, Nunzio uccide Albina, paratasi davanti al suo coltello che voleva infiggersi nel corpicino di Beatrice, la quale, per il trauma subito, diviene cieca. Paolo, al suo rientro, scopre tutto ciò.
Nel trasferire il lettore a Sorrento, Mastriani ci fa una suggestiva descrizione di quei luoghi e ne approfitta per osannare Torquato Tasso che a Sorrento nacque l’11 marzo 1544: “Sorrento è la patria di Torquato Tasso. A questa ricordanza ti senti inchinato a baciar la polve di quella terra non sì tosto vi poni il piede… Qui vide la luce quel genio tanto sventurato”.
Perché Sorrento? Perché ivi si è trasferita da Napoli la famiglia del marchese ed è qui che ritroviamo la sfortunata Beatrice, divenuta cieca. È assistita da Geltrude e tra le due donne vi è corrispondenza di sentimenti. La tristezza della sfortunata giovane, che in quella città è chiamata “la bella cieca di Sorrento” è attenuata in grazia di tale compagnia: “Vi era tanta dolcezza e tanta bontà nelle cure che ella prestava alla sventurata cieca, che questa, vicino a lei, sentiva men triste la solitudine della cecità.”.

Geltrude la intratteneva con le letture di romanzi e Mastriani ne approfitta per dirci che Geltrude stava leggendo a Beatrice “I promessi sposi”, e lo appella quale “famoso romanzo” per tramandarci la notorietà che esso acquistò presso il pubblico sin dal momento della sua uscita (la stesura definitiva avvenne tra il 1840 e il 1842, circa 9 anni prima di quest’opera). Dobbiamo considerare, perciò, la citazione quale omaggio al grande scrittore lombardo.
Il padre, il marchese Paolo Rionero non ha mai smesso di sperare nella guarigione della figlia e nel corso dei 17 anni trascorsi l’ha sottoposta a varie visite di specialisti: “Iddio non può permettere che quella esecrabile notte pesi eternamente sulle tue pupille.”.
Noi intuiamo che si apre per Beatrice una speranza. Il padre l’avverte che il fidanzato Amedeo (“Ma era poi vero l’amore di Amedeo?”) è venuto a trovarla. Tra gli arrivati un medico inglese di gran fama, specialista degli occhi, Oliviero Blackman.
Mastriani marca i segni di un percorso speciale che porterà dalla tristezza alla felicità, e, dopo l’avvio tragico della storia, egli vi getta una luce trascendente.
L’autore si rivela un cocciuto credente della superiorità del bene sul male, ed anche quando quest’ultimo è protervo e accanito, è destinato a soccombere.
Fate attenzione alla descrizione di questo medico famoso: “Era questi un singolar personaggio. Era tenuto in concetto di uomo ricchissimo, mentre, dalle sue vesti si dimostrava tutt’altro che agiata persona; di fattezze sconce e deformi, niente altro traspariva dal suo volto che superbia e cinismo. Di leggieri si notava nelle ampie rughe della sua fronte una straordinaria potenza di intelletto, e nell’arco delle sue spalle l’antica consuetudine di studi severi e penosi; ma l’egoismo o per meglio dire, un invincibile disprezzo degli uomini era espresso nel suo sguardo reso più selvaggio da una deviazione della pupilla. Pareva che molto addentro sentisse la superiorità che gli dava la sua scienza; parco di parole a segno che restava qualche volta le ore intere in compagnia di altra gente, senza far udire il suono della sua voce”.
Bravo Mastriani. Chi ci fa venire in mente? Sì proprio lui, che avevamo dimenticato, Gaetano Pisani, tanto è forte la rassomiglianza.
Era finito dunque in Inghilterra? Era diventato ricco? Oppure simulava?
Ce n’è abbastanza per farci sorgere molte domande.
Intanto ci fa sapere che Amedeo, il cavaliere Amedeo, fidanzato di Beatrice, ha in antipatia il medico, “e trovava insopportabili quelle sue maniere goffe e selvaggie.”, “… né sapeva persuadersi che la scienza ita si fosse ad annidare propriamente in quel capo bitorzoluto e scemo di ogni regola naturale.”.
Nel sentire la voce del medico nelle ossa della fanciulla scorre un brivido “ed un’ombra di confusa e tristissima ricordanza le passò pel cervello.”.
Ricordiamoci che fu Nunzio, il padre di Giacomo, a causarle la cecità, uccidendo sua madre Albina.
Gaetano nella voce ricordava quella del padre? Era la voce del padre di Gaetano che ritornava alla memoria di Beatrice?
Ci vuole una mano abile per seminare un terreno che dovrà dare frutti copiosi, ossia soddisfare il lettore. Mastriani si mostra un seminatore che sa ben distribuire i semi raccolti dalla bisaccia.
Mastriani insiste e ce ne dà motivo: “Blackman si abbandonò a profonda meditazione. Era l’arte medica quella che ne formava esclusivamente l’oggetto? Non potremmo dirlo, poiché confessiamo di non aver ancora scandagliata l’anima di lui nelle sue latebre, ma è certo che per la sua mente egli non ravvolgeva soltanto gli aforismi di Ippocrate e di Galeno, e questo si argomentava dal perché alzatosi poco stante, sprolungava grandi passi nella camera, e mormorava poco intelligibili parole: sembrava agitato.”.
Ed agitato lo era davvero, perché si è innamorato della povera cieca e sa che non potrà averla a causa della sua bruttezza e della sua deformità. Si tormenta guardandosi allo specchio: “Orrore! Orrore! Orrore!… deforme, deforme come Gloucester; come Quasimodo; come Triboulet!”. Rivolgendosi a Dio, esclama: “Tu hai voluto che io m’innamorassi d’una cieca!…”; “Chi mai, senza fremer di sdegno, potrebbe vedere in me il marito di quell’angiolo?”; “Mai… mai… non sentirò il bacio d’una donna stamparsi su queste mie labbra di demone? Oh!… che mi val tutto l’oro che hommi acquistato, se con esso non potrò comprarmi un raggio d’amore? Che mi val la potenza che ho di torre alla morte migliaia di esistenze, se neppur una di queste potrò far mia?”.
Ed ecco che il sentimento di compassione provato per Beatrice si trasferisce nel lettore su Oliviero, e ce lo fa vedere come un uomo tormentato e buono da meritare la nostra pietà, allo stesso modo dei personaggi citati da Mastriani, tra cui primeggia quello creato da Victor Hugo, Quasimodo.
Ci si rende conto che la cattiveria e il disprezzo dipinti sul volto di Oliviero sono soltanto apparenti, e quale conseguenza della sua bruttezza fisica.
Mastriani ci sta preparando ad un’altra operazione, che è la conversione d’un’apparenza in una verità di segno contrario. Un cammino, perciò, non facile, come vedremo.
Oliviero sa di poterla guarire, ma è indeciso, poiché, riacquistata la vista, Beatrice scoprirebbe le sue deformità, e lo disdegnerebbe. Non sa, invece, e qui Mastriani ci scioglie un altro degli interrogativi, che quella fanciulla è cieca a causa di suo padre. Il lettore aveva indovinato, dunque. Oliviero altri non è che Gaetano Pisani.
Che cosa era successo in quest’intervallo di tempo?
Conosceremo anche tali accadimenti.
Ma intanto, la curiosità maggiore verso la quale ci ha indirizzato Mastriani è quella che riguarda la guarigione di Beatrice. Oliviero vorrà restituirle la vista? L’amore che si sta generando in lui si indirizzerà verso la strada dell’egoismo o verso quella della bontà per amore?

Ma ora leggiamo uno dei passi che fanno preziosa la scrittura di Mastriani. Eccolo. Siamo nel momento in cui, tornando indietro nel tempo, Gaetano s’era impossessato presso il notaio Tommaso Basileo del cofanetto pieno di gioielli rubato da suo padre. Egli, rientrando a casa dove l’aspettava la nonna (madre di Nunzio), la trova in uno stato di sonno, per la lunga attesa del nipote: “Eppure, con gli occhi chiusi in quello stato di cascaggine, ella digrumava tuttavia le sue preci, se non che questa volta il capo era di troppo e non faceva che abbassarsi frequentemente.”.
Mastriani, seppur gli si è imputato di scrivere dei feuilleton, non è certo uno scrittore della domenica.
Gaetano, impossessatosi del prezioso cofanetto, se ne va a Londra per fuggire le ricerche da parte del notaio Basileo, e quivi si costruisce la sua fama di medico degli occhi, facendo esperienza anche coi viaggi in Europa, tra cui l’Italia. Era suo convincimento che “la vista, quando una volta si è goduta, puossi riacquistare…”.
Come abbiam visto, giunge a Napoli, e tutto immaginava, fuorché di innamorarsi di una cieca, Beatrice. Le sue notti sono insonni. Sa di essere brutto e deforme. Dare la vista a Beatrice, significherebbe perderla per sempre. Sa come liberarsi del suo fidanzato, che conosce bene e di cui promette a Beatrice di svelare il pessimo carattere. Amedeo non lo ha riconosciuto, ma Oliviero sa tutto di lui. Non è dunque un problema togliere il suo incomodo. Il problema è invece ottenere il consenso non solo della bella Beatrice, ma anche del padre di lei.
Come risolvere l’intrigo? Va dal padre e lo rassicura che potrà restituire la vista alla figlia, ma a una condizione, che il marchese gliela dia in sposa.
Ascoltata la figlia, il marchese acconsente.
Restiamo in attesa di due avvenimenti già praticamente annunciati: chi sia in realtà questo infido Amedeo e che cosa accadrà quando si scoprirà che il promesso sposo, Oliviero Blackman, è in realtà Gaetano, il figlio dell’assassino della madre di Beatrice, Albina?
La sua bruttezza passa, a questo punto, rapidamente in secondo piano: “Beatrice non sapeva spiegarsi perché dicevano essere brutto quell’uomo. La bruttezza fisica, scongiunta dalla malvagità e accoppiata a nobili sentimenti, non aveva posto assegnato nel mondo ideale di Beatrice.”.
Si arriverà alle nozze? Recupererà la vista Beatrice?
Il lettore si domanda se ci si trovi in presenza di un delitto che andrà a pesare sui destini di un figlio. Pare questa la forza motrice, da cui poi l’autore prende mano a costruire i contorni e gli anelli di una catena.
Riguardo ad Amedeo (Santoni) sappiamo presto che è un ambizioso e vuole profittare, sposando Beatrice, delle importanti conoscenze nella nobiltà e nella politica del marchese, da cui si attende entrature di prestigio: “Veder la cieca e tosto concepire l’ardito disegno di divenir genero del favorito diplomatico fu la faccenda di un istante. E non riposò finché non ebbe strappata al marchese una promessa di matrimonio. Dissimulazione, ipocrisia, astuzie, tutto fu posto in opera per sedurre l’animo del padre di Beatrice”.
La conoscenza che Gaetano aveva di Amedeo Santoni risale al tempo in cui il primo serviva presso il notaio Tommaso Basileo e il secondo gli si presentò per corromperlo affinché gli consegnasse quel famoso testamento all’anima, che gli avrebbe consentito di appropriarsi di un feudo in Sicilia, che sarebbe altrimenti andato alla Chiesa. Un ladro di testamenti, un furfante, dunque. In questo modo, con questo ricatto a quattr’occhi, sembrò a Gaetano-Oliviero di aver messo Amedeo fuori da ogni pretesa su Beatrice, ma non sarà così. Questi organizza un attentato alla vita di Gaetano-Oliviero, che viene ferito con due pugnalate alle spalle, ma non mortalmente e riesce infine a liberarsi.
Il libro si sta rivelando anche un ottimo noir, forse tra i primi in Italia.
Esso attesta anche, se ce ne fosse ancora bisogno, della fede religiosa di Mastriani, la quale quasi sempre interviene a commentare le cattive azioni: “Chiunque spinge il suo intelletto alla ricerca dell’ignoto senza la face della Fede, attenta alla Legge della Provvidenza, ed è misero per l’effetto del caos delle proprie idee e dei propri errori. La Fede sussidia la Ragione e la guida nel campo dell’infinito.
Gli avvenimenti umani sono tutti concatenati da una mano invisibile, che regge l’universo morale siccome il materiale. La giustizia degli uomini non è che emanazione di quella di Dio.”.

Abbiamo già veduto ne “Il mio cadavere” che la paura di essere sepolti vivi è uno dei motivi che compaiono nelle trame del Mastriani. Scriverà addirittura un romanzo dal titolo “La sepolta viva” (1896).
Anche nel presente ne fa cenno quando ci parla del notaio Basileo ammalato il quale, allorché il suo nuovo commesso Domenico, assunto al posto del fuggitivo Gaetano, dopo avergli fatto visita, si chiude dietro a sé la porta della stanza, questa “risuonò cupamente alle orecchie dell’avaro, come il marmo della tomba che si chiude sul capo di un sepolto vivo.”.
Tali accenni, che sembrano quasi incidentali, sono in realtà voluti, per il clima di terrore che deve sempre aleggiare sul romanzo. Anche quando il sicario riferisce al cavaliere Amedeo che la trappola per uccidere Gaetano è riuscita ed egli deve darlo per morto. Non sa, invece, che Gaetano ne è uscito vivo. Il cavaliere lo invita a tener segreto il misfatto e il briccone risponde: “Che dice mai l’Eccellenza Vostra! Le par mo’ che noi andiamo buccinando i fatti nostri a dritta e a manca per andare a far sulle forche la figura del grappolo d’uva! Dormi a quattro cuscini, Eccellenza, e non pensi a niente, tranne a guardarsi la salute e a divertirsi. Le bacio le mani.”.
Naturalmente l’insicurezza che vi era sulla morte di Gaetano rende la vita complicata al cavaliere, che va spiando ad ogni occasione qualche notizia al riguardo. Chi lo teneva per morto, chi raccontava che la vittima, invece, avesse ucciso i suoi assalitori. Il dubbio resta, ma non per molto. Poiché presto giunge, terribile, la vendetta di Gaetano, che condannerà Amedeo alla cecità perpetua.
Dunque, cieco come Beatrice, ma quest’ultima ha una speranza datagli da Gaetano, che mancherà all’altro.
Che significa tutto ciò? Gaetano si accinge a donare la vista alla sua amata, e nello stesso tempo procura la cecità all’uomo che disprezza? La sua anima è contorta e deforme come il suo corpo? Sì, poiché l’amore non è ancora stato sufficiente a redimerlo.
Resta, comunque, la possibilità di una redenzione?
Mastriani con il succedersi dei fatti, ci pone implicitamente continui interrogativi sulla corrispondenza tra anima e corpo e sulle virtù della Fede, come per adempiere ad una missione escatologica affidata alla sua arte.
Egli non scrive tanto per diletto quanto per un fine di carattere morale e religioso.
Arriviamo al giorno stabilito per l’operazione agli occhi di Beatrice: “È indicibile la commozione onde Gaetano vide spuntare il giorno dal quale dipendeva l’intera sua vita. Se un gran batticuore accompagnava quasi sempre le sue operazioni su persone indifferenti, si figuri chi può con che palpiti si accingeva questa volta a porre la sua mano sulla fronte di quella fanciulla a lui tanto cara! Solamente gli artisti che si accingono a correggere il difetto in un capolavoro possono comprendere quanto sian terribili per commozione quegli istanti, in cui la mano deve portarsi su bella fattura. Allorché Michelangelo si apprestò a ritoccare un lavoro di Raffaello, la sua mano tremava; il vecchio suo cuore batteva con balzi violenti, e l’anima sua era tutta nel pennello che doveva passare sugli affreschi dell’urbinate.”.
Ancora una volta si segnala la bellezza di un brano che vieppiù ci conferma nel convincimento di uno scrittore assai dotato e sensibile.
In questo caso, inoltre, egli sa creare con perfezione le atmosfere di attesa e di speranza. Il lettore lo scoprirà quando vi si troverà di fronte e resterà, pure lui, col fiato sospeso: “Il volto del marchese era tutto coperto di lagrime; ei non poté rispondere che abbracciando Gaetano. Gettò un altro lunghissimo e tenero sguardo sulla figliuola… e si ritrasse.
Gaetano rimase solo con Beatrice…”.
L’operazione riesce e siamo in attesa di scoprire la reazione di Beatrice quando tornerà a vedere di nuovo ed anche la sua reazione allorché il suo sguardo cadrà sulla bruttezza e le deformità di chi l’ha guarita, al quale ha promesso amore. Sarà possibile mantenere la promessa? Che altro ancora dovrà accadere?: “Il marchese, convulso di gioia, abbracciò con trasporto Gaetano, e lo tenne lungamente stretto nelle sue braccia, chiamandolo figlio e piangendo a calde lagrime.”.
Allorché Beatrice vede Gaetano, che lei conosce solo col nome di Oliviero Blackman, la sua reazione è composta, e ciò forse per il fatto di essere stata avvertita, ma nei giorni seguenti, pur colmi delle meraviglie che andava scoprendo, una certa malinconia le avvolse l’anima: “La deformità di Gaetano aveva fatto dapprima una strana impressione sull’anima di Beatrice, la quale non sapeva persuadersi esser quell’uomo di così sconce fattezze, il Blackman che le aveva donato il supremo dei sensi. Ella lo guardava con dolore; avrebbe data la sua vita perché colui non fosse stato deforme; la pietà vestiva talvolta in lei l’aspetto di amore, così che le sembrava di non poter non amare quell’uomo, al quale la natura, dando un’anima nobile ed elevata, aveva negata la regolarità delle forme esterne. Beatrice giurò nel proprio cuore di amarlo; perché ella comprendeva tutta l’altezza della gratitudine. Beatrice sublimava se medesima al pensiero di circondare quel povero uomo con tutta l’espansione di un cuore vergine di affetti. Quanto più la natura aveva condannato il Blackman alla separazione e all’abbandono in cui lo metteva la sua deformità, tanto più la fanciulla sentiva il dovere di compensarlo col sacrificio del proprio cuore.”.
E Gaetano, intanto? Gli mancava il coraggio di richiedere alla giovane il mantenimento della promessa: “Due mesi erano passati, dacché ella godeva la vista del creato e Gaetano non aveva richiesto ancora l’adempimento del solenne patto conchiuso col marchese. Nonostante l’ardenza della sua passione, Gaetano aspettava in silenzio che una parola fosse uscita dal labbro della fanciulla riguardo ai loro sponsali. Ogni volta che si trovavan soli, Gaetano, pallido e tremante, pareva aspettasse da lei il suo destino, e mentre l’anima sua era brace ardentissima, il suo corpo era gelo.”.
L’attenzione è ora concentrata su questo punto; tutte le linee della narrazione convergono qui: si realizzerà questo matrimonio? Potrà Beatrice amare un uomo deforme? Scoprirà mai che egli è il figlio dell’assassino di sua madre? Quest’ultimo punto, lo avvertiamo, è il più atteso e dirimente.
Mastriani ormai ci ha irretito con la scaltrezza della sua regia.
Il lettore è acceso di ansiosa curiosità.

Leggete questa descrizione, di mano lieve e delicata, d’una sera in cui Beatrice e Gaetano si ritrovano soli nel giardino della villetta: “La campana della parrocchia suonava a tocchi lentissimi l’ultima salve del giorno e raccoglievasi quindi scura scura nel suo campanile, come il monaco nel suo cappuccio… Il giorno che si moria non avea altra apoteosi che il gemito di quel bronzo.”.
Per non dire delle tante parole desuete o di nuovo conio create lì per lì dall’artista. A questo punto del romanzo il lettore ne avrà annotate molte, come abbiamo fatto notare più in dettaglio scrivendo de “I misteri di Napoli”. È una delle peculiarità di Mastriani che incontreremo in tutte le sue opere.
Gaetano non aveva pensato che per sposarsi avrebbe dovuto fornire anche le generalità dei suoi genitori; se ne rese conto quando il sacerdote glielo chiese in preparazione delle nozze. Decise di mentire, pur provandone vergogna: “Il nome di Gaetano Pisani più non esisteva nel mondo; a che resuscitarlo? A che far rigermogliare un casato macchiato d’infamia e di sangue? Pisani più non esisteva-Questo nome aborrito si estinse sotto la scure del carnefice il 9 ottobre 1828.”.
Si restringe a questa menzogna il nodo del romanzo. Siamo forse vicini ad una qualche mannaia che calerà sul capo del nostro protagonista?
Gaetano sarà oppresso e sconfitto dal male che ha sempre portato in sé?: “Beatrice, vestita tutta di bianco, pallida, e cogli occhi velati di lacrime, non sembrava già una vergine che si appresta a nozze, ma sibbene una vittima che si accinge volontaria al sacrificio.”.
È evidente da ciò che qualcos’altro attende il lettore, il quale nondimeno se l’aspetta. Per esempio, riuscirà quel matrimonio? Oppure, quell’Amedeo divenuto cieco dov’è finito? Prenderà la sua vendetta, lui che sa i segreti di Gaetano?
Tutti restiamo in attesa (nel finale avremo qualche sorpresa), ma Mastriani si prende gioco di noi e sapete che cosa si inventa? Un anello farà scoprire l’inganno: l’anello nuziale che Gaetano ha offerto a Beatrice quando il sacerdote li ha uniti in matrimonio, tra il tripudio dei presenti: “Al dito di Beatrice il marchese aveva veduto l’anello nuziale da lui passato, nel dì delle nozze, alla infelice sua moglie Albina di Saintanges. Era l’anello rappresentante due mani intrecciate, nel cui mezzo era un brillante di gran valore.”.
Dispiace, ma qui è d’obbligo fermarsi per non esaurire la curiosità del lettore, che dovrà permanere sino alla fine (quale sarà, ad esempio, la sorte di Beatrice?). Ci limiteremo solo a scrivere che inizierà un cammino di redenzione, che non toccherà solo Gaetano (ricordatevi del cavaliere Amedeo, ridotto alla cecità), ed esso, con marcate tonalità romantiche, ristabilirà il trionfo del bene sul male, che è uno degli obiettivi costanti e primari (“Nobil trionfo della religione!”) di questo autore.


Letto 317 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart